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Gli anziani si raccontano. Alcune riflessioni
di Maria Concetta Rossiello   

Dar voce alla vecchiaia, “far parlare” questa stagione della vita, spesso difficile da accettare, sicuramente complicata da gestire, ma che è detentrice di un’identità personale e storica ineguagliabile

che cela tra le trame di racconti a volte ridondanti altre volte confusi un patrimonio inestimabile di saggezza. Narrar-si per restituire al proprio essere dignità e senso, per affermarsi in una società del qui e ora che troppo spesso dimentica gli anziani, i nostri anziani, il nostro passato, in realtà un presente che ci spaventa e che preferiamo non ascoltare. Sembra che la vita ad un certo punto nella vecchiaia non abbia più nulla da raccontare, come se gli anziani non avessero segreti o vite da indagare perché ogni giorno la loro vita ci appare una recita, con le stesse entrate e le stesse uscite, tutto uguale, lineare, monotono, tutto quello che, in realtà, rifuggiamo. Invece il parlare di sé e delle proprie esperienze di vita, specie se queste sono molteplici come solo per la vecchiaia è immaginabile, rende possibile un percorso introspettivo che conduce all’accorgersi e alla consapevolezza di aver vissuto. Il racconto di sé, dei tempi passati, della vita presente e delle aspettative future restituisce identità all’anziano e offre un senso alle esperienze di vita creando un nesso temporale e intergenerazionale tra presente e passato in vista del futuro. “Il processo di invecchiamento, in quanto processo, è estremamente complesso, intessuto con altri aspetti della vita, pertanto non può essere ridotto ad una mera fase della vita alla quale dispensare buoni consigli e non può essere banalizzata con il tentativo di ridurne la propria complessità” (Volpicella, 2014, p. 14). Aprirsi alla complessità della vecchiaia significa, allora, porsi in posizione d’ascolto, saper cogliere le storie che riaffiorano dal passato in veste di protagonisti, cogliere le diverse identità del nostro “io tessitore” che “collega e intreccia; che, ricostruendo, costruisce e cerca quell’unica cosa che vale la pena di cercare – per il gusto di cercare – costituita dal senso della nostra vita e della vita” (Demetrio, 1996, p. 15); si tratta di un presente che, attraverso la narrazione del sé, modella e ricrea il passato intrecciandolo ad un progetto esistenziale unitario in grado di restituire alla persona la trama della propria vita.

 

To give voice to old age, “to talk” life season, often difficult to accept, definitely complicated to manage but which is holder of an unequalled personal and historical identity which conceals an inestimable heritage of wisdom between pompous and confused plots. To relate oneself to give own nature back dignity and sense, to impose oneself in the current society which forgets the elderly too often, our elderly, our past, actually a present which scare us and we choose not to listen. It seem the life has nothing to relate in the older age at a certain extent, as if the elderly had not secrets or lives to investigate, because every day our life seems to us a performance, with the same income and expenditure, everything is identical, linear, monotonous, actually whatever we avoid. Instead to talk about oneself and own life experiences, especially if these are multiple as only for the elderly is conceivable, to make possible an introspective way which leads to the realization and the awareness to have lived. The story about oneself, past times, current life and future expectations gives to old person the identity and it offers a sense to life experiences by creating a temporal and intergenerational relation between present and past in view of the future. “The ageing process, as a process, is extremely complex, interweaved with other aspects of the life, therefore it cannot be reduced to a mere phase of the life to which to dispense good advice and it cannot be made banal by the try to reduce own complexity” (Volpicella, 2014, p. 14). Then to open to the complexity of the elderly means listening, being able to take the stories which resurface from the past as protagonists, taking the different identities of our “oneself weaver” who “connects and interlaces; who, by reconstructing, constructs and looks for the only thing which is worth looking for – for the pleasure to look for – constituted by the sense of our life and the life” (Demetrio, 1994, p. 15). It is a question of a present which, through the relate about oneself, moulds and recreates the past by interlacing to an unitary existential project to be able to give the plot of own life to the person.

 

“Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia”.

Isak Dinesen

 

1. La narrazione come “cura”

 

Tra i significati della parola “curare” vi è il “riconoscere importanza a qualcuno” e il “tenere in ordine la propria persona” partendo dal “farsi carico della propria storia” (Sabatini & Coletti, 2008). Le nostre aspettative, il nostro carattere e il nostro “saper essere” dipendono dalla nostra storia personale e dalle esperienze di cura che facciamo; l’“aver cura”, infatti, inerisce una forma elementare di riconoscimento e una presa di coscienza di una relazione che ciascuno “costruisce” con sé e “co-costruisce” con l’altro (Manfredi, 2009). Conoscere la propria storia personale significa, allora, riconoscersi ed identificarsi nella propria posizione; “si manifesta in ciò l’effetto di una tipica funzione del riconoscimento, che è una particolare forma di ‘performatività’: il riconoscimento attribuisce realtà a chi ne è oggetto, lo connota nella sua identità, lo ‘fa essere’ secondo modalità che tendono a stabilizzarsi in un contesto comunitario e convenzionale” (Manfredi, 2009, p. 59). Narrar-si, in un contesto socialmente condiviso dai protagonisti della terza età, può contribuire a rimettere al centro le storie delle vecchiaie e a mostrare quel legame inscindibile tra vecchiaia e carattere (Hillman, 1999) che diviene il punto di forza della diversità dell’anziano intesa come unicità.

Il momento in cui si propone all’anziano di ripercorrere i propri vissuti e di raccontarli può creare una situazione di condivisione e di riflessione di gruppo se si considera che il luogo dell’incontro diviene uno spazio non solo fisico ma emotivo, ovvero uno “spazio della prossimità” (Volpicella, 2013, p. 32) in grado di instaurare un nesso tra narrazione e cura. Si tratta di una cura che, attraverso la narrazione offre la possibilità di partire da se stessi e “rende le persone consapevoli del proprio ruolo, capaci di autodeterminarsi e di darsi all’altro” (Volpicella, 2013, p. 33). Nei racconti condivisi gli anziani sono condotti alla consapevolezza che la vita, per quanto singolare e diversa per ognuno, può presentare uno sfondo comune, una costruzione sociale e relazionale, e quando la vecchiaia, attraverso il racconto di sé, giunge a tale consapevolezza, avverte meno il senso di solitudine. In questo Bruner (2002) ci offre una base teorica di partenza affermando che nel processo narrativo “l’identità diventa res publica, anche quando parliamo a noi di noi stessi; si può concludere, dunque, che il sé è anche l’altro” (p. 75). Nel racconto l’identità personale si offre come una costruzione relazionale che continua ad evolversi nel tempo. Si tratta di un raccontarsi come di un “agire donativo e intergenerazionale” (Volpicella, 2013, p. 31) che apre la strada a quei rapporti che ciascuno instaura con gli altri e con se stesso, a un soggetto che nel suo divenire sociale, culturale, esistenziale è l’impronta dinamica e assolutamente unica di ogni persona nel farsi e nel fare storia. Raccontarsi può divenire una chiave di lettura per creare una vicinanza e una comprensione intergenerazionale che, attraverso la narrazione, può offrire una nuova dimensione alla vecchiaia in cui la stessa abbia la possibilità di ri-prendersi un tempo intimo e riflessivo e, soprattutto, di darsi agli altri come esempio, come diversità, come cura. Affidare la propria storia ad una comunità può ristabilire “una continuità dell’esperienza tra le vecchiaie e le diverse generazioni che sia capace di generare la trasmissione di valori autenticamente genuini per la crescita sociale e culturale dell’umanità” (Volpicella, 2014, p. 129). “Occorre scommettere – afferma Frabboni (2005) – sul bisogno-motivazione della comunicazione contro l’incomunicabilità della società dei consumi e della socializzazione contro l’isolamento”; per tale ragione all’anziano bisogna affidare “un’autonoma progettazione di percorsi di socializzazione” (p. 86). In questa progettazione, per cui la narrazione si offre quale strumento riflessivo per la costruzione di significati interpretativi della realtà, vi è un “prendersi cura” che trasforma gli anziani in “agenti” (Volpicella, 2009) partecipi e protagonisti del vivere sociale. Occorre, dunque, che gli anziani si riapproprino del proprio ruolo sociale, per scoprire nuovi riferimenti, nuovi modelli e per riprendere il processo di crescita (Tramma, 2001). Questo confermerebbe l’idea bruneriana secondo cui la narrazione, riattivando e recuperando storie del passato crea, inevitabilmente, una continuità che è fondamentale per un percorso di crescita (Bruner, 2002). “Mediante la narrativa – afferma Bruner (2002) – costruiamo, ricostruiamo, in certo senso perfino reinventiamo il nostro ieri e il nostro domani” (p. 106). Così la memoria assieme all’immaginazione diviene una modalità per riattivare tale ruolo proprio a partire dalla narrazione.

La pratica narrativa è il tentativo di riuscire a mettere un freno al diffuso disadattamento alla vecchiaia che è soprattutto correlato a “oggettive condizioni di difficoltà, prodotte dalla marginalizzazione della vita attiva, creativa e relazionale cui gli anziani vengono progressivamente sospinti da un’organizzazione economica e politica che tende a mettere fuori gioco quanto e quanti, in termini di ridotta economicità, non hanno più valore di mercato” (Pinto Minerva, 1988, pp. 6-7). Pinto Minerva (1988) sostiene che l’anziano viene accantonato e relegato nelle aree della passività, della solitudine e della alienazione comunicativa perché non più “utile” per una società i cui canoni sono esclusivamente produttivi e consumistici. La vecchiaia, allora, viene vissuta come “periferia” dell’età umana, bistrattata e non considerata, posta ai margini proprio come le “periferie ovvero spazi di incapacitazione, crocevia di esclusioni e inclusioni, chiusure e aperture, […]. Caratterizzate da precarietà e fragilità e legate al concetto di esubero, di scarto” (Di Giovine, 2013, p. 56). Finché si continua a guardare alla vecchiaia come ad una “precarietà esistenziale” (Pinto Minerva, 1988, p. 7) si alimenta sempre più l’idea di inutilità. In realtà non si è mai inutili, anzi, si è più utili da vecchi perché si è portatori di esperienza, di vita, di pazienza, di padronanza del tempo nonostante qualche acciacco, qualche malattia, anche se le gambe sono malferme e persino la mente è malferma.

La narrazione mostra la vecchiaia in tutta la sua utilità ridando presenza ed attenzione ad un passato che altrimenti andrebbe perduto e che, invece, viene commemorato nel tempo della vecchiaia e trasformato in eredità. La rassegna della vita rappresenta un modo per trasformare gli eventi in esperienze, per tirar fuori le emozioni e dar loro un senso (Hillman, 1999). La narrazione, intesa in questo modo, può creare uno spazio a misura dei bisogni, delle aspettative, delle emozioni e delle storie della vecchiaia che si sente rimessa al centro, presa in considerazione, “curata”.

 

2. Raccontare per ri-trovarsi

 

La narrazione degli anziani prende avvio innanzitutto da esperienze formative, informali, professionali, da eventi personali, da interessi e attitudini che liberamente vengono esposte da chi narra, si tratta di “frammenti di realtà da cui partire per ricostruire una storia personale o collettiva” (Bruner, 1998, p. 14). Questa modalità del raccontar-si è tipica di un pensiero definito da Bruner (1998) narrativo, cioè di quel pensiero che sviluppa modi più creativi ed istruttivi di interazione con le proprie esperienze nel mondo e che si offre a sé e agli altri fortemente condizionato e ritmato dai sentimenti, dalle passioni, dagli affetti. Il pensiero narrativo cerca di dare senso all’esperienza mettendo in relazione gli stati psichici con la realtà esterna, per questo è importante partire dall’esperienza personale vissuta che crea un collegamento tra il passato e il nuovo. In questa narrazione di sé, inoltre, si viene ad attuare un’apertura verso l’altro che produce nuove forme di conoscenza e di condivisione, nuove modalità di riflessione e di socializzazione a partire dal modo in cui gli anziani percepiscono la propria soggettività, dotata di scopi, valori e legami (Ricoeur, 1983).

L’attività narrativa diviene un valore per la vecchiaia poiché cerca di comprendere come si percepiscono gli anziani, qual è il loro pensiero rispetto alla vecchiaia del sé e di coloro che li circondano; che cosa cambia in un’età in cui tutto appare consumato e logorato dal tempo e quali sono le differenze rispetto agli anni trascorsi, ma, soprattutto in quale aspetto della vita passata si nasconde la loro unicità e cosa li ha contraddistinti, quali eventi hanno plasmato l’identità di ciascuno al punto da dire: oggi, nella vecchiaia sono così perché…Ciò che conta per un’attività narrativa degli anziani non è la “categoria” vecchiaia in generale fatta di retorica, ma la propria “personale vecchiaia” già in essere o che ci si prepara a vivere. Mettendo a fuoco gli stati d’animo delle vecchiaie di ciascuno e le loro componenti ci si apre al confronto attraverso un costruttivo scambio di esperienze e di emozioni. “Se i nostri sé ci fossero trasparenti, certo non avremmo bisogno di parlarne a noi stessi” (Bruner, 2002, p. 71) e agli altri; potremmo aggiungere, pertanto che la narrazione è un aiutarsi vicendevole ad esaminare in maniera spassionata la propria e l’altrui vecchiaia per divenirne più consapevoli e per trarre da tale consapevolezza ragioni e stimoli che diano a questa stagione della vita il massimo di pienezza e di serenità raggiungibili. Quello che si viene a creare negli anziani è un clima di condivisione che “gradualmente abilita all’ascolto attento della storia dell’altro, abilita all’ascolto e al rispetto della propria storia, così facendo si impara anche ad andare incontro all’umanità dell’altro, comprendendo il valore della storia altrui” (Capo & Striano, 2015, p. 141).

Partendo dall’idea che “la formazione si dà come vicenda i cui significati più profondi si inscrivono in una certa storia di vita e ogni storia di vita si fa comprensibile solo con riferimento a una certa storia di formazione” (Frabboni & Pinto Minerva, 2013, p. 33), ciascuna storia umana, personale o collettiva, è l’esito di un processo differenziato e unico che deve tener conto, innanzitutto, della modalità con le quali questo processo, di invecchiamento nella fattispecie, prende forma. “Le vecchiaie, intese come modi di vivere soggettivamente una precisa fase della vita, indefinibile dal punto di vista temporale, investono diversi temi, quali il rapporto tra la persona e il tempo; la persona e gli altri inseriti negli spazi e in un territorio; la persona e l’universo simbolico-culturale” (Volpicella, 2014, pp. 17-18). Vi sono diverse maniere di invecchiare e di vivere l’anzianità e questo può dipendere da fattori ambientali, personali o culturali che concorrono a modificare la visione degli anziani nonché le loro storie. Si può parlare, per esempio, di un “invecchiamento attivo” (Age Platform Europe, 2012) laddove gli anziani sono posti o si pongono nella condizione di vivere serenamente la propria vita magari pieni di sentimenti o ancora propensi a perseguire le proprie passioni, lucidi e responsabili. Ma bisognerebbe considerare anche quella modalità di essere anziani che consiste nel subire l’invecchiamento. Molti anziani fanno fatica, per esempio, ad accettare una realtà “in decadenza” segnata, cioè, dalla perdita di lavoro, di relazioni, di affetti, di alcune capacità; forse ancorati alla vita passata cedono ad una inattività spesso combinata con la solitudine. Ci sono anziani che si chiudono, a volte, nella loro sofferenza innescando, purtroppo, un pericoloso quanto triste circolo vizioso. Differenti modi di invecchiare, dunque, possono offrire plurali storie personali e differenti narrazioni di sé.

Le memorie delle famiglie, del paese d’origine, delle esperienze lavorative, dei cambiamenti desiderati o subiti, offrono l’occasione per riflettere sul corso degli eventi e per valorizzare una trasmissione culturale e generazionale altrimenti interrotta. Bisogna aprirsi a questo valore morale del vecchio in quanto custode del rituale e dei principi di una cultura che è anche nostra. Alla luce di quanto detto diviene necessario modificare, se non addirittura stravolgere, le modalità con le quali ci si approccia all’anziano cercando di osservare con sguardo nuovo le sue esigenze, le sue intuizioni e, soprattutto, le sue storie come un patrimonio primario della società che può sopravvivere e continuare a essere un valore solo nella proporzione in cui l’anziano stesso venga sollecitato a elaborare le proprie esperienze e a mettere in gioco il proprio sapere. Un sapere che partendo dalle diverse esperienze che ciascun soggetto vive all’interno delle organizzazioni, ed attraverso le rielaborazioni cognitive delle esperienze e delle conoscenze che sedimentano nel corso della vita, giunge ad individuare inedite e originali soluzioni pratiche ai problemi quotidiani dell’individuo e della società (Elia, 2012). La cultura del nostro tempo, volta solo alla produttività e alla materialità, è poco propensa a portare l’attenzione sul ruolo educativo degli anziani e sul valore del loro sapere. Tutto ciò provoca quel che Iori (2012) definisce un “doppio danno pedagogico” (p. 80): sulle generazioni più giovani che vengono così private di un’eredità culturale e storica essenziale per la loro formazione, ma anche sulla stessa auto-percezione identitaria degli anziani che vivono la propria vita come inutile.

Bisognerebbe, dunque, recuperare il patrimonio di esperienza degli anziani per presentare ai giovani una cultura diversa dalla propria con la quale confrontarsi nella trasmissione di saperi e conoscenze; agli anziani, invece, si offrirebbe la possibilità di ri-vedersi attraverso la trama della propria e delle altrui storie nell’ottica di una continuità formativa ed esperienziale. Per far emergere questa continuità dell’esperienza diviene fondamentale ripartire dalla narrazione così come viene intesa da Bruner (2002), ovvero come quel “mezzo della cultura umana in grado di trattare gli squilibri prevedibili o imprevedibili inerenti alla vita in comune. […]. Le risorse narrative servono a convenzionalizzare le ineguaglianze che inevitabilmente si generano tenendo, così, a freno squilibri e incompatibilità” (pp. 105-106). La narrazione crea un’occasione di incontro e di scambio per riportare nei giusti termini le questioni ineludibili dell’invecchiamento che viene, così, a prendere forma. Partire dalla narrazione, dunque, quale modalità di ri-pensare, per gli anziani, la propria esistenza alla luce dello sguardo introspettivo scaturito dalla possibilità di raccontarsi, affinché il parlare di sé e delle proprie esperienze di vita renda possibile il rituale introspettivo dell’accorgersi di aver vissuto e di rappresentare un valore per l’intera società.

 

3. Alcune riflessioni [1]

 

L’attività narrativa per gli anziani si offre come un’opportunità di indagine guidata e di ricostruzione di alcuni momenti della storia personale mirate alla narrazione autobiografica; la narrazione, coinvolgendo direttamente la persona e prendendo le mosse dalla stessa, ha il valore di riportare al centro della propria vita l’anziano che assume la consapevolezza di essere il fulcro di attenzioni e di essere il detentore di esperienze uniche, originali e irripetibili che divengono utili per l’ascoltatore. L’attività narrativa, dunque, se da un lato offre alla memoria un valore sociale, dall’altro riconosce che l’identità di ciascuno è sempre aperta perché mai definita, mai conclusa, ma sempre soggetta a possibili arricchimenti che vengono fuori dal racconto del sé. La modalità narrativa, afferma Demetrio (2010), ci consente di fissare il “mondo della vita” (p. 4) cui apparteniamo o che abbiamo abitato nelle stagioni dell’esistenza, al singolare; la vita di ciascuno, attraverso la narrazione, prende forma e diventa una storia nelle storie in cui il pensiero retrospettivo o introspettivo trasforma i comportamenti umani – in questo caso della vecchiaia – in senso autobiografico. L’autobiografia segnala, infatti, il bisogno di appartenenza, di fedeltà e di rigore morale verso se stessi e si pone, dunque, come fulcro di un laboratorio narrativo. A partire da queste teorizzazioni, infatti, e alla luce del pensiero narrativo bruneriano, si è lavorato presso l’UTE “Giovanni Modugno” di Bari per l’a.a. 2015/16 con la costituzione di un corso per anziani dal titolo “Anziani, Memoria, Narrazione”, di fatti un laboratorio narrativo in cui gli anziani sono stati coinvolti in prima persona e in attività di gruppo secondo le modalità di un laboratorio narrativo quale spazio in cui ciascuno dei soggetti coinvolti, in questo caso gli anziani, opera in una dimensione concreta, significativa e collaborativa. Nella costituzione del laboratorio, afferma Frabboni (2005), si abbandona la logica della ri-produzione del sapere per fare spazio alla ri-costruzione e re-invenzione delle conoscenze a partire dalle storie di vita di ciascuna vecchiaia. La progettazione dell’intervento si è costruita in una dinamica partecipata e integrata che è partita dall’analisi dei bisogni, del potenziale e delle aspettative delle diverse vecchiaie, venuta fuori dai racconti degli anziani. Qualunque teorizzazione pedagogica non può che partire dalla preliminare considerazione dell’inestricabile legame che sussiste tra dimensione soggettiva e dimensione oggettiva della formazione. Accade così che storia di formazione e storia di vita appaiano imprescindibili l’una dall’altra (Frabboni et al., 2013). Centrale, dunque, la scelta dell’attività laboratoriale-narrativa per esplorare, attraverso la pratica della narrazione e del racconto di sé (Bruner, 2002), la vecchiaia in una dimensione più intima e personale alla ricerca di un sostrato comune che valorizzi la terza età offrendo alla stessa l’opportunità di rimettersi al centro di un contesto formativo, quale quello dell’UTE, suscitando nuovi interessi e motivazioni. Il laboratorio si è posto, pertanto, come uno spazio per la narrazione in continuità con la vita sociale e allo stesso tempo come uno spazio autonomo in cui gli anziani hanno potuto passare in compagnia il loro tempo che finalmente non segue più la frenesia quotidiana ma può godersi la lentezza e la tranquillità della vecchiaia. “Recuperare il tempo della lentezza significa trovare il tempo per ricostruire i vincoli che ci legano agli altri e così ci restituiscono identità più ampie e amichevoli, attraverso le possibilità aperte dal narrare e dal raccontare, in primo luogo a se stessi, la storia che si ‘è vissuta’ e che ‘si è stati’ senza averne consapevolezza o, meglio, senza aver avuto il tempo per prenderne consapevolezza” (Pinto Minerva, 2012, pp. 42-43). Attraverso scelte decise e tematiche chiare, ogni anziano si è sentito libero di raccontarsi partendo dalla condivisione di un evento, di un’immagine, di un ricordo particolare, in cui tutto è lasciato alla soggettività di ciascuno.

Nella progettazione si è tenuto conto delle varie dimensioni della propria storia: di una dimensione personale in primis che è venuta fuori attraverso una ricostruzione spazio-temporale dei vissuti considerando le fasi e i luoghi della propria storia di crescita e formazione. Una dimensione professionale volta ad indagare i tratti professionali che si sono sedimentati in ciascuno e che sono divenuti, nel tempo, i tratti caratteristici della propria persona. Dal racconto del proprio lavoro, infatti, più volte sono state tracciate biografie rivelatesi completamente plasmate e modificate da un “sé professionale” che cambia, in positivo o in negativo, la personalità di ciascuno. Infine una dimensione famigliare/relazionale che si è interrogata sul sistema-famiglia ricorrendo a parallelismi e confronti tra la famiglia-ieri e la famiglia-oggi per cercare di costruire insieme una storia del valore famigliare nel tempo e delle sue trasformazioni. Un percorso che ha guidato gli anziani a concentrare l’attenzione sulla propria storia per riconoscere e prendere consapevolezza di aspetti ed eventi prima trascurati o dimenticati rivelandone la capacità di stupire e di emozionare ancora. La condivisione di emozioni, raccontate anche attraverso esercitazioni di scrittura, ha focalizzato l’attenzione sulle proprie capacità di riconoscere e vivere delle emozioni oggi in un continuo raffronto con il passato sempre considerando le aspettative future. Man mano, in un lavoro sinergico e costante, si è creato un clima di condivisione e fiducia che ha portato gli anziani, in tempi e modalità differenti, a vivere questa esperienza da protagonisti e a sentirsi parte integrante di un gruppo a cui affidare settimanalmente storie personali, familiari, sociali. Il feedback si è rivelato completamente positivo: rispetto all’inizio, i racconti degli anziani si sono fatti sempre più intensi e intimi, si è registrato un crescendo di emozioni e si è raccolto un largo consenso per la continuità di questo lavoro. “Non credevo che la mia storia di vita fosse simile ad altri anziani che prima non conoscevo”; “durante questa ora mi sento più completa”; “quando scrivo viene fuori una parte di me che pensavo di aver perso”: questi sono solo alcuni pensieri estrapolati dall’esperienza laboratoriale che a detta di molti anziani ha rappresentato un cambiamento nel loro modo di pensare. “Prima di cominciare questo corso credevo che la solitudine fosse uno stato d’animo solo mio, adesso ho compreso che fa parte della vecchiaia ma che con essa si può convivere e la si può raccontare”. Queste le parole del sig. U., un anziano di 77 anni che ha cercato nella frequenza del corso, come lui stesso ha affermato, una “strada alternativa alla solitudine” a cui la vita lo ha costretto, ma ha potuto rendersi conto che “questo sentimento, in realtà, può nascondere anche aspetti positivi e offrire spunti di riflessioni personali da scrivere e raccontare”: si tratta della presa di coscienza di un’emozione. Se assumiamo, infatti, la teoria bruneriana secondo cui in ciascun essere umano è indispensabile la centralità dell’imprevisto e della crisi per lo sviluppo della vita e della narrativa, raccontare storie diviene “lo strumento per venire a patti con le sorprese e le stranezze della condizione umana, come pure con la nostra imperfetta comprensione di questa condizione. Le storie rendono l’inaspettato meno sorprendente, meno arcano: addomesticano l’imprevisto, gli danno un’aura di ordinarietà” (Bruner, 2002, p. 102). Esaminare i punti di svolta caratteristici di ogni autobiografia serve a prendere consapevolezza del fatto che l’invecchiamento non va inquadrato solo nella condizione del presente, riguardante cioè solo le persone anziane, ma in prospettiva considerando tutto l’arco della vita e i suoi eventi come parte integrante di questo processo. Se è vero che si comincia ad invecchiare fin dal giorno in cui si nasce e che si prosegue nel corso della vita verso questa destinazione la narrazione consente, allora, all’anziano di ripensare e reinterpretare il cambiamento con uno sguardo più compiuto e onnicomprensivo. La pratica narrativa ha permesso agli anziani di prendere consapevolezza di essere parte di un tutto, di un sistema: “mi sento responsabile quando racconto o scrivo la mia storia perché ho capito che può essere messa a disposizione degli altri, magari di altre generazioni, e può essere presa a esempio, a confronto”. Erikson (1992) sostiene che il compito della vecchiaia è quello di raccogliere quanto si è seminato durante tutto l’arco della vita per farne un bilancio di quanto si è portato a termine, di quanto è andato perso, di quante scelte si sono fatte e quante subite. Nella principale antinomia della vecchiaia, integrità e disperazione, l’anziano rivede, o meglio reinterpreta, la sua esistenza cogliendone il significato che ha avuto per sé e per gli altri. Al di là dal senso di compiutezza o di smarrimento che ne deriva, la vecchiaia è paragonabile ad “un attico che sfiora il cielo da cui si gode di uno straordinario punto di osservazione delle altre stagioni della vita” (Frabboni et al., 2013, p. 316). Questo “sguardo d’insieme”, veicolato dalla narrazione, fa si che l’anziano acquisisca quella saggezza da intendersi come conoscenza esperienziale della propria realtà e di tutta la sua vita. “In questo senso, la vecchiaia cresce con noi e la qualità della nostra vecchiaia dipenderà soprattutto dalla nostra capacità di coglierne il senso e il valore” (Volpicella, 2014, p. 134). “Cerco maggiormente il dialogo con i miei nipoti, ho capito che i ragazzi hanno bisogno delle nostre storie per non perdersi nella società attuale” è un’affermazione che tiene conto della consapevolezza del proprio ruolo sociale poiché “l’anziano coglie bene la superiorità dell’‘essere’ sul ‘fare’ e sull’‘avere’; le società umane saranno migliori se sapranno beneficiare dei carismi della vecchiaia” (Volpicella, 2014, p. 135). Uno di questi carismi è rappresentato proprio dalle storie delle vecchiaie che si fanno narrazione e si danno come ponte inter-trans-generazionale.

Ri-costruire la propria storia, inoltre, ha portato gli anziani a ricercare aspetti di se stessi nella propria interiorità facilitando un rispecchiamento sul sé; ripensare a sentimenti, emozioni ed esperienze più o meno lontane o dimenticate offre l’occasione per riportare alla luce quello che si è stati per rendersi conto e per prendere coscienza della strada percorsa. Narrare equivale a “riappropriarsi di un ruolo attivo […]. A scoprire di saper fare molte più cose di quanto non si immaginasse, saper raccontare, argomentare, spiegare, inventare” (Pinto Minerva, 1988, p. 7). Il ricordo, se narrato, crea un filo conduttore tra le esperienze vissute e valorizza numerosi aspetti, anche quelli più piccoli e singolari, rivelando la capacità di stupirsi e di emozionarsi ancora. Nello sbrogliare i fili della propria esistenza, ci si rende conto che “il passato, quando lo rammemori, non è mai uguale a se stesso, non esiste un passato pietrificato e una memoria che lo fotografi con la stessa luce e dalla stessa posizione: la memoria vive con te e cambia insieme a te […]. E tu sei tutt’uno con il passato che ti porti addosso e che ballonzola e ondeggia sulle tue spalle, seguendo i tuoi passi e le tue movenze” (Scalfari, 2008, p. 22). Il raccontar-si conduce, in questo modo, alla conquista della propria trama narrativa.

 

4. Conclusioni

 

Per comprendere realmente il pensiero degli anziani è necessario dar voce alle vecchiaie come punto di partenza per carpire realmente i loro Sé e per offrire alla vecchiaia l’opportunità di ri-trovarsi nelle proprie e nelle altrui storie di vita. È per tale ragione che riporto, a conclusione, una poesia scritta dalla signora V. durante l’esperienza del laboratorio narrativo per anziani:

 

Non conta se a quasi noi tutti “diversamente giovani”

la cataratta ha annebbiato la vista,

la protesi dentaria ha trasformato il sorriso e

il bastone sorregge il cammino.

L’importante è non trattenersi mai

e continuare ad avere fiducia nella vita

che è ricchezza da conservare e raccontare,

non una tristezza da superare.

 

Ciò che conta è il potersi raccontare e attraverso la narrazione di sé ri-viversi e ri-conoscersi poiché la vecchiaia non è solo un tratto di racconto del sé ma lo completa e gli conferisce senso; per tale ragione non può essere considerata un periodo di involuzione piuttosto è l’inizio di una metamorfosi, non è oblio ma rivelazione. Dinanzi alla vecchiaia che si fa racconto e portatrice di esperienza il nostro “compito” è quello di ascoltare e di riconoscere, soprattutto di accogliere perché questo è il modo per comprendere davvero l’altro e coglierlo nella sua completezza.

 

Note

 

[1] Le osservazioni di seguito riportate sono parte di un lavoro condotto nell’arco dell’anno 2015-16 presso l’UTE “Giovanni Modugno” di Bari. Con la supervisione e la guida della prof.ssa Angela Maria Volpicella, abbiamo presentato, all’interno della programmazione curriculare, un corso dal titolo “Anziani, Memoria, Narrazione” con l’intento di realizzare un laboratorio narrativo per anziani applicando le principali teorizzazioni di R. Massa, D. Demetrio e partendo dall’analisi del pensiero narrativo bruneriano. Il presente lavoro è il frutto di una ricerca condotta nell’ambito del dottorato di ricerca in Scienze delle Relazioni Umane circa le dinamiche formativo-politiche per l’inclusione degli anziani nei servizi socio-sanitari, tutors prof.ssa Angela Maria Volpicella e prof. Giuseppe Elia.

 

Bibliografia

 

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www.age-platform.eu [15 febbraio 2016].

Bruner, J. (1998). La mente a più dimensioni. Roma: Laterza.

Bruner, J. (2002). La fabbrica delle storie. Diritto, Letteratura, Vita. Roma-Bari: Editori Laterza.

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