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Tra echi e silenzi. Elisa Springer e il potere della parola
di Barbara De Serio   
DOI: 10.12897/01.00125

Il contributo ripercorre brevemente il contenuto dei romanzi autobiografici di Elisa Springer, ebrea sopravvissuta alla persecuzione nazista, per analizzare il potere catartico della narrazione e il valore delle storie di vita come strumento di rinascita personale.

In modo particolare vengono approfonditi due romanzi autobiografici, Il silenzio dei vivi e L’eco del silenzio, attraverso i quali viene analizzato il ruolo della memoria e delle storie, che servono per ricostruire la propria vita passata, per comprendere il suo legame con il tempo presente e per progettarsi nel futuro. In altri termini, per conservare il senso della propria identità, che acquista potere quando chi narra riesce a prefigurarsi un futuro differente, cogliendo nel racconto della propria vita un dispositivo pedagogico-formativo. Dopo più di cinquant’anni la Springer ha deciso di voltarsi indietro e di ripercorrere il periodo più buio della sua vita, durante il quale ha sperimentato l’orrore e la brutalità del mondo, chiusa più di un anno in un campo di sterminio nazista, in cui più volte si è trovata a lottare tra la vita e la morte. Un’esperienza di miseria umana che le ha sottratto l’identità ed è proprio questo il motivo per cui decide di raccontarsi, affidando all’autobiografia il bisogno di “ricostruire” la propria vita e riappropriarsi di sé. Nel contributo ci si sofferma in modo particolare sulla capacità curativa delle storie di dolore, che consentono di affrontare la sofferenza, di liberarsi di stati d’animo negativi esteriorizzandoli e imparando a elaborarli e che più di altre narrazioni rendono l’individuo consapevole delle proprie risorse cognitive ed emotive. Spesso proprio i ricordi negativi, quelli che fanno soffrire fino quasi ad annullare la propria esistenza, rappresentano il principale motore di cambiamento e di proiezione nel futuro, alla ricerca di nuove evoluzioni della propria biografia. Mai come in questi casi ricordare e raccontare il passato può essere utile per apprezzare maggiormente il presente e imparare utopicamente ad aprirsi al possibile.

 

The contribution briefly reviews the contents of the autobiographical novels of Elisa Springer, a Jewish survivor of Nazi persecution, to analyze the cathartic power of storytelling and the value of the life stories as a personal renaissance instrument. In particular the contribution explores two autobiographical novels, Il silenzio dei vivi and L’eco del silenzio, and analyzes the role of memory and stories, that are used to rebuild past life, to understand present time and to make plans in the future. In other words, to preserve a sense of identity, that acquires power when the narrator manages to prefigure a different future, taking into story of his life an educational-training device. After more than fifty years Springer has decided to turn back and retrace the darkest period of her life, during which she experienced the horror and brutality of the world; she was closed more than a year in a Nazi death camp, in which several times has found itself struggling between life and death. Experience of human misery that has stolen her identity and this is the reason why she decides to tell her stories, autobiography entrusting the need to “rebuild” her life and regain herself. The desire to tell her stories after decades of silence is closely linked, in the novel of Springer, to need for research ties, which have irretrievably broken for war and the Nazi extermination, but that Springer has kept in her memory. The contribution analyzes the healing ability of the stories of pain, that help overcome the suffering and help to break free of negative moods learning to process them and make the individual aware of his resources cognitive and emotional. Often negative memories, that do suffer until almost canceling out the existence, represent the main engine of change and projection into the future, looking for new developments of our biography. In these cases remember and tell the past can be useful to better appreciate the present and learn to open to possible utopian.

 

1. Una storia di “non detti”

 

“Affido questo libro a tutti i ragazzi che avrei voluto conoscere, agli altri che ho incontrato, conosciuto, amato e che da me hanno voluto sapere […] La loro attenzione, le manifestazioni di affetto, la loro ansia di non dimenticare, l’esigenza di libertà e rispetto per l’uomo sono diventati punti fermi, irrinunciabili, su cui costruire un mondo, una società fatta di libertà e non di schiavitù, di giovani liberi e fratelli, giovani che sapranno trovare il modo e forse il tempo di spiegare agli altri e a noi: se e dove abbiamo sbagliato. Loro saranno i veri giudici del nostro passato e del loro domani. Affido al loro verdetto la storia della mia vita” (Springer, 2013, p. 7)[1].

Si apre così una delle autobiografie più profonde che la storia conserva, un vero e proprio racconto di vita, nel duplice senso che si è soliti attribuire alle storie: una memoria che ripercorre i momenti più significativi dell’esistenza e che nella ricostruzione di questi ricordi consente di conferire senso alle storie narrate, un inno alla vita e a tutti coloro che lottano quotidianamente per vivere, che credono nelle proprie capacità di far fronte alle difficoltà e che attivano continuamente risorse per rafforzare il senso della propria individualità.

Le storie servono a ricostruire la propria vita passata, a comprendere il suo legame con il tempo presente e a progettarsi nel futuro per conservare il senso della propria identità, che acquista potere quando chi narra riesce a prefigurarsi un futuro differente, cogliendo nel racconto della propria vita un dispositivo pedagogico-formativo. Non è forse il rischio di perdita della propria identità che spinge l’essere umano ad avviare continue riprogettazioni del sé alla ricerca di nuove prospettive di senso? È quanto sostiene Elisa Springer, autrice del noto romanzo autobiografico Il silenzio dei vivi, cui si è deciso di dedicare il presente contributo[2]. Dopo più di cinquant’anni la Springer, ebrea vittima della persecuzione razziale, ha deciso di voltarsi indietro e di ripercorrere il periodo più buio della sua vita, durante il quale ha sperimentato l’orrore e la brutalità del mondo, chiusa più di un anno in un campo di sterminio nazista, in cui più volte si è trovata a lottare tra la vita e la morte. Un’esperienza di miseria umana che le ha sottratto l’identità – come lei stessa racconta – rendendola “schiava di un numero” (Springer, 2013, p. 112)[3], “prigioniera del nulla” (Springer, 2013, p. 112), vittima della sua stessa esistenza, che non poteva che offrirle solitudine e silenzio. A volte però il senso di solitudine, legato alle svariate forme di violenza che generano il silenzio, è più forte dell’istinto di distruzione e diventa desiderio di ripresa, miracolo di una vita che può nascere dalle macerie della morte. Così è stato per la Springer, che a un certo punto della sua vita ha sentito il bisogno di raccontare l’abisso di barbarie e crudeltà di cui è capace l’essere umano per liberarsi del peso ingombrante dei suoi ricordi e offrire un riscatto alle generazioni passate e un motivo di speranza per quelle future. “Oggi più che mai – scrive la Springer in riferimento al genocidio nazista – è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo […] per costruire un mondo migliore […], in cui uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola libertà” (Springer, 2013, pp. 9-10).

La Springer si rivolge alle nuove generazioni; a loro consegna i racconti di una vita, perché i giovani sono i figli “delle macerie della nostra esistenza” (Springer, 2013, p. 19), la rappresentazione simbolica della rinascita, mediatori tra un presente che si confonde spesso col passato e un futuro che si impone “sulle miserie della morte” (Springer, 2013, p. 119). Una scelta nella quale è evidente la dimensione sociale della narrazione e la sua capacità di educare alla socialità e di farsi incontro di generazioni (Demetrio, 2003).

La volontà di raccontarsi – scrive Jerome Bruner (1991/1992) – non nasce solo dal bisogno di costruire i significati delle storie che si raccontano. È la possibilità di collocare valori nuovi nel consueto scenario mentale che spinge a mettere in discussione il presente e quindi a rivedere il passato nel quale il presente affonda le sue radici. Spesso proprio i ricordi negativi, quelli che fanno soffrire fino quasi ad annullare la propria esistenza rappresentano il principale motore di cambiamento e di proiezione nel futuro, alla ricerca di nuove evoluzioni della propria biografia. Mai come in questi casi ricordare e raccontare il passato può essere utile per apprezzare maggiormente il presente e imparare utopicamente ad aprirsi al possibile. In questo caso è anche più evidente il potere catartico della narrazione, che si manifesta nella sua capacità di educare l’io narrante a prendere le distanze dalla storia narrata, non per allontanarsene emotivamente, ma per provare a vivere diversamente e con maggiore maturità le emozioni ad essa connesse. La parola serve dunque a rielaborare la sofferenza e a conferire nuovi nomi e nuovi volti a esperienze desolanti. Scrive Antonella Bolzoni, recuperando la capacità curativa dei racconti dolorosi: “il conforto recato dalla narrazione risiede nella possibilità di esteriorizzare il problema in una sorta di liberazione data dall’espulsione simbolica dei fantasmi interiori” (Demetrio, 1999, p. 39).

 

2. Raccontarsi: tra bisogno di radici e paura di essere viva

 

Il desiderio di raccontarsi dopo decenni di silenzio è strettamente collegato, nel romanzo della Springer, a un bisogno di ricerca di legami, che si sono irrimediabilmente interrotti a causa della guerra e dello sterminio nazista, ma che l’autrice ha sempre conservato nella memoria e che riaffiorano nel momento in cui suo figlio le manifesta la volontà di ripartire da quelle radici per dare voce al silenzio di sua madre e di chi come lei si è rifiutato di parlare per il timore di non essere compreso.

Un’influenza significativa nella scelta di volgersi nuovamente al passato per provare ancora una volta a ricostruire esperienze di vita atroci e vissuti emotivi laceranti deve averlo senza dubbio esercitato il suo ritorno ad Auschwitz due anni prima della pubblicazione dell’autobiografia, scritta per ricordare a se stessa che prima di morire ha avuto la fortuna di rinascere: “mi sono ritrovata libera di camminare in quel deserto di morte senza speranza, libera di piangere la mia solitudine” (Springer, 2013, p. 119). Un viaggio nel quale è possibile leggere il bisogno di prendersi cura di sé e dei propri ricordi, che inevitabilmente, nonostante l’angoscia di cui sono talvolta intrisi, influiscono sulla vita del soggetto, che ha bisogno anche di quel passato angoscioso per comprendere il presente e provare a riprogettarsi.

Spesso tra le pratiche del prendersi cura di sé vi è “l’attraversare spazi” (Cambi, 2010) per riflettere meglio sulle esperienze cui quegli spazi rinviano, per farsi coinvolgere più facilmente da un passato lontano. Camminando, fuor di metafora, tra i luoghi che hanno ospitato esperienze lontane, il tempo passato può più facilmente riaffiorare alla memoria, riducendo drasticamente l’arco temporale che separa l’io narrante dai vissuti emotivi e cognitivi connessi a quei luoghi. Scrive Franco Cambi (2010): “ogni luogo sollecita stati d’animo. Reclama atteggiamenti. Promuove formae mentis. Immergersi nell’attraversamento ci lega a quell’habitat, lo rende ancora nostro, ci arricchisce con le reazioni che provoca in noi” (p. 101). Ed è a questo punto, quando il percorso diventa atteggiamento interiore, riflessività, che si mette in moto un vissuto cognitivo, manifestazione della funzione formativa dell’attraversamento. A dirlo è sempre Cambi (2010): “camminare umanizza i luoghi […] perché ogni luogo è anche specchio […] di stati d’animo […] inquietudini interiori” (p. 102).

La Springer lo sapeva bene: per più di cinquant’anni, almeno una volta all’anno, era solita tornare a Vienna, città in cui era nata e in cui aveva trascorso gli anni più belli e più spensierati della sua vita, tra intime celebrazioni familiari in occasione delle festività ebraiche e piacevoli forme di vita mondana, che solo genitori benestanti potevano allora permettersi, consentendo alla loro unica figlia di praticare ogni forma di sport e di curare la propria passione musicale, che in tarda adolescenza la portarono a conseguire un diploma di belle arti. Ogni anno, evidentemente, aveva bisogno di riconciliarsi con una parte del proprio passato che era rimasta a Vienna, dove la sua vita si era fermata ai tempi dell’invasione tedesca e dell’avvio delle persecuzioni ebraiche in Austria. Del resto è Vienna la città che visita per la prima volta dopo la liberazione ad opera delle truppe russe. Il percorso che avrebbe dovuto portarla in Italia dal centro di smistamento del consolato italiano di Praga prevedeva una fermata alla stazione di Vienna e lei decise di fermarsi per mettersi alla ricerca di qualche familiare sopravvissuto. E in quella stessa circostanza ha avuto la possibilità di rivisitare la sua casa, impropriamente occupata da una famiglia tedesca.

Il bisogno di attraversare spazi è legato anche alla necessità di recuperare parti di sé rimaste “altrove”. Significativo il racconto dell’immagine di sé riflessa per la prima volta allo specchio dopo un anno di prigionia: “un essere che era, irrimediabilmente, cambiato dentro” (Springer, 2013, pp. 105-106). Così si descrive la Springer, che non manca di associare un vissuto emotivo a quel ricordo: “sentivo che niente mi avrebbe potuto più riportare indietro” (Springer, 2013, p. 106). Era cambiata e sarebbe cambiata ancora, ma è da quello specchio che occorreva ripartire per provare a ricostruire la sua identità, custodita a fatica e più volte messa a repentaglio. Per questo motivo ha dunque deciso di tornare sui luoghi dei grandi delitti, per “umanizzare” esperienze che di umano avevano ben poco, ma che comunque hanno avuto il potere di trasformare la storia dell’umanità.

 

3. Il potere dei sensi per rivivere memorie

 

Certa del valore formativo che gli “spazi” hanno nel processo di costruzione dell’identità e nel percorso di riprogettazione dell’esistenza, la Springer ha deciso di affidare i suoi ricordi alla pagina scritta, per “dare corpo” al proprio passato e tessere insieme le esperienze, nella consapevolezza che le parole scritte custodiscono meglio gli eventi, li sottraggono alle debolezze della propria capacità mnemonica e consentono di riattivarli ogni volta che si avverte il bisogno di rileggere parti di sé apparentemente dimenticate. Vera e propria “scrittura della maturità” (Demetrio, 1996), il suo romanzo è una risposta positiva a una situazione depressiva, “un momento di creatività ritrovata che aiuta a soddisfare l’esigenza di bilancio e di concentrazione” (Demetrio, 2003, p. 71). Pertanto risponde a un bisogno di libertà che andava evidentemente corroborato e rafforzato dalla consapevolezza di essere l’unica vera interprete della propria esistenza, libera di attribuirvi i significati che più riteneva appartenessero a ogni singolo vissuto.

“La scrittura autobiografica prende le mosse dalla necessità di risvegliare il desiderio di ritrovare (quasi di riapprendere) quel che si è vissuto col pensiero e di fermarlo sulla carta, di ricapitolare e quasi inventariare quel che si è visto, ascoltato, sentito, inventato, prodotto nel corso delle stagioni della propria vita. Tutto quello che ci ha impegnato mentalmente ed affettivamente, in una interazione strettissima. È ormai risaputo infatti che l’oblio ha meno possibilità di metterci in scacco laddove si sia stabilita un’alleanza naturale, casuale o architettata fra l’intelligenza emotiva e quella cognitiva. La scrittura autobiografica ha il potere di saldare, come poche altre manifestazioni della nostra volontà di narrarci, queste due dimensioni” (Demetrio, 2003, p. 82).

A differenza della narrazione orale la scrittura permette all’io narrante di prendere le distanze da se stesso e di guardarsi come “altro”, concentrando di volta in volta l’attenzione su un aspetto diverso dello stesso ricordo, che in quanto “trascritto” rimane fermo e immobile ad attendere pazientemente che l’io lettore gli conferisca un senso. Scrive Duccio Demetrio (2003): “le parole consentono al pensiero di diventare segno visibile. Dinanzi al foglio ci si costringe a riflettere, a dare spessore all’attività della coscienza di esistere, ad autoanalizzarci. Si rende ascolto critico del proprio linguaggio interiore accanto a un insieme di emozioni che lo scrivere riattualizza come se, pur appartenendo al passato, fossero ancora vivide e presenti” (p. 72).

Il tono emotivo che accompagna i racconti della Springer è evidente anche dal frequente ricorso alle memorie sensoriali. I suoi ricordi sono legati a strumenti evocatori che hanno per la memoria un effetto di stimolazione cognitiva ed emotiva. Gli eventi da lei raccontati vengono infatti associati a vissuti sensoriali forti e assolutamente vivi nella sua mente; non a caso i suoi ricordi riaffiorano in corrispondenza di determinate esperienze percettive: l’odore dello strudel della mamma, il sapore degli spinaci della zia, il suono del violino, del pianoforte e del violoncello che accompagnavano le frequenti riunioni familiari; qualche anno dopo nuovi odori, sapori e suoni: il fumo dei forni crematori, le zuppe, le bucce di patate, il pane nero e la carne bruciata, servita una sola volta al giorno e insufficiente anche per un solo pasto, il boato delle bombe, miseramente, incredibilmente ed erroneamente ritenute segni di una via di fuga dalla prigionia, verso la liberazione che sembrava non arrivare mai.

L’intensità di queste memorie sensoriali è talmente elevata che quando la Springer avverte il bisogno di riconciliarsi con la sua vita passata decide di ripercorrere i luoghi della sua infanzia alla ricerca dell’“odore della vita” (Springer, 2013, p. 112) che per lei quei luoghi ancora conservavano. Descrive così l’incontro con zia Lotte, sorella di sua madre, anche lei sopravvissuta alla guerra: “arrancai fino al secondo piano e col cuore che mi pulsava forte in gola e le gambe che tremavano per l’emozione, suonai il campanello. Non sapevo chi mi avrebbe risposto, ma speravo disperatamente che fosse mia zia e, quando da dietro la porta mi parve di riconoscere la sua voce, mi lasciai andare a un pianto dirotto. Dopo tanto tempo quella voce mi riportava alla famiglia, alle mie origini […]. Il suo dolce e intenso abbraccio, l’odore familiare della casa, i raggi di luce che filtravano dalle persiane socchiuse mi riportarono presto in una dimensione di pace, che credevo persa per sempre” (Springer, 2013, p. 108)[4].

Sensazioni ancora più forti, sempre legate a memorie sensoriali, quelle che accompagnano la Springer sulla strada verso la casa in cui viveva con i suoi genitori prima della guerra: “la ‘mia casa’ è lì, di fronte a me. Mi avvicino, il portone è aperto, provo a entrare. Attraverso il giardino e salgo sul pianerottolo. Sento odore di cucina e alcune voci che giungono dall’interno” (Springer, 2013, p. 113)[5].

Infine gli addii e la scelta di lasciare per sempre Vienna. Anche in questo racconto è intenso il susseguirsi di vissuti percettivi: “avvicinandosi alla frontiera il treno, inesorabilmente, definitivamente, mi allontanava dall’odore dell’erba che si diffondeva nell’aria: l’odore […] della mia terra” (Springer, 2013, p. 115)[6].

Quello che ne deriva è un esercizio spirituale affidato a un romanzo, che in ogni pagina conserva il valore formativo dell’approccio autobiografico: morte e rinascita, decostruzione e ricostruzione, autoformazione e formazione. Questa, del resto, la valenza educativa della narrazione: “abituare il soggetto ad ascoltare se stesso […], delineare attraverso gli eventi un senso, […] gestire quel senso in modo consapevole, critico, aperto e responsabile, […] dare al processo formativo che ne deriva un traguardo personale e vissuto e intenzionale” (Cambi, 2010, p. 91).

Il bisogno di decostruire la realtà per ricostruire un’immagine della vita “oltre” la morte è evidente anche ne L’eco del silenzio (2003)[7], un libro scritto a distanza di sei anni dal primo. Ricordando ancora una volta i mesi trascorsi a casa della zia dopo la liberazione, la Springer scrive: “grazie al suo affetto avevo riscoperto le mie strade, le piazze e gli odori di una primavera che stava ridando al mondo la cornice di bellezza che si rinnova ogni anno, insensibile agli orrori che sconvolgono gli uomini nelle loro follie” (Springer, 2003, p. 37). Ed è in ricordo di questa primavera che era solita dire a chi l’ascoltava che la sua vita ha avuto realmente inizio a ventisette anni, quando un nuovo mondo ha spalancato i suoi orizzonti “lasciando dietro di sé un buco nero, nel quale si agitano i fantasmi di interminabili, intime sofferenze” (Springer, 2003, p. 96). Un’età che fa da spartiacque e che la Springer ha utilizzato tutte le volte che ha avvertito il bisogno di ricostruire la propria esistenza cercando in quel frammento di passato gli strumenti necessari a riprogettarsi.

 

Note

[1] La prima edizione è del 1997.

[2] L’attenzione nei confronti di Elisa Springer e della sua autobiografia, che in più occasioni, quasi al termine della sua vita, ha raccontato fino a farne due romanzi, nasce dalla volontà di valorizzare un profilo di donna che un po’ per caso e un po’ per scelta ha eletto l’Italia a sua “seconda patria”. Sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, ancora ventisettenne si è trasferita in Italia. Ha vissuto gran parte della sua vita a Manduria, in provincia di Taranto, eppure pochi sono gli italiani che conoscono la sua storia e ancor meno coloro che hanno potuto fare esperienza della sua grande personalità. Articoli come questo hanno dunque lo scopo di recuperare voci poco o per nulla ascoltate, che hanno il privilegio di raccontare e denunciare quegli aspetti inediti della storia ufficiale, che i libri di testo e i documenti disponibili non raccontano e che sono strettamente connessi alla dimensione soggettiva dell’essere umano, quindi intrisi di un’elevata caratterizzazione emotiva, che le fonti orali riescono ancora “con forza” a disvelare.

[3] Il riferimento è qui all’operazione della marchiatura con cui i nazisti procedevano alla distribuzione degli ebrei nei campi di concentramento. Con un ago rovente si marchiava il braccio dei deportati e lo stesso numero veniva poi trascritto su un apposito registro, in ordine progressivo. Terribile il ricordo di questa pratica, che la Springer ha sempre cercato di rimuovere apponendo addirittura un cerotto sul suo avambraccio sinistro per “calare un sipario” sul suo passato di “vergogna”.

[4] I corsivi sono miei.

[5] I corsivi sono miei.

[6] I corsivi sono miei.

[7] Questo secondo libro della Springer, curato da Mario Bernardi, è strutturato nella forma dell’intervista, che al pari delle autobiografie viene utilizzata dalla ricerca educativa come strumento per raccogliere le esperienze di vita del soggetto intervistato e per “com-prendere” il significato che il soggetto attribuisce a quelle esperienze, il suo modo di interpretarle, la sua capacità di rielaborare i vissuti che tali esperienze contengono e di esternare le emozioni ad essi connesse (Mantovani, 1998).

 

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