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È tempo! Rispetto dei ritmi biologici, pedagogia della cura e peer-to-peer pedagogy nell’emergere conflittuale delle nuove figure professionali di accompagnamento alla nascita
di Gabriella Falcicchio   


Il presente contributo analizza, collocandolo nella cornice antropologica tardo moderna, il nesso tra capitalismo neoliberista e alterazione dei ritmi biologici, per evidenziare come la nascita, in virtù della sua ciclicità, rappresenti un bersaglio dell’economia del controllo.

In questa cornice e anche come forma di resistenza, emerge una nuova figura professionale, la doula, e si fa strada come professionista della cura peer-to-peer, in un clima molto conflittuale con le ostetriche della FNCO. L’ipotesi indagata, anche grazie a testimoni privilegiati, è la seguente: l’affermarsi contrastato della doula può rappresentare un elemento di crisi del paradigma positivistico (dei saperi e degli stili di vita relativi) ed essere un interessante lente di ingrandimento sulla transizione verso il paradigma ecologico.


This essay, in a late modern anthropological framework, analyzes the nexus between neoliberal capitalism and the alteration of biological rhythm, to highlight how birth, in force of its cyclic nature, represents a target for the economy of control. In this framework, and also as a resistance form, the “doula” job title is rising. The doula is setting a path as a peer-to-peer care professional in a very hostile scenario with FNCO obstetricians. The hypothesis examined, also thanks to privileged witnesses, is: the obstructed establishment of the doula might represent an element of crisis of the positivistic paradigm (of relevant knowledge and lifestyles) and it might also be an interesting magnifying lens on a transition towards the ecological paradigm.


1. L’alterazione dei ritmi biologici nella tarda modernità


Jonathan Crary (2015/2013) definisce il sonno “l’unica ‘costruzione naturale’ superstite che il capitalismo non possa eliminare” (p. 79). Mentre le ore di sonno dell’uomo medio occidentale si riducono progressivamente, spesso garantite da sostegni farmacologici, la ricerca più avanzata sull’insonnia efficiente studia gli uccelli per ottenere il prototipo del soldato che non dorme e che, col surplus percettivo della realtà aumentata, possa offrire le più alte prestazioni nell’assalto notturno. Questo genere di ricerca (superfinanziata) traghetterà dalla sfera militare a quella civile innovazioni in grado di assicurarsi un lavoratore/consumatore immune dal bisogno di sonno. In verità, anche ammesso che si riuscisse a ottenere tecnologie in grado di alterare così profondamente il ritmo biologico – cosa ancora lontana – Crary mostra con chiarezza come la cornice antropologica che giustificherebbe una tale innovazione già è operante: si tratta del modello temporale 24/7, fondato su efficienza e connessione permanente, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Punta contemporanea di un cambiamento dei ritmi biologici incominciato con l’avvento della modernità e poi incrementato drasticamente con l’industrializzazione, dovuto e finalizzato all’organizzazione lavorativa e di consumo, il modello 24/7 si giova di alcune caratteristiche proprie della tarda modernità, così come si è sviluppata a partire dagli anni Novanta.

Uno dei tratti distintivi e forse il principale è il web, con l’interfaccia on line delle attività lavorative e private degli individui, oggi più che mai impegnati nell’autoamministrazione delle proprie identità elettroniche secondo routine sempre più pervasive. La possibilità di lavorare a distanza tramite internet ha fatto sì che si indebolisse la distinzione tra tempo del lavoro e tempo della vita, tra tempo occupato e tempo libero, tra tempo del pubblico e tempo del privato in un unico magma liquido di cui è costituito il 24/7, “il tempo dell’indifferenziato” (Crary, 2015/2013, p. 4). I codici si sovrappongono e il medesimo strumento elettronico funzionale alla prestazione lavorativa fa da piattaforma per le attività ludiche e ricreative.

Questo uniformarsi senza distinzione non indica tanto una confusione di piani, quanto l’assorbimento sempre maggiore di alcune dimensioni all’interno dell’unico alfabeto possibile nella contemporaneità globalizzata, quello del capitalismo neoliberista che supera senza scartare la logica fordista-taylorista dell’identità lavoratore/consumatore e vi aggiunge quella del consumatore/prodotto. Funzionale a questo è l’accelerazione di tutti i processi (Rosa 2015/2010): un tempo continuo, tanto accelerato da risultare immobile e fisso, questo è il modello 24/7, il tempo lineare dell’accumulazione capitalistica, che non ammette pause, interruzioni, alternanza, organizzato secondo l’“esigenza (fondamentale) di coprire attraverso la produzione di una ‘ragione’ (fittizia) l’oscenità dell’indeterminato” (De Certau, 2001/1990, p. 283). Non ci si può sottrarre, è un’opzione non prevista (Agamben, 2006). Esso “rappresenta una forma di sovrabbondanza statica che rinnega ogni legame con il tessuto di ritmi e scansioni periodiche dell’esistenza umana” (Crary, 2015/2013, p. 11).

Per questo il sonno, svilito e depauperato per secoli in cui “chi dorme non piglia pesci”, rappresenta un’area di resistenza tanto in odio da essere oggetto di assalto: essendo una “enorme quantità di tempo che trascorriamo dormendo, affrancati da quella paludosa congerie di bisogni artefatti”, il sonno è una “oltraggiosa resistenza degli esseri umani alla voracità del capitalismo” (p. 13), che dal sonno non può cavare alcun valore. L’assenza del consumatore è un vuoto irrimediabile per il sistema, che tende così sia a ridurre le ore di sonno sia ad accelerare i ritmi di vita al punto da rendere impossibile un intervallo di tempo sufficiente ad adattarsi ai cambiamenti o di tempo inutile da dedicare alla contemplazione, all’immaginazione, alla prefigurazione di un’alternativa possibile.

L’accelerazione sociale, dal canto suo, avviata con la modernità anche per offrire rimedio alla penuria di tempo e superare i limiti naturali e sociali, come la malattia o la povertà (si pensi alla velocizzazione dei mezzi di trasporto), raggiunge con l’era informatica (Eriksen, 2003/2001) livelli così affannosi e totalitari da produrre paradossalmente “la spettacolare e contagiosa ‘carestia di tempo’ delle società (occidentali) moderne” (Rosa, 2015/2010, p. 15). Sullo sfondo dunque di un’incessante azione fagogitante in cui “l’intero pianeta viene riprogettato come luogo di lavoro perennemente in attività o come centro commerciale che non chiude mai, capace di garantire un’infinita varietà di offerte, di funzioni, di scelte, di alternative” (Crary, 2015/2013, p. 20), la dimensione al cuore del cambiamento tardo moderno è il tempo.

L’assalto al sonno è infatti non solo assalto al tempo lento (Seiwert, 2003), al tempo vuoto e non monetizzabile, in cui il soggetto si sottrae (volente o meno) alla giostra del consumo e in cui si insinuano i sogni con il loro – anch’esso oggi svalutato – dispiegamento di potere immaginativo. L’assalto al sonno attraverso il modello 24/7 è per Crary anche il tentativo più pervasivo di forzatura del ritmo ciclico del vivente, del bios. In quanto tempo continuo lineare accumulativo, il 24/7 è la negazione (il tentativo di negazione) della fondamentale caratteristica degli esseri viventi, cioè la loro ciclicità fatta di azione e inazione, di vita e di morte, attività e riposo, vita esteriore e vita interiore, estati e inverni, giorno e notte, luna piena e luna nuova. Tratto ciclico sta per tratto ritmico (e il ritmo è reso pregnante dalle pause), oscillatorio, ondulatorio. Si tratta di un tentativo che finora non ha prodotto, nel campo del sonno, esiti rilevanti, ma che si espone a un attacco molto violento proprio perché non è possibile un accordo tra gli esseri viventi reali e le esigenze del capitalismo 24/7, nemmeno in presenza delle “innumerevoli sollecitazioni affinché vengano illusoriamente sospese o nascoste alcune delle umilianti limitazioni della vita vissuta, biologiche o emotive che siano” (Crary, 2015/2013, p. 105).

Quella vita vissuta porta con sé una dimensione temporale ciclica e indeterminata, fatta anche di imprevisti che sfuggono alla pianificazione, “accidentata”[1] (De Certau, 2001/1990, p. 284): essa appartiene all’intero pulsare dei viventi ed è particolarmente presente nella sessualità e nella nascita. Per questo condivido solo in parte la tesi secondo cui il sonno è unico e ultimo confine di resistenza all’assalto del capitalismo. C’è almeno un’altra dimensione di resistenza, e oggi di elevato conflitto, ed è appunto il mettere al mondo/venire alla luce. Che peraltro con il sonno condivide molti aspetti.


2. Il controllo sociale della ciclicità femminile


La nascita è e sarà sempre più terreno di conflitto sociale nel quadro della biopolitica contemporanea, in cui è possibile coniugare i dispositivi di potere delle “società disciplinari” (Foucault, 1975) con la riduzione di tempi e spazi aperti propria della “società del controllo” (Deleuze, 1990). Il corpo generativo della donna è spazio pubblico (Duden, 1994/1993), che nell’epoca della manipolazione del vivente diventa arena tanto materiale quanto simbolica del potere. La modernità si scatena sul corpo femminile e la sua intollerabile (giustappunto) ciclicità, la sua potenza, la sua fondamentale ingovernabilità, facendone il bersaglio di una violenza tutt’ora non ritenuta degna di adeguato spazio culturale. Lo strumento principale è il depotenziamento della donna attraverso una congerie immensa di dispositivi di potere atti a disciplinare il suo corpo isterico (Mosca, 1989; Pizzini, 1981), in particolare quando esprime con prepotenza la sua ciclicità[2].

Il depotenziamento avviene a livello simbolico, per cui la donna dell’immaginario contemporaneo può (leggi: deve) essere sempre (24/7!) libera e attiva, senza rinunciare – suona una réclame recente – alla sua multiforme femminilità, che può permettersi di contravvenire anche agli stereotipi più in voga ma che non si libera mai di fatto del meta-stereotipo che la pretende in qualche modo definita dall’esterno. Credo si applichi bene a questo idealtipo di donna il concetto di “identità illusoria” a cui fa riferimento Crary (2015/2013) quando parla delle pressioni sugli individui “affinché si costruiscano un’immagine e una rappresentazione di sé che abbia la stessa consistenza e valore delle merci dematerializzate e delle connessioni sociali in cui essi sono così profondamente immersi” (p. 105). Il carattere essenziale di questo femminile immaginato e proposto alle consumatrici è costruito proprio sull’azzeramento o sulla riduzione del tratto spiccatamente ciclico della donna.

I sistemi di disempowerment, se passano dal simbolico oggi veicolato soprattutto dai media, si agganciano però a dispositivi che agiscono sul corpo. L’analgesico o l’integratore alimentare fondano il livello simbolico in quanto sostanze che il corpo assume, le visioni implicite vengono inoculate concretamente e diventano routine, azioni quotidiane: si incorporano, si incarnano divenendo così riproducibili, trasmissibili a un livello molto più solido e sicuro per il mercato, che è volatile in sé, ma deve poggiare per essere volatile sulla ragionevole certezza di avere consumatori docili, e possibilmente contenti.

La più pesante area di disempowerment femminile, ben preparato da un immaginario tuttora intriso di stereotipi sulla deficienza del corpo femminile, la sua strutturale mancanza e incompletezza che necessita di un aiuto (maschile, fallico), avviene con la gravidanza, il parto e il post partum soprattutto attraverso l’ipermedicalizzazione e la tecnologizzazione. Questo evento vive nella tarda modernità una vera e propria emorragia simbolica, nonostante riesca a sopravvivere nel vissuto di molte donne come evento esistenziale apicale.

Quel che mi preme evidenziare è che la medicina occidentale affermatasi con il Positivismo (e che ha all’attivo vere e proprie torture ai danni del corpo femminile, si pensi ai metodi “estrattivi”), nonché lobby potentissima, rappresenta per la nascita la traduzione sul piano della salute – un costrutto oggi in profonda rivisitazione (Chiechi, 2017) – dell’assalto capitalistico descritto da Crary a proposito del sonno. Non è un caso che Michel Odent (2006) abbia utilizzato l’espressione “industrializzazione della nascita”. Come per il sonno, l’alterazione dei ritmi ciclici e ondulatori è una costante che si accompagna al marketing immenso del venire al mondo e, come per il sonno, la nascita contiene in sé (salvo patologie) tutto quello di cui ha bisogno e come tale, se rispettata, potrebbe sfuggire all’immensa impalcatura di interventi che ne fanno una succulenta fetta di mercato. Con la sua strutturale indeterminatezza e imprevedibilità (esattamente non si sa bene quando cominci e finisca, l’intero processo può prendere un andamento diverso rispetto a ogni previsione), il nascere richiama ancora una volta il “tempo accidentato” di Michel De Certeau (2001/1990): esso “appare soltanto come il buio che crea intoppi e lacune nella produzione. È il lapsus del sistema, e il suo nemico terribile” (p. 283) e va riportato nei ranghi della logica tecnocratica funzionale.

Per raffigurare con un esempio emblematico la linearizzazione artificiale della curva oscillatoria del travaglio – un processo a onde fatto di andirivieni tra contrazione e distensione – possiamo pensare all’azione dell’ossitocina naturale, che è intermittente e varierà momento per momento anche in base alle molteplici sollecitazioni ambientali, e quella dell’ossitocina sintetica usata per indurre e sostenere il travaglio, che è a rilascio continuo e arriva non come stimolo ma come risposta vicaria, sostitutiva in un corpo ritenuto inefficiente (ma solo in pochi casi lo è davvero e spesso a causa delle azioni ambientali di disturbo).

Non è dunque neppure un caso che con il sonno, il processo della nascita condivida molti aspetti che vale la pena tratteggiare in breve per coglierne il potenziale di resistenza: in primis si è detto che esprime una temporalità ciclica, non serializzabile (se non con la costrizione) e accidentata, per molti versi imprevedibile, piena di chiaroscuri proprio come il dormiveglia; è un processo involontario presieduto da aree del cervello antico; è associata metaforicamente come il sonno alla morte e come il risveglio foriera di potenziali novità radicali; esprime la potenza (ri)generativa del bios; richiede intimità; predilige la notte ed esige protezione. È fondamentale tanto nel sonno quanto nel parto la funzione protettiva dell’altro, necessaria a custodire due soggetti vulnerabili e la relativa percezione di sicurezza. In entrambi i casi si sta svolgendo qualcosa che non rientra nei processi controllabili da chi lo sta vivendo ed entra in gioco il ruolo protettivo dell’ambiente, degli altri, della società.

Tutti i tratti elencati infatti confluiscono in quest’ultimo elemento, che fa da perno affinché la nascita avvenga nel modo più fisiologico e rispettoso possibile: la nascita chiede a chi non è coinvolto direttamente nel processo (cioè tutti fuorché madre e figlio) di garantire l’intimità, di proteggere la diade durante travaglio-parto-puerperio dall’invadenza del mondo esterno. L’aspetto sociale della nascita è quindi paradossale all’apparenza, perché si esprime nella garanzia della distanza del mondo razionale-sociale-funzionale dalla diade.

Nella maggior parte delle nascite, accade il contrario. Nelle strutture sanitarie, la donna e il neonato vivono la massima esposizione e invasione, con ricadute sulla salute psicofisica e relazionale di entrambi, anche a lungo termine. E proprio su questo nesso, il conflitto esistente da decenni tra le donne e il mondo sanitario, accesosi negli anni Settanta e lentamente scemato con la seconda metà degli anni Ottanta (insieme a tanto dibattito critico sulla società contemporanea e le sue forme alienanti), prende una forma nuova con l’emergere di figure che accompagnano la donna.


3. Il conflitto tra figure di accompagnamento alla nascita


Il bio-conflitto che imperversa ed è destinato ad acuirsi nell’imminente futuro sulla gestione del corpo della donna-che-genera (Falcicchio, 2016) trova espressione nell’emergere di nuove figure di accompagnamento alla nascita, fortemente osteggiate in ambiente sanitario e dallo statuto ancora incerto[3]. Un primo livello di conflitto, di recente, si è espresso nella denuncia anonima e pubblica della violenza ostetrica: è il caso dell’esperienza della campagna #bastatacere[4], che ha prodotto la nascita dell’Osservatorio nazionale sulla violenza ostetrica. Nell’analisi condotta da Giovanna Bestetti (2016) emerge che davanti alla denuncia aperta delle donne sui social, il mondo sanitario si è spaccato. Nella sostanziale indifferenza dei medici ginecologi, che appaiono tra i più sordi alle richieste delle donne, sono state le ostetriche a polarizzarsi su posizioni di conferma della violenza e solidarietà alle donne nel segno del riconoscimento di una appartenenza comune (come nel caso di Ostetriche: donne per le donne) e posizioni di aggressivo fronteggiamento in una escalation simmetrica.

A un secondo livello, il conflitto si esprime tra le ostetriche, professionalità sanitaria riconosciuta e con una propria federazione (Federazione Nazionale Collegi delle Ostetriche, FNCO), e le altre figure. Nucleo del conflitto è in primis il “che cosa” qualificherebbe le figure emergenti e che si sovrappone in parte al lavoro dell’ostetrica (Marzia; Elena; Mario); ad un livello più sottostante, il focus problematico è l’esplicitazione di bisogni di accompagnamento da parte delle donne che chiamano in causa dimensioni percepite come carenti nell’offerta sanitaria istituzionale e la formulazione di una domanda “dal basso” che sta legittimando di fatto la presenza delle doule sulla scena del parto (Rosaria; Rossella).

Le levatrici vivono nel XIX secolo la fase più acuta di espropriazione del proprio ruolo, un processo intervenuto con l’inizio della modernità in Inghilterra e Francia e giunto lentamente anche in Italia tra Otto e Novecento con l’avvento dell’ostetrica professionista che dopo un periodo di convivenza soppianta la levatrice (Pancino, 1984; Ventura, 2016). Il passaggio anche lessicale dalla mammana (“come una madre”) all’ostetrica (“che sta di fronte”) segnala, per Mario Chiechi, una rivoluzione nel ruolo della donna accanto alla madre, che si impoverisce dei tratti di vicinanza (che significava spesso anche di vicinato) “da donna a donna” capace di contenere, attendere, fare da appoggio.

Nel 1978, scompaiono anche le ostetriche condotte e con loro l’assistenza domiciliare alla partoriente/puerpera (Marzia; Mario), prevista sulla carta nel post partum anche oggi, senza però un effettivo e omogeneo riscontro sul territorio nazionale (G.). Le condotte riuscivano ancora a mantenere il legame stretto con le donne, garantendo una relazione di vicinanza umana e femminile (Bisognin, 2011) che scompare man mano che, intersecandosi e sovrapponendosi a questo processo, si afferma la figura del medico come protagonista indiscusso sulla scena del parto. Oggi l’ostetrica vede fortemente ridotto il suo ambito (Marzia; Rosaria; Mario; G.), ha perso la propria autonomia, viene formata dai ginecologi e anche quando tra i docenti o i coordinatori dei corsi non ci sono solo medici, la cornice epistemologica resta quella dei saperi orientati alla patologia, mentre decadono o comunque non rientrano nelle competenze ritenute necessarie le competenze relazionali. Del tutto fuori dal profilo sono poi le forme di accoglienza/accudimento della puerpera rispetto alla vita quotidiana, come le faccende domestiche (G.), sebbene per le levatrici fosse normale, se necessario, contribuire alla vita della casa della partoriente, proprio in virtù di quei legami “vernacolari” delle società (come quelle rurali o nel Sud Italia) che presentavano ancora tratti premoderni. Il passaggio da “mammana” a “ostetrica” segnala infatti non solo un cambio di guardia nei saperi e nelle figure che si avvicendano, ma, a cornice di queste, un radicale mutamento della collettività, che con il secondo dopoguerra perde molti dei tratti comunitari e si converte in società dei consumi.

Oggi, a prescindere dalle diversità esistenti tra i singoli punti nascita e tra le professionalità, più o meno aperte ad ascoltare i bisogni delle donne, il modello è quello dell’organizzazione razionale burocratico-seriale, cioè industriale, dei reparti di ostetricia, gravati dalla chiusura dei piccoli punti nascita con numero di parti annuale inferiore a 500. A rendere così “industriale” una tale organizzazione tuttavia non è la riduzione del personale o la cosiddetta “medicina difensiva”, che costringono gli operatori e le operatrici a lavorare freneticamente con un carico eccessivo o che impongono il rispetto rigido dei protocolli per timore di denunce (i protocolli si cambiano, peraltro). Essa si può definire industriale per l’organizzazione implicita, certamente appesantita dal regime di restrizioni della crisi economica, ma strutturatasi in molti decenni secondo la logica organizzativa fordista-taylorista della fabbrica industriale, applicata poi anche al bios. La differenza che intercorre tuttavia è quella richiamata nei paragrafi precedenti: l’organizzazione industriale è retta da una logica lineare accumulativa, laddove quella del bios non è propriamente una “logica” quanto una “metica”, rientra poco nel logos e molto più nella metis, anche e soprattutto in virtù della sua ciclicità aperta all’imprevisto che qualifica in modo del tutto personale il processo biologico.

Quando le donne si rivolgono alla doula, al punto da sollecitare sulla base di una domanda reale l’avanzata di questa figura in quanto professionista, mettono sotto la lente critica le figure di assistenza “ufficiali”, insieme ai loro saperi e alle loro epistemologie; evidenziano, accanto ai benefici del loro affermarsi, la perdita di dimensioni che, soprattutto con il Positivismo, cessano di avere importanza nella definizione del profilo professionale. Insieme a pratiche igieniche discutibili e a credenze che già l’Illuminismo (e prima l’Inquisizione) aveva bollato come oscurantiste, viene disperso nel percorso di professionalizzazione su base scientifica delle figure di accompagnamento alla nascita un ampio patrimonio di “competenze” che qualificava la nascita come evento cardine della vita della donna, della famiglia e della collettività.

Oggi il bersaglio della critica espressa dalle donne nei movimenti per la nascita rispettata è prioritariamente la figura del medico ginecologo, che incarna l’appropriazione indebita, da parte di una professione della patologia, di un processo fisiologico e in questa battaglia le donne e le ostetriche sono spesso alleate. Tuttavia la scelta della doula (o mother assistant) da parte di molte, pur non rappresentando un’alternativa ma un’aggiunta all’ostetrica professionista, finisce per rappresentare e per essere percepita da alcune ostetriche (in particolare dalla FNCO) come attacco e minaccia. Parte dei timori espressi dalle ostetriche appaiono condivisibili anche da chi fa la doula o appoggia la diversificazione delle figure di accompagnamento. “È legittima la preoccupazione che un processo così delicato venga accompagnato in modo improvvisato, inadeguato. Una preoccupazione che dovrebbe riguardare anche le ostetriche, che non sono sempre preparate all’accompagnamento e a quel supporto necessario, non sanitario, alle donne. L’università non forma in questo senso” (Marzia).

Il richiamo a dimensioni (percepite) carenti o assenti nelle pratiche sanitarie di assistenza alla nascita (l’informalità, il legame con il quotidiano, la confidenza, l’aiuto pratico in casa, il supporto pratico e psicologico alla neomamma e al neopapà, etc.) fa della doula una figura all’incrocio tra un’amica nella sorellanza del femminile, un’esperta nella relazione di aiuto e una professionista della nascita con conoscenze relative alla fisiologia e alla puericoltura, senza confini chiari – se non quello di rispettare le competenze sanitarie di medico e ostetrica. L’Associazione Doule Italia definisce la doula[5] come: “una figura di sostegno emotivo-pratico in gravidanza, travaglio-parto e dopo parto. La doula è una persona in grado di potenziare le capacità genitoriali. Molte donne sono spaventate dall’idea del parto; altre non possono contare sulla presenza del partner, che decide di non assistere. Per tutte può essere necessaria la presenza costante di una persona esperta e amica, che resti accanto momento per momento”[6].

Questo stare “accanto alla madre” (Scropetta, 2012) è la qualificazione principale della doula, che intesse un rapporto peer-to-peer con la donna, in una condizione di ascolto, apertura e rispetto dei suoi bisogni in gravidanza-travaglio-puerperio: bisogni di accompagnamento a tutto campo, da quelli di vicinanza empatica al lavoro domestico, secondo le esigenze individuali e della coppia. Un’amica, una sorella, che da donna a donna comunica in profondità grazie al vissuto comune e sa “esserci”. Il richiamo è dunque a dimensioni molto sottili, che costituiscono un problema quando una figura esce dall’alveo dell’informalità, dall’accompagnamento e dalla pedagogia peer-to-peer per accedere al livello di professione. Il ragionamento vale soprattutto quando alcune delle sue aree di azione si intrecciano con competenze già certificate in una professione riconosciuta dallo stato, come quella dell’ostetrica. Non a caso nel corso degli anni la FNCO si è espressa, anche ricorrendo a legali, contro le doule, rivendicando il ruolo dell’ostetrica anche nell’accompagnamento psicologico e nel post partum ed evidenziando aspetti di rilievo rispetto al rischio di pratiche ostetriche abusive e, come tali, potenzialmente lesive della salute di donna e neonato[7].

Accanto a questa preoccupazione, tuttavia, ve n’è un’altra prettamente corporativistica: vedersi sottrarre un ambito (comprensivo di gravidanza e post partum) da tutelare come proprio. Le giovani in particolare temono di vedersi togliere possibilità di lavoro dopo la laurea, dato anche il blocco di concorsi e assunzioni nel pubblico. Per Marzia e G., se la difesa corporativa va compresa alla luce del fatto che l’ambito d’azione delle ostetriche si è ristretto moltissimo, il bersaglio è tuttavia sbagliato. Invece che lottare nell’ambito sanitario per ottenere peso, rivolgono l’aggressività difensiva contro le doule. È probabilmente una lotta più semplice, ma che finisce per lasciare inascoltati i bisogni delle donne e i messaggi che a chiare lettere stanno inviando al mondo sanitario e alla società intera. Anche Elena sottolinea che la battaglia delle ostetriche sul piano professionale appare “anche viscerale, non del tutto razionale, perché si accaniscono contro le doule quando ci sarebbe tanto altro da fare”.

Ritorna l’accento sulle carenze in Rosaria: “le doule fanno cose che le ostetriche non sanno fare o non vogliono fare, come coccolare la donna, ascoltarla… fanno il piccolo medico. Se non ci fosse stata questa carenza, le donne non cercherebbero sempre più le doule. Le ostetriche dovrebbero disimparare a fare le ostetriche in un certo senso”. Rossella, riconducendosi anche al suo vissuto di mamma di quattro bambini, richiama al nucleo del discorso: “La donna ha bisogno di una professionalità vicino a lei, al suo fianco. Se/quando l’ostetrica non c’è per questo bisogno di vicinanza, c’è la doula”.

Questi riferimenti evidenziano l’aspirazione a una complementarità di ruoli, secondo cui l’ostetrica si occupa di aspetti di natura tecnica e sanitaria e la doula del resto. Una situazione immaginabile e di fatto praticata nell’assistenza domiciliare, dove la donna entra in contatto con una coppia ostetrica-doula già affiatata, con un rapporto a sua volta di intesa, quando non di amicizia. “Tra me e l’ostetrica con cui lavoro – racconta Alessandra Tamburello, doula in formazione con Mondo Doula – si è creata una bella sinergia, siamo una squadra”. Il rapporto è fondato sulla fiducia e sulla conoscenza reciproca e, sottolinea Elena, le ostetriche che lavorano con le doule spesso si sentono rassicurate dalla loro presenza quando lavorano insieme.

La possibilità di lavorare in coppia può essere un’opportunità per valorizzare così tutte le dimensioni che possono restituire alla nascita il rispetto tanto richiesto dai movimenti: in estrema sintesi, sicurezza attraverso la garanzia della conoscenza della fisiologia da parte dell’ostetrica e intimità da parte della doula.

Per G., le due figure sono “completamente differenti. Se le doule non sconfinano nella parte sanitaria, problemi non ce ne sono. Io le vedo sempre complementari, in coppia. Se anzi istituzionalizzassero la figura della doula, le madri sarebbero molto più distese nei primi tempi”.

Se è vero che per alcuni si tratta di complementarità, tuttavia è impossibile negare che per molti aspetti le competenze finiscono per intersecarsi e sovrapporsi e se le ostetriche sbagliano bersaglio, dal canto loro “le doule non possono continuare a dipingersi come vittime della situazione, presentandosi nello stesso tempo come le detentrici della competenza empatica” (Elena).

Il conflitto tra ostetriche e doule quindi passa attraverso una faticosa definizione delle competenze rispettive, che per Elena potrebbero essere semplificate. Se ci si confronta – sostiene Elena – con la situazione degli USA, dove le doule sono nate, si constata, come suggerito da Debra Pascali-Bonaro[8], che le doule troppo formate rischiano di essere “come l’ossitocina sintetica. In USA sono sufficienti tre giorni di formazione teorica, una lista di 10 libri, e 10 parti rendicontati dalla doula, dall’ostetrica e dalla donna assistita. Si tratta di un approccio meno intellettuale e più pratico. Noi in Italia abbiamo un altro approccio ai saperi, più erudito e ricco, che ha tantissimo da dare, ma in questo caso può suscitare dei problemi. Gli argomenti delle ostetriche sono in parte validi: la formazione delle doule è estesa e può creare sovrapposizioni, non solo con le ostetriche ma anche con le psicologhe, per esempio”.

Se la formazione sulla fisiologia della nascita scatena le reazioni più accese della FNCO, sul versante dell’intimità e della comunicazione i nodi critici sono molti. Innanzitutto la prossimità richiede un insieme complesso di caratteristiche non riducibili a “competenze professionali” come intese nella abituale visione delle professioni. Non si tratta quindi solo dell’estesa gamma di competenze comunicative tipiche della relazione di aiuto, ma anche della qualità della “presenza”, del riconoscimento profondo, da donna a donna, da madre a madre, al punto da lasciare flessibilmente il testimone a un’altra doula se questa con-cordia non si attiva. Siamo sul piano dell’etica della cura, che richiede “decentramento compartecipe” (Mollo, 2008), un piano lontano dalla comune definizione delle professioni, soprattutto sanitarie, e che certamente non trova riscontri in ambito ospedaliero, la cui strutturazione istituzionale impone alla donna professionisti inseriti nei turni stabiliti e con deboli forme di flessibilità, talora senza permettere neppure la presenza del compagno o di un’altra persona vicina. Il banale turn over ospedaliero rende pressoché impossibile che la stessa figura – senza nemmeno scomodare la dimensione delicatissima della confidenza – possa accompagnare un travaglio, che nella maggior parte dei casi, soprattutto per le primipare, dura più di un turno.

Il problema – che peraltro la solitudine di tante donne evidenzia – è la crisi del legame e di quelle dimensioni sottili che ogni professionalizzazione/istituzionalizzazione rischia di cristallizzare, imbrigliare, di fatto imprigionandole in definizioni, anatomizzandole con le distinzioni, chiudendole in certificazioni. Un nodo critico che appartiene a tutte le professioni di cura e di aiuto (Mortari, 2006).

La domanda delle donne rispetto alla doula è un implicito richiamo rispetto alla trascuratezza dell’intero impianto dei saperi medico-sanitari (e non solo…) circa le dimensioni dell’humanitas, che dovrebbero essere proprie di tutti i professionisti e, aggiungiamo, di tutti gli esseri umani in quanto esseri in relazione. Si profila, in quest’ultimo passaggio, lo snodo forse più critico del discorso.


4. La crisi del paradigma positivistico e il bisogno di comunità espresso dalle donne


L’espressione di bisogni relazionali, il cui soddisfacimento è fondamentale nel buon andamento del parto e dell’avvio del rapporto con il neonato, appare spiazzante perché rimette in primo piano con prepotenza dimensioni che l’epistemologia positivistica ha decretato inappropriate ai saperi medico-sanitari, evidenziando anche come l’accompagnamento alla nascita tocchi innanzitutto la vita quotidiana e solo in una piccola parte gli aspetti, pur essenziali, afferenti al sanitario (in parte piccolissima l’area del patologico). Peraltro, nonostante i tentativi di “umanizzare” strutture e mentalità, la situazione è finanche peggiorata con i decenni.

L’espressione di questi bisogni, che non sono solo interpersonali, chiamano in causa la dimensione collettiva, la società intera e la sua responsabilità nei confronti delle nuove generazioni e di chi genera. Riportano la nascita cioè allo statuto plurimillenario di evento collettivo.

“Dobbiamo riportare la nascita alla collettività, ma una collettività dei nostri tempi”, dice Marzia. E G.: “Bisogna riprendersi la comunità. Immagino un’auto ostetrica, come l’auto medica: un’ostetrica e una doula che vanno insieme a casa delle donne. Sarebbe bellissimo!”. Le doule, sostiene Elena, “sono espressione di un bisogno di comunità, ma il problema è che la comunità spesso oggi non c’è. Di certo esse non rappresentano un’espressione anticapitalistica o in contraddizione con il sistema. Fanno parte del mercato e sposano la logica del mercato, anche se spesso vivono, almeno all’inizio, un conflitto interiore tra la logica della prossimità come dono che rende faticoso chiedere un compenso, e la necessità di un corrispettivo per il tempo e la fatica”.

Altrettanto forte il richiamo alla comunità di Mario, per il quale la doula rappresenta una regressione nell’assistenza alla donna. Se il bisogno espresso è serissimo, non è moltiplicando le figure intorno alla donna che si risolve il problema: “va ricostruita la comunità”.

Il punto è critico, dato lo sgretolamento e la liquefazione dei legami sociali (Bauman, 2000a; 2000b) che non siano meramente situazionali (“le comunità su bisogno” che nomina Elena), la “cultura dell’egoismo” (Castoriadis & Lasch, 2014/2012), l’alterazione dei ritmi biologici anche grazie all’accelerazione sociale, la costruzione di identità illusorie tarate su falsi bisogni (Bauman, 2000; Crary, 2015/2013; Rosa, 2015/2010). Rispetto a questo, in modo spontaneo i vari testimoni interpellati hanno richiamato, nella diversità delle opinioni, la definizione di Bauman (2001), quando afferma che “la ‘comunità’ incarna il tipo di mondo che purtroppo non possiamo avere, ma nel quale desidereremmo tanto vivere e che speriamo di poter un giorno riconquistare” (p. 5).

La doula allora può rappresentare simbolicamente un passaggio di paradigma?

Per Elena, “se le doule si muovono esclusivamente nell’ambito dell’economia della cura come servizio, non c’è alcun cambio di paradigma. Un’economia del dono sarebbe un vero cambiamento e quello che vedo è che siamo memori del dono. Oggi c’è spazio per tutto, sia per il dono che per la ricompensa, molte doule lo sanno e praticano entrambe le modalità. Bisognerebbe accogliere la complessità e le sue sfumature, affrontandola a piccoli passi, invece che introdurre ulteriori specializzazioni e distinzioni”.

L’emergere delle doule è un sintomo interessante e, appunto, sfumato e complesso, di come i bisogni fondamentali delle donne in quel periodo unico e delicatissimo che è la gravidanza, il parto e il puerperio sono più che mai sentiti e chiedono risposte a una società che li ha calpestati, marginalizzati, confinati dentro recinti asfittici o negati in toto (bisogni specifici delle donne in questa trattazione, ma anche declinabili per ogni essere umano).

La nascita è patrimonio dell’umanità intera in quanto comunità e la richiesta della doula accanto alla madre è un appello a gran voce a portare la nascita fuori dallo schema rigido di saperi chiusi, reciprocamente segregati, e restituirlo alle persone, al quotidiano, all’husserliano “mondo della vita”. A quella sorta di “fisiologia sociale” che è ben rappresentata dalla vocazione della pedagogia come sapere della cura (Mortari, 2005), della relazione aperta vissuta giorno per giorno, dell’accompagnamento esistenziale dai tratti non terapeutici.

È dentro questo alveo che le donne, in tutta la storia della nascita fino agli ultimi due secoli, si sono conosciute e riconosciute attraverso una vicinanza informale, forme di peer-to-peer education, in cui la dimensione dell’orizzontalità e la reciprocità restano l’asse portante. Questo non ha impedito il conferimento di autorevolezza all’anziana che faceva da levatrice in virtù della maggiore esperienza, dell’affinamento di quella forma di intelligenza richiamabile alla metis, di una pratica più costante dell’aver cura delle donne, unita a una fondamentale autenticità delle relazioni (che non è sempre armonia e concordia, ma include i conflitti). Si trattava di un mondo tutto declinato al femminile, fatto di dimensioni afferenti alla humanitas che non potevano che avvizzire con la professionalizzazione dell’aiuto, fino a evaporare con la neutralizzazione dei generi nelle professioni sanitarie del mondo occidentale.

Il conflitto tra ostetriche e doule rappresenta, nella mia interpretazione, una delle declinazioni contemporanee del conflitto tra donne che rivendicano un parto rispettoso della fisiologia, personalizzato, intimo e il meno possibile disturbato e un sistema di nascita standardizzato, costrittivo, depersonalizzante, il cui la dimensione della relazione e della cura è carente. Se è vero che si tratta di dimensioni molto sottili e personali, è altrettanto vero che si tratta anche di caratteristiche proprie di paradigmi diversi (Mortari, 2001; 2005). In particolare, mi pare di ravvisare – non senza la sensazione di azzardare un’ipotesi ardita – lo stridere di mondi del sapere (nei quali rientra la definizione delle giuste relazioni e delle giuste modalità di trasmissione di quei saperi) collocabili in paradigmi diversi. Da un lato (e senza una linea di confine… chirurgica) il paradigma positivistico tutt’ora dominante che accompagna l’era industriale ed è più che mai funzionale al marketing capitalistico della salute; dall’altro lato, all’orizzonte il paradigma ecologico che, nonostante molti annunci, fa fatica ad affermarsi tanto sul piano scientifico quanto su quello delle Weltanschauungen. Se, in questo caso, si tratterà davvero di un passaggio di paradigmi e non di un assestamento interno alla scienza normale, sarà dato saperlo dopo un lungo tempo di rivoluzione scientifica (Capra, 2012/1982; Kuhn, 1985/1977), nel quale forse ci troviamo in questo momento in cui i livelli di conflitto sono molto elevati, ma in cui, allo stesso modo, i conflitti tendono a essere risucchiati facilmente e normalizzati.

In particolare, quello tra ostetriche e doule può rivelarsi tanto un conflitto interno al paradigma capitalistico-scientista-tecnocratico, rappresentando il processo di avanzamento di una figura professionale tra le altre, anzi un’ulteriore specializzazione e frammentazione, quanto l’occasione per ripensare in modo radicale – cioè sistemico e complesso – i bisogni di accompagnamento e di salute delle donne che mettono al mondo e dei bambini che nascono. La sfida sarà quella di non perdere, come suggerisce Elena Skoko, le sfumature di una complessità che presenta al suo interno anche contraddizioni valorizzando le potenzialità stesse del conflitto.

Che a rispondere a questi bisogni siano le ostetriche, recuperando spazi sottratti loro nel tempo e uscendo dalla funzione ausiliaria o imitativa dei ginecologi, o le doule, affermandosi in maniera più stabile sulla scena del parto, non è dato saperlo oggi. Lo scenario è aperto e in costruzione.


Note


[1] “Il tempo accidentato è quello che si racconta nel discorso effettivo della città: una favola indeterminata, meglio articolata sulle pratiche metaforiche e su luoghi stratificati rispetto all’impero dell’evidenza nella tecnocrazia funzionalista” (De Certeau, 2001/1990, p. 284).

[2] Si pensi all’offerta commerciale vastissima di farmaci e prodotti uniti dallo stesso intento di ridurre, contenere, livellare gli “estremismi” di un corpo intorno a cui l’immaginario corrente (ben radicato nei secoli ma aggiornato alla luce della logica capitalistica) permette alla donna (in realtà pretende dalla donna) di “fare come se non ci fosse”: andare a scuola e lavorare come se il mestruo non ci fosse; tornare al lavoro come se non avesse partorito da pochi mesi; tornare in forma come se non avesse vissuto una gravidanza; restare attraente e sessualmente appetibile come se la menopausa non fosse mai arrivata e magari ritardandola. Dagli analgesici per i dolori mestruali agli assorbenti o agli integratori per la donna più matura, passando per il vero delirio commerciale intorno a parto, allattamento e accudimento del lattante, le tappe della sessualità femminile (menarca, gravidanza/parto, allattamento, menopausa) devono seguire la regola così ben descritta da Ivan Illich (1984) di “neutralizzazione dei generi”, sfumando le tinte forti che le accompagnano, proprio come il porpora del sangue mestruale diventa algido blu negli spot.

[3] Mi avvalgo, segnalandolo di volta in volta, di conversazioni con testimoni privilegiate/i, con alcune/i dei quali il dialogo dura da anni; con altre/i, sul questo tema specifico, i contatti risalgono ad aprile 2017. Le personalità coinvolte sono sette: Marzia Bisognin, Mario Chiechi, Rossella Mesto, Rosaria Santoro, Elena Skoko, Alessandra Tamburello, G.. Gli apporti di ciascuno sono segnalati dal virgolettato e richiamati, in presenza di un riferimento anche quando non c’è una citazione diretta, dal nome di battesimo in corsivo tra parentesi. Marzia Bisognin è Presidente della sede di Bologna del Melograno- Centro Informazione Maternità e Nascita, fondatrice con Tiziana Valpiana, di “Madrisane Terrafelice” per sostenere il lavoro di Ibu Robin Lim, doula formatasi con Norma Fulgeri, è autrice del volume Volevo fare la Fulgeri e del blog www.marziadoula.blogspot.com, oltre che di vari saggi e articoli. Mario Chiechi è stato ginecologo e docente presso il Policlinico di Bari, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e volumi sulla medicalizzazione della salute femminile. Rossella Mesto è pedagogista, madre di quattro bambini, attivista per la nascita rispettata in Puglia, ha fondato l’associazione “Idee per essere felici”. Rosaria Santoro è ostetrica domiciliare, attivista per la nascita rispettata. Elena Skoko è co-ideatrice della campagna #bastatacere e co-fondatrice dell’Osservatorio sulla violenza ostetrica Italia (OVO), autrice del volume (2013) Memorie di un parto cantato. Una nascita gentile con Ibu Robin Lim (Firenze: Phasar). Alessandra Tamburello è doula in formazione con la scuola Mondo Doula, siciliana. G. è un’ostetrica ospedaliera che ha scelto di restare anonima.

[4] Il 5 aprile 2016 viene aperta la pagina facebook “Basta tacere: le madri hanno voce”. In forma anonima chiunque potrà dare voce alle esperienze di abuso e mancanza di rispetto vissute in prima persona o in quanto assistenti. La campagna #bastatacere in poche settimane dilaga; le foto dei fogli su cui le donne scrivono cosa hanno subito si moltiplicano. Si leva però anche la contro-voce, non di rado molto aggressiva, di parte del mondo ostetrico. Il 20 aprile 2016 viene aperto l’OVO, Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia, organismo multidisciplinare gestito dalle madri teso a raccogliere dati sulla violenza ostetrica in raccordo con analoghi osservatori internazionali (www.ovoitalia.wordpress.com).

[5] La parola viene usata dall’antropologa Dana Raphael nel 1973 per descrivere le donne, già madri, che nelle Filippine assistevano le puerpere nell’allattamento. Sul piano delle ricerche M. Klaus e J. Kennell scoprirono fortuitamente che i parti avvenuti con la presenza continuativa e amichevole di un’altra donna erano più facili e veloci. Nel caso specifico si trattò di studentesse che partecipavano alle ricerche dei due studiosi e che, contravvenendo ai protocolli, finivano col restare accanto alla madre. Da un caso fortuito si svilupparono ricerche ulteriori e la parola doula, presa in prestito dalla Raphael, entrò nell’uso.

[6] http://www.douleitalia.it/chisiamo.html (corsivo di chi scrive).

[7] Dei materiali presenti sul web, sul sito della FNCO sono presenti documenti interessanti come la seguente richiesta di parere pro veritate allo studio legale Pierluigi Balducci sul “Riconoscimento della professione di doula – Sovrapposizione con attività e profilo professionale delle ostetriche e di altre figure di sostegno e di supporto”, in seguito alla richiesta dell’ADI (Associazione Doule Italia) di normare la professione della doula. Disponibile in:

http://www.fnco.it/custom/fnco/writable/news/allegato%20prot_%201395

%20parere%20pro%20veritate%20doula%20prot%201284%20del%2030-9-13.pdf.

[8] Debra Pascali Bonaro è una delle formatrici di doule più note al mondo (www.debrapascalibonaro.com).


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