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Narrarsi nell’era digitale
di Silvia Della Posta   

“Essere una persona è avere una storia da raccontare” afferma la scrittrice Karen Blixen (Pancera, 2011, p. 119).

Il desiderio di parlare della propria esperienza nasce come un istinto, una necessità, matura nella nostra esistenza come una vera e propria passione dell’anima. Aspiriamo tutti a una forma unitaria, coerente, da riempire con le nostre discordanze e variazioni, sentiamo il bisogno di dare un senso nuovo alla nostra storia e per farlo ci raccontiamo, per lasciare una traccia di noi a qualcuno, per coinvolgere un lettore nella trama che viviamo e che desideriamo.

Attraverso la narrazione abbiamo la possibilità di ripensare la nostra esperienza, di ripercorrerla con il pensiero e con il linguaggio, di coglierne i nessi e i contenuti più profondi che danno un senso al nostro stare nel mondo, ma soprattutto abbiamo l’opportunità di riaffermare e costruire la nostra identità all’interno di una storia che la contestualizzi. Narrandoci ci rappresentiamo a noi stessi e i cambiamenti che avvengono nella nostra vita non sono riflessi, quanto piuttosto sono provocati da mutamenti di accento e di significato all’interno delle nostre narrazioni.

In questa prospettiva la narrazione appare come attività eminentemente formativa, in quanto: consente la rappresentazione di Sé, attraverso un processo di differenziazione e di mutamento, ossia di risignificazione di Sé, come identità in divenire e plurima; rende consapevoli di se stessi; favorisce l’affermazione dell’identità e la scoperta della molteplicità, infatti, collegando e intrecciando gli eventi della vita nella ricerca e attribuzione di significato e senso, consente di tracciare un percorso di identità personale e al tempo stesso rende possibile la scoperta della molteplicità per cui si può riconoscere di avere posseduto molteplici identità e rintracciare molteplici narrazioni; favorisce la presa in carico del proprio percorso di vita, come riscoperta e reinvenzione del proprio progetto di vita; migliora la capacità di relazionarsi con se stessi e con gli altri, in quanto il racconto è sempre un racconto condiviso dall’altro; favorisce l’auto-apprendimento, in quanto si apprende da se stessi, analizzando le esperienze della propria vita.

All’interno dell’attuale società dell’informazione e della conoscenza, la narrazione si trova esposta ai cambiamenti indotti dalle evoluzioni tecnologiche: esse offrono infatti una pluralità di strumenti comunicativi che ampliano all’infinito la possibilità di narrarsi, parlare di sé, raccontarsi, farsi riconoscere.

La pratica del Digital Storytelling, ad esempio, tessendo immagini, musica, narrazione e voce insieme, offre nuovi strumenti per rivisitare la narrazione, intrecciando multimedialità, interattività e web, alle pratiche tradizionali: ciò porta a considerare la narrazione digitale una sorta di moderna espressione dell’antica arte della narrazione (Rule, 2010).

Un’arte che trova espressione anche attraverso i social network (Facebook, Twitter, LinkedIn, Google Plus ecc.): attraverso la costruzione di micronarrazioni quotidiane, il soggetto realizza un ritratto di sé che è congruente con la sua rappresentazione nella vita reale. Essi, pertanto, si configurano come luoghi digitali deputati all’espressione dell’identità sociale e individuale e, inoltre, rendono visibili e utilizzabili le proprie reti sociali, consentendo di riconoscere opportunità personali, relazionali e professionali, altrimenti non immediatamente evidenti (Boyd & Ellison, 2007). Da ciò ne deriva un aumento del senso di responsabilità verso le proprie scelte e un governo attivo delle proprie esperienze di vita (Pombeni, 1996).

 

“To be a person is to have a story to tell” says the writer Karen Blixen (Pancera, 2011, p. 119). The desire to show ours experience began as an instinct, a necessity, it mature in our existence as a real passion of the soul. All of us aspire to have a unitary and consistent form, to be filled with our inconsistencies and variations, we need to give a new meaning to our history and to do that we tell ourselves, to leave a trace of us to someone, to engage a reader in the plot we live and wish. Through narrative we can rethink our experience, go over the issue with thought and language, grasp the connections and the deeper content that give meaning to our being in the world, but above all we can reaffirm and build our identity within a story that contextualizes it. Through narrative we represent ourselves to us, and the changes that occur in our lives are not reflected, but rather caused by changes in emphasis and meaning within our narratives. In this perspective, narrative appears as an eminently educational activity, because it allows self representation; makes us aware of ourselves; favors the identity’s affirmation and the discovery of the multiplicity; encourages taking charge of our own life path, as a rediscovery and reinvention of our life project; improves the ability to relate with oneself and with others, because the story is always a shared narrative; encourages self-learning, as we learn from ourselves by analyzing our experiences. In the current information and knowledge society, narrative is exposed to changes brought about technological developments that offer a variety of communication tools that indefinitely extend the ability to narrate ourselves, to express ourselves, to be recognized. The practice of Digital Storytelling, for example, by weaving images, music, narration and voice together, provides new tools for revisiting the narrative, weaving together multimedia, interactivity and web, traditional practices: that leads us to consider digital storytelling a sort of modern expression the ancient art of storytelling (Rule, 2010).

This art is also expressed through social networks (Facebook, Twitter, LinkedIn, Google Plus etc..): through the construction of daily micronarratives, the subject carries a self-portrait that is congruent with its representation in real life. Social networks, therefore, are are configured as digital places deputed to the expression of social and individual identity and, moreover, make it visible and useable their own networks, allowing to recognize personal, relational and professional opportunities, otherwise not readily apparent (Boyd & Ellison, 2007). As a consequence we have an increased sense of responsibility for our own choices and an active government of our own life experiences.

 

“Our narratives are the means through which we imagine

ourselves into the persons we become.”

(R.L. Hopkins, 1994. Narrative Schooling. New York: Teachers College Press, p. XVII)

 

1. Storie

 

"Le storie sono la forma attraverso la quale usiamo la lingua per creare e ricreare noi stessi - le nostre idee su chi siamo, da dove veniamo, che cosa possiamo diventare. La lingua è il dio che ci crea. Non sono le esperienze che viviamo a cambiarci e a formarci, come comunemente si crede, ma le storie che noi raccontiamo di quelle esperienze. Finché non abbiamo ridato forma alle nostre vite in un racconto strutturato in narrazione, non possiamo trovare e contemplare il significato delle esperienze che abbiamo vissuto. Sono le storie a cambiarci, non gli eventi che viviamo" (Chambers, 2011).

Le parole di Aidan Chambers richiamano subito alla mente quanto sostenuto da Savickas (2014) a proposito del ruolo del linguaggio nella costruzione del sé: “il linguaggio fornisce le parole necessarie per formare concetti del Sé e del Sé consente la costruzione […] le persone usano il linguaggio anche per mantenere stabile la consapevolezza di Sé che emerge dalla riflessività, esse vivono dentro al linguaggio perché questo costruisce il Sé: le parole conservano il passato e anticipano il futuro” (p. 26).

Questa capacità del linguaggio di anticipare il futuro fa sì che il racconto di sé si configuri come “strumento autoconoscitivo e trasformativo, come luogo, occasione intorno a cui orientare motivazioni, finalità, percorsi formativi, anche come cura di sé” (Alberici, 2002, p. 120). Il racconto autobiografico rappresenta, infatti, quella manifestazione del pensiero narrativo che ha lo scopo, dichiarato o latente, di attribuire significati e causazioni agli eventi che riguardano il sé del narratore, in modo da fornire al sé coerenza e continuità in relazione al dipanarsi degli eventi e costruire una base per l’identità personale (Di Fabio, 2003). Bruner (1992) definisce appunto il Sé narratore come un sé che narra storie in cui la descrizione del sé fa parte della storia. L’autobiografia permette all’individuo, attraverso l’utilizzo degli strumenti narrativi, di riorganizzare gli eventi e guardarli da nuove angolazioni, attribuire nuovo senso alle azioni e alle intenzioni e, soprattutto, di attribuire nuovi significati alla propria esistenza.

La forza della narrazione consiste nella sua capacità di dare senso, di inserirci coscientemente nel tempo dando unità a ciò che altrimenti resterebbe sconnesso e lascerebbe l'uomo in balìa del non-senso. La memoria, nel racconto autobiografico, rappresenta dunque la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire: un processo creativo che consente di costruire, collegare, collocare, dare senso e spiegare agli eventi. La narrazione è allora via aurea di accesso al mondo, alla sua lettura, alla sua denominazione, alla sua presa di coscienza, poiché attraverso essa il soggetto si introduce al reticolo degli accadimenti, alla lettura dei loro rapporti, alla disamina delle loro ragioni, al resoconto dei loro effetti (Cambi, 2004). Oltre a dare unità al nostro io, la narrazione offre anche la possibilità di riscoprire la nostra molteplicità: “quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo. Assistiamo allo spettacolo della nostra vita come spettatori: talora indulgenti, talaltra severi e carichi di sensi di colpa, oppure, sazi di quel poco che abbiamo cercato di vivere fino in fondo” (Demetrio, 1996, p. 13). Si delinea così quello che Demetrio (1996) definisce “io tessitore, che collega e intreccia; che, ricostruendo, costruisce e cerca quell’unica cosa che vale la pena cercare – per il gusto del cercare – costituita dal senso della nostra vita e della vita” (p. 14).

A tenere insieme le storie di una vita, un filo, una linea trasversale che attraversa, collega e rende comprensibili le micronarrazioni dell’io: quello stesso filo d’oro che aiutò Teseo ad uscire dal labirinto. Attraverso la narrazione di sé, infatti, la persona si appropria del suo passato e tesse la trama della propria vita proiettandola verso il suo futuro. Scrive in proposito Demetrio (1996): “il ricordo del passato ci cura soltanto quando è, almeno, la promessa di ulteriore futuro per la mente, e in quanto molteplice – dentro e fuori di noi - è una risorsa. Il passato ci cura forse ancora di più quando abbiamo la soddisfazione di riscoprirci in molti. Al passato e al presente. É ciò che ci rassicura, perché il problema non è quello di rintracciare il vero io, il vero personaggio che siamo stati o siamo. Lo scopo diventa la ricerca dei molti ruoli, delle molte parti recitate e della figura che più ci interessa impersonificare in quel momento o istante di vita” (p. 35).

In questa prospettiva la ricognizione autobiografica si configura come vero e proprio metodo educativo, perché capace di portare concreti risultati in termini di recupero, di cambiamento e di nuova progettualità (Demetrio, 1999). Ciò porta a compimento quello che Demetrio (1999) definisce un progetto di “verità pedagogica che educa a distinguersi, a far da soli, a competere a carte scoperte, a valorizzare la visione personale delle cose in funzione di un’autoformazione ai compiti dell’età adulta fondata sullo sviluppo della consapevolezza e sulla responsabilità dei propri pensieri e dei propri atti” (p. 167). Il grande valore formativo-pedagogico della narrazione consiste appunto nella sua capacità di produrre cambiamento in prospettiva evolutiva: rivolgendo il suo sguardo contemporaneamente al presente e al futuro, essa è insieme cammino di cura di sé e percorso di apprendimento continuo ed inarrestabile. Più in particolare, si fa riferimento ad un tipo di apprendimento trasformativo (Randall, 1996): la capacità trasformativa della narrazione risiede nel fatto che chi narra non è solo il personaggio principale della storia ma ne è anche l’autore e in quanto tale ha l’opportunità di scegliere tra diverse opzioni nel narrare la propria storia. Nell’esteriorizzare la propria storia, nel raccontarla e nell’interpretarla, la persona giunge ad avere una visione più critica e autonoma della propria vita, riuscendo così a dare un senso alle proprie esperienze, a mettere in luce i momenti di scelta e, soprattutto, a comprendere a fondo il proprio sviluppo (Karpiak, 2000). D’altra parte l’attribuzione di significato rappresenta uno dei fattori costitutivi dell’esistenza umana: lo stesso Bruner sostiene che ogni volta che viviamo un’esperienza le attribuiamo un significato, il quale andrà ad influenzare il modo in cui ricorderemo quella particolare esperienza, evidenziando alcuni particolari, alcune cause e dimenticando e trascurandone altre, al punto che conta più il significato che attribuiamo all’esperienza che l’esperienza stessa.

Accanto alla valorizzazione degli eventi passati, la narrazione consente anche lo sviluppo dell’empowerment personale, della propria capacità di progettazione e decisione, garantisce il controllo sul proprio vissuto personale sia dal punto di vista emotivo che cognitivo e favorisce l’autopercezione di efficacia da parte del soggetto. L’uso della narrazione, infatti, si pone come una vera e propria palestra in cui i soggetti possono allenare competenze trasversali spendibili nell’esistenza reale: dare una struttura alla confusa realtà nella quale viviamo; esercitare un controllo sul reale ed agire di conseguenza; fare previsioni sul futuro e progettare; negoziare con gli altri i significati che attribuiamo a noi stessi, agli eventi, alla realtà che ci circonda. E ancora, la narrazione favorisce l’acquisizione della capacità di problem solving: “I procedimenti narrativi intesi come attribuzione di senso vengono messi in atto a partire da un problema. [...] In alcuni casi una più attenta analisi della situazione è sufficiente a produrre coerenza [...] in altri il contesto deve essere ampliato includendovi anche elementi che vadano oltre il dato immediatamente contingente. Questo può avvenire secondo diversi tipi di procedimento. Ognuno di essi può esser usato da solo o in interazione con gli altri” (Smorti, 1994, p. 122). Alla luce di ciò si comprende come la narrazione rappresenti la modalità più consona a sviluppare le capacità individuali, indirizzare i soggetti verso la riflessione, la metacognizione e l’autonomia, nonché a promuovere la valutazione delle risorse soggettive e contestuali.

 

2. Storie e digitale

 

Nella narrazione si assiste al tentativo del soggetto di connettere dimensioni, frammenti della propria vita, integrando o contrapponendo presente e passato, realtà e desiderio. Questo processo sempre più spesso si situa all’interno di una realtà tecnologicamente contrassegnata, dal momento che la dimensione tecnologica rappresenta ormai una dimensione costitutiva della vita individuale e sociale. D’altra parte gli strumenti tecnologici presentano oggi quel grado di socializzazione che ha portato Giuseppe O. Longo (2003) a sostenere la capacità della tecnologia “di scendere in profondità, di eludere la nostra attenzione cosciente e di essere usata con la stessa inconsapevole disinvoltura con cui usiamo il nostro corpo” (p. 193).

Longo, ovviamente, fa riferimento ad una tecnologia che anziché tendere all’omologazione e alla semplificazione, prenda in considerazione, supportata dai processi formativi, le dimensioni squisitamente personali, quali ad esempio l’espressività, la ricchezza culturale, l’inventiva, la convivialità. Ed è proprio a questo tipo di tecnologia che, in questo saggio, si vuole far riferimento, una tecnologia che supporti la narrazione, che prospetti nuove possibilità per il racconto di sé.

Si pensi, ad esempio, alla possibilità di narrarsi mediante la produzione di oggetti grafici o multimediali e di pubblicare in rete le proprie elaborazioni. Si moltiplicano così le opportunità narrative del soggetto che, al tempo stesso, rischia però di perdersi in quella narrazione che avviene in rete e che è causale, “inedita, florida, straripante” (Longo, 2001, p. 148) trovandosi dunque esposto al rischio di frantumazione dell’individualità indotta dagli strumenti tecnologici. Tale rischio, a mio avviso, è però scongiurato dal fatto stesso che il soggetto, come afferma Parmigiani, (2003) “può ricercare l’opportunità di re-interpretare, attraverso la multimedialità, i vissuti e le esperienze tecnologiche che differiscono da quelli consueti poiché sperimentati su piani in cui coesistono diversi livelli di realtà costruite dagli utenti” (p. 77).

Ne deriva che la narrazione digitale si pone sulla stessa scia della narrazione tradizionale, in quanto anch’essa è in cerca di una interpretazione, di una “traduzione di un testo da una lingua in un’altra: più attuale e adatta al nuovo tempo” (Demetrio, 1996, p. 18). Si tratta cioè di raccogliere, reperire, organizzare, validare e proporre queste nuove unità semantiche e raccontarle in modo da renderle comprensibili e familiari, immediatamente accessibili. Esse, infatti, non “parlano” di per sé ma necessitano di un racconto, di un punto di vista, di un’esperienza che gli dia senso.

In questa prospettiva gli strumenti tecnologici diventano, a tutti gli effetti, parte integrante del racconto, contribuiscono a situarlo, a conferire significato, ad implementare l’aspetto narrativo ed emotivo ma anche a potenziarne gli effetti percettivo-cognitivi. A ciò bisogna aggiungere che essi favoriscono anche la negoziazione e la revisione collaborativa dei significati, dal momento che narrando e producendo materiale digitale l’individuo interagisce e costruisce legami con altri soggetti.

Ciò è particolarmente evidente nella pratica del Digital Storytelling (Ohler, 2008; Petrucco & De Rossi, 2009; Rule, 2010), che utilizza appunto gli strumenti tecnologici per raccontare storie, racconti dalle forti connotazioni emotive, con il preciso intento di condividerli con altre persone attraverso gli ambienti della rete. La combinazione di narrazione personale ed elementi multimediali dà luogo a quelle che Ohler (2008) definisce “blended telling stories with digital technology”, nelle quali l’abilità narrativa si fonde con le potenzialità tecnologiche.

Secondo Petrucco e De Rossi (2009) il Digital Storytelling “non è solo un prodotto multimediale, ma un vero e proprio processo che non si conclude con la sua realizzazione, che si inserisce e continua a vivere in un tessuto formato da attori sociali, artefatti tecnologici e culturali, con precisi fini e intenzionalità, il cui focus rimane essenzialmente quello di condividere significati in un contesto emozionale” (p. 54).

Ciò ancora una volta ribadisce come quelle stesse tecnologie che hanno creato distanza e frammentazione possano essere usate in modo nuovo per ri-connettere, creare nuovi legami, per dar vita ad un processo dinamico finalizzato all’esperire relazioni sociali che coinvolgono la totalità della persona.

 

3. Tra storie e social

 

Le storie digitali tessendo immagini, musica, narrazione e voce insieme offrono nuovi strumenti per rivisitare la narrazione, intrecciando multimedialità, interattività e web alle pratiche tradizionali, aprendo nuovi scenari di relazione e narrazione di sé.

“Un universo impalpabile, immateriale, ma non per questo meno vero, si è andato creando nell’online, un universo che interagisce quotidianamente con l’offline, che è esterno da noi, ma che entra prepotentemente nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni, e che costituisce il luogo, spesso privilegiato, in cui le nostre emozioni e i nostri pensieri vengono esternati” (Bonazzi, 2014, p. 11). Viaggiatori virtuali, social networker, attraverso Internet prendiamo possesso di noi stessi e ci raccontiamo in un ambiente ecologico-mentale. Un ambiente nel quale è quasi interamente annullata la linea di confine fra la vita online e la vita offline, portando il reale al centro della dinamica online, e realizzando il definitivo mescolarsi delle due realtà, che ora tendono a sovrapporsi e a confondersi.

In-betweenness, “stare nel mezzo”, è appunto il neologismo coniato da Luciano Floridi (2014) e con il quale si fa riferimento a una dimensione ontologica: “Essere è essere interattivi, anche se ciò con cui interagiamo è solo transitorio e virtuale” (p. 53).

Una dimensione esistenziale, quindi, basata sull'interazione e che riguarda l'inestricabile intreccio tra online e offline (onlife experience), in cui il sé si configura come un sistema complesso che mostra le sue molteplici facce in contesti sociali multipli. Da ciò se ne deduce che non siamo entità isolate, ma inforgs, organismi informazionali reciprocamente connessi in un ambiente, l’infosfera, che condividiamo con altri organismi sia naturali sia artificiali che processano informazioni logicamente e autonomamente. Ed è in questo ambiente che co-costruiamo la nostra identità, per impedire alla materia umana di fluttuare irrisolta e consentirle, piuttosto, di godere di una oggettivazione. Ci raccontiamo attingendo da un immenso archivio multimediale e scegliamo le immagini, i suoni, le parole più adatte a dar forma alle nostre esperienze, ai nostri ricordi, alla nostra storia. L’autobiografia diventa così multimediale, continuamente modificabile e arricchita dal contributo collettivo di tutte le persone con le quali siamo in contatto online.

L’emozione del ricordo rivissuto e condiviso nel presente della rete definisce, così, l’inizio del nostro futuro. Narrare e narrarsi vuol dire, infatti, entrare in relazione con l’altro, sia che si tratti dell’io stesso di fronte al sé medesimo che dell’altro o del mondo: “vivere è dunque trovarsi attraversati, accolti o respinti dalle storie degli altri” (Demetrio, 2012, p. 28). ll racconto vive della disponibilità di chi narra ma anche di chi ascolta, e si volge in potenza perciò a rinsaldare legami esistenti e/o a crearne di nuovi, in virtù della propria qualità di obbligazione fondata sulla reciprocità. Il grande potere terapeutico della parola, infatti, non consiste tanto in ciò che l’altro può dire in risposta ma nella sua disponibilità a un ascolto autentico che permette di vedere in forma più chiara quanto rimaneva confuso nella mente di chi narra.

In questa prospettiva si delinea quell’orizzonte sociale di cui parla Clay Shirky (2010), quale luogo attivato dalle nuove tecnologie di social networking, un luogo nel quale ci si conosce e ci si riconosce vicendevolmente.

Il proprio e personale lasciar traccia si fonde con la stesura di una storia collettiva che fa sentire parte di un gruppo e trasmette un senso di appartenenza: d’altronde non bisogna sottovalutare che i social network possono svolgere anche una funzione facilitante per coloro che hanno una bassa autostima o che sono più introversi nelle relazioni quotidiane (Nadkarni & Hofmann, 2012).

Saper costruire una narrazione, infatti, vuol dire riconoscere i soggetti, creare relazioni, esprimere affetti e sentimenti, prendersi cura di ciò che accade. Non spettatori curiosi e annoiati, quindi, ma soggetti consapevoli delle reali trame comunicative. In questa prospettiva i social network (Facebook, Twitter, LinkedIn, Google Plus ecc.) assolvono un’importante funzione, Giuseppe Riva (2010) afferma, infatti, che essi, oltre ad essere un importante supporto per la creazione e il mantenimento della propria rete sociale, sono uno strumento di espressione della propria identità e di analisi dell’identità degli altri. La stessa presenza di alcune funzionalità all’interno dei social network ci consente di pensare questi dispositivi come i luoghi digitali deputati all’espressione dell’identità sociale e individuale, si pensi ad esempio alla possibilità di avere un profilo pubblico o semipubblico, una lista di altri utenti (amici, contatti) con cui instaurare delle connessioni e la possibilità di visualizzare e navigare la lista di connessioni di questi e quelle di altri utenti all’interno del sistema. Raccontarsi all'interno dei social network consente ai soggetti di sperimentare ruoli e identità scegliendo quali aspetti di sé comunicare e valorizzare (impression management). Nell’universo fluido dei social network il soggetto ha infatti l’opportunità di narrare la propria storia facendosi portatore di più immagini di sé (Bonazzi, 2014).

All'interno dello sviluppo individuale la sperimentazione identitaria è un fattore estremamente rilevante e la creazione di possibili sé online può favorire il self empowerment, inteso come aumento della pensabilità (Bruscaglioni, 1994) rispetto alle proprie possibilità di essere e di fare, di usare al meglio i propri mezzi e di interagire positivamente con l’ambiente circostante e le risorse disponibili. Attraverso le interazioni digitali il soggetto non fa che aumentare il proprio capitale sociale e ciò vuol dire promuovere se stesso e la propria identità (self marketing). La narrazione online, infatti, non solo consente di contestualizzare la propria esperienza, ma anche di trasformarla in un valore collettivo: pubblicare un certo status su Facebook, ad esempio, implica una pubblica dichiarazione d’intenti che presuppone una volontà di essere coerenti con quanto dichiarato in una progressione temporale che va verso il futuro.

Narrandosi online il soggetto riflette sui propri obiettivi, sulla propria visione e sceglie, tra le tante possibili, le parole chiave che meglio lo definiscono e con le quali intende essere riconosciuto dagli altri. Inoltre, il soggetto sperimenta una continua flessibilità passando dal ruolo di consumatore a quello di produttore in un processo di co-costruzione dei contenuti che genera un arricchimento in termini di apprendimento sia del lettore che del narratore. La partecipazione alle reti sociali, lo scambio anche estemporaneo di risorse e informazioni possono, infatti, favorire forme di apprendimento generate dal fatto stesso di vivere o essere in rete. La conoscenza e l’apprendimento sarebbero distribuiti nelle reti sociali e l’apprendimento consisterebbe proprio nella capacità di attraversare, connettersi e far crescere questi reti (Ranieri & Manca, 2013). In questo caso si fa riferimento soprattutto ad un apprendimento di tipo informale che trae origine dall’esperienza stessa dei social network, come a dire che apprendere significa "essere connessi".

E ancora, attraverso le micronarrazioni quotidiane che i soggetti realizzano per mezzo dei social network, essi hanno la possibilità di sperimentare un pensiero migrante (Pinto Minerva, 2002) ovvero un pensiero capace di promuovere pratiche di confronto di informazioni, conoscenze, esperienze, infatti, per essere valorizzate e avere un riscontro positivo, le narrazioni online devono necessariamente saper migrare e adattarsi a nuovi ecosistemi.

La necessità di rendere efficace una narrazione online richiede, inoltre, un certo margine di inventiva e di capacità di autonomia: informarsi e selezionare i contenuti da condividere, elaborare un proprio stile, riconoscere i propri punti di forza. In ciò si ravvisa quella competenza nella costruzione e nella comprensione di racconti essenziale per la costruzione della nostra vita e per crearci un posto nel mondo possibile che incontreremo (Bruner, 2001).

In questa prospettiva si comprende come queste storie agiscano quale potente e in fondo principale elemento formativo e trasformativo: esse hanno tutte un compito, devono raggiungere un obiettivo e ogni volta che si stabiliscono nuovi obiettivi esplicativi e che si sollevano nuove questioni si svilupperanno nuove versioni del passato e del futuro. Ogni costruzione costituisce allora un testo narrativo che si sostituisce al precedente, trasformandolo attraverso variazioni interpretative che operano recisioni o riduzioni tematiche, ricontestualizzazioni, risignificazioni, rivalutazioni. Il passato appare di conseguenza come lo sfondo su cui possono stagliarsi l’immagine di sé attuale e la prospettiva temporale sul futuro: a parlare, infatti, non è solo la persona che si è diventati nel momento in cui la storia di vita comincia a essere narrata, ma anche la persona che si vorrebbe essere nel futuro. Una buona capacità di simulare mentalmente eventi possibili, rende più efficaci le attività di programmazione ed esecuzione dei piani, in quanto implica quel potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi che si radica nella realtà e che è il solo a poter spingere razionalmente ed emotivamente verso il raggiungimento di qualsiasi meta.

 

4. Conclusioni

 

La narrazione, l’organizzare la propria esistenza in storie, può dunque essere supportata da strumenti tecnologici che la rendono sempre più incalzante e capace di coinvolgere gli interlocutori con molta più facilità del passato. Le tecnologie 2.0 e le nuove pratiche mediali, infatti, consentono non solo di fruire delle storie proposte dai media, ma anche di scrivere la propria storia, per poi pubblicizzarla e provare a renderla protagonista dello spazio mediale.

In tal modo i soggetti divengono prosumer (produttori/consumatori), combinando i due possibili ruoli nel rapporto con il web: quello tradizionale, relativo al consumo di contenuti digitali e l'altro, di produttore di contenuti on line, commentando, etichettando, caricando e creando contenuti digitali. E mentre crea la propria storia digitale il soggetto autoapprende attraverso la costruzione del racconto e la sua diffusione. Neil Selwyn (2010) afferma che queste attività possono essere descritte come processi di archiviazione genealogica, ovvero come processi di “condivisione dei contenuti, costruzione di connessioni, valutazione di artefatti culturali e produzione di contenuti digitali” (Gehl, 2011, p. 1229).

L’esito conclusivo di questo processo, destinato peraltro ad evolvere ulteriormente, ha sancito l’affermazione della centralità degli utenti della rete e ha messo in luce come l’impiego di simili strumenti abbia un impatto sulla vita relazionale delle persone e sulle modalità di fruizione e produzione della conoscenza delle stesse. Da ciò la necessità di promuovere lo sviluppo di capacità critiche e di impiego autonomo e creativo, al fine di favorire un uso consapevole e avveduto di questi strumenti.

Ma non è tutto. L’uso di questi strumenti si ripercuote anche sulle identità di questi utenti “nati in un mondo intessuto da una connettività cablata, con o senza fili” come espresso da Zygmunt Bauman (2010a; 2010b). Raccontandosi, attraverso gli strumenti offerti dalla tecnologia digitale, i soggetti non hanno vincoli, possono tecnomediare la relazione senza essere in relazione, connettersi e costruire legami liquidi, mutevoli, fragili e in ogni istante pronti ad essere interrotti. Ne consegue l’idea di una identità mutevole, difforme, dissociata e continuamente ambigua di chi è e al tempo stesso non è. Un’identità che in una parola, nell’epoca dei social network, si virtualizza.

Il compito a cui siamo chiamati è allora quello di non lasciar corrompere la narrazione di sé dalla tecnologia che è parte costante della nostra quotidianità ma è, e deve rimanere, uno strumento al servizio di tutto ciò che appartiene alla natura umana, inviolabile e unica risorsa imprescindibile per il futuro.

 

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