Buone prassi - Good practices Stampa Email
Infinite parole di vita e di memoria
di Isabella Casadio, Mariella Mentasti   

Vivere la sofferenza psichica stanca, snerva, svilisce. Chi vive in prima persona lo stigma interiore ed esteriore della malattia mentale sperimenta profondamente quanto il bisogno di ascolto, comprensione, accettazione, condivisione sia necessario.

C'è bisogno di parole di speranza, parole che siano fedeli all'esperienza del dolore per aprirsi a un nuovo percorso di vita.

L'esercizio della scrittura di sé acquisisce, in questo senso, una funzione di cura: è consegnare una parte della propria vita a se stessi e agli altri, è ripercorrere le proprie tracce per scommettere su un senso nuovo e restituire dignità alle fatiche personali. È restituire un nome, cioè identità e dignità e un cognome, cioè appartenenza e ruolo sociale. Partendo da queste riflessioni, abbiamo elaborato proposte di laboratori di scrittura di gruppo rivolte a persone che vivono il disagio psichico su di sé o in famiglia presso i Centri Psico-sociali delle strutture psichiatriche delle Aziende Ospedaliere di Brescia e provincia.

Obiettivo primario del laboratorio, quindi, non è tanto il prodotto quanto l’aiuto a rivedere il proprio cammino - anche di malattia, di sofferenza, di conflittualità con se stessi e con gli altri - sotto una luce diversa, secondo quel punto di vista che permette il riconoscimento di sé e dell’altro in un percorso di liberazione reciproca.

La scrittura consente di liberare sentimenti ed emozioni ma, nello stesso tempo, ne evita la fuga incontrollata che può far male

In questo cammino condiviso è più facile  recuperare fiducia e stima di sé, e, in ultima analisi, il coraggio di sperare.

In relazione al gruppo, abbiamo predisposto più aree tematiche: i sensi - vista, udito, olfatto, gusto, tatto -, i “paesaggi personali” - naturali, urbani, domestici, dei volti... -, i colori - bianco, nero, rosso, luci, ombre, miraggi, arcobaleno, tavolozze, arazzi... -, le parole del viaggio di vita, la vita tra dimensione ludica e cura di sé. Ogni incontro viene predisposto con slide che presentano stimoli tratti dalla letteratura - prosa e poesia -, dalla musica, dal cinema e dalle arti figurative secondo i suggerimenti delle Medical Humanities.

Dopo otto anni di esperienza, questi laboratori di scrittura sono diventati una consuetudine dei centri psico-sociali di Brescia e Desenzano e sono entrati nella programmazione dei percorsi riabilitativi di salute mentale.

 

Living the psychiatric pain is tiring, draining, degrading. Those who live in first person the interior and exterior stigma of the disease, deeply experiment how the need of listening, understanding, enduring, sharing is necessary. There is a need of words of hope, words that could be faithful to the experience of sorrow in order to open oneself to a new life path.

The practice of writing about oneself acquires, in this case, a caring function: it is giving a part of one's life both to oneself and to the others, it is recalling one's traces to gamble on a new sense and to give dignity back to personal efforts. It is restoring a name, which represents personal identity and dignity, and a surname, which represents membership and social position.

Starting with these considerations, we elaborated schemes for group writing workshops, addressed to people who experience the psychiatric disease in first person or through members of their family. The courses were held at the Psycho-social Centres of the psychiatric buildings of the hospitals of Brescia and its province.

Therefore, the primary goal of the writing workshops is not the result but the help in reconsidering one’s own development - also of disease, pain, conflict with oneselves and the others - in a different light, according to that viewpoint which allows the recognition of oneself and the other in a path of mutual liberation. Writing allows to free feelings and emotions, but, at the same time, it avoid their amok breakaway that may hurt. In this shared journey it is easier to recover confidence and self-esteem, and, ultimately, the courage to hope.

In relation to the group, we have provided some thematic areas: the senses (sight, hearing, smell, taste, touch), the "personal landscapes " (natural, urban, domestic, one’s face and that of others, ... ), the colors (white, black, red, lights, shadows, mirage, rainbow, palettes, tapestries, ... ), the words of the journey of life, one's life between a playful dimension and self-care. Each meeting is prepared with slides presenting incentives from literature (poetry and prose), music, movies and from visual arts, according to the suggestions of the Medical Humanities.

After eight years of experience, these writing workshops have become a routine of the psycho-social centres of Brescia and Desenzano and have been included into the planning of the rehabilitating procedures for mental health.

 

1. Introduzione

 

 

Sono nata il ventuno a primavera

Ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenare tempesta.

Così Proserpina lieve

Vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera”.

A. Merini, Vuoto d’amore

 

Vivere la sofferenza psichica stanca, snerva, svilisce. È costante resistenza alla paura, al disagio, alla disillusione, alla sofferenza. È rendersi conto giorno per giorno che si sta perdendo la forza di combattere e, forse, è meglio gettare la spugna e accettare una situazione di dolorosa solitudine. È sapere che il tempo non lenisce ferite di questo genere, anzi gioca contro. È non ritrovare neppure un posto dentro se stessi dove riposare e riprendere le forze.

Chi vive in prima persona lo stigma interiore ed esteriore della malattia mentale, chi lo affronta ancora con quel pudore di cose bisbigliate, sibilline, per non turbare il mondo dei “normali”, chi sa di non poter superare il limite della propria cerchia di conoscenze per non aggiungere dolore al dolore, chi ha la coscienza che “rallentare il passo” non è una felice scelta di vita, ma un obbligo che costringe a rimodellare tutta la propria esistenza “in funzione di...”, sperimenta profondamente quanto il bisogno di ascolto, comprensione, accettazione, condivisione sia necessario.

Per vivere la sofferenza psichica occorre coraggio: nell’uscire ogni giorno e guardare la città in faccia, nel sentire su di sé gli occhi della gente, sguardi taglienti, giudicanti, talvolta laceranti.

Ci vuole coraggio, tenacia, sostegno per trovare la forza, nonostante tutto, di assumere fino in fondo il proprio dolore, di sperimentare un contesto di cura che parta da sé ma coinvolga anche gli altri, familiari, amici, cittadini che hanno l’ostinata fermezza, a loro volta, di stare in quel dolore per recuperare tracce di speranza.

C’è bisogno di parole di speranza, parole che siano fedeli all’esperienza del dolore, siano parole buone, sincere e capaci di trasformare la sofferenza in energia per ri-guardarsi e guardare il mondo a testa alta.

L’esercizio della scrittura di sé acquisisce, in questo senso, una funzione di cura: è consegnare una parte della propria vita a se stessi e agli altri, è ripercorrere tracce, talvolta sbiadite, talaltra dolorose, per scommettere su un senso nuovo, per superare la banalità del male e restituire dignità alle proprie fatiche, ai propri sbandamenti, alle proprie scelte.

Se vissuta come cura e prendersi cura, la scrittura è anche ascolto in profondità, è tendere l’orecchio sulle cose bisbigliate, per non dare scandalo, per non turbare, per non ferire.

Ma l’urlo del dolore, come nel dipinto di Munch, spesso è muto: allora bisogna saper leggere nelle pieghe della sofferenza, nei visi contratti, negli occhi spaventati, nelle mani serrate. Bisogna esser-ci, stare nel silenzio, vivere in quella porosità delle parole che può generare il desiderio di entrare in contatto profondo con se stessi e trovare strade nuove per comunicare con il mondo.

 

2. I Laboratori di scrittura emotivo-riflessiva

 

Attraverso il contatto quotidiano, la conoscenza e la condivisione profonda con persone che, direttamente o in un congiunto, vivono il disagio psichico come ferita dell’anima, abbiamo cominciato, un poco per volta e con estremo garbo, a proporre la sperimentazione di una scrittura emotivo-riflessiva in gruppo. Alcune persone avevano già utilizzato forme di scrittura autobiografica come storia di malattia nel loro percorso di Recovery [1], con risultati personali e di contesto molto rilevanti.

La proposta di una scrittura emotivamente guidata che avesse come scopo l’ascolto e la cura di sé e dell’altro, la riflessione sui vissuti e la condivisione in gruppo, ha consentito di utilizzare memorie autobiografiche non solo per ri-guardarsi e per ri-conoscersi, ma anche per co-costruire nuove possibilità, vedere nuove strade e, talvolta, anche ritornare là dove, per paura di trovarsi nuovamente soli col proprio dolore, non si osava più.

Abbiamo voluto assegnare agli incontri la connotazione di laboratorio e non di corso per richiamare l’idea della bottega artigianale dove si crea, si tessono insieme pezzi di vita per rileggere un disegno collettivo con un senso nuovo, si progetta e si è disposti a ri-progettare, quando, come accadde a mastro Geppetto [2], ci si trova davanti a qualcosa di inatteso ma capace di dare senso pieno alla vita.

La scrittura permette di liberare sentimenti ed emozioni ma, nello stesso tempo, ne evita la fuga incontrollata che può far male, consente di vederli, attraverso l’ascolto e la riflessione in gruppo, sotto altre angolazioni per ri-costruire un romanzo della propria vita denso di significato.

Obiettivo primario del laboratorio, quindi, non è tanto il prodotto quanto l’aiuto a rivedere il proprio cammino – anche di malattia, di sofferenza, di conflittualità con se stessi e con gli altri – sotto una luce diversa, secondo quel punto di vista che permette il riconoscimento di sé e dell’altro in un percorso di liberazione reciproca. In questo cammino condiviso è più facile recuperare fiducia e stima di sé e, in ultima analisi, il coraggio di sperare.

Allora la pietra scartata perché d’inciampo a chi cammina sempre diritto e sempre più in fretta può acquisire una nuova consapevolezza, quella di essere testata d’angolo su cui si misura la forza civile di tutta la società.

 

3. Il processo: dal raccontare al contare

 

Raccontare è, innanzitutto, riconoscere e riconoscer-si, ma è anche un percorso di riconoscimento sociale. Solo se la comunità attribuisce un nome e un cognome, un’identità e un’appartenenza, l’individuo acquisisce la dignità di persona a tutti gli effetti e conta per la società.

È in questo processo di riacquisizione – spesso anche di rinascita – di una nuova identità personale e sociale che si inserisce la proposta di un tempo dedicato alla scrittura di gruppo.

 

3.1 Dare un nome

La quotidianità del lavoro educativo con persone adulte caratterizzate da fragilità e vulnerabilità porta costantemente alla riflessione sul senso e sul significato dell’educazione degli adulti. Riconosciamo il rischio di incorniciare l’altro dentro le nostre teorie generando pre-comprensioni e pre-giudizi, riconducendolo così al nostro mondo e alle nostre interpretazioni. Ci rendiamo sempre più conto che solo attraverso un legame reciproco e originario di cura (Mortari, 2002; Natoli, 2008) che consenta l’inizio di una relazione autentica, si attiva il cambiamento che permette di “varcare la soglia” e di “farsi ospitare” dall’altro (Mele, 2001, p. 21). Ma “farsi ospitare” significa riconoscere l’identità dell’altro, ri-consegnare quel nome che gli eventi della vita hanno condotto nell’oblio, restituire dignità per poter pronunciare il proprio nome a testa alta, potersi ri-conoscere, potersi accogliere. “Ciò che permette all’educatore di vivere proficuamente la sproporzione percettiva e conoscitiva è l’esercizio del nominare: nel segnare e chiamare, vi è una spinta generativa, si fa nascere un significato e si apre una prospettiva” (Augelli, 2015, p. 27). Nel mito della creazione [3], Dio incaricò Adamo di dare un nome a tutte le cose e, con quest’atto, venne sancito il loro essere-al-mondo e il loro esser-ci con un senso. Chiamandoci per nome, Dio afferma la nostra unicità e, nello stesso tempo, il rapporto di reciprocità per cui il nome ci identifica. Se darsi un nome vuol dire riconoscersi, farsi riconoscere e trovare un senso nell’essere al mondo, allora l’educatore degli adulti, pur nella consapevolezza che “non potrà comprendere tutto della storia e della realtà dell’altro”, è un ricercatore di nomi, è colui/colei al quale è affidata la biografia della persona perché ritrovi un’identità dignitosa. Quando “si cerca assieme di dare parola alla realtà che nell’incontro interpersonale diventa comune, in questo esercizio di co-costruzione, di ricerca condivisa di significati, vi è una riappropriazione feconda del limite e un suo continuo superamento” (Augelli, 2015, p. 27).

 

3.2 Dare un cognome

Il cognome è appartenenza: a una gens, a una tribù, a un luogo, a un mestiere, a una famiglia, a uno status.

Il cognome inserisce in una comunità attraverso la legittimazione di un tempo che è il tempo della propria storia, della propria origine, dei propri legami.

Il cognome è memoria, è il passaggio tra il presente e il futuro.

Il cognome distingue e, per questo, sancisce che la differenza è caratteristica fondante delle comunità.

Il cognome apre alla vita pubblica e alla partecipazione sociale, ma segna anche i confini tra un dentro – dove ci si chiama per nome – e un fuori – luogo del cognome.

Essere garante del cognome, per un educatore degli adulti, significa riconsegnare memoria, appartenenza, ruolo. Significa essere accompagnatori in un viaggio alla ricerca di luoghi interiori e sociali che consentano l’identificazione attraverso un “sentirsi parte di...”.

Le persone con cui quotidianamente veniamo in contatto sono “visi invisibili”: il dolore e la consapevolezza di un futuro spezzato dalla malattia, dalla fragilità e dal disagio toglie loro quotidianamente identità e appartenenza, nome e cognome. Trovare spazi e luoghi per raccontarsi può attivare un processo di ri-cucitura delle parti di sé che gli eventi hanno disperso e frammentato, per ritrovare la trama di una vita di senso e di relazioni autentiche.

 

3.3 Dal raccontare al contare

“La memoria, il ricordo, è innanzitutto un ri-accordo [...]. Non ci sarebbe Io se la memoria non costruisse quella sfera di appartenenza [...]. Non ci sarebbe Mondo se la memoria non cucisse la successione delle visioni. Memoria come luogo sempre nuovo” (Mortari, 2009, p. 245).

“Esistere non è seguire una mappa ma costruirne una propria azzardando l’imprevisto passo dopo passo”(Mortari, 2002, p. 147).

Raccontarsi significa fare i conti con il proprio passato ma anche vedersi in un futuro possibile e abitabile: solo se si apre il proprio passato a un presente che lo accoglie e lo comprende, che ne coglie un senso, è possibile guardarsi dall’alto e vedere nuovi luoghi e spazi da esplorare, è possibile tras-formarsi e dare una direzione al proprio cambiamento.

Potersi raccontare, per ogni persona, è avere cura della propria esistenza, è cercare il fil rouge che ne garantisce la continuità ma, allo stesso tempo, lascia spazio all’interpretazione, alla ri-scoperta, alla ri-formulazione. Poter scoprire che la propria vita è come un romanzo di cui si è protagonisti e registi, poter raccontare il romanzo della propria vita a qualcuno sapendo di essere ascoltati con attenzione, interesse e partecipazione, significa riconoscersi come persona che ha ancora in mano il timone della propria esistenza e può, pertanto, pensare al futuro in termini progettuali. La persona acquisisce stima di sé perché si sente “confermata e riconosciuta dalla disponibilità di uno sguardo, da parole incoraggianti, dal tempo offerto” (Demetrio, 1999, p. 33) e , inoltre, perché si accorge di essere in grado di raccontarsi e di riconoscersi in quello che ha detto. “L’autostima, in ciascuno, scaturisce e si protrae grazie alla conquista del Tu e, quindi, al riconoscimento delle diversità dell’educatore che si fa custode e protettore, verbalmente attivo, di una storia che poco prima appariva al narratore senza storia. […]. È l’eccezionalità dell’interesse che qualcuno nutre per una storia invisibile […] a generare, se non proprio cambiamenti in quella storia, per lo meno uno stato d’animo nuovo in un protagonista che ritiene non interessi a nessuno” (Demetrio, 1999, p. 33).

Ecco il passaggio dal raccontarsi al contare per sé.

Ma se raccontare è tappa indispensabile del percorso di ri-assegnazione del nome e del cognome che appartengono di diritto alla persona, come è possibile garantire il passaggio da raccontare di sé a contare per il mondo sociale? Oltre l’oralità, è il valore della scrittura che apre all’opportunità del cognome, del riconoscimento sociale della persona. La valorizzazione, la lettura, la diffusione di storie personali e collettive – talvolta trasformate in copioni teatrali – possono divenire il viatico della visibilità, dell’abbattimento dello stigma e del riconoscimento di ruoli sociali attivi e proattivi.

Partendo da queste riflessioni e questi presupposti, abbiamo elaborato proposte di laboratori di scrittura di gruppo rivolte a persone che vivono il disagio psichico, ma anche a familiari, operatori che desiderano riflettere sulle proprie esperienze di vita per rileggersi sotto una luce diversa e riorientarsi nel proprio percorso di vita.

Le proposte tematiche sono diverse: abbiamo lavorato sui sensi, sui colori, sul viaggio, sul gioco, sui paesaggi offrendo spunti letterari e delle arti (musica, pittura, fotografia e cinema).

Per consentire una dettagliata analisi metodologica e per mettere in luce gli strumenti comunicativi utilizzati, ne presentiamo uno, quello sugli Infiniti paesaggi di cura [4].

 

4. Disvelare infiniti paesaggi di cura

 

“Ascoltami:

il rosso della mia lacrima s’avvita

al nero della tua sordità

stavolta

non scappo più

riascolto lo strazio del mio cuore

domani c’è il sole”.

Adesiva, Ascoltami

 

I laboratori di scrittura rivolti a persone che vivono il disagio psichico e/o ai loro familiari sono stati realizzati dal 2009 a oggi principalmente presso i Centri psicosociali territoriali [5] di Brescia e provincia [6]. La partecipazione è libera e vi si accede su proposta dello psichiatra curante del CPS, dei Centri diurni o più raramente delle Comunità riabilitative ad alta assistenza [7]. Il grado di compromissione varia a seconda del trattamento riabilitativo realizzato e dei farmaci assunti ed è quindi maggiore per i pazienti delle Comunità. Questo può comportare livelli anche molto diversi di attenzione e di partecipazione all’interno di uno stesso gruppo di scrittura, per cui le proposte e gli stimoli devono essere opportunamente calibrati affinché tutte le persone si sentano in grado di intervenire e di essere parte attiva senza forzature. I laboratori devono essere momenti leggeri, il cui obiettivo non è l’esplosione di emozioni ma il prendersi cura di esse e, di conseguenza, di se stessi in modo dolce e graduale. È pertanto importante che gli esercizi non siano sentiti come imposizioni ma offrano un ventaglio di opportunità di vario peso in cui la persona, a seconda del momento, possa scegliere una indicazione piuttosto che un’altra.

Tra le diverse proposte tematiche affrontate in questi anni abbiamo scelto di presentare quello sugli Infiniti paesaggi di cura nelle sue cinque declinazioni: i paesaggi naturali, urbani, domestici, i paesaggi dei volti, i propri paesaggi di cura.

Attraverso l’utilizzo delle arti come veicolo di emozioni e memoria secondo l’approccio delle Medical Humanities (Zannini, 2008), il gruppo viene condotto a scrivere i propri paesaggi interiori. La finalità è quella di disvelare percorsi di cura (di sé, di altri nei propri confronti o viceversa) dei quali in precedenza non si aveva consapevolezza. Come in un paesaggio che cambia a seconda della luce che lo colpisce, noi siamo paesaggi complessi e cangianti. Si tratta di comprendere che, anche se appariamo diversi, la nostra identità non si frammenta, muta soltanto perché ogni evento esterno influisce sull’intero nostro essere. E se in questo mutare, evolversi, cambiare forma riusciamo a descrivere l’esperienza, ecco che nulla si distrugge, solo ci trasformiamo e ogni volta possiamo fare tesoro di questi cambiamenti, renderli vitali, presenti e utili a comprenderci e accettarci “sotto qualsiasi luce”. La scrittura ci accompagna nella nostra quotidianità secondo una molteplicità di modi, luoghi e gradi diversi di intensità emotiva [8], ma è solo la scrittura di sé ad assumere particolare rilievo per trovare quel filo del pensiero e delle emozioni capace di ricreare il proprio paesaggio interiore di senso. La scrittura riflessiva affina la comprensione di sé attraverso la registrazione più puntuale degli stati interni evocati e, in particolare, la possibilità di riappropriarsi e di custodire le tonalità chiare del proprio paesaggio interiore e di filtrare e lasciare decantare sulla carta quelle più scure. Questo consente di riconciliarsi con se stessi e accogliere le zone d’ombra come quelle di luce in maniera meno giudicante, come è più volte emerso dai partecipanti dei laboratori.

Proveremo a esemplificare illustrando nel dettaglio il primo incontro sui paesaggi naturali.

Dopo una breve introduzione sulle finalità e la metodologia del laboratorio, chiediamo di presentarci attraverso uno stimolo visivo raccontando un po’ di sé in forma indiretta. Su un tavolo vengono sparpagliate molte e colorate immagini che ritraggono paesaggi naturali o di animali. Si chiede di scegliere l’immagine in cui ci si rispecchia di più per ciò che rappresenta, per i colori, per la sensazione che dà e il messaggio che muove. Successivamente si propone di darle un titolo e di provare a scrivere la motivazione che ha portato a scegliere proprio quella immagine. Alcuni si fermano al titolo, altri riescono ad approfondire:

Io sono come… una finestra sul mare.

Io sono come… colori assopiti.

Io sono come… un girasole in mezzo alla tempesta.

Io sono come… una quercia. Radici ben piantate nella terra e fronde grandi per accoglierle.

Io sono come… un gatto, chiede affetto, dà affetto, ti parla con gli occhi sperando che tu lo comprenda. Una fusa, una coccola, non chiede altro che amore per essere felice.

Io sono come… un mare quando agitato da tumultuose passioni si gonfia e si infrange. Ritorna e si concede senza smettere mai.

Io sono come… uno spazio aperto coperto da una fitta nebbia… Non si sa cosa c’è dopo fino a quando non ci arrivi. È tutta una meravigliosa sorpresa o forse una profonda delusione.

Io sono come… il grigio delle nuvole perché nel cuore e nella mente sento di riflettere questo colore: è un periodo in cui sento di mancare di fiducia in me stessa e ciò ostacola la mia vitalità e l’entusiasmo con cui affronto la vita.

Io sono come… un carapace: ho una corazza per difendermi e mimetizzarmi con gli altri, cerco protezione.

 

Noi siamo sempre dentro una certa “tonalità emotiva” che, come una nota musicale o una pennellata di un pittore sulla tela, pervade e tinge il nostro essere-nel-mondo, avvolge la nostra esistenza rendendola sempre “emotivamente intonata”, incide sui pensieri, sulle azioni, sulla comprensione di ciò che viviamo, trasforma le dimensioni costitutive dell’esperienza ovvero quelle dello spazio, del tempo e del corpo vissuto. È, infatti, esperienza comune che quando stiamo male ogni cosa intorno a noi si connota di una atmosfera tetra e pesante, il tempo si svuota del futuro e si estende su un presente scolorito, lo spazio fisico e relazionale si restringe, il corpo si ripiega su di sé e viene percepito come fragile, minaccioso, bisognoso di attenzioni; mentre se stiamo bene tutto è più luminoso e leggero, gli orizzonti spazio-temporali si ampliano, la progettualità rifiorisce, il corpo nella sua apertura al mondo viene vissuto come un alleato soggetto d’intenzioni (Binswanger, 2003; Bollnow, 2009; De Monticelli, 2003; Heidegger, 2000; Iori, 2009a). Nonostante la tonalità emotiva pervada ogni esperienza e costituisca, dunque, un aspetto molto importante di sé, non sempre riusciamo a trovare le parole per esprimere e nominare le infinite tonalità emotive che colorano la nostra giornata (Iori, 2009b). Per questo nel secondo esercizio del laboratorio proponiamo lo stimolo dell’arte visiva proiettando una serie di quadri e fotografie di paesaggi naturali e chiediamo, dunque, di mettersi in una posizione di ascolto per lasciarsi toccare dalle sensazioni che suscitano e per cogliere i colori che più colpiscono. L’esercizio di scrittura prevede poi di entrare in contatto con se stessi e soffermarsi su quali siano ultimamente i propri colori e se cambino per esempio nell’arco della giornata.

Al mattino, grigio: mi inquieta ogni inizio giornata, ansia e timore per l’ignoto. Tarda mattinata e pomeriggio, arancio: attiva, nel cerchio delle relazioni, impegnata. Alla sera e alla notte, rosso e blu: quiete, pacificata, malinconica.

Di solito mi sento gialla ma a volte grigia, molto grigia. Il giallo è l’entusiasmo per la vita. Il grigio lo sprofondare nell’angoscia per un mancato sorriso, la paura di perdere un’amicizia o la paura di una malattia.

In questo mio presente mi sento triste. Forse è la notte che meglio mi rappresenta. Non una notte buia, ma quella dipinta da Van Gogh, dove la luna, le stelle, tutto quanto è slabbrato e sciolto, come se stessi guardando attraverso un velo di lacrime e mi passo gli occhi col dorso della mano.

I miei colori. Mi sveglio nel bianco assoluto, nella pace e nella purezza di attimi che sfuggono e momenti che entrano senza chiedere permesso. Spesso è l’azzurro a fare da scudo al blu intenso.

 

Nel terzo e ultimo esercizio di scrittura ci affidiamo al linguaggio allusivo dei suoni affinché i partecipanti evochino immagini, stati d’animo, emozioni, storie. Proponiamo alcuni brani musicali, come la Sinfonia Pastorale n.6 di Beethoven che suggerisce l’immagine di una tempesta, a cui accompagniamo uno stimolo poetico, per esempio, La Tempesta di Emily Dickinson (2000):

 

Un’orrenda tempesta

annientò l’aria

poche e livide le nubi:

un’ombra come il manto

d’uno spettro

nascose terra e cielo.

Delle forme ghignavano sui tetti

e sibilavano nell’aria

scuotendo i pugni,

agitando chiome frenetiche.

Schiarì il mattino, che svegliò gli uccelli

e fu la pace come il Paradiso.

 

Dopo aver raccolto a voce le impressioni, chiediamo di scrivere una cartolina a un/a amico/a o a se stessi da un paesaggio particolare, anche immaginario, descrivendo come ci si sente e che cosa si vorrebbe, oppure immaginando di ritrovare una vecchia cartolina e ricordare come ci si sentiva ai quei tempi e come ci si sente ora. Se all’inizio in alcuni è evidente il timore iniziale della pagina bianca, già al termine dell’incontro cresce la voglia di sperimentarsi nella scrittura e di mettersi in gioco, come emerge da questi scritti:

 

Carissima, ti scrivo da “Crescita”, luogo che ben conosci perché lo frequenti da tanto tempo, praticamente da sempre. È un luogo che non ha molte comodità e attrezzature, te le devi portare da te. È caratterizzato da grandi arrampicate di cui non vedi tante volte la fine, ma anche di improvvise valli di “bello” che si aprono all’improvviso. Per frequentare questo posto devi, lo sai, attrezzarti di energia, di entusiasmo, sorrisi, lacrime, silenzi… è una sfacchinata, lo vedi già all’inizio del sentiero: prendi il tuo passo, i tuoi tempi (se possibile), ma vieni perché potrebbero sorprenderti.

 

Cara C., ho trovato questa cartolina di quel tuo paesaggio… Eri movimento di onde e di cavalli. Vortici di sabbia, eri rami che si spezzavano, sassi che rotolavano, eri talmente viva!… Ricordo la tua felicità! Il tuo sperare così intenso, il tuo sentirti viva. Io mi sentivo contenta di saperti viva… ora c’è attesa che il nuovo venga, che bussi alla porta il mio progetto, che ci sia raccolto: una sorpresa nuova!

Caro amico, ti scrivo e ti dico che il nostro vivere è ormai nero, la musica della natura è scomparsa, il nulla avanza. I bei colori vivaci che ci invogliano a scrivere danzando in un girotondo di note sillabate è stato divorato da un mostro implacabile e affamato di speranza causando solitudini. L’anima noi abbiamo perso. Amico caro, un giorno ti raggiungerò e alle spalle il tutto lascerò. Ciao.

Caro G., ho trovato questa cartolina che raffigura il tuo mare agitato, oscuro e inquieto, che ti rappresenta così bene. Ho rivissuto quel breve incontro sul ponte sferzato dal vento, inondato dalle onde impetuose. Breve e fuggevole ricordo di un guizzo d’emozione travolto dal quotidiano. Nostalgia di ciò che non è stato. Ora non più.

 

Tutti gli incontri presentano lo stesso impianto metodologico:

 

-        Composizione del gruppo. Il gruppo non deve essere né troppo piccolo né troppo numeroso perché deve consentire un buon livello di scambio. Generalmente la composizione ottimale è di 10-12 persone.

-        Tempistica. Abbiamo proposto laboratori costituiti da un minimo di quattro a un massimo di 10 incontri con cadenza quindicinale o settimanale, della durata ciascuno di due ore e mezza o tre ore con una pausa, alla presenza in aula sempre di un educatore con cui si ha la possibilità di confrontarsi e raccogliere impressioni. Se il gruppo si conosce già, è naturalmente più facile la fase preliminare di sblocco, ma potrebbero successivamente insorgere ostacoli nello sciogliere i nodi delle precomprensioni. Per questo si propone un incontro preliminare con gli operatori che hanno promosso la costituzione del gruppo, in modo da dare la possibilità al formatore di programmare e gestire in modo adeguato gli incontri.

-        Setting. Anche i dettagli tecnici sono importanti, per cui il locale deve essere sufficientemente ampio da poter contenere i partecipanti in una disposizione a semicerchio o attorno ad un unico tavolo. Per quanto riguarda la strumentazione e il materiale, si chiede la dotazione di un proiettore con sonoro, la possibilità di effettuare fotocopie, lavagna a fogli mobili, pennarelli, fogli bianchi. All’inizio del percorso, soprattutto se rivolto ad utenti dei servizi, si suggerisce di regalare ad ogni partecipante un quaderno con una penna e una cartelletta per la raccolta dei materiali.

-        Modalità di conduzione. Attraverso proposte e stimoli secondo le metodiche caratteristiche delle Medical Humanities – letture di poesie e narrativa, ascolto di brani musicali, visioni di immagini artistiche e sequenze filmiche – le persone sono sollecitate a scrivere ricordi, sensazioni, emozioni – al massimo tre esercizi per incontro – sulla base delle proprie esperienze personali, delle proprie possibilità e rispettando i tempi di ciascuno. Si invitano, poi, le persone a condividere in parte o completamente quello che hanno scritto in modo libero seguendo, però, un patto di gruppo che prevede la regola del non giudizio, del rispetto e della tutela della privacy – ciò che viene condiviso deve rimanere all’interno del gruppo. I laboratori sono strutturati infatti non solo per ascoltare, nominare ed esprimere le proprie emozioni, ma anche per aprire spazio alla condivisione. In questo modo la scrittura come luogo dell’ascolto di sé, quando trova orecchie attente, rispettose e sensibili si rivela anche apertura all’ascolto dell’altro diventando spazio di comunicabilità e di relazione. Il laboratorio è, inoltre, un contesto altamente educativo perché il gruppo è investito della responsabilità di darsi delle regole nel rispetto di ognuno: tutto ciò che viene scritto o detto è materia di conoscenza, non di giudizio, i tempi sono quelli che il gruppo stesso si prende finché tutti non hanno terminato il proprio lavoro. Il laboratorio diventa pertanto palestra di non violenza, di esenzione dal giudizio, di ascolto in profondità, di comprensione reciproca, di condivisione, di pazienza. È anche opportuno creare un clima di reciproco scambio e di aiuto smorzando qualsiasi tentativo di competitività e/o di eccessiva valorizzazione delle proprie – anche reali – capacità espressive.

 

Tra tutte le parole e le tipologie del linguaggio possibile – scolastico, materialistico, scientifico, etc. – è utile cercare parole “in cui il significato riesce ad abitare comodamente perché sanno conservare la realtà di un’esperienza” (Mortari, 2002, p. 119), ovvero dell’esperienza vissuta, non decurtata delle sue dimensioni soggettive ed emotive, che nel rappresentare appunto ciò che sentiamo, riconosce valore e dignità al nostro sentire. In questo modo la scrittura diviene “luogo interiore di benessere e di cura” (Demetrio, 1996, p. 10) in cui ciascuno può pazientemente avvicinarsi a se stesso, appropriandosi delle tonalità del proprio paesaggio interiore e intessendo i fili della propria storia tra i vissuti che emergono nel qui e ora e i numerosi ricordi ad essi collegati che riaffiorano. Tutto ciò facilita processi di risignificazione e di rielaborazione riflessiva, nella convinzione che l’autentico sapere di cura “nasce dall’incontro con un’esistenza singolare e irripetibile che chiede di essere aiutata: non come l’ennesimo esemplare di una sindrome patologica, né come un 'caso' da studiare e risolvere, ma nella complessità dei suoi bisogni di persona che soffre, senza peraltro che la sua vulnerabilità e la sua dipendenza ne scalfiscano la dignità” (Bruzzone, 2007, p. 146).

Nei momenti particolarmente intessuti di emozioni, che coinvolgono o turbano la vita, le lacrime e i sorrisi, la speranza e l’angoscia si fanno scrittura. La scrittura nasce “quando i sentimenti interrogano l’esistenza”. E i sentimenti interrogano l’esistenza di chi si lascia interrogare. Questo approccio risulta ben diverso dal voler spiegare o gestire le emozioni in quanto implicherebbe “un loro possesso e una loro “amministrazione”  che ci rimanderebbe alla prospettiva di doverli “dominare” piuttosto che a quella di “ascoltare” che cosa hanno da esprimere” (Iori, 2006, p. 87). La comune appartenenza al medesimo mondo-della-vita rende ogni essere umano esposto alle medesime paure. Non c’è dolore dell’altro che non possa interrogare anche il mio, come emerge dagli scritti dei partecipanti ai laboratori, di cui riportiamo alcuni brani presi dagli incontri sui paesaggi urbani, domestici, dei volti e di cura.

 

Come vorrei la mia città?

Mi piacerebbe che le auto fossero piante che viaggiano su delle strade di zucchero. Un posto dove ci siano belle fontane. Non solo belle, ma anche piene di acqua potabile. Dove la gente si dovrebbe salutare. Anche chi non si conosce. Vorrei poter mangiare dei muri di focaccia alle olive. Respirare solo aria pulita e case e palazzi colorati dovrebbero potersi spostare dove si vuole. A questo punto parchi e verde non devono mancare. Le salite devono diventare discese e le discese sempre così come sono.

 

Io ero una casa abusiva che è stata abbattuta. Da quel momento ho cominciato a costruirne una nuova con l’autorizzazione del comune. Negli anni la casa ha preso forma. Gli errori di costruzione ci sono stati, come qualche muro storto, abbattuto e ricostruito in maniera più corretta. La casa che ho è una casa sempre in costruzione. Penso che i lavori non debbano finire mai. Anche quando la abiterò. Imprevisti come terremoti, alluvioni potrebbero sempre rovinarla, ma con un po’ di manutenzione la rimetterebbero a nuovo. Io non ho ancora una casa. Fuori dal cantiere c’è la scritta: lavori in corso.

Ricetta per la strada di casa:

Prendi due pagine di quel libro che ti piace tanto, piegale per bene e mettile da parte.

Prendi una coperta, meglio se c’è un orso disegnato sopra , ma va bene quella che hai.

Aprila per bene e mettici sopra: il tuo peluche preferito, l’album delle foto, la passeggiata pomeridiana, quella telefonata che ti cambia la giornata.

Chiudi tutto per bene, aromatizza con l’essenza di fuoco di camino; tira fuori le due pagine di libro che hai in tasca e mettile sopra, come prezzemolo.

Inforna e stai ad aspettare tutto il tempo che ti serve.

Quando ci sei tira fuori et voilà, la strada di casa è pronta.

 

Il mio viso mi racconta qualcosa.

Quando mi guardo allo specchio di solito è un trauma, vedo solo e sempre tutte cose negative.

Il volto che vedo è segnato, le guance sono cadenti, gli occhi, che tanto erano belli, sono diventati acquosi, come quelli delle vecchiette o di quando sei febbricitante, le palpebre sono talmente in giù che non le posso più truccare.

Nel mio viso vedo solo la fatica di questi ultimi anni, le notti insonni, i pianti fatti, la stanchezza e a volte la disperazione.

Non ritrovo più niente del mio volto di quando ero più giovane, anche la luce che avevo intorno non la vedo più.

Però a volte quando mi guardo scorgo un dettaglio che conosco, gli occhi di mio padre, le rughe di mia madre e capisco di essere stata e di essere ancora una parte di qualcosa, ho un posto nel mondo, "sono" per me stessa e per gli altri e questo mi dà forza perché ogni segno del viso è il segno che ho vissuto e vivo.

 

Che cosa vedo nel volto di un altro?

Vedo gli occhi tristi, stanchi e sento che sono anche i miei... vedo gli occhi che si sgranano per qualcosa di bello, per un momento di gioia e sento che sono anche i miei...

Non condividiamo lo stesso specchio ma vorrei regalartene uno che, quando ti guardi, possa sostenerti e rimandarti il mio viso accanto al tuo che ti sorride.

 

Torno a casa, cosa vorrei trovare?

Una roccia salda, che ha trovato il suo posto, che è sicura di stare dove sta. Una di quelle rocce che vivono nell’acqua, così da poter modellare e arrotondare le parti più spigolose.

Vorrei trovare una quercia, con le radici che si diramano in profondità, con una terra sicura da cui trarre nutrimento e la possibilità di alzarsi all’infinito verso il cielo.

E invece trovo una piccola canna di fiume, che l’acqua e le rocce può solo ammirare e per guardare la quercia deve piegarsi molto. Che voglia ha quella canna di essere qualcos’altro, però quando arriva la tempesta scopre di avere una qualità: si fa piegare dal vento, ma non si spezza. Poi quando torna la calma si rialza.

 

Cara me stessa,

ti scrivo una cartolina dal luogo dell’evoluzione; sei sempre stata uno spirito che ha bisogno di sentirsi libero, hai sempre cercato la novità, nuove esperienze di vita per arricchirti e hai scoperto in te scavando una profondità che hai permesso a poche persone di conoscere. Ti sei lasciata guardare e contemplare dagli sguardi di amici che ti hanno aiutata a trovare la consapevolezza di te stessa anche quando non eri coi piedi per terra. Ti auguro di rischiare ancora, di visitare nuovi pianeti o sempre gli stessi con occhi nuovi come il Piccolo Principe. Mettiti in gioco, sentiti come quando avevi diciassette anni… vorrei per te che il futuro ti sorridesse e che tu realizzassi quel progetto d’amore che da adolescente durante una meditazione ti avevano chiesto di scrivere, che possa aprirsi la busta dove l’avevi celato e vederlo concretizzato.

 

Di ritorno dal viaggio mi specchio: mi vedo cambiata fisicamente, ho i capelli più corti e non più i boccoli da riccioli d’oro e con qualche chilo in più, ma poco importa il mio aspetto esteriore.

Vedo dentro un vulcano che aspetta di esplodere raccogliendo i germogli della tua gioia di vivere, aspetto di ritrovarti e rivederti sorridente come quando da ragazzina dicevi alla cara Vale: “Ho voglia di spaccare il mondo”. La tua vita la vedo come un mosaico fatto di tanti piccoli pezzi che paragono alle persone che hai incontrato, che hai amato , che ti hanno deluso e conosciuta. È vero, per un periodo eri fatta di cristallo, ma un cristallo che aspetta di tornare roccia sulla sabbia.

Sii umile ma non umiliarti e non farti umiliare. Fidati in primis di te stessa e dai una chance a chi dice di amarti. Non perdere il filo con l’alto, ma sorridi anche a chi sta più in basso.

Ti vedo a volte titubante e bloccata dalla paura di mostrarti come sei, ma non temere, ti rifarai.

Sii spontanea ma non troppo, cerca di credere di più in te stessa e abbi fede. Lasciati andare e soprattutto lascia che CURA ti prenda per mano e ti accompagni nel tuo cammino di vita.

 

Sorpresa, questo è il tuo giorno fortunato, potevi trovare un pesce morto e invece hai trovato una bottiglia con un messaggio dentro.

Chi ti scrive, io, vive molto lontano ma se ti guardi intorno troverai tante altre persone che le somigliano.

Sono forse una come tante ma allo stesso tempo sono io, ho molto vissuto, amato, pianto, riso, pregato (poco), lavorato (troppo), ma sono ancora qui, viva e in azione.

Qualunque cosa ti sia capitata o ti capiterà... ricorda che tutto passa, che a volte quando sembra troppo complicato, basta sedersi e aspettare.

Non perdere mai la speranza e...ricicla questo vetro!

 

5. Conclusione

“… E’l naufragar mi è dolce in questo mare”.

G. Leopardi, L’infinito

 

Ci siamo messi in cammino tra infiniti paesaggi di vita.

Tramonti colorati come vite vissute, dolori silenziosi come neve, città misteriose come ricordi, corpi oscillanti come canne al vento, volti che diventano paesaggi, paesaggi che trasformano i volti.

Si cammina insieme, per questi paesaggi, si affrontano in cordata i muri dell’antico rancore, ci si dà forza per varcare gli abissi dell’errore, si colgono i fiori del perdono, si offrono cesti di speranza.

L’esperienza del male, pesante zaino sulle spalle di ognuno, diventa cibo comune, alimento trasformato da abili mani che ne smorzano il sapore amaro e pungente, lo trasformano, lo spezzano per tutti, restituendo solo il lieve peso di un dolore attutito, quasi impercettibile, come la nostalgia di un amore perduto.

Paolo ricorda le corse nei campi infiniti del suo Sud, dove il nonno pazientemente gli insegnava ad accarezzare i fiori.

Simone rivede la casa natale, troppo carica di fantasmi di dolore, troppo viva per entrare nell’oblio, troppo lontana per restituire perdono.

Marzia ama la sua città, il borgo antico, la sua bellezza, gli odori che si intrecciano ai ricordi, la memoria che si confonde con i dipinti più belli della fantasia e del sogno.

Luca trova nei suoi viaggi, nei paesaggi lindi del nord e nel mistero delle città dell’est, la forza di vivere e di lottare per ritrovare ogni giorno se stesso.

Matteo vive dello stupore di ogni passo tra le sue montagne: nel linguaggio del vento si avvera ogni giorno l’incontro e il dialogo profondo con la sua amata Anna.

Grazia guarda il suo volto riflesso, trova ricordi, sguardi persi all’infinito; in un movimento fugace degli occhi rivede il buio di un dolore violento e brutale che le strappò l’infanzia; nella luce di quegli stessi occhi riconosce un altro dolore, intenso ma gioioso, che le riconsegnò il futuro nel miracolo di una vita nuova.

Teresa legge nel volto di Maria luci e ombre, anni dominati da fantasmi, bestie feroci affrontate con coraggio, incontri fugaci e amori intensi, desideri di pace, sentieri di bene.

Maria legge nel volto di Teresa un cuore grande e leggero, che genera bellezza senza far rumore, che costruisce la sua casa sulla roccia e poi spalanca porte finestre per inondarsi di sole e di amici.

Giorgio vede nella città la sua donna malata: bella, accogliente, saggia, dal portamento elegante e nobile, ma profondamente ferita da un male oscuro che la erode dall’interno e le toglie il respiro.

I destini delle famiglie e delle persone che portano su di sé un pesante carico di “male di vivere” si intrecciano inevitabilmente con i nostri. Nessuna comunità, nessuna società civile può guardare con indifferenza al dolore comprimendolo in solitudini asfittiche, chiudendolo in case-prigioni interiori che spezzano la speranza.

La cura ha paesaggi infiniti da scoprire, percorrere, creare, modificare, comprendere… bisogna avere il coraggio di varcare la soglia del proprio mondo e credere nell’esistenza di quell’isola che non c’è solo per gli occhi che non sanno guardare oltre l’orizzonte.

E’ necessario guardare in faccia il dolore, prendersi cura dei paesaggi devastati dal male, tessere trame di narrazioni condivise, intrecciare fili che disegnino qualcosa di nuovo, ri-nascente, liberante e bello. E bisogna farlo insieme, perché le storie di sofferenza ci guardano e ci riguardano, ci accompagnano e ci indicano la direzione e il senso del nostro cammino.

Nei laboratori di scrittura, luoghi non solo di parole ma, soprattutto, di sguardi, relazioni, ascolto, comprensione, prossimità, consolazione, ironia e convivialità, le declinazioni all’infinito dei Paesaggi di Cura si sono moltiplicate e avviluppate l’una all’altra per dare origine a scritti personali intensi e profondi.

Cinque sono le dimensioni emerse negli Infiniti Paesaggi di Cura:

Infiniti come spazi immensi, grandi quanto è grande la capacità di soffrire, condividere, amare, lottare…

Infiniti in termini temporali, senza fine, perché i paesaggi di cura si trovano nel passato, nel presente, ma anche nel futuro, nei sogni e nei progetti…

Infiniti in termini numerici, perché ognuno trova in sé, in modo peculiare, molteplici occasioni, situazioni ed esperienze per “prendersi cura di sé”.

Infiniti in termini di diversità di modi: ognuno ha il suo paesaggio di cura e non può prendere a prestito o copiare quello di un altro…

Infiniti in termini di relazione: perché prendersi cura di sé, prendersi cura dell’altro, essere presi in cura è un percorso a spirale, è un circuito virtuoso che prosegue all’infinito… perché la Cura non ha fine, è parte originaria dell’esistenza, dell’esser-ci, essere-con, essere-per.

Così gli Infiniti paesaggi di cura non hanno avuto per noi il significato leopardiano di fuga dal quotidiano, ma di coraggiosa immersione nella vita per condividere, comprendere e comprendersi.

L’esperienza del laboratorio di scrittura è questa: un viaggio condiviso, mano nella mano, lungo sentieri di vita affascinanti e impervi, incantevoli e tenebrosi, alla scoperta dei propri chiari del bosco per dipingere insieme, attraverso il dono della parola, nuovi paesaggi di speranza. Non si trovano ricette del vivere bene: il chiaro del bosco è il senso che scopriamo nel nostro paesaggio interiore, ognuno deve trovare il suo e non può accedere a quello di un altro, ma questa nuova luce può indicare il cammino di cura verso una meta comune.

È emblematica la poesia con cui abbiamo chiuso i laboratori, dedicata a tutte le anime sofferenti che creano, nonostante tutto, i più incantevoli paesaggi dell’anima.

 

La poesia è la voce delle anime che si stanno facendo,

che non sanno come fare,

delle anime con i lavori in corso.

Che non se la cavano.

Con il sangue che corre e si versa.

Le anime che rischiano.

Che si illuminano e che a volte si perdono.

Le altre, le anime tiepide, a mezzo gas, al cinque per cento,

non sanno cosa farsene della poesia.

(D. Rondoni)

 

Note

 

[1] Il concetto di Recovery, introdotto negli anni Ottanta dal movimento degli utenti anglo-americani, fa riferimento alla capacità dei pazienti di parlare e raccontare della propria esperienza di malattia e delle strategie personali individuate per gestirla. “Recovery” potrebbe essere tradotto in italiano come “riaversi”, “ri-prendersi”, “ri-costituirsi”, cioè tornare ad appartenere a se stessi  in un processo in cui la persona non si lascia passivamente vivere dagli effetti della sua malattia, ma lavora attivamente per costruire percorsi personali di guarigione. La scrittura e tutte le strategie di Medical Humanities fanno parte integrante dei percorsi di Recovery.

[2] Ci riferiamo al mastro Geppetto del Pinocchio di Collodi (1883).

[3] Antico testamento, Genesi, 2, 19-20.

[4] Le prime edizioni di questi laboratori furono promosse dall’Associazione Il chiaro del bosco all’interno di un progetto co-finanziato dalla L.R. lombarda 23/99 “Percorsi di empowerment: famiglie e disagio psichico”. Dalle sollecitazioni di tali laboratori è stato indetto un Concorso letterario provinciale in due anni successivi destinato a familiari e pazienti dei CPS, delle Comunità psichiatriche, etc. le cui opere migliori sono state pubblicate da Liberedizioni di Brescia. Un esempio ne è la poesia di Adesiva In esergo, I classificata (Il chiaro del bosco, 2011, p. 81).

[5] Il Centro psicosociale (CPS) è un servizio del dipartimento di Salute mentale del Sistema socio sanitario della regione Lombardia. Il Servizio offre interventi di tipo psichiatrico, psicologico, sociale ed infermieristico, e fornisce trattamenti farmacologici, psicoterapeutici, riabilitativi e socio assistenziali.

[6] Nelle sedi di Gardone Val Trompia, Iseo, Leno, Lonato, Salò.

[7] La Comunità riabilitativa ad alta assistenza (CRA) è finalizzata alla riabilitazione di soggetti che, per le condizioni cliniche e le disabilità psicosociali, abbisognano di un periodo di trattamento in comunità con assistenza continua.

[8] Per esempio: la lista della spesa, i post-it promemoria sparsi per la casa, gli sms sul cellulare, l’email col computer, gli appuntamenti sulla rubrica, il diario personale.

 

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