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Per una Pedagogia dell’Ascolto: raccontare per conoscersi
di Emiliana Mannese, Maria Ricciardi   

L’articolo affronta il tema della narrazione della storia personale tramite la scrittura e la capacità di autoapprendimento che deriva da questo esercizio.

Si presenta un caso di applicazione del metodo autobiografico alla didattica universitaria, quale strumento di innovazione teso a sollecitare la sensibilità per l’esperienza ed il potenziamento della riflessione critica. Dopo aver fornito qualche cenno all’inquadramento teorico all’autobiografia educativa, l’attenzione si concentra sugli obiettivi e i contenuti dell’attività narrativa proposta, sul ruolo dell’educatore e sulle questioni etiche che si pongono. Si sottolinea la valenza formativa della pratica autobiografica, evidenziando come questa metodologia offra alla pedagogia e alla ricerca educativa la possibilità di porre al centro i soggetti conferendo profondità e spessore alle professionalità educative, chiamate ad assumere complesse funzioni formative. Si propone, dunque, una ricostruzione storica del genere autobiografico in chiave formativa, ripercorrendo le tappe salienti dell’esperienza italiana della Pedagogia clinica (Massa, 1987; Riva, 2004). I paradigmi della pedagogia narrativa, della riflessività e dell’autobiografia forniscono un quadro teorico e metodologico al “processo formativo, di cambiamento, attraverso l’esercizio della propria libertà, la valorizzazione di sé, la ricerca di senso e significato esistenziale” (Di Rienzo & Serreri, 2015, p. 234). L’autobiografia educativa rappresenta una modalità innovativa di formazione universitaria, un esercizio di scrittura centrato sulle storie di vita e il tentativo di condurre una ricerca formativa nella prospettiva dell’insegnamento pratico. Gli approcci narrativi, autobiografici e clinici richiamano l’attenzione al peso dei saperi personali nello svolgimento delle professioni educative (Riva, 2009). Il riconoscimento del rilievo delle vicende affettive ed emotive presenti nella processualità educativa e formativa pone nuove sfide conoscitive e didattiche.

 

This article focuses on the theme of narration of personal history by written means and the potential of self learning which derives from this exercise. The application of a case of the autobiographic method in the academic field is presented as a method of innovation; the latter is intended as a means to solicit the sensibility of critic thinking.

Having provided a few mentions of the theoretical framework of the autobiographic method, attention is brought upon the objectives and the contents of the narrative proposed, on the role of the educator and on the ethic questions that are posed.

The formative importance of the autobiographic practice is highlighted, by bringing into light how this methodology offers, to pedagogy and to educational research, the possibility to center on the subjects, conferring depth and width to education professionals, called onto to assume complex formative functions. An historical reconstruction of the autobiographic method is then, proposed, following the main events of the Italian, clinical pedagogy, experience (Massa, 1987; Riva, 2004).

The paradigms of narrative pedagogy, reflection and of the autobiography, provide a theoretical and methodological framework to the “formative process, of change, through the excise of one’s liberty, the valorization of the self, the research of existential meaning” (Di Rienzo & Serreri, 2015, p. 234). Educational biography represents an innovative means of university education, a writing exercise centered on life stories and the on the attempt to conduct an educational research geared towards practical teachings. The narrative, autobiographical and clinic approaches recall attention on the importance of personal knowledge in the execution of educational professions (Riva, 2009). The acknowledgement of the importance of affective and emotive events that are present in educational and formative processes poses new cognitive and didactic challenges.

 

1. Introduzione

 

L’articolo racconta di un’esperienza di formazione condotta con l’approccio autobiografico, realizzatasi durante l’insegnamento di Etica dell'educazione – Pedagogia Clinica presso il Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno. Il percorso educativo ha inteso essenzialmente promuovere la memoria personale, la narrazione e l’ascolto delle storie di vita, la conoscenza di sé e dell’altro. Al fine di favorire il progressivo sviluppo di identità e autoconsapevolezza, l’autoriflessione si è sostanziata in attività di scrittura e racconto orale.

L’esperienza oggetto di attenzione inaugura un percorso didattico che si intende proseguire nell’ambito di future sessioni formative e risponde ad una specifica strategia di lavoro, messa in campo secondo modalità pedagogiche ponderate, coerenti e rigorose rispetto all’applicazione della categoria dell’intenzionalità autobiografica. La breve durata dell’esperienza e lo stato dell’arte dell’analisi del materiale empirico, tuttavia, non consentono ad oggi la restituzione di un quadro interpretativo complessivo ed esaustivo. Ciò premesso, si ritiene comunque interessante presentare tale buona pratica, frutto di un significativo e proficuo progetto di valore formativo ed euristico in campo pedagogico e didattico.

Prima di descrivere gli aspetti operativi, si fornisce la cornice teorica – sul piano storico, disciplinare e metodologico – all’interno della quale si inscrive il percorso educativo compiuto. Si prova a delineare, dunque, un quadro di riferimento che funga da premessa scientifica e concettuale alle attività autobiografiche che si renderanno oggetto di documentazione sistematica. Il focus è rappresentato dalla pratica autonarrativa agita nel contesto universitario.

Il primo paragrafo propone una breve ricognizione dei contributi più significativi che hanno condotto all’affermazione dell’approccio della formazione autobiografica, in una prospettiva di ricostruzione storica del genere autobiografico in chiave formativa (Pineau & Le Grand, 1993; Demetrio, 1995; Cambi, 2002), ripercorrendo – chiaramente – quelle che sono state le tappe salienti dell’esperienza italiana della Pedagogia clinica, pertanto da Massa (1987) a Riva (2004).

In considerazione della diffusione sempre più consistente, a partire dagli anni Novanta, dell’approccio autobiografico a fini formativi e di ricerca, in ambito pedagogico, il secondo paragrafo presenta un approfondimento metodologico, per mettere in luce come e perché vengono studiati i materiali biografici. Sono presentati finalità, modalità, contesti e destinatari del metodo, approfondendo gli impatti educativi di azioni incentrate sulla memoria personale e sull’autonarrazione. In particolare, si evidenziano i tratti qualificanti l’autobiografia in una prospettiva di indagine di tipo qualitativo, con riferimento alle scienze umane che studiano le storie di vita.

Il terzo paragrafo illustra il percorso autobiografico realizzato e le forme di partecipazione degli studenti, coinvolti a più livelli, quali autobiografi, educatori formandi-biografi, ricercatori biografi, specificando obiettivi, modalità, soggetti, tempi, spazi, esiti e vissuti, ispirandosi allo schema proposto da Moroni (2006).

Si affronta, dunque, il tema dell'autobiografia attraverso i luoghi della memoria e della formazione, ponendo le narrazioni come potente strumento didattico, per costruire identità e appartenenza, attraverso un fare educativo significante, intelligente, creativo, formativo, teso alla cura di sé, alla ricerca sociale e all’autoanalisi (Demetrio, 2003).

 

2. I principali riferimenti teorici della corrente autobiografica

 

L’autobiografia è un genere presente sin dall’antichità. Il genere acquista rilievo nel XVIII secolo per indicare quell’atto in cui, tramite la narrazione scritta, si ri-costruisce retrospettivamente la propria vita. In un’accezione più ampia, l’autobiografia rappresenta un costrutto complesso, esplicitato da diverse forme di autorappresentazione, quali le memorie, i diari e le cronache, l’autoritratto letterario (Martello, 2008). È nella tradizione letteraria latina e cristiana che l’autobiografia affonda le proprie radici, per poi diffondersi largamente con l’Umanesimo. Le Confessioni di S. Agostino rappresentano il primo modello di racconto autobiografico. I Saggi di de Montaigne costituiscono un esempio di diario intimo che prende la forma di monologo interiore. Le Confessioni di Rousseau testimoniano uno dei ritratti più significativi della letteratura autobiografica.

L’attenzione per le storie di vita risale all’impegno della scuola sociologica di Chicago, a cui negli anni venti si riconduce il fiorire di numerose ricerche sulla marginalità sociale urbana nell’America del New Deal. Il modello sociologico (qualitativo) biografico sarà ripreso negli anni Settanta dalla scuola francese che privilegerà come soggetti della ricerca operai, artigiani e loro famiglie (Olagnero & Saraceno, 1993).

In ambito pedagogico, l’affermazione delle storie di vita si registra a partire dagli anni Settanta con un gruppo di studiosi di area francofona (Pineau, Dominicè) e in Italia con la scuola di Massa e con il contributo di Demetrio, trovando la sua principale applicazione nelle pratiche di educazione degli adulti. All’origine dell’uso della pratica autobiografica si pongono una serie di questioni, quali l’attenzione ad una dimensione empirica ed ermeneutica, la concezione dinamica dello sviluppo e dell’apprendimento come possibilità di cambiamento, il riconoscimento della capacità di autoapprendimento biograficamente, il ripensamento della ricerca e della posizione del ricercatore in considerazione del ruolo della sua soggettività, la consapevolezza della reciprocità significante tra ricerca, formazione ed esperienza vissuta (Castiglioni, 2002).

Raccontare di sé, della propria vita, delle proprie paure, di quelle che sono state le vicende che hanno segnato la propria vita è un modo efficace di cura di sé, in quanto attraverso una serie di collegamenti tra i diversi momenti della vita, permette una continua costruzione e ri-costruzione della propria immagine identitaria. Scrivere di sé è un modo per attribuire significato alle esperienze passate, per costruire il proprio futuro a partire dal ripensare a chi siamo e alla nostra storia (Demetrio, 1996).

Il genere autobiografico è stato riscoperto per il suo valore educativo e formativo. La narrazione si pone, infatti, come fondamento ontologico di una formazione-sviluppo non ascrivibile alla sola area del conoscere e del saper fare in funzione disciplinare o lavorativa, ma che si estende all’area di un sapere che rivendica in ogni soggetto, il piacere e il dovere di usare la parola “io” (Demetrio, 2003). Scrivere di sé richiede introspezione e retrospezione e con questa pratica si implementa la capacità di esporre, argomentare, discutere, ipotizzare.

L’apprendimento basato su forme didattiche più spontanee e naturali (quali il racconto, la conversazione, il dialogo) risulta più efficace rispetto a modalità trasmissive, diviene esperienza e relazione, occasione per pensare al senso delle cose, della vita, dei compiti e delle responsabilità personali. La narrazione educativa diventa veicolo di apprendimento consapevole, fondandosi su legami, relazioni, nessi, sviluppi e significati di una storia. Gli effetti pedagogici del lavoro con e sulle storie di vita sono ravvisabili in almeno tre momenti, che si sviluppano e alimentano vicendevolmente, indicati da Demetrio (1999) come effetti di “eterostima” (risiede nell’incontro tra chi narra la propria vicenda e chi si mostra interessata ad essa, con un’attitudine di attenzione e rassicurazione; la propria storia diventa interessante per qualcun altro), “autostima” (oltre a dimostrare al parlante-scrivente che sa raccontarsi, l’educatore gli dà la possibilità di riconoscersi in quel che ha detto accettandolo o rifiutandolo; il narratore riconosce di avere una storia significativa e degna di essere narrata) e “esostima” (il narratore ha l’occasione di riconoscersi attraverso quanto realizza e produce, si accorge di essere capace di costruire un testo dotato di senso). L’uso dell’autobiografia come pratica pedagogica per la revisione di sé induce il soggetto a ridisegnare la propria personale storia di vita in termini sia di ri-comprensione di quella trascorsa sia di permanente riformulazione progettuale (Demetrio, 1999).

La pedagogia trova nella pratica autobiografica un nuovo metodo educativo che incoraggia l’uomo nello svelamento della propria storia personale e lo sostiene nel fare della vita una ricerca permanente di senso, abituandolo a vivere il tempo futuro (Demetrio, 2003). Quale processo di cura e itinerario di apprendimento continuo, l’autobiografia invita a guardare al contempo indietro e avanti: l’intreccio delle dimensioni temporali del presente, del passato e del futuro acquisisce nuovi significati in virtù di una maggiore consapevolezza (Demetrio, 1995).

A livello epistemologico, l’interesse per la pedagogia narrativa si inscrive nella più ampia riconfigurazione del concetto di scientificità. La narrazione autobiografica assume funzioni e configurazioni specifiche in base ai campi di applicazione: in ambito psicologico è utilizzata come tecnica della “cura di sé” e come pratica diffusa di autoanalisi, in ambito antropologico viene usata come lettura partecipativa e vissuta dei modelli culturali, delle credenze e delle pratiche di socializzazione tra gli individui, in ambito storico come fonte diretta di ricostruzione degli accadimenti (Martello, 2008). In campo pedagogico, nell’ambito di un intenso dibattito sul significato dell’educazione e sulla fine della pedagogia nella cultura contemporanea Massa (1987) esprime una forte critica tesa a riaffermare la scientificità e la centralità del discorso pedagogico fondato dalle pratiche e dai contesti del mondo della formazione, così rinnovando il profilo epistemologico della pedagogia, in prospettiva materialista e strutturalista. L’uso della narrazione e la metafora dell’educazione come dispositivo hanno inaugurato un nuovo corso per l’indagine teorica ed empirica dei processi formativi: la clinica della formazione (Massa, 2004; 2000). Questa nuova prospettiva di ricerca e di intervento è orientata alla scoperta e alla rielaborazione dei significati impliciti del lavoro formativo. Sulla base del quadro teorico di riferimento, l’individuazione di tali significati avviene attraverso l’istituzione di appositi setting di narrazione in cui la vicenda formativa diventa oggetto di processi di categorizzazione, interpretazione e ristrutturazione. È in queste dinamiche che, secondo Riva (2004), si rivela un ordine di latenza pedagogica di natura referenziale, affettiva, cognitiva e procedurale. La riappropriazione in maniera criticamente consapevole degli aspetti vitali della formazione e di quelli formativi delle esperienze vissute passa, pertanto, attraverso la ricerca dei significati e l’ascolto delle emozioni (Riva, 2004).

 

3. Il metodo narrativo e l’autobiografia come strumento di formazione

 

L’autobiografia si è affermata quale metodo d’indagine con caratteristiche peculiari, diventando campo d’interesse per le scienze umane nel loro complesso. Facilitando il soggetto nel riconoscimento di sé e nell’autoformazione, al contempo, essa costituisce una “tecnologia” della “cura di sé”, come ha riconosciuto Foucault (1992).

Nel pensiero narrativo (Bruner, 1988) si individua, dunque, una modalità rappresentativa in grado di costituire, attraverso la costruzione di storie, un modello interpretativo delle azioni sociali umane (Bocci & Franceschelli, 2014). Il narrarsi genera una visione del mondo e di se stessi fungendo da chiave d’accesso per la creazione di significati condivisi e per la strutturazione dell’identità individuale. La strutturazione narrativa del sé investe la dimensione esistenziale, retrospettiva e progettuale, della memoria (Demetrio, 1998; Leone, 2001) e della riflessione e scrittura autobiografica (Lejeune, 1986; Battistini, 1990; Ricoeur, 1993; Smorti, 1994; 1997; Bellini, 2000; Cambi, 2002). Mediante la narrazione, l’Io ricostruisce se stesso, in una forma circolare e costante, in grado di concretizzarsi nella dimensione di cura (Demetrio, 1996) e di socializzazione.

Il fascino di questo modello interpretativo delle azioni sociali umane basato sulla narrazione consiste nell’opportunità di indagare l’identità individuale, colta nella sua unicità irripetibile.

La dimensione educativa della prassi narrativa del sé risiede nel valore formativo della riflessione. La memoria, opportunamente stimolata, consente al narratore di scoprire dentro di sé ciò che non sa di possedere, ripercorrendo la traiettoria esistenziale nella quale si identifica. Affrontare il passato con l’intento di ricostruirlo richiede l’impiego di strumenti idonei e la ricerca di verità anche non rassicuranti. Il passato corrisponde alla propria identità, ricordarlo con metodo significa riappropriarsi di sé in un lavoro quotidiano di autoformazione, attraverso la scoperta delle connessioni tra i ricordi, in una rete di interrelazioni complesse (Gramigna, 2010). Gli esercizi cognitivi consistenti nel collegare gli eventi, scoprire cause, nessi, spiegazioni denotano un’intelligenza retrospettiva, autobiografica, che significa libertà, legami, coscienza, conoscenza e capacità di agire. La straordinaria facoltà del pensiero e del ritorno su di esso attraverso il ricordo costituiscono una “tecnologia del sé” che comporta, oltre che la messa in sequenza, anche l’invenzione e l’immaginazione. L’autobiografia è uno strumento che rende comprensibile la positività del cambiamento in quanto la tensione al cambiamento è un fattore implicito delle “scoperte” che avvengono sulla trama della propria esistenza. Attiva uno spazio di ricerca tra i diversi ruoli rivestiti talvolta senza piena consapevolezza. Proietta il soggetto verso la riappropriazione della sua interezza concreta, in quanto prodotto della vita reale nel suo evolversi e di quella ideale nel suo slancio autopoietico teso all’autorealizzazione. Ha una funzione di condivisione e di scambio (Demetrio, 1997; Gramigna, 2010).

Nell’applicazione delle metodologie autobiografiche si distinguono due diversi dispositivi: autoriflessivo e negoziale. Il primo presuppone una disposizione all’ascolto di sé (Formenti, 1998) e il desiderio di comunicare la propria esperienza ad un interlocutore/ascoltatore o lettore, ripercorre e trae il senso della propria storia, produce un testo organizzato e complesso che utilizza un medium (un’autobiografia scritta o un’intervista narrativa), attraverso la ricognizione autobiografica; il secondo consiste in un lavoro di interazione negoziata sui significati collettivi delle esperienze. I percorsi – sia ricognitivi che interpretativi –possono essere intrapresi in gruppo (in questo caso si tratta di laboratori) o a coppie, paralleli e/o sequenziali. La rilettura e l’analisi dei testi consente ai partecipanti la comprensione delle scelte narrative, delle chiavi interpretative e delle attribuzioni di significato (Formenti, 1998).

La storia del soggetto diviene appartenente al suo contesto (temporale, sociale, culturale, comunitario) e investe il contesto della sua originale unicità (Portis, 2009).

Nelle pratiche autobiografiche l’uso della scrittura è fondamentale, poiché consente al pensiero di prendere forma fisica e di ridefinirsi, obbliga a fare sintesi e a riflettere sulla descrizione delle esperienze vissute, attiva la bi-locazione cognitiva in quanto consente di fissare aspetti o eventi della propria storia, e ri-connotarli in senso cognitivo (Demetrio, 1996).

Le metodologie autobiografiche trovano oggi applicazione in campi diversi: la formazione degli adulti (percorsi di formazione permanente, riqualificazione, rimotivazione professionale, supervisioni in campo ambito educativo); la cura (percorsi di ricostruzione della propria storia per interesse o autocura, relazioni d’aiuto, percorsi terapeutici); la ricerca (percorsi di ricerche territoriali di ricostruzione della memoria di un luogo, narrative, di costituzione di mnemoteche); l’autoanalisi (percorso di conoscenza profonda del sé, sulla base della scrittura della propria autobiografia) (Portis, 2015).

Riflettere sulla propria identità, costruire significati, progettare progettandosi (Batini & Zaccaria, 2000) si riconoscono come capacità strategiche in un momento storico segnato dal cambiamento, dalla flessibilità e dalla mobilità. Nel contemporaneo mutarsi delle condizioni sociali, economiche e produttive e delle traiettorie biografiche di transizione all’adultità, si afferma il concetto di apprendimento permanente ed è all’interno di questo orizzonte di senso che si inserisce l’orientamento permanente (Di Rienzo & Serreri, 2015). I dati sulla disoccupazione giovanile e sulla dispersione scolastica testimoniano l’impossibilità di mantenere una cittadinanza occupazionale, oltre che la difficoltà di conquistarla, esponendo a pesanti ricadute sui bisogni di realizzazione di sé e di riconoscimento sociale. Secondo Grimaldi, Porcelli e Rossi (2015), si impone, dunque, la necessità di “integrare l’obiettivo dell’occupabilità con quello della pensabilità di un lavoro che abbia valore per sé” (p. 45). È proprio in questa direzione che muove l’European Youth Guarantee, nell’ambito della strategia “Europa 2020”, quale pilastro della politica comunitaria a sostegno dei giovani. Ne consegue l’attenzione per l’esperienza di vita e le biografie, nelle quali si concretizzano i vissuti e si rivelano le possibilità non vissute nonché i potenziali di sviluppo (Di Rienzo & Serreri, 2015).

I paradigmi della pedagogia narrativa, della riflessività e dell’autobiografia forniscono un quadro teorico e metodologico all’orientamento inteso come “processo formativo, di cambiamento, attraverso l’esercizio della propria libertà, la valorizzazione di sé, la ricerca di senso e significato esistenziale” (Di Rienzo & Serreri, 2015, p. 234). Il grado di libertà del soggetto dipende dall’accesso all’apprendimento, dalla capacità di creare ed usare le forme del sapere in maniera efficace ed intelligente, gestendo un proprio progetto di vita e rispondendo dinamicamente alle continue sfide che si pongono durante l’intero percorso esistenziale, nei diversi ambiti di vita: professionale, privato, familiare, sociale.

L’investimento sulle potenzialità dei giovani per valorizzarne vocazioni personali, interessi e stili di apprendimento, attraverso l’empowerment e la promozione di un atteggiamento proattivo anche nelle relazioni sociali, per l’acquisizione delle Career Management Skills – ovvero, le competenze che forniscono modalità strutturate di raccolta, analisi, sintesi e organizzazione autonoma di informazioni in materia di istruzione e lavoro nonché in fase decisionale e di transizione, utili alla gestione di percorsi di carriera non lineari – è al centro dell’impegno dell’Osservatorio sui Processi Formativi e l’Analisi Territoriale, di cui è Responsabile scientifico la prof.ssa E. Mannese presso il Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione/DISUFF dell’Università degli Studi di Salerno. L’Osservatorio agisce quale Centro Interistituzionale per l’Orientamento Permanente, in una prospettiva di creazione e rafforzamento delle interconnessioni tra i nodi di una rete istituzionale e territoriale, pubblica e privata, centrata sulla persona ed i suoi percorsi, per la valorizzazione della sua identità formativo-professionale, attraverso l’approccio narrativo per l’accompagnamento autobiografico nelle transizioni all’adultità (Demetrio, 2007), la promozione di modelli di intervento per l’orientamento fondati sulle dimensioni della conoscenza di sé, della conoscenza del contesto di riferimento e della progettualità e mediante lo studio e la predisposizione di piani formativi rispondenti ai reali fabbisogni professionali, finalizzati alla promozione dello sviluppo socio-economico dei territori.

In questa sede l’attenzione si concentra sull’innesto pedagogico della pratica narrativa, attraverso quel dispositivo della “cura di sé” riproposto come centrale nella nostra attualità. Il valore dell’autobiografia come metodo formativo si è riaffermato proprio con l’educazione degli adulti – evidenziando il suo ruolo cardine nella costituzione di ogni adultità personale – e nella formazione dei formatori. Questi per professione, devono “prendersi cura” di altri soggetti, esercitando su di essi un “potere”, attraverso il “sapere” e l’agire. Affinché curino la libertà degli altri, sostiene Cambi (2005), essi devono essere liberati il più possibile (e per quanto possibile) da pregiudizi, condizionamenti derivanti dal proprio vissuto e che tendono ad operare come dogmi, certezze, norme nella coscienza dei formatori. L’autobiografia può riportare stili, modelli, principi che condizionano l’agire formativo alla coscienza del formatore, come è in grado di risvegliare “cura di sé” nel soggetto in formazione (Cambi, 2005).

 

4. L’autobiografia nella formazione universitaria per lo sviluppo delle professionalità educative

 

Al centro dell’attuale agire educativo ci sono le attività di interpretazione e sostegno al soggetto, di definizione di traguardi e obiettivi, in un’ottica di “diagnosi” e di “terapia”, ovvero, clinica. Ne deriva un radicale mutamento dell’idea di professionalità educativa e delle competenze che la qualificano. Tale professionalità si costituisce nell’integrazione di un complesso di saperi dell’uomo (dalla psicologia alla psicoanalisi, dalla sociologia alla microsociologia, dalle teorie della comunicazione alle teorie della formazione), che pone al centro il dispositivo della interpretazione. Le competenze caratterizzanti le professionalità educativa sono diverse e articolate, mai acquisite definitivamente, bensì continuamente rinnovate e messe alla prova. Sono di tipo comunicativo e relazionale; di riflessività, sia sull’iter formativo del soggetto che circa l’agire educativo stesso; di formazione in senso stretto, cioè di agire con/per e nel soggetto, al servizio di un suo percorso. Ciò richiede una disposizione psichica di grana fine, che nasce dalla “cura di sé” dell’educatore e lo rende un/il fattore chiave di quel processo, allenato alla rilettura del proprio processo di formazione e professionale e umana, per cogliersi e/o costituirsi in quella sua dimensione di educatore-come-formatore. La letteratura pedagogica contemporanea ha posto al centro la relazione educativa quale relazione d’aiuto (Cambi, 2005).

Quando si applica in maniera appropriata la categoria dell’intenzionalità, come sottolinea Demetrio (2006), l’approccio pedagogico autobiografico è un metodo attivo o maieutico autoreferenziale, di tono anche curativo e terapeutico. Fare autobiografia è formarsi due volte: rileggere la propria formazione e attivare un nuovo processo di formazione. Si tratta di una pratica costitutiva della formazione dei formatori (Cambi, 2002).

È in questa prospettiva che si inserisce la prassi autobiografica che di seguito si riporta, adottata nella micro-comunità educativa rappresentata dall’aula di formazione universitaria, dove l’esercizio delle attività narrative è stato volto a generare scritture di sé secondo precise regole operative e continui riscontri in itinere e al termine del processo, sul piano cognitivo, socio-relazionale e del clima emotivo. L’esercizio autobiografico è stato finalizzato a stimolare “ripensamento” e “rivisitazione” negli studenti, incoraggiati ad usare le esperienze della vita per sviluppare la capacità di autoanalisi e di conoscenza di sé e per educarli ad occuparsi delle storie degli altri, così contribuendo a potenziare quella competenza rappresentata dall’io narrativo.

Le abilità che si è inteso sviluppare attraverso lo svolgimento delle attività autobiografiche attengono a comportamenti ed attitudini narrative e cognitive, tese ad accrescere le modalità di autorappresentazione della propria storia di vita e delle pratiche di autoconoscenza delle proprie tematiche esistenziali, al fine di favorire forme di progressivo conseguimento di autonomia.

Si rende necessario anzitutto illustrare le circostanze in cui è stato realizzato il lavoro di cui si riferisce, allo scopo di fornire gli elementi utili alla comprensione dell’attività narrativa messa in campo in un ambiente di apprendimento universitario che ha inteso offrire modalità creative per consentire agli studenti di comporre la propria storia, all’interno di una cornice rigorosamente accademica.

L’attività è stata inclusa nel programma dell’insegnamento da me svolto di Etica dell’Educazione –Pedagogia Clinica, per l’annualità in corso e ha coinvolto gli studenti presso il Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno.

L’esercizio autobiografico proposto ha assunto i seguenti obiettivi: sviluppare conoscenza di sé; coltivare la capacità di analisi e sguardo critico rispetto ai contesti di vita quotidiana; educare al piacere e al rigore della scrittura; connettere la biografia personale con la storia dei contesti di appartenenza e degli scenari di riferimento; incoraggiare il coinvolgimento degli studenti nel processo di apprendimento; ripensare ai problemi personali, in chiave attiva e costruttiva per focalizzare le risorse e per far fronte a vincoli e criticità; riflettere sul tempo, sulla memoria, sul ricordare e sul corso della vita in una prospettiva diacronica.

Lo scopo dell’autobiografia educativa è, quindi, provocare la riflessione personale, favorendo comprensione, tolleranza e capacità di interpretare un ruolo attivo nella costruzione delle traiettorie esistenziali, seppur esposti alle influenze ambientali.

Il programma di attività condiviso con gli studenti prevede dei contenuti di base, funzionali ad orientare lo sviluppo dell’autobiografia educativa, da adattare e/o modificare all’occorrenza. Si tratta di esercizi liberamente tratti e adattati dal libro Il gioco della vita (Demetrio, 1997). Il testo contiene trenta domande rivolte alla riflessione del proprio vissuto, costruita per indagare in maniera conscia o inconscia, la struttura latente del vissuto, del ricordo e del percorso affettivo che ha connotato la propria esistenza sin qui.

Gli studenti sono stati chiamati a scrivere il romanzo della loro vita, attraverso la scelta dei seguenti punti topici di riflessione, per imparare a ricordare:

 

  • La prima volta che…
  • Le memorie del corpo. Emozioni provate attraverso i cinque sensi
  • La costruzione della mente
  • Il gioco dell’oca
  • Oggetti
  • Parole
  • L’evocazione degli stati d’animo
  • Regali
  • I momenti top
  • La fascinazione
  • Passaggi e cambiamenti
  • I miei “momenti storici”
  • Destini
  • L’albero di famiglia
  • Arcipelaghi
  • Il cerchio degli amici
  • Fasi
  • Autoritratto
  • La metafora
  • Messaggi in bottiglia

Gli esercizi sono stati suggeriti per educare al rimembrare, recuperando immagini anche lontane della propria vita, per dare sostanza a un disegno che si realizza gradualmente, nel farsi del gioco, costruito con la struttura del gioco dell’oca. Ad ogni esercizio lo studente attribuisce liberamente significati personali ed il gioco restituirà segmenti della propria vita o propri modi di rappresentarla. La presentazione del lavoro compiuto da ciascuno studente in gruppo contempla la riflessione e le interpretazioni del risultato delle esperienze realizzate, con appendici o allegati del materiale raccolto (fotografie, documenti personali, famigliari o scolastici).

La sezione dedicata all’interpretazione e alle riflessioni consiste in un processo valutativo a conclusione della scrittura dell’autobiografia educativa. Tale valutazione consente di elaborare una visione complessiva delle esperienze dello studente e di stabilire connessioni tra le diverse aree di concentrazione assunte durante la composizione dell’autobiografia. In genere, la valutazione collega la sfera temporale del passato con quelle del presente e del futuro, consentendo di focalizzare la dimensione del significato e lo sviluppo dell’interpretazione. Gli studenti hanno l’occasione, da un lato, di riconsiderare il loro modo di dare senso alla vita e, dall’altro, di esaminare il processo di scrittura autobiografica. A partire dalla riflessione sulle identità personali e sulle loro relazioni con la storia personale e interpersonale, gli studenti colgono l’“Io” e tutti quei differenti “Io” che albergano dentro ciascuno di loro (l’io insolito, quello nascosto, percepito dagli altri, ideale, pubblico, soggettivamente esperito). Attraverso la sua ricostruzione, lo ri-attualizzano (González-Monteagudo, 2006). Nell’interpretazione della propria vita, ogni studente intraprende un’indagine circa le relazioni tra la traiettoria di vita personale e l’educazione ricevuta. L’autobiografia educativa offre l’opportunità agli studenti di rivalutare loro progetti, desideri e aspirazioni, integrando passato, presente e futuro, alla ricerca di una narrazione di vita coerente.

Nella produzione dell’autobiografia educativa, il docente svolge un ruolo centrale, assumendosi la responsabilità di alcune funzioni fondamentali. Affinché l’autobiografia sia un’esperienza piacevole e profonda di lavoro creativo e di autonomia intellettuale, al docente compete fornire agli studenti chiare indicazioni circa il modo di procedere nella realizzazione del loro lavoro, in tutte le fasi dell’elaborazione, tenendo conto del carico cognitivo ed emotivo nonché della durata temporale relativamente breve. Occorre incoraggiare gli studenti a ricercare e investigare per trovare indizi del passato e raccogliere esperienze e vissuti dimenticati o negati, a confrontarsi con famigliari, mentori, amici ed educatori. Uno dei compiti cruciali che svolge il docente è finalizzato a trasmettere una visione positiva del progetto autobiografico evidenziando i benefici scaturienti dalla scrittura e sostenendo il processo di elaborazione attraverso strategie e soluzioni per affrontare e superare le difficoltà di cui esso risulta costellato. Ciò implica, tra l’altro, anche gestire e contenere eventuali ansie e disagi che accompagnano la scrittura, frequenti soprattutto nelle primissime fasi dell’attività e che poi a conclusione del progetto, tendono a tradursi in un sentimento di soddisfazione che pervade gli studenti per i risultati raggiunti (González-Monteagudo, 2006).

È importante riconoscere agli studenti la possibilità di scegliere se ingaggiarsi o meno nella stesura dell’autobiografia educativa, rassicurando rispetto all’assenza di ripercussioni negative per l’autore.

Le indicazioni operative che si forniscono per l’esercizio chiariscono obiettivi, metodologia, limiti dell’attività, rispetto della privacy, diritto all’anonimato, sottolineando i benefici in termini di arricchimento e potenziamento personale che il progetto procura agli studenti (González-Monteagudo, 2006).

La valutazione dei lavori svolti si basa sulle capacità dimostrate dagli studenti di seguire le indicazioni date, con particolare riguardo l’adozione di un focus riflessivo, critico o interpretativo sulle loro esperienze. Allo scopo si puntualizzano all’avvio delle attività i fattori che influenzano gli esiti dell’esercizio: l’impegno in termini di investimento di tempo e di energia; la comparazione tra diversi punti di vista; la riflessione sulle dimensioni spaziali e temporali; l’analisi della cultura caratterizzante i diversi ambiti della vita; l’originalità e la creatività nel layout e nella presentazione della propria storia di vita; la capacità di prendere le distanze per uno sguardo critico obiettivo rispetto al proprio ambiente famigliare, scuola, cultura sociale; l’appropriatezza e la pertinenza del linguaggio (Gonzalez-Monteagudo, 2006). In aula è fondamentale che siano attive dinamiche di rispetto, ascolto, scoperta e partecipazione.

 

5. Conclusioni

 

L’autobiografia educativa è un’attività formativa intensa, la cui realizzazione consente di imparare molto sia al docente che agli studenti. Getta un ponte tra la formazione universitaria, il mondo esperienziale dello studente e il più generale contesto socio-culturale. Innesca processi potenti di riflessione, analisi, interrogazione e maturazione personali, di cui si rinviene traccia nelle produzioni degli studenti. Rappresenta una modalità innovativa di formazione universitaria, un esercizio di scrittura centrato sulle storie di vita e il tentativo di condurre una ricerca formativa nella prospettiva dell’insegnamento pratico. È al contempo un progetto aperto, in quanto auto-generativo, che si rinnova costantemente attraverso il suo sviluppo.

L’esperienza da me condotta durante l’insegnamento di Etica dell'educazione – Pedagogia Clinica presso il Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno rappresenta una proposta didattica nell’esperienza di formazione al fine di contribuire ad alimentare la progressiva legittimazione di prospettive e pratiche autobiografiche in ambito universitario. Lo sforzo è consistito nella capacità traspositiva di applicare nozioni e categorie concettuali proprie della pedagogia clinica. Nel suo dispiegarsi è emersa, tuttavia, la divergenza tra le posizioni del docente e degli studenti: nella prospettiva di docente, l’autobiografia educativa è uno strumento educativo che contribuisce a sviluppare il pensiero critico e l’espressione di sé, mentre dal lato dello studente, l’entusiasmo e il carico emozionale per l’esercizio talvolta tendono a mettere in secondo piano obiettivi formativi e criteri dell’attività.

Emerge la crucialità di promuovere una maggiore applicazione e diffusione di metodi narrativi in grado di supportare la problematicità dei ruoli professionali educativi. Tale aspetto afferisce più in generale a come la teoria e la pratica della ricerca pedagogica si integrino nella formazione alla professione di educatore. Gli approcci narrativi, autobiografici e clinici richiamano l’attenzione al peso dei saperi personali (frammenti di teorie, ricordi familiari, esperienze vissute, valori sociali o familiari, modelli pedagogici e stili educativi) nello svolgimento delle professioni educative (Riva, 2009).

Concludendo, possiamo affermare che la pratica messa in campo conferma la valenza dell’autobiografia quale via privilegiata di “accesso all’umano”, che recupera una relazione più autentica e originaria con se stessi e con gli altri, alla ricerca di una comprensione profonda dell’accadere educativo e formativo (Marocco Muttini & Pennisi, 2003). Il riconoscimento del rilievo delle vicende affettive ed emotive presenti nella processualità educativa e formativa pone nuove sfide conoscitive: come la narrazione circa le esperienze orienta l’identità professionale, le costruzioni di senso dell’agire, le epistemologie implicite ed esplicite che informano le prassi, la produzione di modelli di riferimento e di dispositivi efficaci?

 

Note

 

[1] La progettazione del saggio deriva da una riflessione congiunta degli autori. In particolare, Emiliana Mannese ha scritto il paragrafo 1 (Introduzione), il paragrafo 2 (I principali riferimenti teorici della corrente autobiografica), il paragrafo 4 (L’autobiografia nella formazione universitaria per lo sviluppo delle professionalità educative) e il paragrafo 5 (Conclusioni); Maria Ricciardi ha scritto l’Abstract, e il paragrafo 3 (Il metodo narrativo e l’autobiografia come strumento di formazione).

 

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