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Raccontare la realtà: tra giornalismo e narrazione autobiografica. I linguaggi della storia attraverso i media
di Ludovica Lops   

Sarajevo, 1992. Tre mesi trascorsi sotto un assedio destinato a durarne altri quarantatré.

Mentre serbi e bosniaci muoiono nelle strade della città che li aveva visti vivere in pace, i media internazionali sono chiamati a raccontare ciò che lì accade, intrappolando immagini e catturando testimonianze, racimolando numeri da imbottigliare e far entrare nelle case e nella quotidianità di coloro che, in un luogo più o meno lontano ma in ogni caso diverso da quello, scopriranno così che nella capitale di Bosnia ed Erzegovina si muore in fila per l’acqua. A riportarlo agli italiani è Marco De Luca, il giornalista della Televisione di Stato che ha deciso di attraversare l’Adriatico per far guardare quella guerra, come altre in passato, attraverso i suoi occhi.

Marco De Luca non esiste, la sua storia sì. Si inserisce nella Storia di Sarajevo, entrambe coprotagoniste di Non chiedere perché. È a questo libro, edito da Rizzoli nel 2011 [1], che Franco Di Mare – che abbiamo intervistato per parlare di giornalismo e narrazione autobiografica – ha affidato ricordi vecchi di 20 anni, prima che la sua mente, complice il tempo e la vita che scorre, iniziasse ad operare quel processo di sbavatura e alterazione, prima che si innamorasse di verità che storiche non erano, prima che consegnare a sua figlia in eredità la memoria del loro primo incontro e di quelle circostanze che lo hanno reso padre non fosse più possibile se non accettandone una corruzione. In Non chiedere perché Storia e storia coesistono in una vicenda alimentata da due forze uguali e contrarie: da un lato Sarajevo, la città assediata cassa di risonanza di un’Europa in trasformazione, dall’altro Malina, 10 mesi e una testa bruna nel mare biondo di un orfanotrofio bombardato, paradigma, forse, di quella diversità solo apparente in nome della quale sembrava si stesse combattendo.

I fatti riportati nel romanzo sono – come Di Mare chiarisce congedando il lettore – veri, gli episodi autentici; cambiano i nomi dei protagonisti, “alcuni dettagli ormai perduti” sono immaginati, “qualche altro ingombrante” è stato limato “per esigenze di racconto” (p. 295). Il risultato è un grande, lucido e ragionato reportage di ciò che è stato – ed è stato alle porte di casa nostra – in cui lo spirito dell’inviato di guerra si intreccia in un processo irreversibile con l’animo di un uomo toccato nella sua sfera più intima, quella degli affetti. Un bombardamento da raccontare ai telespettatori per informare e scuotere le coscienze diventa la possibilità che una bambina ha di scuotere quella di un giornalista 37enne che credeva di non poter perdere altro che la propria vita. Prima di condurlo nella realtà di quell’inizio estate del 1992, Franco Di Mare fa brevemente sostare il lettore nel dicembre del 2009, un presente narrativo che ritornerà in chiusura. Una simile struttura ad anello permette l’introduzione di un tema che appare da subito caro allo scrittore e che viene ribadito dalla scelta di riportare i nomi autentici delle vittime citate: il tema della memoria. Una memoria non fredda e cristallizzata in testi, archivi e documenti, ma partecipata, sentita come porzione di un passato prossimo a cui si appartiene, in quanto esseri umani e cittadini.

Il ritorno a Sarajevo 17 anni dopo il giorno in cui era ripartito da lì portando con sé colei che da alcuni attimi era diventata sua figlia si fa pretesto per rievocare e fissare definitivamente quanto accaduto a lui, a lei, a quel popolo colpito nel momento stesso in cui iniziava ad assaporare la libertà di poter tracciare in autonomia il proprio percorso. La Sarajevo del 2009, con i suoi muri ridipinti ancora scolpiti dai proiettili dei mitragliatori, porta le cicatrici del suo personale martirio, continua silenziosamente – ormai fuori dal cono di luce dei riflettori – ad essere testimone discreta e dignitosa di uno dei più cruenti assedi dell’Europa moderna, testimone per lo più inascoltata: “C’è un’intera generazione che sembra voler sfuggire ai ricordi. È come se nessuno volesse conservare la memoria di quello che è stato, di cosa eravamo diventati. Nessuno, tranne i vecchi. Sono i soli che ricordano che pochi anni fa un chilo di zucchero, al mercato nero, costava sessanta marchi tedeschi mentre gli stipendi non superavano i cinque” (p. 21).

È proprio ripercorrendo insieme al lettore le strade di una città che per quasi quattro anni aveva dovuto trovare il modo di non implodere nell’isolamento forzato e violento a cui era stata relegata che si allarga l’orizzonte spazio-temporale dell’attenta riflessione di Di Mare che, zoomando sull’impronta lasciata da Gavrilo Princip il giorno in cui sparò i due colpi che mutarono il futuro del mondo, ricorda come, per una macabra ironia della sorte, la Storia di un intero Secolo sia ripetutamente passata di lì: “‘Il Novecento è iniziato e finito proprio qui, con gli accordi di pace del '95’ pensò Marco. Il secolo più sanguinoso della storia dell’umanità aveva aperto e chiuso il suo cerchio nella capitale della Bosnia. Sarajevo aveva segnato in modo indelebile i destini di decine di milioni di persone. ‘E anche il mio’ concluse sorridendo” (p. 25).

Storia e storia, dicevamo; la memoria individuale che trova il proprio spazio nella collettiva, nelle vicende di quell’assedio di quasi due decenni prima. Solo ora si può approdare al 1992. Il romanzo procede, da questo momento, in un costante e stabile equilibrio stilistico e linguistico tra una narrazione giornalistica ed una pura, entrambe occasione per Di Mare di proporre riflessioni, elaborazioni di esperienze dirette professionali e umane sul ruolo del giornalista e dei mass media, sugli aspetti quotidiani della guerra e sulla deformazione che questa imprime alla vita. Con lui, inviato della tv di Stato, la Televisione guarda se stessa dall’interno, consapevole delle proprie criticità: “Quella stessa tv che aveva contribuito ad alfabetizzare l’Italia del dopoguerra era adesso diventata la causa della desertificazione espressiva in cui vivevano. I servizi televisivi pescavano in un vocabolario ridotto a un Bignamino dell’indispensabile, a un sussidiario del luogo comune” (p. 55), un sacrificio compiuto in nome di quelle “ipertrofie semantiche […] prodotte dalla necessità della sintesi” (p. 54). È lui, giornalista di guerra, ad interrogarsi sul racconto che della guerra va o viene fatto: “A cosa serve un inviato di guerra se non racconta la vita ai tempi della guerra?” (p. 102); “A Sarajevo, in quei giorni, due bambini feriti da una granata non valevano granché sul mercato della notizia” (p. 108); “Filmare bambini era una cosa al limite del lecito, e a lui non sfuggiva, certo, che costituiva un colpo sotto la cintura, una roba da tv del dolore, da carità pelosa […]. C’era qualcosa di più terribile che bombardare bambini senza famiglia? ‘E allora mostriamoli i volti degli orfani, così se a qualcuno non è ancora chiara l’idea, guardandoli in faccia capirà di quale abominio stiamo parlando’ si disse” (p. 110). Quella guerra che rende eccezionale ciò che in pace è fondamento della dignità umana e normale la sua mortificazione: “La gente fa la fame e vive dell’elemosina internazionale” (p. 136); “quello che a noi manca veramente non sono i soldi in sé. Ci manca una vita normale […]. Viviamo nel ricordo di quando potevamo fare una passeggiata tra i boschi, andare alla partita di basket o a farci una pizza” (p. 239). Sarajevo, fino ad allora, era stata “una delle città più aperte e tolleranti d’Europa” (p. 79), il luogo “dove le tre confessioni nate da Abramo avevano convissuto pacificamente per cinquecento anni” (p. 90), i cui abitanti avevano condiviso spazi e sentimenti “prima che ci spiegassero a colpi di granate, tutti i giorni […] che invece siamo diversi” (p. 92). Sarajevo a un passo dall’Italia, “dal paradiso all’inferno in un giro di valzer” (p. 62).

Questo mondo complesso ma solidamente composto è costituito da avvenimenti ed emozioni, da fatti storici e momenti intimistici che Franco Di Mare riesce a mantenere sempre distanti dai rispettivi eccessi dell’impersonale cronaca giornalistica e di una imbarazzante pateticità. Lo fa con uno stile ammirevolmente calibrato che ha i suoi momenti migliori nelle parti descrittive. Di Mare non impone mai un’immagine davanti agli occhi del lettore ma lo accompagna con un flusso che, di volta in volta, lo avvicinano sempre di più ad essa, rendendolo artefice quanto l’autore della rappresentazione di ogni singolo momento. Rappresentazione che è diventata televisiva ne L'angelo di Sarajevo, miniserie in due puntate trasmessa in prima visione il 20 e 21 gennaio 2015 su Rai 1, liberamente ispirata proprio al romanzo di Franco Di Mare, che ne è cosceneggiatore.

Torna Marco De Luca con il volto di Giuseppe Fiorello, a cui si deve l’idea della trasposizione, tornano Malina e Sarajevo. Il confronto con il romanzo non lascia dubbi sulla necessità che, cambiando medium, cambino le esigenze della narrazione. L’universo privato dei protagonisti viene portato all’esterno e mostrato attraverso le immagini che qui si impongono accompagnate da più fitti dialoghi, mentre esplodono i rumori ovattati dalla pagina scritta. Ci sono dettagli a cui si rinuncia, altri vengono aggiunti o mutano, come il numero dei personaggi e il destino di alcuni di essi. La storia viene declinata in un linguaggio diverso da quello per cui era nata ma non per questo perde forza e incisività, non per questo dimentica la sua essenza. Dal libro alla serie televisiva cambia il momento in cui le vicende narrate entrano nella vita di chi le apprende: Non chiedere perché riempie la quiete della lettura, L’angelo di Sarajevo segue lo spettatore nella sua quotidianità domestica, spesso caotica e distratta.

Il lavoro del giornalista e quello del narratore, il racconto della Storia e l’autobiografia e le difficoltà stilistiche ed emotive della coesistenza di entrambe in un testo, il passaggio dal romanzo al prodotto audiovisivo e il ruolo della televisione nella formazione e nell’educazione: è per affrontare tali tematiche che abbiamo incontrato Franco Di Mare. Un tentativo di approfondire insieme all’autore i numerosi spunti di riflessione offerti dalla sua opera e dalla sua esperienza professionale e umana trasformatosi, sin dalle prime battute, in occasione di ulteriori e stimolanti approfondimenti.

 

 

Note

[1] Edizione del romanzo di riferimento: Di Mare, F. (2015). Non chiedere perché (2 ed.). Milano: bestBUR.