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Maggi, U., Meardi, P., & Zanellli C. (A cura di) (2016). Biblioteca vivente. Narrazioni fuori e dentro il carcere. Como: Altreconomia
di Francesca Rubino   

Biblioteca Vivente è un progetto che ABCittà, cooperativa sociale impegnata nello sviluppo di processi di partecipazione e nella progettazione sociale, ha sviluppato e promosso con e nel carcere dal 2014. Attraverso racconti, brevi saggi e immagini il libro parla di un’esperienza umana che è strumento educativo di coesione sociale.

Biblioteca Vivente, nella versione originale Human Library, nasce nel 2000 in Danimarca come reazione creativa e positiva di un gruppo di giovani a un episodio di aggressione razziale. Convinti che unico antidoto alla discriminazione sia la conoscenza, fondano l’associazione Stop the Violence e creano il progetto di una biblioteca umana. L’intuizione è giusta. L’esperienza si rivela efficace, diretta, forte e gentile al tempo stesso. Nel 2003 il Consiglio d’Europa la riconosce e incoraggia come “buona prassi interculturale” e Biblioteca Vivente si diffonde presto in contesti diversi come mezzo semplice e concreto per promuovere il dialogo e abbattere stereotipi.

Le prime edizioni italiane risalgono al 2007 (Melting Box) e 2008 (Salone Internazionale del Libro di Torino). A partire dal 2010 ABCittà ha riproposto più volte l’esperienza di Biblioteca Vivente. A partire da un primo evento realizzato a Milano nel quartiere di via Padova, caratterizzato da una forte multiculturalità, numerose sono state le edizione che hanno affrontato vari temi: differenze culturali, religiose, di professione, di orientamento sessuale, disabilità, malattia mentale, dipendenze, stili alimentari, cultura Rom, detenzione.

Ma il volume non è teso a ricostruire solo la storia di questo dispositivo socio-pedagogico ma è anche una guida per capire come funziona realmente una Biblioteca Vivente. Come in una comune biblioteca anche qui ci sono bibliotecari e cataloghi, la differenza sta nel fatto che per leggere i libri in questione non c’è bisogno di trovare magari un angolo di quiete per concentrarsi e dedicarsi alla magica attività della lettura ma “solo” decidere di “sfogliare” per circa 30 minuti una persona in carne e ossa, veri e propri “libri umani”. No, nulla a che vedere con il romanzo di Ray Bradbury Fahreneith 451. Qui di bruciante c’è solo la voglia di raccontare e di essere ascoltati. Ogni lettore sceglie e “prende in prestito” un libro vivente in base ai titoli e a quarte di copertina che hanno lo scopo di incuriosire. I lettori entrano così in contatto con persone con le quali nella quotidianità non avrebbero occasione di confrontarsi e che spesso sono oggetto di pregiudizi e discriminazioni.

Questo libro, cartaceo, nella prima parte racconta l’incontro tra Biblioteca Vivente e carcere attraverso le narrazioni di cinque scrittori emergenti, “lettori privilegiati” dell’evento svoltosi nel luglio 2015 presso il carcere di Bollate, accompagnate da un brano di Gianni Biondillo.

Per orientarci tra le varie storie il primo capo del gomitolo ce lo porge proprio Biondillo che, ne Il filo di Arianna, svela il suo trucco da prestigiatore per rompere il ghiaccio con i carcerati. Il racconto delle sue umili origini crea subito un “noi” e sfonda il pregiudizio che non risparmia neppure chi è dietro le sbarre.

Sbarre e cemento. Quello che nell’estate 2015 separava il carcere di Bollate non solo dal resto del mondo, ma anche e soprattutto dall’Expo.

Spazio.

“Qui impari a custodire ogni centimetro del tuo spazio” confida la donna dagli orecchini di perle a Stefania Arru. “Ma i tuoi centimetri finiscono per confondersi con quelli degli altri. Non ci fai più caso”. “La colpa di ognuno diventa la colpa di tutti”.

A pochi metri di distanza l’Albero della Vita dell’Expo illumina il cielo, quello di tutti.

C’è tra i detenuti chi all’Esposizione Universale chi ha persino lavorato, come guardia. “Strano che io guardia? Gente di me si fida” dice il tunisino dagli zigomi scolpiti. Un lavoro vero, quello desiderato nel lungo viaggio che lo ha portato in Italia, lo ha solo ora, in carcere. “Spero di tornare presto nel mio Paese e poter spiegare ai miei figli che una volta ero bambino anch’io come loro” rivela.

 

“C’è qualcosa di infinitamente intuitivo nel male. A volte è autentica la consapevolezza nella scelta delle direzioni da prendere. Altre volte la differenza tra bene e male è sottile, talmente sottile da risultare incomprensibile”. Insieme a Matteo Ferrario ci ritroviamo a cercare di capire che dimensione ha nella nostra mente “il più grave di tutti”, quel reato commesso da una giovane donna, che, dietro al sorriso e a un po’ di trucco, sembra nascondere un macigno.

Eppure non si è lasciata schiacciare. Un happy ending si intravede per lei all’orizzonte.

Grazie alla penna di Paola Meardi immaginiamo poi Valentina. Mentre prepara la cena nella sua cucina al figlio che gioca con le macchinine a guardia e ladri può dire che i delinquenti non sono animali. Ma dentro di sé si è sempre sentita sicura, tranquilla perché “c’è il filo spinato a proteggere chi sta fuori”. Eppure, da quando è stata in carcere a parlare coi “cattivi”, Valentina si sente dalla loro parte. Quasi un pregiudizio al contrario.

Certi incontri fanno scattare qualcosa nel quotidiano, nella calde vite familiari, comode, apparentemente imperturbabili. E nulla è più come prima.

Un incontro può anche riportarne alla mente un altro, avvenuto molti anni addietro. Succede in Dopo di Massimiliano Maestrello. “Da dove iniziare? Di cosa avrebbe voglia di parlare davvero una persona che vedi per la prima volta, e con la quale sai già che trascorrerai solo una porzione limitata di tempo?”. E insieme quanta libertà e naturalezza proprio questo pensiero può conferire alla conversazione!

A chiudere i racconti Martina Fragale con la sua Marsala, donna eccessiva, fuori luogo, l’unica in grado di brindare alla vita con un bicchierino di caffè. Quello scadente della macchinetta, ma che per qualcuno ha il sapore di libertà.

 

La seconda parte del libro contiene approfondimenti teorici a cura di Cristian Zanelli, presidente di ABCittà, e Ulderico Maggi, formatore e consulente pedagogico, nonché socio di ABCittà.

Il loro contributo descrive metodi e significati dell’evento. La fase di apertura al pubblico è infatti solo l’aspetto più visibile di un processo di promozione, formazione, organizzazione e valutazione della Biblioteca Vivente. Processo complesso e che necessita di una metodologia accurata. Gli organizzatori, coloro che saranno poi i “bibliotecari”, si limitano a costruire le condizioni facilitanti dell’incontro. Obiettivo del percorso di preparazione all’evento è quello di costruire un ponte tra dentro e fuori. Come sottolinea Zanelli “le relazioni che si intrecciano per rendere tutto questo possibile, fra detenuti, operatori interni ed esterni all’istituto carcerario, diventano una nuova forma di educazione, capace di rappresentare in senso lato il fine ultimo della detenzione: la liberazione”.

Biblioteca Vivente è un vero e proprio dispositivo pedagogico e sociale frutto di un’intenzionalità specifica: la decostruzione dei pregiudizi e la nascita di fiducia.

E cosa meglio di un incontro fisico, reale, faccia a faccia, corpo a corpo per affrontare la nostra paura dell’altro?! Paura che si annida nelle viscere, che ha origine dal buio, dall’ignoto.

“Tra i corpi” ricorda Ulderico Maggi “avviene un incontro unico e irripetibile dove non solo il libro umano, ma spesso anche il lettore aprono le loro porte più segrete attraverso la rievocazione”. Perché se è vero che confidarsi in pubblico è un po’ come perdere l’anima, nella Biblioteca Vivente la lettura uno a uno conferisce un’inaspettata intimità che invece sembra aggiungerle qualcosa. Dopo aver ascoltato quelle storie e osservato quei volti, essi ti accompagnano, come i personaggi di un romanzo, e, per qualche giorno, respirano con te. In questo modo il dispositivo raggiunge il suo obiettivo, “diventa occasione di liberazione sia del detenuto-libro-umano che esce dalla sua pena attraverso la narrazione biografica e la relazione, sia del lettore che si allontana almeno per un po’ da un suo pregiudizio”.

Lo sguardo dei lettori e dei libri umani che si può scorgere dalle foto, scattate all’evento di Bollate e che corredano il testo, parla di vita, di incontri, di speranza, di umanità, di noi.

“Qualunque cosa quel noi possa significare”.