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"Data with a soul”. Il curriculum vitae come strumento narrativo
di Carmen Colangelo   

La narrazione è pratica diffusa della vita quotidiana, le persone narrando a sé e agli altri la propria storia danno direzione alla propria vita.

La “natura pedagogica delle parole” si mostra quando le persone imparano dalle storie qualche cosa di più di sé, degli altri e del mondo (Demetrio, 1999). È possibile considerare la narrazione una delle categorie fondanti il sapere-agire pedagogico in quanto attiva processi di apprendimento, riflessione e trasformazione.

A partire dall’idea del curriculum vitae come strumento narrativo, il contributo ha l’obiettivo di far luce su tre questioni. In primo luogo sulla narrazione di sé non solo come costruzione di sé, ma anche come presentazione di sé (Jedlowski, 2000), e sul curriculum vitae come strumento di self marketing. Nella seconda parte si definisce la costruzione del curriculum vitae come percorso per costruire la propria identità, tramite una struttura che si snoda tra passato, presente e futuro. Non solamente burocratizzazione della propria storia di vita (Batini, 2007), ma processo di autoeducazione e auto-riconoscimento che consente una riprogettazione intenzionale di sé non solo in ottica formativa e professionale. Nella sua forma narrativa è inoltre definibile come “data with a soul” (Brown, 2010), in quanto narrazione che tiene insieme aspettative, motivazioni, esperienze, relazioni e tonalità emotive della persona. L’ultima parte del contributo è dedicata alla prospettiva del narrative résumé counseling che guarda al curriculum vitae come finestra sulla storia di vita della persona, strumento narrativo per affrontare le questioni che possono interferire nella ricerca di lavoro e nel processo di sviluppo di carriera (Toporek, 2009).

 

Narration characterizes everyday life, people telling to themselves and to others their own story to find the right direction for life. The "pedagogical nature of the words" emerges when people learn anything from the stories of self, others and the world. (Demetrio, 1999). Therefore, narration can be considered one of the founding categories of pedagogical theory as well as pedagogical practice. It actives learning, reflection and transformation processes.

Starting from the idea of the curriculum vitae as a narrative tool, the work illustrates three issues. The first case looks at narrative of himself not only as self-construction, but also as self-presentation (Jedlowski, 2000), and on the curriculum vitae as a self-marketing tool. The second part defines the construction of the curriculum vitae as a path to build their own identity, between past, present and future. It is not just bureaucratization of his own life story (Batini, 2007), but it become a self-education and self-recognition process that permits individuals to re-design themselves on a global perspective not only from educational and professional point of view. In his narrative form it is also defined as "date with a soul" (Brown, 2010), as narration that holds together expectations, motivations, experiences, relationships and emotion of the people. The last part of the contribution is dedicated to narrative counseling résumé that looks at résumé as window into the life story of the people, it is a narrative tool that may interfere in the job search or career development (Toporek, 2009).

 

1. Tra creazione del sé e presentazione di sé

 

La narrazione del proprio vissuto diviene sempre più il punto di partenza per dare forma e direzione alla propria esistenza, per acquisire la consapevolezza necessaria a tracciare il proprio futuro. Raccontando le nostre storie costruiamo nuovi modelli d’azione, come afferma la scrittrice Brené Brown (2010) in The Gifts of Imperfection “Quando neghiamo le nostre storie, queste ci definiscono. Quando noi possediamo le nostre storie, si arriva a scrivere un nuovo finale coraggioso” (p. IX), riusciamo a trasformare la nostra vita personale e professionale.

La “natura pedagogica delle parole” si mostra quando le persone imparano dalle storie qualche cosa di più di sé, degli altri e del mondo (Demetrio, 1999). La narrazione, come categoria fondante il sapere-agire pedagogico, non è mai fine a sé stessa ma attiva processi di apprendimento, riflessione e trasformazione. L’esercizio del pensiero narrativo ha una funzione interpretativa rispetto alla realtà, infatti, la forma tipica di strutturazione dell’esperienza e del nostro ricordo di essa è narrativa (Bruner, 1990/1992).

La narrazione struttura anche la modalità di pensiero che abbiamo su noi stessi, il nostro mondo interno oltre che esterno. Se “la creazione del sé è un’arte narrativa”, l’identità “deve essere considerata come una costruzione che, per così dire, si muove dall’esterno verso l’interno e viceversa, e cioè dalla cultura alla mente e dalla mente alla cultura” (Bruner, 1990/1992, p. 106). Il sé emerge sia dalle narrazioni autobiografiche che l’individuo stesso effettua, sia dall’elaborazione dalle narrazioni che altri compiono su di lui. La creazione del sé avviene tramite fonti interne quali la memoria, i sentimenti, la soggettività. Gran parte della creazione del sé si basa inconsapevolmente anche su fonti esterne, sulla stima degli altri e sulle attese che deriviamo. Dunque, nella narrazione autobiografica sono in gioco tanto il riconoscimento di noi da parte di noi stessi, quanto il riconoscimento da parte degli altri. Secondo Jedlowski (2000), “la maggior parte delle narrazioni autobiografiche nella vita quotidiana hanno a che fare con la presentazione di sé” (p. 113). La trama dei nostri racconti dipende in modo stringente dall’impressione di sé che si vuole proiettare sull’interlocutore, i racconti su noi stessi ben presto riflettono il modo in cui gli altri si aspettano che noi dovremmo essere.

Se pensiamo al mondo del lavoro, presentare sé stessi e le proprie esperienze formative-professionali ha una forte valenza, sia come processo di definizione e rafforzamento dell'identità professionale, sia come focalizzazione dei propri obiettivi. L’uso di forme narrative come il colloquio, ma anche di quelle mediate dalla scrittura (come il curriculum vitae, la lettera di presentazione e altre comunicazioni di autopromozione) implica il mettere a punto processi narrativi, intesi come modi di organizzare e condividere il pensiero su di sé. In fin dei conti, la narrazione del sé è il principale strumento per affermare le nostre peculiarità.

Tale racconto sul sé è legato a interessi e non c’è una storia buona per tutti gli usi, infatti, come afferma Jedlowski (citato in Batini, 2010) “per assumermi come un me di cui io possa parlare, non posso prescindere da ciò che ritengo che l’altro possa considerare accettabile. Raccontiamo così, quello che pensiamo ci si aspetti che raccontiamo, e secondo modalità che non turbino le attese che immaginiamo” (p. 21).

Raccontarsi per il mondo del lavoro vuol dire condividere il nostro sé e le nostre storie, parlare di chi e che cosa noi siamo, di cosa è accaduto e del perché facciamo quel che stiamo facendo. La teoria delle 5 V alla base del self marketing focalizza l’attenzione sull’aspetto della “verbalità”, sulla presentazione di sé stessi attraverso una buona comunicazione dell’immagine di sé (Russo & Bustreo, 2015). Fare self marketing vuol dire saper gestire e organizzare la professionalità di cui si è portatori, il che non implica solamente auto-promuoversi, ma avere una buona conoscenza di sé. Per procedere ad un’analisi delle proprie caratteristiche personali e competenze professionali indispensabili per lo sviluppo di un progetto professionale, le modalità narrative appaiono le forme più adeguate per stimolare processi di esplorazione di sé, dei propri desideri e competenze.

 

2. Dalla narrazione di sé alla progettazione di sé

 

Narrarsi per il lavoro non vuol dire solo dar voce alla propria esperienza, ma esplorarla ed elaborarla. Ogni narrazione di sé è una specie di atto di bilanciamento, “noi costruiamo e ricostruiamo continuamente un sé secondo ciò che esigono le situazioni che incontriamo, con la guida dei nostri ricordi del passato e del nostro presente e paure per il futuro” (Bruner, 2002, p. 72). La stessa costruzione del curriculum vitae può essere intesa come percorso per costruire la propria identità, tramite una struttura che si snoda tra passato, presente e futuro.

Potremmo considerarlo una “burocratizzazione di una narrazione su di sé” (Batini, 2007, p. 49), un racconto sintetico di noi stessi, ma anche una presentazione di sé determinata dall’effetto che si desidera suscitare, la cui forma e i suoi contenuti sono legati a ciò che immaginiamo siano le aspettative dell’altro. Secondo Jedlowski (2000) “il curriculum è un racconto potato di tutto ciò che è ‘inessenziale’ dal punto di vista che il lavoratore immagini sia quello del datore di lavoro, ma è un racconto, una presentazione di sé mediante elementi riuniti a formare una storia” (p. 78). La presentazione di sé è una negoziazione fra il nostro desiderio di raccontarci e le richieste che provengono dall’interlocutore.

Spesso nell’auto-riconoscimento concesso dai racconti coi quali ci presentiamo ci sentiamo stretti. Il curriculum vitae può essere uno strumento standard, un modello di larga diffusione da compilare al momento opportuno. Il premio Nobel Wislawa Szymborska, descrivendoci cosa è necessario per scrivere un curriculum, sottolinea l’asetticità di un insieme di dati che riducono una vita all’essenziale, un documento in cui contano i titoli, in cui bisogna prescindere dal proprio vissuto e dal parlare di sé, dove “è la forma che conta non ciò che sente”.

Esibire un curriculum privo di elementi esistenziali ed emotivi non rende il significato di “corso della vita” che dovrebbe indicare i percorsi che abbiamo seguito e quelli che intendiamo seguire. Il curriculum dovrebbe essere un riassunto della propria storia o résumé, come è chiamato il modello anglo-americano che consente di fare un racconto di sé concentrato e personalizzabile molto meno sterile rispetto ai modelli europei.

Esistono diverse forme di curriculum, ma quello “narrativo” va oltre la presentazione delle proprie qualificazioni e delle proprie competenze, consentendo il parlare di sé. Il curriculum narrativo, con le parole di Brené Brown, può essere inteso come “data with a soul”, un documento con un’anima, narrazione che tiene insieme aspettative, motivazioni, esperienze, relazioni e tonalità emotive della persona.

A tal proposito ricordiamo il curriculum narrativo o poetico di Italo Calvino inviato all’editore Franco Maria Ricci nel 1969: “Caro Ricci, eccole il curricolo. Sono nato nel 1923 sotto un cielo in cui il Sole raggiante e il cupo Saturno erano ospiti dell’armoniosa Bilancia. Passai i primi 25 anni della mia vita nell’a quei tempi ancora verdeggiante San Remo, che univa apporti cosmopoliti ed eccentrici alla chiusura scontrosa della sua rustica concretezza; dagli uni e dagli altri aspetti restai segnato per la vita. Poi mi tenne Torino operosa e razionale, dove il rischio di impazzire (come già il Nietzsche) non è minore che altrove. Vi arrivai in anni in cui le strade s’aprivano deserte e interminabili per la rarità delle auto; per abbreviare i miei percorsi di pedone attraversavo le vie rettilinee in lunghe oblique da un angolo all’altro – procedura oggi, oltre che impossibile, impensabile – e così avanzavo tracciando invisibili ipotenuse tra grigi cateti. Sparsamente conobbi altre inclite metropoli, atlantiche e pacifiche, di tutte innamorandomi a prima vista, d’alcune illudendomi d’averle comprese e possedute, altre restandomi inafferrabili e straniere. Per lunghi anni soffersi d’una nevrosi geografica: non riuscivo a stare tre giorni di seguito in nessuna città o luogo. Alla fine elessi stabilmente sposa e dimora a Parigi, città circondata da foreste di faggi e carpini e betulle, in cui passeggio con mia figlia Abigail, e circondante a sua volta la Bibliothèque Nationale, dove mi reco a consultare testi rari, usufruendo della Carte de Lecteur n. 2516. Così, preparato al Peggio, sempre più incontentabile riguardo al Meglio, già pregusto le gioie incomparabili dell’invecchiare. Questo è quanto. Mi creda suo aff.mo. Calvino” (Calvino, 1969/2013).

Nel curriculum narrativo di Calvino non ci si limita a elencare le esperienze professionali e le capacità acquisite nel corso degli anni, ma spiega anche il perché di certe scelte, descrive le relazioni, evidenzia i risultati più significativi, così come le difficoltà legate a momenti particolari della vita personale e le proprie aspettative. Si struttura inoltre sulla base degli elementi tipici della narrazione. Anche Bruner (2002) ci propone una serie di regole per narrare e scrivere un buon racconto:

“1. Un racconto vuole una trama.

2. Alle trame servono ostacoli al conseguimento di un fine.

3. Gli ostacoli fanno riflettere le persone.

4. Esponi soltanto il passato che ha rilevanza per il racconto.

5. Fornisci i tuoi personaggi di alleati e relazioni.

6. Ma lascia intatta la loro identità.

7. E mantieni anche evidente la loro continuità.

8. Colloca i tuoi personaggi nel mondo della gente.

9. Fa che i tuoi personaggi si spieghino per quanto necessario

10. Fa che i tuoi personaggi abbiano cambiamenti di umore.

11. I personaggi debbono preoccuparsi quando appaino assurdi” (p. 81).

Il curriculum, come racconto della propria storia di vita, può essere interpretato come una costruzione narrativa dove la riflessione ci consente di costruire ponti tra esperienze, dove l’autoriflessione determina una continuità che è narrazione stessa (Connelly & Clandinin, 1988/1997). Esso non è così solo uno strumento di comunicazione e informazione, ma chiama in causa processi di sensemaking, di rappresentazione e affermazione di sé attraverso la narrazione.

Dare forma al proprio curriculum vitae si rivela momento di autoformazione, perché selezionando il materiale da inserirvi si stabiliscono nuovi nessi fra sé e gli eventi, fra sé e gli altri. La narrazione autobiografica può divenire uno specchio per riflettere sulle nostre vite. Il soggetto, attraverso la riflessione, dà ascolto alla memoria autobiografica, ristabilisce connessioni tra i ricordi che saranno trasformati in narrazioni autobiografiche, garantendo da un lato la coerenza con sé e dall’altro la coerenza con gli altri (Smorti, citato in Batini, 2010).

Il curriculum vitae inoltre ci offre uno schema narrativo per guardarsi dall’esterno, che ci consente di analizzare: la dimensione fattuale relativa all’insieme di competenze possedute; retrospettiva relativa alle scelte cognitive che hanno guidato l’azione; prospettica legata alle aspettative e desideri (Loiodice, 2004).

Il curriculum vitae come breve racconto autobiografico può consentire di riorganizzare la propria esistenza, attraverso un distanziamento e decentramento cognitivo ed emotivo rispetto all’esperienza narrata che innesca processi di auto-osservazione e di cura di sé. Come scrive Demetrio (1996) “Quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo” (p. 12).

La valenza formativa del processo di costruzione del curriculum vitae deriva dal fatto che “narrazione, scrittura, interpretazione si saldano nell’autobiografia reciprocamente trasfigurandosi in senso problematico” (Cambi, 2002, p. 18), consentendo di acquisire uno sguardo e una prospettiva più nuovi e ampi. Scrivendo e rileggendosi attraverso il curriculum è possibile una progettazione di sé, esercitare competenze narrative e orientative, infatti, “la scrittura aggiunge alla parola pronunciata quel che essa dimentica […] Ciascuno di noi, se scrive, accende una luce sulla vita che un istante prima non esisteva” (Demetrio, 2008, p. 9). Oggi possiamo parlare di scrittura per il lavoro come strumento di empowerment in termini di aumento del controllo sulla propria vita e sulle proprie scelte.

Il raccontare e trascrivere le proprie esperienze formative e professionali diviene così guida per l’agire futuro, non una semplice ripetizione del passato, bensì un itinerario nel sé e per il sé al fine di darsi forma. L’attingere a esperienze significative fa guadagnare consapevolezza, fa approfondire e conferisce un senso alla propria vita professionale e personale.

 

3. Narrative Résumé Counseling

 

A confermare la valenza educativa della pratica di costruzione del curriculum vitae è il suo essere utilizzato come strumento narrativo nell’ambito del career counseling. Il curriculum diviene base per orientarsi e prendere una direzione, infatti “the résumé can be a window into the life story of a client and help address barriers to work and life success” (Toporek, 2009, p. 4). L'intero processo di consulenza orientativa e di carriera, di sostegno nelle transizioni lavorative si configura come una narrazione autobiografica attraverso il dialogo. Il pensiero dialogico implica l’incontro con l’altro; il curriculum diviene lo strumento e l’occasione per meglio pensare il proprio presente e il proprio futuro, consentendo una riprogettazione continua, in cui le esperienze e i vissuti diventano le basi di processi di crescita e trasformazione (Mezirow, 1991/2003). Sono infatti “le epistemologie narrative che nutrono ogni singolo progetto professionale che si configura come percorso da scrivere, da inventare e da ridefinire quotidianamente” (Dato, 2014, p. 79).

Nella letteratura sul career counseling, solo pochi autori hanno esplorato l'uso del curriculum vitae come strumento narrativo per affrontare le questioni che possono interferire nella ricerca di lavoro o il processo di sviluppo di carriera (Krieshok, Ulven, Hecox & Wettersten, 2000; Peterson, 1998; Peterson, 1986). Sebbene avere un curriculum di successo si presume faciliti l'autostima e la fiducia in sé, esiste poco su come questo risultato positivo può essere raggiunto. Il résumé counseling è ormai parte prevalente dei career services, ma il narrative résumé counseling si distingue da altri approcci al curriculum volti a fornire informazioni o una sua costruzione critica. L’approccio proposto utilizza il curriculum in modo diverso, come uno strumento narrativo per facilitare un processo di consulenza che permette ai clienti di identificare e far fronte alle esperienze formative e professionali problematiche. Tale approccio narrativo presuppone che il curriculum fornisca uno schema della storia di vita del cliente. Gli elementi distintivi sono individuabili nell’essere un intervento centrato sulla persona, nel ruolo di scaffolder del consulente, nel non avere come obiettivo primo un efficace curriculum ma l’empowerment della persona. Il processo si basa su tre momenti “The storied approach explores the client’s world through story development as a process of co-construction (i.e., to reveal), deconstruction (i.e., to unpack), and construction (i.e., to re-author)” (Toporek, 2009, p. 7).

Negli ultimi anni si è verificato un aumento dell'uso della teoria costruttivista nel career counseling. Le teorie della costruzione di carriera sottolineano l’importanza degli approcci narrativi come un modo proficuo e collaborativo per i consulenti e clienti di impegnarsi nella scrittura e riscrittura di esperienza professionale e dar forma al proprio futuro. Il curriculum è una naturale incursione nel narrative career counseling. Come sottolineato da Savickas (2005) “Raccontando le proprie storie, i clienti stanno costruendo un possibile futuro. Sembra che i clienti raccontino ai consulenti le storie che essi stessi hanno necessità di sentire, poiché, tra tutte quelle disponibili, scelgono di raccontare quelle che sostengono gli obiettivi attuali e stimolano l’azione; anziché ricordare, le persone ricostruiscono il passato, cosicché avvenimenti trascorsi vengono a sostenere scelte attuali e a gettare le basi per movimenti futuri” (p. 58).

Gli interventi di career counseling in tal ottica dovrebbero essere strutturati considerando la capacità intrinseca del cliente di produrre cambiamenti significativi, stimolando l’abilità a narrarsi che porta a collocare le esperienze di vita lavorativa in una trama continua, porta il cliente a capire meglio i motivi conduttori della propria esistenza e le proprie risorse personali (Savickas et al., 2009).

In conclusione, sembra che il riappropriarsi della nostra storia può cambiare la nostra storia. Con le parole di Brené Brown (2010) “Prendere possesso della nostra storia può essere difficile, ma non quanto passare la nostra vita a fuggirne. […] Soltanto quando siamo abbastanza coraggiosi da esplorare l’oscurità scopriamo il potere infinito della nostra luce” (p. 6).

 

Bibliografia

 

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