Buone prassi - Good practices Stampa Email
Storie maestre: comporre un archivio per prendersi cura di chi cura
di Archivio vivo   

Questo articolo espone alcune pratiche di formazione-ricerca sperimentate in un gruppo di ricercatrici e assistenti sociali a Verona nel corso del 2015.

Il percorso mirava a fare emergere le competenze taciute delle professioniste e, una volta riconosciuta la specificità di genere, si è fondato sulla valorizzazione dei saperi incarnati e situati, del nesso tra dimensione lavorativa e personale. La finalità principale era analizzare, attraverso un processo partecipato, le competenze acquisite nell’esperienza professionale dell’assistente sociale nel lavoro di accompagnamento e cura dei pazienti ai fini di un miglioramento degli strumenti di valutazione del processo di aiuto. Laddove le professioniste sono normalmente preposte a raccogliere ed oggettivare la storia degli utenti, il gruppo in formazione si è invece soffermato sui passaggi biografici delle operatrici. È emerso che la relazione con alcuni utenti ha suscitato delle questioni chiave tali che questi incontri hanno determinato una profonda coscienza del proprio ruolo sociale e del proprio posizionamento geopolitico, una rinnovata comprensione della realtà, un desiderio di spostamento dai protocolli.

In questa prospettiva l’analisi delle narrazioni della relazione di aiuto ha permesso di nominarne senso e significato, ha innescato un processo continuo di correlazioni di informazioni, necessario per un’adeguata comprensione delle situazioni complesse. La narrazione delle storie tratte dalle biografie professionali ha permesso l'attivazione di passaggi fondamentali sia per la messa a fuoco delle competenze acquisite ma tacite sia per la condivisione di un processo di autovalutazione sugli strumenti e le pratiche messe in atto nei percorsi di cura.

La proposta di specifiche tecniche di composizione ci ha condotto alla creazione di un archivio di storie maestre: non la storia di un singolo utente, neppure la storia della professionista. Per storia maestra intendiamo la storia di una relazione situata in un contesto relazionale e istituzionale specifico, nata da un’elaborazione in uno spazio comune di ricerca che permette il passaggio riflessivo all’impersonale. La storia maestra indica delle pratiche possibili oltre i protocolli, perché non si focalizza sulla ricerca delle identità dell’altro, ma mette in evidenza l’importanza di collocarsi in una dimensione geopolitica che pone le storie necessariamente in relazione.

 

This article deals with some practices of research and education which have been conducted with a group of researchers and social workers in Verona in 2015.

The education practice aimed to enhance unexpressed professional competences. The practice was gender sensitive and based on the development of embodied knowledge, which recognizes the relationship between work activities and private life. The aim was to analyze the competences which social workers gathered through professional experiences while performing patience care services, in order to ameliorate the procedures of assessment of the professional practices.

While professionals are usually supposed to gather the individual stories and to objectify them, our group has focused on the professional’s experiences and biographies. The relationship with some of the users of the social services raised some core issues. The practice was successful in enhancing the awareness of the professional’s social relevance and geopolitical positioning, a deeper understanding of reality and the need to revise the traditional procedures.

We developed specific writing techniques, which have lead us to the archive of teacher-narratives and the development of practices which take the perspective of the ones who care.

In this perspective the analysis of the narrations of the care relationship has allowed to define the sense and meaning of the relationship itself, it triggered a continuous flow of correlations of information, which is necessary for a proper understanding of complex situations.

The narration of the stories extracted from the professional biographies lead to the activation of fundamental paths, in order to focus on the acquired (but still unexpressed) competencies and to share a process of self-assessment regarding the tools and the practices.

The proposal of specific techniques of narrative composition has conducted us to the creation of a file of teacher stories, which are neither the story of a single user, nor the story of the professional. With teacher-stories, we intend the story of a relationship which is situated in a relational and institutional context and became active from the elaboration in a common space of research. It is this common space that allows the reflexive path to be impersonal. The teacher-story points at some possible practices beyond the procedures, since it does not focus on the research of the identities of the other person, but it underlines the importance of being in a geopolitical dimension that connects the stories in a necessary manner.

 

1. Introduzione: valorizzare il portato biografico nelle pratiche professionali

 

Questo saggio espone alcune pratiche di formazione-ricerca sperimentate negli ultimi quattro anni con 12 assistenti sociali nel territorio di Verona.

La finalità principale di questo percorso era studiare le competenze acquisite nell’esperienza professionale dell’assistente sociale nel lavoro di accompagnamento dei pazienti ai fini di un miglioramento degli strumenti di valutazione del processo di aiuto. Nella letteratura la valutazione è infatti considerata ‘un percorso di costruzione dotato di significato’ che permette un processo di conoscenza necessario per assumere decisioni e adottare comportamenti conseguenti. Saper valutare consente perciò di “selezionare, respingere, organizzare, associare, classificare, raccogliere, elaborare, costruire progetti, idee, azioni” (De Ambrogio, 2007, p. 28).

In questa prospettiva l’analisi delle narrazioni della relazione di aiuto permette di nominarne senso e significato, innesca un processo continuo di correlazioni di informazioni, necessario per un’adeguata comprensione della situazione dei soggetti coinvolti pensati in relazione: i pazienti, i professionisti, le istituzioni, le dinamiche geopolitiche (Sironi, 2010) secondo una visione olistica dei soggetti e delle istanze da essi portate.

La formazione-ricerca mirava a mettere in evidenza le cronicità di pensieri e dei comportamenti alimentate dalle stereotipie istituzionali e a come superarle attraverso la messa in luce dei saperi situati, individuali e collettivi, per renderli fruibili prima di tutto all’intero gruppo e, successivamente, ad altri.

La narrazione tra sé e sé e in relazione al gruppo di formazione-ricerca è un modo di operare che apre alla partecipazione di tutte e ad un’esposizione in prima persona. Infatti sin dall’inizio tutte, formatrici e formate, abbiamo preso consapevolezza che la biografia professionale rivestiva un ruolo fondamentale per ritrovare una fedele rappresentazione del proprio lavoro, quindi, per ricucire quel nesso tra la dimensione professionale e la sfera personale apparentemente perduto o meglio messo a tacere dalle ultime trasformazioni istituzionali.

“Abbiamo i pensieri, abbiamo le emozioni, abbiamo le esperienze, abbiamo le nostre buone pratiche celate, abbiamo tutto quello che i grandi manager dei nostri servizi temono. Abbiamo un’eredità che non può più tacere. Mescoleremo personale e professionale affinché il terzo spazio dell’impersonale sia possibile. Pensare in presenza, pensare collettivamente determina delle sincronie, delle connessioni e un immaginario comune non più espressione del mio io ma di un me e di noi, di un loro universale. In questi tempi in cui tutto viene tarato sull’efficienza, sul risparmio, sulla logica massimo col minimo sforzo, ritaglio il mio piccolo angolo per essere qualcosa d’altro, un’eccezione alla regola” (V., assistente sociale)[2].

 

2. Una formazione-ricerca contro il pericolo della storia unica

 

La formazione-ricerca Archivio vivo nasce in uno spazio del Centro di Prevenzione e Reinserimento del Servizio per le Tossicodipendenze dell’Azienda socio-sanitaria di Verona. Questo è un luogo di facile accesso, abitualmente utilizzato da molti operatori del territorio per incontri di rete e di formazione: ampio, con nessuna connotazione sanitaria, pur appartenendo ad un servizio fortemente sanitarizzato, diverso dalle sedi istituzionali in cui gli operatori incontrano le persone in difficoltà.

Questo spazio ha visto e protetto sguardi, lacrime, domande, prese di parole e gesti di nominazione di un gruppo di dodici assistenti sociali. Dieci di loro lavorano con persone con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti e psicotrope, con malati di Aids, con problematiche psichiatriche; altre due lavorano presso l’Ufficio esecuzione penale esterna [UEPE], del Ministero della Giustizia, e seguono persone sottoposte a misure alternative alla detenzione spesso in collaborazione con i SerD per i detenuti tossicodipendenti. Il gruppo, composto da quattordici donne e un uomo, è eterogeneo per età, sono presenti, infatti, tre generazioni di professioniste.

Molte di loro hanno espresso un disagio derivante da un cambiamento nel modo di lavorare avvenuto nel tempo. Emerge con ricorrenza la percezione di una perdita di qualità del lavoro. Una delle cause individuate rimanda a dinamiche proprie ai servizi sociali:

“Abbiamo constatato come spesso sia per le/i professioniste/i che per le istituzioni i pazienti cosiddetti cronici rischiano di diventare invisibili. Le loro storie si ripetono uguali e seguono le aspettative delle/dei professioniste/i: pazienti cronici con professionisti cronici che sanno già cosa dirà il paziente, e il paziente sa già cosa dire per soddisfare le loro aspettative. Nel lavoro di gruppo siamo partiti dalla coppia di parole cronicità/abilità soffermandoci sul rischio che, lavorando con i cronici, si potesse perdere l’interesse per le loro storie di vita e con esse la nostra capacità di ascolto” (R., assistente sociale, incontro di restituzione ai dirigenti e operatori, Progetto FEI, Verona, 2014).

Queste dinamiche si rafforzano in corrispondenza ad alcune modificazioni strutturali del servizio. Troppo spesso, infatti, le storie di chi lavora e delle persone per cui si lavora, si trasformano in numeri, prestazioni, tipologia di interventi da riportare nei report, nelle statistiche, per definire il budget. Sembra prevalere una logica manageriale centrata sul prestazionismo. A questo proposito, il gruppo riceve un’ulteriore conferma nell’apprendere che l’archivio cartaceo, contenente numerose centinaia di cartelle socio-sanitarie di persone in cura per la tossicodipendenza, è stato spostato da mesi per motivi logistici in un’altra città, all’insaputa della maggioranza degli operatori. Pezzi di storia di vita, di relazioni tra persone, definitivamente confinate e dimenticate altrove.

Dove vanno le storie che si (r)accolgono? Da dove vengono le storie che curano? Che effetti hanno e su chi? La formazione-ricerca si è proposta di dare nome alle pratiche della cura agite dai professionisti. Unire formazione e ricerca, utilizzando l’approccio narrativo (Dallari, 2005; Demetrio, 1996) è stata una scelta che ha permesso di accompagnare ed orientare le adulte sia all’autoformazione (Loiodice, 2004), sia ad osservarsi come soggetti/oggetti di ricerca (Bourdieu, 2003). Questo doppio formazione-ricerca ci è sembrata la scelta che avrebbe permesso di far fronte all’esclusione della narrazione e della dimensione emotiva dalle forme di conoscenza a favore di una “vita colta” (Zambrano, 1996) fondata sull’intellettualismo. Tale scelta ci ha permesso di riposizionare l’utilità della ricerca nel lavoro di cura: ponendo sul piano di esperti i professionisti, quest’ultimi hanno potuto, a loro volta, osservare gli utenti stessi come esperti delle loro storie. Tenere insieme formazione e ricerca ha spostato gli sguardi di tutte ponendo al centro non lo studio del soggetto, ma quello dell’osservatore (il professionista) per avere accesso all’essenza della situazione/contesto di osservazione (Devereux, 1984).

In età adulta (ma non solo) si apprende se sono i contesti reali a poter prendere parola. Costruire una formazione-ricerca che dia parola al contesto lavorativo ha aperto la narrazione dei saperi del corpo e delle emozioni (Iori, 2006) come contributi principali alla comprensione dei vissuti e alla conoscenza delle pratiche messe in atto.

Riflettere insieme – ricercatrici ed operatrici – in uno spazio intermedio, formativo e di ricerca al contempo, pone il problema della complessità formativa che deriva dall’analisi delle domande iniziali e dal lavoro di apertura e moltiplicazione delle interrogazioni. Complessità come realtà multiforme e mutevole, difficilmente afferrabile, prevedibile, che mantiene la tensione tra differenziazione e specializzazione, pluralità e ambiguità (Quaglino, 2005). In quanto tale la complessità non è un elemento descrittivo della formazione ma distingue la sostanza della formazione e, nel nostro caso, della ricerca utile ai professionisti.

L’approccio formativo e di ricerca attraverso la narrazione di storie vissute con utenti, permette di elaborare un equilibrio tra le soggettività in relazione per dischiudere movimenti del pensiero e dell’azione e andare oltre quelli già predisposti dalle norme, dai ruoli, dai protocolli, andare oltre quella storia unica, già conosciuta, pre-udita ancor prima che l’altro prenda voce (Riva, 2004). L’esperienza professionale si crea quando si ripensano le azioni e si trovano differenze tra un prima e un dopo, tra quanto già appreso e ciò che di nuovo si scopre. È una verifica intellettuale ed emozionale. Pensare l’esperienza tra formazione e ricerca crea un luogo in cui è possibile riconoscere gli aspetti emotivi, teorici, di metodo e procedurali come un insieme che compongono il lavoro di cura che è continua ricerca (Colombo, Cocever & Bianchi, 2004).

La formazione-ricerca ha attivato un processo impersonale di narrazione, seppur attraverso la costruzione di un setting in cui chi proponeva l'oggetto d'indagine ha potuto ingaggiarsi in prima persona al fine di indagare, nominare, concettualizzare le pratiche professionali di cura di cui è stata, doppiamente, autrice. Quando il vissuto diviene oggetto di narrazione, esso viene investito di quell'esistenza simbolica impossibile se a prevalere sono invece verità già codificate, pensieri già pensati: pensare è pensare l'impensato (Muraro, 1996). In questo caso: narrare è dire, anche, l'impensato.

Per il gruppo in ricerca la narrazione dell'operato e delle pratiche, dei contesti e dei vissuti ha costituito un atto radicale e radicato di cui il processo condiviso si è voluto fare garante; in termini filosofici si tratta di un uso pubblico della propria ragione, dove la dimensione plurale è stata movente primario perché passaggi analitici potessero avvenire.

Assumere a oggetto la propria pratica professionale e osservare il proprio sé in azione in quanto professionista è stato possibile grazie a un processo di nominazione capace di rivelare la composizione del fatto stesso nella sua complessità. Il lavoro è stato possibile attraverso la messa a fuoco di quelle strutture socio-politiche che contribuiscono a dare forma alle azioni lavorative: narrare produce un lavoro di coscientizzazione che, parafrasando il pensiero di Freire, è già una forma di azione.

Dal punto di vista delle soggettività, la scrittura permette di costruire un luogo da cui osservare, documentare e riflettere a partire dalla propria esperienza (Mortari, 2003). È quindi una scrittura sul sé e a partire da sé, punto di convergenza in cui il guadagno ha primariamente a che fare con la consapevolezza dei propri vissuti, nonché con le esperienze mentali, associative e affettive. Collocato in un contesto di formazione-ricerca, volto a declinare quelle pratiche di cura tacite/taciute rispetto al sistema normato, narrare dà la possibilità alle soggettività operanti di visualizzare, di nominare la continuità tra il personale e l'ambito socio-lavorativo.

 

3. Le storie maestre

 

“Possiamo ripartire dalle storie? Cosa significa ascoltare le storie dei nostri utenti? Significa ascoltare noi come professionisti. Significa ascoltare la nostra storia professionale ma anche personale. Significa ascoltare e farci ascoltare” (D., assistente sociale).

Nominare maestra una storia implica dire che cosa si intende per storia e in che cosa consiste la maestria insita nella storia. Il contesto in cui essa viene (r)accolta non è secondario così come la posizione della ricercatrice/operatrice che la rielabora e il paradigma teorico e pratico di rifermento. Le storie maestre si configurano come concetto esperienziale che si costruisce dalla conoscenza del proprio lavoro ed esso, in una dinamica circolare, informa e orienta la pratica.

Non si tratta di comporre autobiografie perché non si offrono racconti di singole persone, anche se nella composizione delle storie maestre vi è un lavoro di riflessione sulla e nella propria esperienza. Se l’aspetto riflessivo è uno degli elementi che contribuisce ad apprendere dall’esperienza divenendo un patrimonio personale continuamente arricchito dal suo farsi (Mortari, 2003), la storia maestra, a sua volta, nasce dall’incessante bisogno di comprendere la propria esperienza in relazione all’altro e di dare/costruire forme di avvenimenti (Barthes, 1982). Offrire una forma a ciò che avviene è un atto che normalmente ogni essere umano compie in base ai sistemi linguistici, culturali e geopolitici in cui egli è inserito, in tale forma sono rintracciabili le esistenze dei singoli, le relazioni tra di essi e lo sfondo in cui avvengono (Le Goff, 1986; Starace, 1989). Ad ogni fatto diamo un significato che in-forma ciò che è avvenuto e avviene. Si potrebbe dire con Le Goff (1981) che “un fatto storico risulta da un montaggio e [...] lo stabilirlo esige un lavoro sia tecnico che teorico” (p. 568).

La storia maestra condivide questo processo di montaggio e di ricerca, tuttavia è un procedere guidato anche dalle emozioni che attraversano i fatti e le singole storie di vita. Una volta rielaborata essa non rappresenta la storia di un singolo, non è la storia dell’utente e non è la storia della professionista. È invece la storia di una relazione nata in un contesto specifico che è connotato, ha un nome, una forma, un’istituzione. Perché sia maestra, bisogna collocare la storia in uno spazio comune. Le storie sono pezzi di vita molto più grandi di un singolo individuo, sono eredità (Sala, 2003), sono frutto di metodi di lavoro, di passaggi politici, economici, sociali.

Sono sempre storie di reciprocità tra i soggetti in interazione in cui non si racconta solo di ciò che è avvenuto, le storie maestre offrono una trama in cui quella storia si è costruita, una teatralizzazione (già lo è raccontarla e scriverla) dove il comprensibile non sono i soggetti in questione, ma proprio ciò che viene compreso, ciò che sta nel non ancora detto ma evidente, nella forma dello scambio. Nella storia maestra compare qualcosa che prima non c’era. Il contesto in cui si è presentato il concetto esperienziale di storia maestra è quello della cura (Cima, 2004; 2014). Le storie maestre si presentano quando siamo fortemente porosi, ricettivi, si vivono con intensità le relazioni quotidiane, si è immersi in un circuito di verità, in cui la vita non è una rappresentazione di quello che dovrebbe essere, il tempo di vita è quello del contatto, dei corpi in trasformazione, dei bisogni fisici e spirituali, dei desideri grandi e delle piccole cose.

Un secondo aspetto che delinea la cornice in cui si collocano le storie maestre è che esse caratterizzano la vita dove ci sono degli estremi esistenziali (infanzia/vecchiaia, salute/malattia, opulenza/miseria, autoctono/straniero) normalmente percepiti come opposti e vicendevolmente escludenti. La storia maestra funge, come il filtro polarizzatore posto sull’obiettivo della macchina fotografica, rendendo ancora più evidenti le differenze, permette di andare all’essenza di ciò che esse rappresentano per i soggetti in relazione. È questo un luogo di conoscenza e di comprensione dove sono disponibili delle corrispondenze tra ciò che viene percepito come opposto (Cima, 2009).

Un terzo elemento che permette di configurare maestre le storie è che se il contenuto della storia è importante e singolare, non rappresenta però il centro. È piuttosto la forma in cui si riassumono le interazioni della storia, è questa che può raggiungere o meglio attraversare anche altre storie, tocca altre donne, altri uomini e, nel farlo, li rende protagonisti. La storia maestra è una storia impersonale, in un tessuto sarebbe l’ordito sul quale si intrecciano i fili delle parole, resiste alle particolarità individuali, proprio per questo funge come uno specchio d’acqua in cui altre donne, altri uomini possono riconoscere, non tanto ciò che già sanno ma, dallo scontato normalmente scartato, giunge una rivelazione di verità. La storia maestra rivela una verità ovvia ma non vista. Nelle storie discontinue e sofferte di cui tutti facciamo esperienza sono sempre rintracciabili le contrapposizioni, la rilevanza dei contesti in cui le storie si narrano, i gesti concreti che modificano lo spazio del racconto di sé all’altro.

Si può comporre una storia maestra a patto che si sia vissuta e che vi sia stato il passaggio riflessivo all’ordito, all’impersonale. La storia allora non è più la mia, essa si offre alla comprensione di ciò che nominiamo come vulnerabilità, disagio, difficoltà esistenziali, pratiche di cura. La storia maestra indica delle pratiche come vie possibili oltre i protocolli, perché non si focalizza sulla ricerca delle identità dell’altro (o anche propria), ma mette in evidenza che mai è possibile pensarsi uno, unico, identico, scollato dalla dimensione geopolitica.

 

4. A che cosa serve raccontare questa storia? Individuare le pratiche

 

“Avevo 23 anni, diplomata Assistente sociale: questa professione mi permetterà di cambiare il mondo: proteggere i deboli e sconfiggere i potenti.

Innamorata della mente folle, inizio a lavorare in un ospedale psichiatrico giudiziario, piena di entusiasmo. Che mondo l’Oppiggì, un mondo di persone che provenivano da tutta Italia, pazienti ed operatori. Eravamo tutti dei trapiantati. Gli operatori si sentivano di passaggio, mentre i pazienti si sentivano dimenticati tra quelle mura.

Una mescolanza di visi e di storie: tra tutti uno mi colpisce. Si chiama Antonio è trentino, come me, ha 20 anni, una cartella sanitaria che racconta esclusivamente il reato e le giornate in OPG, la sua unica identità. È lì perché, durante il servizio militare, aveva offeso ripetutamente i superiori. Antonio è contro tutto e contro tutti, arrabbiato con il mondo. Ma poteva essere diverso per un ragazzo di 20 anni dimenticato e rinchiuso in Oppigì? Io vedo un ragazzo che voglio conoscere, con cui condividere pensieri e discussioni. Ho la consapevolezza che la mia storia si connota per le opportunità, la sua per la perdita e il vuoto.

L’O.P.G. era un ospedale sperimentale dove non c’erano guardie ma infermieri, i pazienti, con il permesso del medico, potevano uscire in paese.

Spesso uscivo con qualcuno di loro.

Quel giorno esco con Antonio e con la mia Dyane andiamo a casa mia a cinque minuti dall’Ospedale. Antonio mi doveva aiutare a pitturare delle cassette per trasformarle in mobili. Era un modo per uscire dal manicomio per entrare in una casa ascoltando odori e rumori diversi, quelli della quotidianità di chi sta fuori. Di quel giorno non ricordo tutto, sono passati molti anni, però mi ricordo che eravamo in cucina seduti uno di fronte all’altro e Antonio ha detto: ‘quando sarò morto voglio che mi vestiate di bianco’.

Qualche giorno dopo qualcuno mi dirà: ‘Che oscenità. Quella maglietta bianca era sbagliata, doveva avere le maniche lunghe’”.

Questa storia è diventata per il gruppo in formazione una storia maestra.

Il testo è il risultato di un processo composto da diverse fasi; si è infatti passati dall’oralità a diversi livelli di scrittura. Il racconto orale in presenza del gruppo ha consentito l’individuazione della pratica professionale che nel percorso è stato il focus della formazione-ricerca. “Serve vedere la pratica perché, forse, potrà diventare un metodo e se non diventerà un metodo potrà, almeno, essere nominata” (T., assistente sociale).

La pratica è uno dei modi dello stare al mondo, si contrappone ad altri (es. il fare poietico, operativo) perché è sempre immettersi in un processo che implica la messa in gioco del personale e, quindi, una rivelazione. L’incontro, il venire a contatto, l’uscire – in quanto metafore della pratica – sono l’inizio di un processo se la relazione e le trasformazioni non sono né unidirezionali, né guidate da precetti anteriori ma avvengono in una dimensione di incontrollabilità, inarrestabilità e imprevedibilità.

Il personale si apre, si mette a rischio, si contamina. La manifestazione del personale il più delle volte agisce in un campo in cui il fare non ha un fine predeterminato; non è solo un fare di tipo operativo che tratta l’altro come oggetto manipolabile con fini prestabiliti. È però possibile individuare i significati che la pratica mette in circolo nel contesto in cui avviene e, soprattutto, un comune senso. Per questo la pratica e la messa in gioco del personale in certi contesti possono anche essere considerate aspetti della cura, della formazione.

A partire dalla condivisione del racconto e dall’individuazione collettiva della pratica è stato possibile dare avvio alla redazione dello scritto che via via da materiale grezzo si è trasformato in testo efficace e sintetico. L’esperienza viene raffigurata, polarizzata, prende tratti, assume una forma riconoscibile e trasmissibile. “Se noi vogliamo fare delle selezioni vuol dire che mettiamo in evidenza qualche cosa. Quindi le domande sono: cosa togliere? Cosa mettere in evidenza? Bisogna selezionare con delle finalità. Puntare sul desiderio. Denunciare in modo creativo” (M. assistente sociale).

È un lavoro che si costruisce in più fasi nel quale si va scoprendo quale sarà il cuore del testo. Montare e smontare per ricollocare tutte le parole dentro ad un qualcosa altro che ha significato politico e sociale.

La competenza del discernere è anche questo: lavorare per flussi di interrogazioni che hanno come finalità quello di rintracciare e nominare delle pratiche. L’intento di chi riscrive la storia è mosso da una domanda. Perché ci serve questa precisa cosa? Qual è l’obiettivo? A cosa serve questa tecnica? A cosa risponde? Cosa mi serve ricomporre? Si diviene testimoni per riscrivere una storia e per mostrarne l’essenziale. Essere testimoni vuol dire scegliere parole, tempi, consequenzialità, stili diversi di colui o colei o coloro che ci hanno dato dei racconti.

Quando un gruppo di professionisti afferma: “vogliamo che sia valorizzata la nostra pratica, che ci sia un metodo, che venga anche riconosciuta” (G., assistente sociale), la scommessa è grande, tanto quanto la domanda che accompagna le storie di chi lavora nella cura. Ricomporre una storia significa allora stare in una libertà, in un osare qualche cosa che risponde al che cosa serve al mondo leggere questa storia?

Nella storia sopra riportata la pratica individuata[3] è stata quella della deistituzionalizzazione che si articola in momenti quali: la presa di coscienza, quasi l’iniziazione, del fatto che l’istituzione in sé non cura; il valore dello spostamento dai luoghi formali verso spazi di quotidianità dove è possibile usare linguaggi altri da quelli della patologia; alcune parole di verità.

 

5. Conclusioni

 

Rielaborare i vissuti e porli nella funzione di saperi-guida per nominare le pratiche professionali di cura è una delle istanze formative. Renderle condivisibili attraverso la costruzione di storie maestre è stato possibile attraverso la ricerca. Il nesso metodologico formazione-ricerca attraverso l’approccio narrativo ha contribuito ad alimentare il pensiero dell’esperienza proprio là dove le contraddizioni personali e istituzionali interrogano l’esistenza. Accogliere i passaggi autobiografici delle operatrici come parti di storie che sono anche collettive, ha offerto una più ampia comprensione della propria posizione nelle realtà istituzionali.

Pensarci interamente e situarci in uno scenario più ampio rispetto alla storia individuale ha contribuito a dare una forma e un senso al sentire/sentirsi in connessione con altre ed altri, a comporre storie maestre che mettono in evidenza le pratiche di cura e, allo stesso tempo, sono fonte di cura per chi cura. Questo approccio di formazione e di ricerca redistribuisce il potere di costruire il sapere tra il mondo dei pratici e il mondo dell’accademia e anche questo aspetto porta ad una forma di rispetto e di cura dei contesti di cura.

Pensare l’esperienza come formazione e come ricerca permette di interrogare ciò che solitamente diamo per scontato o viene scartato dalle retoriche professionali. È un itinerario spirituale (De Certeau, 2007) e politico. Spirituale perché interroga il proprio esistere in relazione a sé e agli altri, politico perché volto ad agire per una maggiore giustizia.

 

Note

 

[1] La ricerca Archivio vivo nasce in un contesto istituzionale di collaborazione tra alcuni professionisti, assistenti sociali (dell’Azienda Socio-Sanitaria (Ulss) di Verona e del Ministero di Giustizia) e ricercatrici (indipendenti e dell’Università di Verona). Alla ricerca hanno partecipato assistenti sociali (Serena Aldrighetti, Stefania Annechini, Paola Caucchioli, Roberto Dalla Chiara, Sofia Fontana, Roberta Frighetto, Sara Magrin, Giovanna Marani, Elisa Marani, Francesca Loda, Silvia Peroni) una ricercatrice universitaria (Rosanna Cima – Dipartimento di Scienze Umane), due ricercatrici indipendenti (Maria Livia Alga – antropologa, Eleonora Silvia Pittoni – filosofa) e una tirocinante dell’Università di Verona (Giovanna Bassan). Hanno contribuito alla scrittura Rosanna Cima, Roberta Frighetto, Eleonora Silvia Pittoni, Livia Alga.

[2] Il testo riportato è una fonte originale della formazione-ricerca derivante dalla trascrizione completa cui il lavoro è stato sottoposto.

[3] Le pratiche che abbiamo individuato sono: pratica del partire da sé, pratica del pensare in presenza, pratica della lacrima pensante, pratica del coraggio comune, pratica del citarci, pratica del mettere in scena l’osceno, pratica dell’orrore denunciato, pratica della denuncia comune, pratica del costruire narrazioni politiche, pratica delle emozioni geopolitiche.

 

Bibliografia

 

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