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La narrazione della storia professionale come risorsa pedagogica nel contesto lavorativo
di Laura Selmo   

In un tempo come quello attuale sembra più che mai necessario riscoprire il significato del lavoro attraverso il riconoscimento delle storie di chi abita i contesti lavorativi e offrire ai lavoratori occasioni di formazione in cui far crescere l’empowerment professionale e organizzativo.

In particolare, occorre riconoscere maggiormente il lavoro come esperienza formativa e la formazione come crescita lavorativa riposizionando all’interno del contesto lavorativo una formazione permanente che non si ripieghi sull’idea d’istruzione esclusivamente tecnica e specialistica, ma che si apra a tutte le dimensioni dell’individuo e che faccia riscoprire il desiderio di autorealizzazione che ogni uomo porta con sé. Aprire un orizzonte di senso in cui il lavoro e la professione diventino parte integrante della definizione di sé, significa cercare di attuare una formazione che offra spazi di confronto e scambio in cui la narrazione della propria storia professionale diventi una modalità attraverso cui riflettere e apprendere. L’ambiente di lavoro è infatti un intreccio di storie, ma esso rappresenta anche lo spazio di scrittura delle storie stesse. Allora perché non raccontarle e conoscerle e imparare da esse? Infatti dai bisogni formativi si riscontra la necessità di una ricerca sinergica di opportunità didattiche che sappiano favorire un apprendimento costruttivo, lungimirante e autoriflessivo (Mezirow, 1991/2003) e la narrazione della propria storia professionale sembra poter rispondere a queste urgenze. Infatti vi è un comune sentire che è quello di volere rintracciare il senso del lavorare nel tempo attuale. Spesso la domanda su cosa rappresenta il lavoro oggi accompagna la vita di coloro che abitano le organizzazioni. Allora forse occorre attribuire un significato che passa attraverso il vissuto esperienziale dell’individuo e che vada a costruire la sua storia dentro i confini labili e a volte indefiniti di vita lavorativa e vita personale a cui la società attuale ci ha abituati. Questo breve saggio vuole far emergere attraverso una trattazione teorica alcune riflessioni nate da esperienze formative in cui le storie professionali sono state poste al centro del processo di apprendimento-insegnamento.

 

In this time it is necessary to rediscover the meaning of work through the professional stories that offer educational opportunities for developing the empowerment of the individuals and the organizations. In particular it is important to recognize the workspace as educational experience to discover the desire of realization of individuals. In this way work becomes an essential part of self-definition and for this reason it is important to introduce different education practices which offer opportunities for reflecting and telling professional stories. Hence the organizations request an education that overcomes technical aspects and helps individuals to be more conscious of their experiences and capabilities.  Indeed the work environment is a mix of stories, but at the same time it also represents the writing space of these stories. So why not using them for learning? Certainly it is necessary a synergistic survey of educational opportunities that encourage constructive learning and self-reflection (Mezirow, 1991/2003) and the professional stories seem to be able to respond to these emergencies. There is a common feeling that wants to understand the meaning of work in the present time. What represents the work today? Maybe it is required to give a meaning of work that is built on the experience inside the organizations and on the recognising personal and professional life as important factors. Organizations need educational practices that permit individuals to learn from their experience and to became more conscious of themselves and their competences; instead individuals need spaces where sharing their knowledge and their experience for improving their skills and their capabilities. Moreover individuals wish to reflect on their professional stories to be aware of possibilities to improve themselves and to reach their realization.

This theoretical essay describes some reflections emerged from educational experiences in different working environments where professional biographies were used as methodology to learn and to reflect.

 

1. Introduzione

 

Il contesto lavorativo, in primo luogo, è costituito dagli individui che lo abitano e dalle loro storie. Il più delle volte, però, questo viene trascurato o tralasciato, snaturando il lavoro e l’ambiente lavorativo stesso, creando insoddisfazione, frustrazione e demotivazione. Il tempo del lavoro occupa molto della vita, e allora perché non riscoprire il significato del lavoro attraverso il riconoscimento delle storie di chi abita il contesto lavorativo? Perché non offrire ai lavoratori occasioni di crescita e formazione in cui narrarsi per riscoprirsi e per dar modo all’organizzazione stessa di conoscere meglio chi vive il proprio ambiente e cercare di valorizzare le peculiarità e le competenze di ognuno in un’ottica di empowerment professionale?

Questo breve saggio vuole approfondire queste tematiche sia attraverso una trattazione teorica sia attraverso una riflessione esperienziale di raccolta di storie professionali.

 

2. Quale formazione nei contesti lavorativi di oggi?

 

La società attuale richiede, attraverso ritmi accelerati, una conoscenza e un sapere sempre nuovi. Questo di conseguenza rende necessario un apprendimento permanente che permetta di affrontare i continui e repentini cambiamenti a cui l’individuo del nostro tempo è sottoposto. E proprio per far fronte a queste nuove esigenze, nasce nel campo pedagogico la necessità di interrogarsi su quale sia effettivamente la formazione che risponde ai bisogni attuali dell’individuo. Infatti la nascita di nuovi campi sia di sapere che lavorativi impongono, da un lato, la necessità di acquisire conoscenze e competenze utili allo svolgimento della professione, dall’altro portano l’uomo a una ricerca continua di equilibrio fra il suo sé personale e il suo sé professionale. Questa permanente necessità di una ridefinizione del proprio ruolo all’interno della società e della propria professione, lo rendono sempre più vulnerabile e in perpetua domanda riguardo a cosa fare e dove dirigersi. La mancanza di punti fermi stabili a cui riferirsi rendono necessario innanzitutto l’acquisizione di strumenti nuovi volti a supportarlo e orientarlo nel suo vivere e nel suo apprendere (Alessandrini, 2013). Spesso ci si trova infatti a dover governare l’inatteso e questo comporta “lo sviluppo di competenze connesse alla rapida intercettazione dei problemi” (Bodega & Scaratti, 2013, p. 137) e alla presa delle decisioni nel qui ed ora.

Per far fronte a tutto questo non può bastare una formazione che sia solo addestramento o istruzione, ma occorre pensare seriamente a un’educazione permanente che sostenga e accompagni l’individuo lungo tutto l’arco della vita, in tutte le sue esigenze e che gli dia modo di imparare ad apprendere e di poter comprendere il suo potenziale e le sue possibilità (European Commission, 2011; OECD, 2011). Pertanto, occorre riposizionare anche all’interno del contesto lavorativo una formazione permanente che non si ripieghi sull’idea d’istruzione esclusivamente tecnica e specialistica, ma che si apra a tutte le dimensioni dell’individuo e che faccia riscoprire il desiderio di autorealizzazione che ogni uomo porta con sé. Come sostiene Mortari (2013) riprendendo il concetto di telos di Epitteto, infatti, la formazione deve essere un “processo di continua autoindagine, perché è nel valutare criticamente i propri pensieri, svelando di essi la natura costruita ed esplicitando di ciascuno le relative implicazioni performative, l’essere umano trova lo spazio per l’esercizio della sua liberà” (p. 65).

Occorre riportare all’attenzione del Lifelong Learning la dimensione del desiderio di essere e di diventare che ogni individuo ha in sé fin dalla nascita e che lo spinge a cercare la sua strada e il suo posto all’interno della società. Vi è la necessità di porre la formazione permanente in una prospettiva che tenga in considerazione l’idea di realizzazione e di passione del vivere che garantisce a ogni uomo la pienezza dell’esistenza (Selmo, 2015; 2016).

Mortari (2013), riprendendo Lévinas, sostiene che “non si vive nella forma leggera del vento che soffia libero da ogni responsabilità, ma si vive con l’ingombro del dover dare forma al proprio esser-ci, dando corpo ai propri desideri e insieme tenendo conto delle risorse e delle forze che premono nel contesto in cui si agisce” (p. 36).

Tutto questo va portato dentro gli ambienti lavorativi. Il lavoro come esperienza formativa e la formazione come crescita lavorativa passa quindi attraverso la soggettività di ogni individuo che cerca di trovare parte di sé dentro quello che fa e che vive. Aprire un orizzonte di senso e significato in cui il lavoro e la professione diventino parte integrante della definizione di sé, significa ridare voce all’individuo stesso che nel raccontarsi, si forma, si scopre o riscopre dentro la propria organizzazione, oppure si apre al cambiamento, al nuovo, nella ricerca reale di sé e del proprio realizzarsi attraverso la sua storia. Si sente infatti la necessità di raccontarsi per riappropriarsi di ciò che nel tempo si è tralasciato, oppure per aprirsi al nuovo, all’inedito. “A ognuno è chiesto […] di mobilitare un’attitudine a produrre conoscenze in situazione, provando a ri-inventare il proprio percorso lavorativo, senza perdersi” (Bodega et al., 2013, p. 135). Il contesto lavorativo e l’organizzazione del lavoro sono da sempre terreni impervi e difficoltosi perché tengono insieme diversi aspetti spesso tra di loro contrastanti, quali gli interessi dell’azienda, ma anche del lavoratore, la pianificazione, il profitto, la gestione, ma anche le funzioni, i ruoli, le attività, le mansioni, come quindi riunire le necessità delle organizzazioni e le necessità degli individui? Ricordando che le organizzazioni prima di tutto sono costituite da individui e non da funzioni e che le attività esistono perché esiste l’uomo con la propria storia singolare e individuale, occorre ribaltare la prospettiva con cui si guarda al lavoro, riposizionando al suo interno l’esistenza dell’individuo e il suo sviluppo umano (Alessandrini, 2004; 2013).

Il lavoro è nella storia di ognuno, è ciò che traduce in azione le capacità, è ciò che assegna una professione e un ruolo sociale. Il lavoro è quindi un terreno importante e significativo, soprattutto nella ricerca della propria identità. Bisogna analizzare l’organizzazione “per processi, posizionandosi all’interno del flusso di esperienza, cioè prendendo posizione e attribuendo senso a ciò che succede: da un lato è il soggetto che, interpretando e cercando di scegliere le ambiguità fisiologicamente presenti, attiva l’ambiente, quindi organizza un mondo fra altri possibili; dall’altro l’ambiente così attivato retroagisce con i suoi vincoli e opportunità sul soggetto” (Bodega et al., 2013, p. 134). Occorre allora rivedere il lavoro come campo esperienziale che consente di essere, diventare e fare così da poter scrivere la propria storia in un’ottica di desiderio di realizzazione. Spostare lo sguardo sull’individuo significa innanzitutto ridargli voce per esprimersi e per ritrovare la sua identità e collocazione nella realtà sociale ed organizzativa attuale in continua mutazione e trasformazione.

Infatti “la domanda sul senso della propria identità, sugli orizzonti della propria azione, sulle condizioni e i limiti incontrati e su come oltrepassarli, alimentano un desiderio di ricerca e di conoscenza” (Bodega et al., 2013, p. 134), questo percorso euristico allora va sostenuto con una formazione che esorti l’auto-indagine sul significato attribuito alla propria vita professionale dentro l’organizzazione. Quaglino (2004) ci ricorda che “autos è innanzitutto l’identità a sé, al proprio riconoscersi, al proprio farsi e disfarsi” (p. XX) ed “è anche telos, ciò che spontaneamente muove nella realizzazione della propria naturalità” (Quaglino, 2004, p. XX).

Inoltre gli individui “hanno bisogno innanzitutto di sentirsi ascoltati, riconosciuti e rispettati; è questa la condizione perché percepiscono di poter mettere in gioco le loro capacità di apprendimento” (Mortari, 2013, p. 54).

Ripensare alla formazione nel tempo attuale, pertanto, significa rimettersi in gioco in una ricerca sinergica di opportunità didattiche che sappiamo favorire un apprendimento costruttivo, lungimirante e autoriflessivo (Mezirow, 1991/2003), offrendo anche spazi e tempi per conoscersi, riflettere e narrare la propria storia e apprendere da essa. La mente infatti è dotata di una particolare processualità riconducibile a un pensiero riflessivo-narrativo che sembra promuovere l’apprendimento, gli individui infatti “imparano non tanto accogliendo ciò che è nuovo, quanto mettendosi alla prova con le risorse personali, culturali e professionali e riflettendo sui propri comportamenti” (Cunti, 2014, p. 40).

Infatti la riflessione risulta essere in questo momento la modalità più adeguata per formare gli individui a un apprendimento continuo che li porti a sviluppare la capacità critica di analizzare le diverse esperienza e di imparare da esse. Infatti “la riflessione è processo con cui si valutano criticamente il contenuto, il processo o le premesse dei nostri sforzi finalizzati a interpretare un’esperienza e a darvi significato” (Mezirow, 1991/2003, p. 106). Il formatore e il formando, inoltre, devono saper lavorare in continua interazione e scambio, costruendo insieme il processo formativo e l’apprendimento che ne deriva. Per fare tutto questo occorre innanzitutto ripartire dalle storie di coloro che abitano i diversi contesti lavorativi. L’ambiente di lavoro è infatti un intreccio di storie, ma esso rappresenta anche lo spazio di scrittura delle storie stesse. Allora perché non farle “dispiegare” come momento di formazione del lavoratore che attraverso il narrarsi si appropria di sé e del proprio percorso professionale che l’ha determinato fino a quel momento? Serve allora fare il punto della situazione e del proprio andare; occorre fermarsi, riflettere e tradurre i pensieri in narrazione affinché si ritrovi il senso del viaggio.

La formazione che pone al suo centro le narrazioni diventa strumento in grado di supportare sia gli individui nel loro vivere dentro l’organizzazione sia i processi organizzativi nel loro ordinario svolgersi e nei momenti di trasformazione.

 

3. Formarsi attraverso la narrazione della biografia professionale

 

L’interesse per il pensiero narrativo e per le biografie (Bruner, 1990/1992; Castiglioni, 2008; Demetrio, 1996; 1999; Knowles, 1989/1996; Mortari, 2003; 2006; 2009) come modalità formativa e di ricerca è abbastanza recente, anche se il pensiero narrativo è da sempre un modo universale per organizzare l’esperienza umana.

La narrazione aiuta a scoprirsi e conoscersi, ascoltandosi, interrogandosi e guardandosi. La caratteristica principale della formazione narrativa è quella che gli individui con il loro raccontarsi diventano protagonisti attivi del processo educativo e dettano il contenuto e la modalità della formazione. Il narrare la storia professionale attraverso la ricostruzione del proprio percorso, in una sorta di ri-appriopriazione delle proprie esperienze e del proiettarsi verso il futuro, diventa infatti l’oggetto e il metodo della formazione. Ogni storia dopo essere stata analizzata ed elaborata in maniera introspettiva viene strutturata attraverso la forma del racconto. In questo modo diventa condivisibile con coloro che vivono la stessa realtà organizzativa, che a loro volta si ritrovano coinvolti avendo vissuto e lavorato nel medesimo contesto. In questo intreccio di esperienze si costruisce un sapere, si condividono emozioni e si sviluppano piani d’azione riguardo la propria professione e il suo interagire con l’organizzazione. “L’uomo ha bisogno di un racconto interiore” (Bochicchio, 2011, p. 106) che lo colleghi anche al mondo sociale e del lavoro. Il raccontarsi consente di interrogarsi e progettare allo stesso tempo, assumendo così una valenza formativa e trasformativa che passa attraverso la presa di coscienza del soggetto di fronte alla sua storia. È un’attività interiore che genera un processo formativo di analisi dei propri vissuti esperienziali all’interno della propria contesto lavorativo. In primo luogo la narrazione rimanda alla rievocazione degli eventi significativi che comportano l’andare dentro la memoria, nel passato, alla ricerca di episodi, eventi, esperienze significative, per poi passare all’elaborazione e alla comprensione attraverso l’attribuzione del significato. Questo lavoro d’investigazione maieutica rappresenta un processo di creazione e analisi della propria identità personale e professionale, al fine sia di fare il punto della situazione di fronte al percorso fatto, sia di progettare il proprio futuro (Selmo, 2016). Questo processo introspettivo obbliga a fermarsi e riflettere per comprendere meglio la propria storia. Inoltre la scrittura, insieme alla sua narrazione diventa modalità di autoanalisi dei propri pensieri e delle proprie emozioni che sono state tradotte in azioni che hanno preso forma, a loro volta, dentro le parole che le descrivono. In un lavoro di auto-indagine conoscitiva e quasi clinica l’individuo andando presso di sé produce un movimento di autoriflessione che non rimane statico, ma diventa dinamico dentro il fluire del raccontare. Esso diviene quindi gesto di cura su di sé e per sé (Demetrio, 1996; Mortari, 2006; 2013; 2015). Il narrare è formativo nel senso che le persone attraverso le loro parole danno forma ai loro corsi, ricorsi e a ciò che ha lasciato traccia nel loro percorso. Ogni esperienza, incontro, emozione, momento hanno determinato un apprendimento che viene portato con sé e che genera una trasformazione. Questo porta alla formazione di sé e del proprio mondo, rendendo le storie di ognuno uniche e irripetibili. “Ognuno di noi non è altro che un racconto al quale aggiunge ogni giorno qualcosa di nuovo” (Demetrio, 2012, p. 28). La bellezza del racconto sta nel fatto che mai uno sarà uguale a un altro, perché ognuno parla di sé e del proprio modo di vivere ed interpretare la realtà vissuta. La narrazione consente di attribuire significati al proprio essere e agire e soprattutto permette di prendersi cura di sé, sviluppando la capacità autoriflessiva e di dare ascolto a se stessi. Per questo motivo l’atto del narrare risulta estremamente educativo e formativo in quanto rimanda alla scoperta di sé e della propria storia dal punto di vista sia interno che esterno, interno nel senso che colui che narra descrive il suo punto di vista attraverso le sue parole, mentre colui che ascolta interpreta attraverso il suo modo di essere e di leggere dentro la storia narrata. Le narrazioni allora assumono nella ricerca educativa particolare rilevanza in quanto agevolano la ricostruzione della propria identità attraverso il proprio raccontarsi. Come infatti spiega chiaramente Mancino (2012) “ciò che avviene ed è avvenuto risorge, quando si fa narrazione, e si dispone ad una riconfigurazione capace di creare legami di tempo e di senso. Tali legami costituiscono la possibilità, per la narrazione, di divenire, a sua volta, esperienza di senso, di formazione, generando forme di conoscenza e quindi momenti epistemologici ma anche domande e interpretazioni ovvero interessi euristici” (p. 222). L’individuo ha bisogno di comprendere l’esperienza per poter mettersi in azione e poter fare (Mezirow, 1991/2003) e allora diviene importante offrire gli strumenti adeguati per poter capire e approfondire quanto vive e fa. Occorre mettere a disposizione metodologie che consentano di ricercare la conoscenza del proprio esperire, scoprendo in profondità il significato da dare al proprio divenire a livello individuale, professionale e sociale. La formazione ha il compito di predisporre setting in cui l’individuo possa aver modo di narrarsi e leggere dentro la sua storia, facendo emergere le sue caratteristiche, le sue potenzialità, ma anche i suoi desideri e i suoi sogni. Lasciare spazio ai desideri significa dar voce e smuovere la fantasia e la creatività per riprendersi in mano la propria esistenza. La formazione in questo modo si manifesta nella sua forma generatrice di cambiamento e trasformazione dell’individuo (Mezirow, 1991/2003). Ma tutto questo come si colloca dentro le organizzazioni? Da alcuni anni nuovi paradigmi di pensiero attorno alla formazione da attuare nei contesti organizzativi si sono sviluppati e hanno elaborato pratiche che utilizzano la narrazione come strumento d’apprendimento e di crescita individuale e professionale,  o come facilitatore nei processi di cambiamento e sviluppo organizzativo (Castiglioni, 2008; Cunti, 2014; Demetrio, 1995; Fontana, 2009; Kaneklin & Scaratti, 1998; Mortari, 2003; 2006; 2009). Le principali metodologie sono: le interviste narrative; le autobiografie e biografie professionali; il diario di bordo e le comunità di pratica. Sono tutte modalità che hanno come obiettivo principale quello di consentire agli individui di progettare e procedere in modo maggiormente consapevolmente e responsabile la propria vita personale e professionale, sapendo sia porre le domande giuste a se stessi e al contesto in cui si è inseriti sia trovare le risposte di senso al proprio cammino esistenziale. Del resto infatti come dice Cunti (2014) “la narrazione, grazie alla sua funzione ermeneutica e costruttiva, rappresenta uno strumento insostituibile per costruire l’identità professionale e un mezzo privilegiato per osservarsi, comprendere, riorganizzare e rinventare se stessi in funzione dei cambiamenti e delle circostanze interne ed esterne” (p. 121). Proprio per questo la caratteristica principale della formazione che pone al suo centro la narrazione è quella di andare a costruire delle solide fondamenta di conoscenza di sé, ma anche del proprio vissuto emozionale e volitivo in modo che svolgano la funzione d’incoraggiamento e di motivazione verso il proprio procedere dentro l’organizzazione, come persone e professionisti. Infatti “l’azione formativa come narrazione è chiamata a prefigurare condizioni all’interno delle quali sia possibile e realistico sperimentare transazioni e negoziazioni” (Scaratti, in Kaneklin et al., 1998, p. 51) fra il sé e il contesto organizzativo. Partire dal racconto delle pratiche professionali significa addentrarsi in un terreno ricco di saperi impliciti ed espliciti che accompagnano il lavoratore dentro la sua quotidianità e il suo agire. Andare ad approfondire ciò che avviene nel passaggio da pensiero ad azione nell’ambito lavorativo, attraverso le narrazioni, significa infatti “chiamare in causa una molteplicità di fattori di tipo interno ed esterno al soggetto” (Cunti, 2014, p. 44), quali, da un lato, le conoscenze ma anche le motivazioni e dall’altro, le sollecitazioni che provengono dal contesto che si intrecciano con i fattori interni in un’interazione continua. La riflessione che il raccontare innesca conduce alla riscoperta dei percorsi fatti che hanno determinato delle scelte che sono diventate azioni “in modo da costruire una sorta di mappatura delle strade che collegano il pensiero e l’azione, affinando il proprio senso di orientamento e rafforzando la capacità di controllo sulla realtà” (Cunti, 2014, p. 45). È importante quindi che questo lavoro di sguardo in profondità su ciò che lega il cognitivo, il volitivo, l’emozionale e il comportamentale diventi una costante nella vita personale e professionale, per poter effettivamente sostenere l’uomo nella costruzione del proprio progetto esistenziale. Occorre allora imparare a riflettere attraverso la narrazione a se stessi e agli altri per divenire maggiormente consapevoli e coscienti riguardo alle scelte da fare e le azioni da compiere. Siamo quindi di fronte a un apprendimento continuo e permanente che da un lato si arricchisce attraverso le esperienze e le conoscenze che da esse derivano, dall’altro deve saper orientare nel fluire delle situazioni e azioni che il contesto e la vita stessa pone di fronte. C’è quindi bisogno di un imparare che guidi nella determinazione della propria identità reale che riassuma in sé la personale e professionale in modo da trovare il senso vero da dare alla propria esistenza riconoscendosi effettivamente in essa a livello di pensiero, emozioni e azioni. Ora addentriamoci nelle pratiche di racconta delle narrazioni professionali per vedere in generale quale potenzialità possono offrire sul piano formativo e d’ empowerment dell’individuo.

 

4. Fra pensieri e parole: l’esperienza di chi raccogliere le storie professionali

 

Le riflessioni che seguono sono il frutto di diverse esperienze formative in alcuni contesti lavorativi, in particolare quello sanitario, universitario e scolastico, in cui la narrazione delle storie professionali è stata posta al centro come inizio del processo educativo e di apprendimento. Quando si attua una formazione che parte dal raccontarsi, ci si accorge che all’inizio c’è stupore e titubanza, poi successivamente le persone si aprono a questa esperienza e desiderano parlare, narrarsi, esprimersi. La parola infatti diventa espressione di sé e del proprio mondo, la parola passa dal dentro di sé al fuori, come un fiume in piena. Fermare il suo continuo divenire è impossibile: lei defluisce rapidamente e si esprime. La narrazione che ne deriva consente di dare senso alle parole e da lì senso al vissuto. Dare senso alle parole significa dare senso, nel nostro caso, al percorso professionale all’interno di un’organizzazione. Rappresenta un momento di sospensione per riappropriarsi di ciò che la routine, l’abitudine non fanno più cogliere. Occorre fare il punto, capire da dove si viene, dove si è arrivati, per poi comprendere la meta, calibrare le forze, indirizzare i passi e alzare lo sguardo. Le parole e lo sguardo si intrecciano alla ricerca del senso da dare al viaggio. Lo sguardo che interroga, che scava, che cerca nelle pieghe del passato, ma nello stesso tempo si innalza fermo e deciso verso il futuro. Questa ricerca di senso al proprio percorso ancora in divenire sospeso fra l’oggi e il domani, fa sorgere spontaneamente le domande: a che punto sono? Perchè sono ancora qui? Ed ora dove voglio andare? Come prosegue il mio viaggio all’interno di quest’organizzazione? Sembra che l’esigenza primaria sia quella di “fare il punto” per ritrovarsi e soprattutto ridare significato al proprio agire e alla propria professione. Fare il punto significa andare indietro per risistemare e lanciarsi in avanti per progettare nuovi obiettivi. Il tempo per l’essere umano è determinante, scandisce la vita di ognuno di noi indissolubilmente senza tregua. A un certo momento pertanto occorre fermarsi, ascoltarsi e prendersi cura di sé per ritrovarsi. Narrarsi nel nostro caso significa ricercare se stessi dentro la propria professione, facendo chiarezza su ciò che essa ha dato o sta dando in termini di crescita, trasformazione e realizzazione. Il percorso fatto fino a questo momento cosa mi ha fatto diventare? E ora come voglio proseguire? Attraverso la narrazione si narra di sé, delle tappe che hanno segnato il cammino professionale e non solo. Il più delle volte la vita professionale si interfaccia con quella personale. Una va a incidere sull’altra e viceversa. Molte scelte ed esperienze sono state fatte in relazione al connubio fra vita personale e lavorativa. Per questo non bisogna mai dimenticare che all’interno di un’organizzazione operano prima le persone e poi lavoratori. Il loro modo di essere, di fare, di vivere incide notevolmente sul proprio lavoro. Lo sguardo e le parole a volte si fanno malinconici, altre volte piene di speranza e allegria. Il problema maggiore rimane quello di far recepire i bisogni, i disagi e i desideri emersi attraverso l’ascolto delle narrazione all’organizzazione che spesso tende a non riconoscere appieno il valore di quanto raccolto e si pone in un atteggiamento di resistenza o a volte di indifferenza.

Nelle organizzazioni oltre al tempo, sempre più insufficiente, mancano soprattutto occasioni per riflettere, confrontarsi con gli altri e dare spazio alla singolarità e alle idee di ognuno. In un tempo in cui la comunicazione è diventata una dei fattori chiave per stare sul mercato, sembra che invece all’interno delle organizzazioni spesso non sia realmente presente, ma il più delle volte lo sia solo formalmente. Allora occorre aprirsi dei varchi d’incontro, d’interazione, di messa in comune dei propri saperi, dei propri desideri, delle proprie idee, ma anche delle proprie delusioni, tristezze e paure. Occorre ammettere le proprie fragilità e i propri limiti. Occorre superare l’idea di uomo invincibile, brillante, competitivo e a volte anche un po’ arrogante e guardarsi tutti in faccia e scoprirsi tutti vulnerabili e impauriti di fronte a un’attualità incomprensibile, incerta e spesso incontrollabile. Allora occorre lavorare con le persone e per le persone, per trovare nuovi spunti, nuove vie da seguire e da scoprire, per inventarsi la vita professionale e nuove organizzazioni, cambiando magari anche un poco la società.

Nascono così nuove sfide che toccano l’intero impianto della formazione dentro le organizzazioni.

Quaglino già nel 1985 parlava di formazione per competenze (formazione per l’organizzazione), formazione per il cambiamento (la formazione in organizzazione) e formazione per lo sviluppo personale (la formazione oltre l’organizzazione), oggi si può dire che questi tre diversi tipi di formazione devono coesistere insieme più che mai, perché uno da solo non può sopravvivere senza gli altri e viceversa. La richiesta che viene fatta nel tempo attuale è, infatti, quella di una formazione che copra a tutto tondo l’esistenza dell’individuo e il suo essere nel mondo. L’individuo ha bisogno di sapersi muovere contemporaneamente in diversi campi, quello esistenziale innanzitutto, ma anche quello sociale e quello professionale. Non ci può essere più una distinzione netta, ma occorre legare insieme i diversi aspetti per poter vivere in una realtà come la nostra. Occorre comprendere che l’individuo quando entra in un’organizzazione non porta solo competenze e conoscenze, ma porta soprattutto se stesso e la sua personalità. Inoltre se il lavoro viene riconosciuto come una modalità per la realizzazione di se stessi e nel contempo anche modo per partecipare a migliorare la società in cui si vive, ben capiamo quanto le caratteristiche personali, motivazionali, volitive ed emozionali, oltre che professionali, siano aspetti veramente importanti dentro l’organizzazione e su questo quanto ancora occorre fare per essere comprese come tali nella mentalità delle organizzazioni stesse (Alessandrini, 2004; 2013). Le storie professionali rappresentano il tessuto esperienziale e d’apprendimento sia per l’individuo che per l’organizzazione stessa. Occorre pertanto trovare degli spazi di condivisione e di valorizzazione al fine di poter costruire percorsi che siano sia formativi che motivazionali. Conoscere le storie significa infatti poter determinare potenzialità, competenze e criticità su cui poter operare per sviluppare e migliorare, non solo le performances, ma soprattutto la vita lavorativa, fatta di quotidianità, relazioni, timori, speranze, stanchezze, delusioni ed euforie.

Spesso le persone dicono di non essere capite, comprese e questo le scoraggia e demotiva. Si scontrano con realtà organizzative che sono lontane da loro, non attente ai loro bisogni e alle loro richieste, vorrebbero essere maggiormente ascoltate. E allora ecco la sfida attuale della formazione dentro i contesti lavorativi: far riscoprire all’individuo il suo valore offrendogli l’occasione per ridefinire la propria identità e il proprio ruolo, attraverso la propria storia e fornendo alle organizzazioni modalità nuove che sappiano rendere il lavoro un’occasione reale di crescita e di realizzazione sia di loro stesse sia delle persone che le abitano.

 

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