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Narrarsi oggi: lo spazio rimodulato (e rimediato) del racconto
di Rosanna Tammaro, Maura Guglielmini, Iolanda Sara Iannotta   

La scrittura autobiografica rappresenta un prezioso strumento di interpretazione, decostruzione e ricostruzione del sé, in un’ottica pedagogico-formativa.

Infatti, l’essere umano ha bisogno di recuperare il senso delle sue azioni e di generare significati, poiché proprio attraverso questi è in grado di spiegare a sé stesso ciò che gli accade, di dare valore alla propria esistenza. Attraverso il linguaggio, dispositivo essenziale per la mediazione dei simboli e, anche per mezzo della pratica della scrittura, gli individui producono percorsi di senso e di riorganizzazione del sé. Tale attività ha un’indiscutibile funzione educativa in quanto favorisce lo sviluppo del pensiero razionale e creativo, permette di ri/costruire la propria identità, situa l’uomo in una realtà storica e in uno specifico paradigma socio-culturale; concede altresì alla mente di ritirarsi nel proprio spazio egoico. La scrittura come narrazione di sé oggi è al centro di un vero e proprio processo di disseminazione e sono numerose e svariate le forme e gli stili linguistici disponibili, dalle più tradizionali con carta e penna, alle più recenti modalità di espressione mediate attraverso i dispositivi digitali, come il blog, le chat e i social. In questo contributo si intende offrire una lettura inconsueta della narrazione autobiografica, cogliendo sia l’aspetto ontico sia quello ontologico della scrittura, sottolineando il valore che la scrittura ha per e di per . La pervasività dei nuovi media nella vita quotidiana di ciascuno di noi, impone un’attenta riflessione circa le possibilità offerte dallo spazio web di raccontarsi, di narrare la propria esperienza, esponendo costantemente il sé all’altro. La scrittura della propria esistenza è pretesto per chiedersi, una volta di più, il senso dell’essere e dell’esserci rimodulato però alla luce delle possibilità che il contemporaneo e la comunicazione multimediale interattiva offrono, generando nuovi e complessi spazi per lasciare tracce di sé.

 

Autobiographical writing is a valuable tool for interpretation, deconstruction and reconstruction of itself, in a pedagogical perspective. In fact, the human being needs to recover the sense of his actions and to generate meanings, because through these he is able to explain to himself what is happening and to give significance to his own existence. Through language, that is an essential device for the symbols mediation process, and also by the practice of writing, individuals produce paths of meaning and strategies of self-reorganization. This activity has an indisputable educational function, as it promotes the development of rational and creative thinking, it allows human to re/construct his own identity, places the person in a historical reality and in a specific socio-cultural paradigm; also it allows the mind to withdraw into his own egoic space. Writing as self-narrative is now at the center of a real dissemination process and many and varied forms and linguistic styles are available, from the traditional pen-and-paper modality, to the latest mode of expression mediated through digital devices such as blogs, chat rooms and social networks. In this paper these authors want to offer an unusual reading of the biographies of existence, understanding both the ontic and the ontological feature of narrative, emphasizing the value that writing has for the human being and the value it has in itself. The pervasiveness of new media in each of us daily lives, requires careful consideration about the possibilities offered by the web space to tell one’s own story, to narrate one’s own experience, constantly exposing the itself to the other. Writing the self-biography, or in other words, an introspective recounting of a person's development is an opportunity to ask, once again, the sense of being and existence, remodeled in the in light of the fact that the state of being contemporary and interactive multimedia communication offer, generating new and complex areas to leave traces of itself.

 

1. Il racconto di sé che dà forme e significati all’esistere

 

La scrittura è stata una delle conquiste più alte dell’Homo sapiens sapiens, il quale, dopo la costruzione del linguaggio, ha cominciato a produrre cultura, affidandola per lungo tempo alla trasmissione orale. Ripensando ad una frase di William James, “la nostra esperienza quotidiana è un flusso incessante, disomogeneo e casuale di sensazioni, pensieri, emozioni e azioni” (James, 1890, p. 88) è possibile dare rilevanze alle molteplici tracce che la nostra esperienza imprime nella nostra memoria. La nostra mente, però, non è in grado di conservare e gestire tutta la smisurata quantità di informazioni che proviene dall’ambiente nel quale siamo immersi e, a tal proposito l’individuo attraverso i suoi processi cognitivi, metacognitivi ed emotivi utilizza strategie specifiche per segmentare le esperienze. Il mezzo principale di cui l’essere umano dispone per relazionarsi con il mondo, ma anche per dare senso alla propria esistenza, è il linguaggio che sappiamo essere dispositivo specie-specifico per mediare i simboli, per comunicare e interagire; è l’elemento fondamentale in quanto il linguaggio stesso incarna la cultura di ciascuno, poiché la dimensione culturale e i processi comunicativi si realizzano in quanto realtà “intrinsecamente interconnesse” (Anolli, 2002, p. 89). La cultura, che intendiamo come la somma delle cognizioni intellettuali che un individuo possiede, in funzione dei percorsi di formazione e dell’esperienza, opportunamente rielaborate attraverso un personale e profondo ripensamento, tale da costituire la propria unica e irripetibile personalità morale, la propria spiritualità e il proprio gusto estetico, e, certamente la consapevolezza del proprio sé e del proprio vissuto del mondo è il luogo predominante per la genesi e l’espressione della dimensione simbolica (Deacon, 1997) e, grazie al linguaggio la cultura si pone come fulcro centrale di qualsiasi attività umana.

La specie umana viene definita per questo specie simbolica (Gensini, 2008) in quanto vive di significati che scandiscono e qualificano le relazioni, che, a loro volta, incessantemente producono significati ogni qualvolta siamo impegnati in uno scambio comunicativo con i nostri pari. L’essere umano ha la necessità di rimanere legato ai significati che ha incorporato fin da quando era piccolo e che ha contribuito egli stesso a generare, perché grazie ai significati è capace di attribuire un senso agli avvenimenti che lo coinvolgono, agli oggetti con cui entra in contatto e, soprattutto, è in grado di dare una spiegazione plausibile alle sue condotte così come a quelle altrui; come sosteneva Clifford Geertz “l’essere umano è un animale sospeso nella ragnatela dei significati che egli stesso ha tessuto” (Geertz, 1983, p. 67). Il tempo lungo dell’oralità è stato interrotto con la nascita della scrittura che ha dato corpo al pensiero e ne ha permesso lo sviluppo di un pluralismo di forme (Cambi, 2010).

Oggi, il mondo della scrittura si è particolarmente specializzato e si è sottoposto a un processo di disseminazione; basti pensare ai diversi linguaggi, stili e forme comunicative: dall’epistola al blog e, dunque, dalla scrittura tradizionale a quella multimediale (Cambi, 2010 p. 69). Bisogna fissare sia la natura ontica della scrittura sia quella ontologica, ovvero sia quella in sia quella per me. Le scritture dell’Io stanno vivendo un processo di crescita, di potenziamento, di sofisticazione, dando vita a modelli di scrittura di sé assai difformi tra loro. In questa sede è opportuno evidenziare la valenza formativa della narrazione autobiografica poiché il percorso di apprendimento è da intendersi come un “percorso di ri-conoscimento che si gioca sul dualismo fra identico e diverso” (Rossi, Pascucci, Giannandrea & Paciaroni, 2006, p. 1). Le tracce impresse nella memoria di sé quando traslate su altro da sé, nel racconto orale, sulla pagina di un foglio dedicato alla narrazione diaristica, perché no, digitate su una monocromatica e rigidamente costituita tastiera, consentono in ogni caso di riscattare il filo di sé, della propria esperienza di vita e del proprio percorso formativo: “Bisogna pensare la vita come traccia prima di determinare l’essere come presenza” (Derrida, 1967/1971, p. 263). In questa prospettiva, dunque, la traccia ha un duplice valore in quanto, se da un lato è manifestazione di qualcosa che è già dato, trascorso, superato, è dall’altro presenza che si riverbera nell’hic et nunc. Riflettendo ancora sul saggio di Derrida, Freud e la scena della scrittura (1967/1971), è possibile reperire i cardini significativi della narrazione come esperienza di ricostruzione del sé: “il nostro meccanismo psichico si sia formato mediante un processo di stratificazione (Aufeinanderschichtung); il materiale presente sotto forma di tracce mnemoniche (Erinnerungsspuren) è di tanto in tanto sottoposto a una nuova sistemazione (Umordnung) in accordo con gli avvenimenti recenti […]; la tesi che la memoria non sia presente in forma univoca ma molteplice e che venga codificata (niederlegt) in diverse specie di segni” (p. 267).

 

2. L’esperienza formativa-pedagogica della narrazione

 

Nel corso degli ultimi decenni, la pratica narrativa è stata sottoposta a una meticolosa e complessa analisi che, benché abbia rivelato i nodi concettuali e di significato, ha mostrato ancora più quanto possa essere “ambigua e problematica” (Madrussan, 2007, p. 98) la relazione che sussiste fra l’educazione tout court e la scrittura diaristica. In particolar modo, si è attivata una ricerca intorno al valore e alla funzione del narrare dal punto di vista psicologico, sociologico e storico, che ne ha messo in luce il suo ruolo cognitivo e comunicativo (Cambi, 2010). Questi aspetti fanno della narrazione un’attività primaria e fondamentale della mente, pertanto deve essere mantenuta al centro dei processi educativi, poiché consente all’individuo di comunicare il proprio vissuto e, quindi anche di condividerlo, immaginando un altro da sé disposto ad ascoltare il suo racconto, ma consente altresì di recuperare il senso delle proprie esperienze, di sfuggire al rischio dell’oblio; la scrittura consola, “la scrittura è potere che libera, forza che allontana l’oppressione del mondo, passaggio liberatore dall’Io all’Egli” (Blanchot, 1983, p. 89).

Il narrare, dunque, ha una fondamentale funzione formativa a più livelli: allena la mente al pensiero razionale, esplicativo, argomentativo e narrativo; dà identità al soggetto; colloca la personalità nella sua storia, in un tempo, in uno spazio e in una cultura; concede alla mente di ritirarsi nel proprio spazio egoico e di ri-leggere sé stessa. Questi aspetti sono indubbiamente cruciali per la formazione del soggetto, perciò, è possibile riconoscere la narrazione quale paradigma chiave del processo di costruzione del sé e della personalità. È in questa chiave che, a parere di questi autori deve essere intesa la narrazione, riconoscendola come pratica da coltivare lungo tutto l’arco della vita, poiché incompiuta è per sempre la biografia di sé. A ogni fase della crescita, l’attività del narrarsi deve compiutamente adattarsi alle risorse che l’età degli allievi dispone quindi, ad esempio, nell’infanzia deve essere pensata attraverso la riproduzione e l’invenzione di storie, plasmando uno spazio immaginativo capace di produrre identificazione, perché dilata e arricchisce i registri della mente e della sensibilità. In questa fase è la scuola a essere centrale poiché in grado di organizzare e implementare una didattica fondata sulla narrazione di storie (Cambi, 2010). Ancora, nell’adolescenza la pratica della narrazione è esperienza fondamentale per narrare di sé a sé stessi (proprio attraverso la scrittura diaristica), per esprimere stati d’animo (magari attraverso la scrittura poetica), per far parte del mondo (scrittura romanzata). È in questa fase che la narrazione rivendica tutta la sua potenzialità cognitiva ed etica e va lasciata libera nel suo procedere, nella sua avventura aperta all’esistenza e alla storia. In età adulta si aggiunge un’ulteriore funzione, quella di narrare per conoscersi, per ri-orientarsi, per fare bilanci della propria esperienza di vita, del proprio esistere: “il diarista racconta descrivendo, descrive rammemorando, ricorda alterando, altera cercando tracce di verità, e così via, in un lungo intrattenersi con i propri pensieri” (Madrussan, 2007, p. 146). “È una scrittura che è ricerca di eventi, nuclei, significati forti, che è cammino per un’identità, che è gioco di interpretazione, che è conquista di senso, che è apertura di un conflitto in sé stessi per rimodellare l’Io nel sé e ricollocare il sé nell’Io” (Cambi, 2010, p.70). Tali scritture sono legate a processi di formazione e autoformazione in cui l’Io si duplica, si orienta, si progetta, dando corpo a un processo di interpretazione-decostruzione-ricostruzione che è un processo formativo (Barthes, 1960). È proprio il tessuto narrativo della scrittura autobiografica che manifesta questo percorso di rilettura dell’Io e lo pone al centro di un’esperienza formativa, legata proprio allo scrivere sé stessi (Cambi, 2010). L’autobiografia è forma paradigmatica della cura di sé e attiva un percorso che cambia il soggetto: l’Io traccia a sé stesso confini e struttura, fissa un progetto e se ne fa carico, attivando in sé e per sé una metamorfosi; da questo percorso emerge un sé come identità singolare e propria che crea un momento di auto-formazione. L’attenzione emergente nelle scienze umane verso la narrazione costituisce una vera e propria svolta epistemologica che modifica sia le prassi dei contesti di insegnamento/apprendimento sia la ricerca in sé, poiché in grado di dare rilievo a sfumature di dinamiche complesse, impossibili da cogliere altrimenti. Per ciò che più strettamente concerne l’ambito pratico, una metodologia recentemente molto utilizzata nel campo della formazione è quella dello storytelling (che tradotto letteralmente significa “racconto di storie”). Tale metodologia ha la capacità di promuovere “uno sviluppo generativo tra l’esperienza, l’osservazione della stessa e le intuizioni che ne derivano” (Petrucco & De Rossi, 2009, p. 39).

I processi di riflessione intorno al sé, alla propria biografia, suscitano l’interesse della ricerca pedagogica, con ricadute appunto sul piano della prassi didattica, poiché favoriscono la generazione di situazioni di apprendimento significativo come secondo la concezione costruttivista. L’apprendimento, infatti, è da considerarsi come fenomeno situato, attivo, interattivo e intersoggettivo (Bruner, 1996), perciò anche la narrazione di sé, attraverso la metodologia dello storytelling, ad esempio, rientra fra quel “sistema di processi attivi non lineari e personalizzati tra loro interrelati di costruzione e di ri/elaborazione della propria matrice cognitiva; è stimolato/sollecitato dall’interazione/negoziazione/condivisione dei significati nell’ambito del contesto sociale situato ed è significativo in quanto si sviluppa nell’integrazione tra nuove e pregresse conoscenze/esperienze di cui la persona è già in possesso” (Marzano, 2013, p. 31).

 

3. Nuovi spazi di dialogo del sé

 

La scrittura, così come la narrazione di sé, trova oggi nuovi spazi di estensione; luoghi o meglio, non-luoghi nei quali è possibile lasciare tracce. L’incalzante progresso scientifico, l’imperante diffusione delle tecnologie digitali e la pervasività nel tessuto relazionale dei nuovi media, oggigiorno, modificano le dinamiche di relazione intersoggettiva e lo stesso vivere quotidiano è scandito dal contatto delle dita sulla tastiera, o sullo schermo. I media ci circondano: sono in ufficio e ci accompagnano nelle nostre giornate di lavoro, sono in tasca e assecondano il nostro desiderio di essere in contatto con qualcuno. Il modo di intendere le relazioni, di condividere e di raccontarsi è profondamente cambiato; il web non è solo fonte di informazioni, possibile chiave per l’accesso a una considerevole mole di dati, notizie e saperi. La rete effettivamente ri-modella la matrice relazionale degli individui e in funzione dell’età, del background culturale e delle esperienze vissute, ciascuno risponde differentemente alle sollecitazioni che gli provengono dalla rete stessa. L’interconnected networks (più comunemente internet) costituisce una straordinaria possibilità intellettuale per le nuove generazioni perché permette di dialogare con gli altri anche attraverso il dialogo con sé stessi. Il blog, ad esempio, che già nel suo nome (web-log, ovvero “diario di rete”) esprime ciò per cui è pensato: ovvero, la narrazione di sé in una forma non per forza organizzata o predeterminata di contenuti personali attraverso i media, sfruttando svariati codici comunicativi, come la scrittura di un post, la presentazione di immagini e di suoni. La multicanalità (Morcellini & Fatelli, 2007; Volli, 1994) tipica degli spazi digitali permette l’espressione creativa dei prosumer, liberi di comunicare contenuti personali nelle forme stilistiche più svariate, fra le quali la scrittura emerge in modo ragguardevole. Tuttavia, è necessaria una considerazione circa l’impatto del computer, attribuendogli una valenza sineddotica, sui processi di scrittura. La digitazione smaterializza il testo, la storia, la conserva come materia difforme, esposta a infiniti ipotetici correttivi. L’autore stesso, inteso come colui che dà origine, può non essere l’unico a cui è reso possibile intervenire su di un testo. I nuovi media accentuano, a vari livelli, il processo di distanziamento tra ciò che è e ciò che viene narrato, processo del resto già iniziato dalla scrittura rispetto al linguaggio orale. In questo senso, dunque, la scrittura multimediale non ha valore meramente strumentale poiché in ogni caso implica processi cognitivi e, principalmente, di organizzazione del pensiero, favorendo anche lo sviluppo del pensiero divergente (Guilford, 1967). La scrittura multimediale può divenire storia di vita o autobiografia, poiché essa si riferisce a un insieme organizzato in forma cronologico-narrativa, diversamente, in forma anti-cronologica come nel caso del blog, esclusiva o integrata con altre fonti, di strategie relative alla vita di un soggetto e da lui trasmesse intenzionalmente. La biografia dell’esistenza può essere scritta anche attraverso i nuovi media, perché è un’indiscutibile spazio per la condivisione dei propri pensieri, desideri e ambizioni; è spazio dove lasciare tracce. Tracce ontologicamente pubbliche, sottratte alla privatezza consueta della scrittura autobiografica. Con le parole di Cambi (2010), “la scrittura perde ogni funzione di trascendenza rispetto all’esperienza vissuta. In questa si immerge e si consuma” (p.75). La natura frammentata della scrittura multimediale e la sua fruizione non lineare costringono il testo, sia questo autobiografico o meno, a rinunciare alla propria unicità. Viene logico dunque dubitare della possibilità di recupere il sé, ripercorre il filo rosso della propria esistenza, se la narrazione della propria esistenza viene affidata alla digitazione.

 

4. Conclusioni

 

La biografia dell’esistenza, la narrazione della vita vissuta è un preziosissimo strumento formativo, poiché consente di recuperare il senso delle proprie esperienze. Si tratta di una pratica sempre più diffusa che risponde ad un bisogno di autoformazione e di cura sui di cui il soggetto contemporaneo è sempre più bisognoso (Cambi, 2010). La pratica della narrazione è declinabile anche nei contesti di educazione formale, attraverso svariate metodologie, fra queste ad esempio lo storytelling capace di promuovere riflessioni intorno alla propria esperienza grazie alla narrazione della stessa. Attraverso l’autobiografia l’uomo si riappropria della sua personalità e riflettendo sulle proprie esperienze di vita, mette in atto un processo cognitivo e metacognitivo di interpretazione, decostruzione e ricostruzione del sé. “Noi costruiamo e ricostruiamo continuamente un sé secondo ciò che esigono le situazioni che incontriamo, con la guida dei ricordi del passato e delle nostre speranze e paure per il futuro. Parlare di noi a noi stessi è come inventare un racconto su chi e che cosa noi siamo, su cosa è accaduto e su perché facciamo quel che stiamo facendo” (Bruner, 2006, p. 72). I nuovi media offrono spazio per la scrittura, una scrittura indubbiamente rimodulata in funzione del medium al quale si espone. Intendere questo spazio effettivamente preposto alla interpretazione, decostruzione e ricostruzione del sé implica la necessità di porsi l’interrogativo circa la qualità del mezzo informatico per la narrazione del privato sé. Certamente, però, è d’obbligo tenere in considerazione il fatto che i nuovi media costituiscono oggi strumenti prevalenti del nostro vivere quotidiano.

 

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