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La medicina incontra la narrazione: dalla cura della malattia alla cura del sé
di Cristina Romano   

A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, sull’onda delle riflessioni condotte dagli psichiatri Good e Kleinman, tra i primi a sottolineare l’importanza delle “storie” come strumento di valutazione dell’efficacia della cura e di costruzione di una solida relazione tra medico e paziente,

si diffonde l’idea che la medicina debba caratterizzarsi anche in termini antropologici, in quanto leggibile come un sistema culturale che sostanzia sia la realtà clinica della patologia, sia l’esperienza che di essa fa il malato. Nasce così l’acronimo NBM, ovvero Narrative Based Medicine, medicina cioè basata sulla narrazione, esplicito rimando ad un altro acronimo, EBM, ossia Evidence Based Medicine, la medicina di stampo più tradizionale che dei dati clinici fa il suo principale materiale di studio. La definizione concettuale e l’individuazione degli ambiti di riferimento, delle potenzialità e dei vantaggi d’uso connessi alla medicina narrativa sono da ascriversi a Rita Charon, medico internista e docente di Clinica medica alla Columbia University di New York, fondatrice e direttore esecutivo del Program of Narrative Medicine. Parallelamente ai percorsi di cura, spesso lunghi e dolorosi, che la patologia mette davanti al malato, la medicina narrativa consente di dar vita ad un approccio consapevole e partecipato, che conduce alla tanto agognata compliance, l’attiva adesione del paziente alla diagnosi e alla terapia. Una “doppia via” della cura percorribile non solo dal malato, ma anche da chi, per professione, ha il compito di guidarlo e assisterlo in una corretta gestione della patologia, e cioè il medico, l’infermiere o l’operatore sanitario.

L’approccio narrativo, di certo non facile, richiede tempi appropriati, riflessioni adeguate ed una formazione specifica alla narrazione, da avviare già nell’ambito dell’istruzione accademica e proseguire nel corso della vita professionale. Molteplici sono i contesti nei quali ci si può muovere, dal potenziamento delle tecniche e degli stili di comunicazione alla maturazione di competenze pedagogiche, all’acquisizione di abilità di storytelling, fino all’ambito delle medical humanities. Una panoramica sullo stato dell’arte, ovvero sulle iniziative di formazione attivate in Italia nell’ambito sanitario, apre la strada ad una riflessione sull’opportunità di percorsi sperimentali finalizzati alla sensibilizzazione dei professionisti della cura all’importanza della narrazione.

Obiettivo del presente saggio, pertanto, è illustrare contenuti e finalità della medicina narrativa, come strumento che permette di fare luce sulle peculiarità e sulle problematiche caratterizzanti la malattia, al fine di migliorare la percezione che il paziente ha della propria patologia e costruire quell’autentica “relazione di cura” di cui parla anche il Nuovo Codice deontologico dei medici italiani.

 

In the 1990s, on the wave of  theories by psychiatrists Good and Kleinman, that underline the importance of “stories” as instrument to evaluating the efficacy of therapy and building a strong relationship between physician and patient, the idea spreads that medicine could be characterized also from an anthropological point of view, because it is a cultural system that substantiates both clinical reality of disease, and the experience lived by patient. So acronym NBM (Narrative Based Medicine ) is born, clearly connected to another acronym, EBM (Evidence Based Medicine), the traditional idea of medicine that uses clinical data as research material.

Conceptual definition and detection of reference areas, potentialities and using benefits correlated to narrative medicine have to be attributed to Rita Charon, internist and professor of Clinical medicine at New York Columbia University, foundress and executive director of the Program of Narrative Medicine.

Parallel to the pathways of treatment, often long and painful, that the disease puts in front of the patient, narrative medicine creates a conscious and participatory approach, which leads to the construction of “compliance”, that is active patient adherence to diagnosis and therapy. A “double way” of care followed by patient and also by physician, nurse or health worker, who have, by profession, the task of supporting and helping in a proper management of pathology.

The narrative approach, surely not easy, requires appropriate times, sufficient reflections and a specific narration training, that has to be started already in years of university study and continue in the course of working life. There are numerous fields where the education can move within, starting from the strengthening of communication techniques and styles, the maturation of pedagogical skills, acquisition of capabilities of storytelling, until the scope of the “medical humanities”.

An overview on the “state-of-the-art”, on the education initiatives implemented in Italy in the healthcare sector, opens the way to a reflection about the opportunity of experimental programs aimed at raising care professionals awareness of the importance of the narration.

The aim of this essay, therefore, is to present content and purpose of narrative medicine, as a tool that allows you to shed light on the peculiarities and problems that characterize the disease, in order to improve the perception that the patient has of his illness and to construct the “relationship of care” which also the new ethics Code of Italian doctors speaks about.

 

1. Good e Kleinman: per una grammatica narrativa della malattia

 

Nel 1994 Byron J. Good, psichiatra e antropologo, docente presso l’Harvard Medical School di Boston, dà alle stampe un volume che avrà presto una importante eco anche al di fuori dei confini nazionali. Medicine, rationality, and experience: an anthropological perspective (questo il titolo originale del saggio) rappresenta la volontà di dare precisione epistemologica a un’idea sociale della malattia e della terapia, spianando la strada al concetto di antropologia medica e indicando nell’importanza del vissuto esperienziale del paziente un inedito approccio alla cura (Quaranta, 2006).

Qualche anno prima, il collega Arthur Kleinman, docente anch’egli a Harvard, nel suo The illness narratives sottolineava con forza come l’esperienza del dolore venga sempre formata e sostanziata dai valori culturali e dalle relazioni sociali del malato ed è dunque legittimo asserire che la malattia sia un “significante” (Herzlich, 1986). Si deve a Kleinman l’analisi di una distinzione lessicale di grande pregnanza semantica nella lingua anglosassone (Cipolla, 2004; Pizza, 2005), quella tra il concetto di disease – la malattia nel più tradizionale significato del termine, riconducibile ad una lesione o disfunzione organica o all’aggressione di agenti esterni, descritta per mezzo di parametri organici di natura fisica e chimica – e il termine illness, ossia l’esperienza individuale dello star male, alla cui strutturazione concorre la personale idea di malattia e di dolore del paziente, un’esperienza sempre culturalmente formata, che dà luogo a modi normali e modi non-normali di essere malati, modi cioè che la società guarda e riconosce come accettabili o discutibili. Così si esprime Kleinman (1988): “L’esperienza della malattia [qui illness] ha a che fare con il categorizzare e lo spiegare le diverse forme di sofferenza provocate da processi patofisiologici. E quando parliamo di malattia, dobbiamo fare riferimento alle opinioni del paziente sul modo migliore per fronteggiare il dolore e i problemi pratici che esso crea nella vita quotidiana” (p. 4). Più avanti, Kleinman introduce una terza distinzione, quella con il termine sickness, da intendersi come “il concetto di malattia nella sua significanza generale […] per la popolazione in relazione a forze macrosociali (economiche, politiche, istituzionali)” (p. 6). È proprio a quella che Kleinman definisce “interpretazione della malattia” che si ascrive la preziosa possibilità, per il medico, di rompere il circolo vizioso della sofferenza e delineare un percorso di cura realmente efficace. L’interpretazione della malattia passa di fatto attraverso la narrazione della stessa, una narrazione che per Kleinman (1988) è imperniata attorno a quattro nuclei concettuali (la scoperta e il riconoscimento dei sintomi, l’idea culturalmente mediata della malattia, il suo significato personale ed interpersonale ed i modelli interpretativi del paziente e dei suoi familiari), la cui analisi permette di individuare l’intreccio e i meccanismi retorici che – come in qualunque racconto – sono alla base della costruzione della trama (p. 233). Spetta al medico il compito di raccogliere le storie di malattia, sollevando il velo su aspetti nascosti che il narrante/paziente non verbalizza e che possono risultare di particolare utilità, non solo per interpretare il vissuto del malato e aiutarlo ad uscire dal silenzio in cui spesso si chiude, ma anche per individuare la terapia più adatta al caso e all’uomo specifico.

Alla narrazione della malattia guarda, come già detto, anche Good, a parere del quale la medicina si muove tra due punti di vista, tra due paradigmi epistemologici, quello tecnico-scientifico di matrice positivista e quello di natura estetico-interpretativa. Tale conflitto rimanda a quello tra conoscenza e credenza, la prima appannaggio della maggior parte dei medici, convinti depositari del sapere empirico ed oggettivo e di un’esperta techne, la seconda, soggettiva e personale, ascrivibile invece ai pazienti e all’immaginario collettivo della gente comune. Gli studi che Good conduce sul connubio tra antropologia e medicina, sulla semiotica della realtà medica, sulla fenomenologia del dolore e sulla possibilità di una rappresentazione narrativa della malattia hanno come finalità dichiarata quella di superare il conflitto apparentemente insanabile tra i due paradigmi, tra i due volti della medicina e della cura. In tale ottica, la narrazione rappresenta per Good (1994/2006) il modo più efficace e immediato per entrare in contatto con l’esperienza dell’altro, nello specifico l’esperienza della malattia: “Spesso impariamo molto di più dall’esperienza altrui ascoltando i racconti di quanto è accaduto loro o intorno a loro. La narrazione è una forma in cui l’esperienza viene rappresentata e raccontata, in cui le attività e gli eventi sono descritti insieme alle esperienze che li accompagnano e alla significanza che dà alle persone coinvolte il senso di queste esperienze” (p. 214).

Nel dipanarsi dei capitoli del volume Narrare la malattia, Good scende nel dettaglio dei meccanismi alla base della rappresentazione narrativa di una patologia. Lo studio della trama e dell’intreccio, l’analisi delle scelte legate al tempo narrativo, animato e complicato da frequenti prolessi e analessi, la consapevolezza dell’esistenza di diversi punti di vista – il cosiddetto “elemento congiuntivo” che lascia spazio all’ipotetico, al possibile, al soggettivo, all’incerto – e l’analisi semantica dei nuclei concettuali più rilevanti della narrazione non sono che alcune delle tecniche il cui uso è suggerito da Good (1994/2006) per comprendere a fondo una storia di malattia (p. 234).

Le teorie di Good e Kleinman, dichiaratamente legate all’ambito di appartenenza dei due studiosi, quello medico, contribuiscono dunque all’individuazione dei fondamenti di una sorta di grammatica della narrazione della malattia e fanno da cassa di risonanza alle parole dei tanti studiosi che, prima o dopo di loro, hanno ribadito con forza l’importanza del narrare. Basti pensare a coloro che possono essere considerati i padri della teoria della narrazione, Propp, Greimas e Lévi-Strauss, ai quali si deve l’intuizione dell’esistenza dei modelli e delle metodologie di analisi del racconto (Ferraro, 2015); o all’idea di “pensiero narrativo” così come è stata teorizzata dallo psicologo Jerome Bruner, per il quale l’essere umano è per natura predisposto ad organizzare e risignificare l’esperienza in forma narrativa (Bruner, 1988; 1992; Smorti, 1994); o ancora al valore curativo delle storie e al contributo clinico della psicoterapia (Polster, 1987; Hillman, 1984; Michael, 1992); fino alle recenti riflessioni sulla pratica narrativa autobiografica come cura di sé (Cambi, 2010; Demetrio, 1996).

 

2. Rita Charon e la nascita della medicina narrativa

 

Se Byron J. Good e Arthur Kleinman possono a buon diritto essere considerati i precursori dell’interesse nei confronti degli aspetti sociali della malattia e del valore clinico e terapeutico del raccontarsi, è a Rita Charon che va però riconosciuto il merito di aver dato nome e vita al concetto di “medicina narrativa”, sia perché ha individuato gli ambiti di riferimento, le potenzialità e i vantaggi d’uso connessi all’approccio narrativo in ambito medico, sia perché ha intuito la necessità di una formazione specifica in tale direzione.

La medicina narrativa, dice Charon (2007), è “una pratica clinica fortificata dalla competenza narrativa, che consiste nella capacità di assorbire, metabolizzare, interpretare ed essere coinvolti dalle storie di malattia. In una parola, è quella medicina praticata da chi sa che cosa fare delle storie” (p. 1265). Rita Charon, medico internista e docente di Clinica medica alla Columbia University di New York, è fondatrice e direttore esecutivo della prima scuola di medicina narrativa istituita a livello universitario, il Program of Narrative Medicine nato presso la Columbia nel 2000, con l’annesso Master scientifico in Medicina narrativa.

Quella professata da Charon è la Narrative Based Medicine dell’acronimo in lingua inglese NBM, la medicina cioè basata sulla narrazione, esplicito rimando a un altro acronimo, EBM, ossia Evidence Based Medicine, la medicina di stampo più tradizionale che segue il canonico percorso anamnesi/diagnosi/terapia e che dei dati clinici fa il suo principale materiale di studio. Dal punto di vista di Charon, la medicina basata sulla narrazione rappresenta la via da seguire se si concepisce la malattia – per usare il distinguo operato da Kleinman – non soltanto come disease, ma in maniera più complessa come illness e come sickness (Giarelli, 2005; Pagliaro, 2006). La cura clinica, sostiene Rita Charon (2008), “fa riferimento al singolare, cerca la casualità, tiene conto della contingenza, richiede collegamenti intersoggettivi e mette in atto legami di tipo etico tra chi parla e chi ascolta” (p. 25) e non può, dunque, fare a meno della narrazione.

Nel 2006 Charon pubblica il volume Narrative medicine. Honoring the stories of illness. Particolarmente suggestivo è l’honoring del sottotitolo: onorare le storie di malattia significa rendere un tributo al vissuto dei pazienti, dando loro attenzione e concedendo i giusti spazi e gli appropriati tempi di ascolto e di riflessione. Il volume, scandito in quattro sezioni, tiene a definire con precisione il senso della medicina narrativa e a dimostrarne i dividends, i frutti, i vantaggi connessi al ricorso all’approccio narrativo. “Attenzione, rappresentazione e affiliazione” (Charon, 2006, p. 131) sono le competenze che i medici dovrebbero possedere, un habitus mentale da far proprio per non restare intrappolati in una pratica clinica assimilabile a una stanca e ripetitiva routine. Una spiccata capacità di osservazione e di concentrazione, una consolidata esperienza nei meccanismi di costruzione e decostruzione del racconto e la propensione a instaurare un legame autentico con il paziente, rappresentano, in sintesi, le skills del medico che tiene a curare non solo la malattia, ma anche il sé, preservando l’interezza dell’identità dell’individuo che ha di fronte, in un contesto, quale quello dell’ospedale, dove il corpo viene ripetutamente turbato, toccato, tagliato (Romano, 2015).

Il sociologo Bury (1982) ha definito la malattia una rottura biografica, un evento improvviso che rivoluziona il tranquillo scorrere del tempo della vita, un accadimento che il malato e i suoi familiari faticano ad accettare e a spiegarsi. Ecco dunque la necessità di aiutare il paziente a uscire dal silenzio in cui spesso si rinserra, permettendogli di dare voce e corpo alle tante e controverse emozioni che si congelano di fronte ad una diagnosi, soprattutto se grave o invalidante (Bert, 2007). Ricorrendo a un ampio repertorio di strumenti e di tecniche narrative, al paziente, troppo spesso ridotto a un numero riconducibile alla cartella clinica a lui assegnata o al letto e alla stanza che occupa, si restituisce così la dignità di un nome, lo spazio e il tempo della parola.

Parallelamente ai percorsi di diagnosi e di cure che la patologia mette davanti al malato, si delinea, dunque, anche un’altra via di cura: quella di un approccio consapevole e partecipato, attraverso il quale l’individuo è in grado di fare sua l’esperienza traumatica della malattia e restituire ad essa senso e significato. Una “doppia via” della cura – la cura della malattia e la cura del sé – che passa attraverso le preziose potenzialità terapeutiche dell’atto narrativo ed è percorribile non solo dal malato, ma anche da chi, per professione, ha il compito di guidarlo, affiancarlo e assisterlo in una corretta gestione della malattia, e cioè il medico, l’infermiere o l’operatore sanitario (Maturo 2007; Zannini 2011).

 

3. Narrare la malattia: la ricerca, le pratiche, la formazione in Italia

 

Raccogliere storie di malattia significa dunque costruire spazi che restituiscano voce e dignità al malato, e così favorire la sua partecipazione attiva al processo di cura, l’empowerment che conduce alla costruzione della tanto auspicata compliance, l’adesione del paziente, l’accettazione (non passiva, ma attiva e consapevole) della diagnosi, della prognosi e della terapia comunicate e proposte dal medico. E se condizione indispensabile è che il paziente abbia voglia di narrare la propria storia, è altrettanto necessario che il medico sia in grado di comprenderla, abbia cioè quella che Rita Charon definisce in alcuni luoghi narrative knowledge, ossia conoscenza narrativa, “la capacità umana di comprendere il senso e il significato delle storie” (Charon, 2001, p. 1898), e in altri narrative competence, ovvero competenza narrativa, che “comprende competenze pratiche, come saper riconoscere la struttura di una storia e apprezzare metafore e suggestioni, competenze creative, come riuscire a prefigurare diverse possibili conclusioni di una storia, e competenze emotive, come ad esempio essere in grado di provare empatia e comprendere lo stato d’animo che fa da sfondo ad un racconto” (Alcauskas & Charon, 2008, p. 826).

Un approccio, quello narrativo, di certo non facile, che richiede tempi appropriati, riflessioni adeguate e una formazione specifica alla comunicazione, da avviare già nell’ambito dell’istruzione sanitaria accademica e proseguire nel corso della vita professionale, in un'ottica di lifelong learning, di un apprendimento cioè che sia davvero permanente e continuo.

Molteplici sono i contesti nei quali la formazione medica in ambito narrativo può muoversi, dal potenziamento di tecniche e stili di comunicazione efficaci e partecipativi, alla maturazione di competenze pedagogiche, antropologiche e filosofiche, all’acquisizione di abilità di storytelling e di narrazione in forma sia orale che scritta, fino all’ambito delle cosiddette medical humanities, e cioè lo sguardo comparato delle arti (letterarie, visuali, cinematografiche) sulla figura del medico e sulla concezione e la gestione della malattia [1] (Bucci, 2006; Pellegrino, 1979; Spinsanti, 2009). Approcci, questi, che concorrono all’instaurarsi di una relazione tra medico e malato che non trascuri il vissuto soggettivo dei due individui coinvolti e che conduca ad una reciproca conoscenza emotiva, ad un “sapere delle emozioni”, per dirla con Mortari (2010), un coinvolgimento che permetta al professionista della sanità di fare spazio dentro di sé ai sentimenti dell’altro, del paziente cioè che ha di fronte.

Le forme di narrazione cui si può fare ricorso sono diverse, a seconda che la voce narrante sia quella del medico o del malato, dalla lettura di opere letterarie che hanno per protagonisti medici e pazienti, in linea con l’approccio tipico delle medical humanities, alle narrazioni autobiografiche a firma di medici o di infermieri (diari di lavoro, studi di caso e resoconti clinici), fino alle storie di malattia raccontate dai pazienti, che permettono di scandagliare i temi più variegati, come il rapporto con la patologia e con le cure, il legame con parenti e amici e le relazioni con gli altri malati. Le tecniche a disposizione sono anch’esse varie: la stesura di un diario, la partecipazione ad un’intervista semistrutturata o ad un colloquio, la scrittura di un testo autobiografico, la realizzazione di una videointervista, l’ideazione di racconti o poesie.

Una panoramica sullo stato dell’arte, ovvero sulle esperienze di medicina narrativa attivate in Italia, apre la strada a una riflessione sull’opportunità di percorsi sperimentali di formazione finalizzati alla sensibilizzazione del personale medico e paramedico all’importanza dell’approccio narrativo. In questa sede è d’obbligo citare le Linee di indirizzo per l’utilizzo della medicina narrativa in ambito clinico-assistenziale, ad opera del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità, che nell’ambito dei lavori della recente Conferenza di consenso sulla medicina narrativa, ha indagato con precisione la definizione, gli strumenti e gli ambiti d’uso della disciplina, giungendo all’approvazione del documento. Il fulcro delle Linee è la duplice Raccomandazione per la formazione e per la ricerca finalizzate all’approccio narrativo. La medicina narrativa – si dichiara – va inquadrata nel contesto “del passaggio dalla medicina paternalistica al modello di relazione in cui il paziente è partner e non solo oggetto di cura. Da questo punto di vista, è importante evitare il rischio che la medicina narrativa venga usata come un ulteriore strumento direttivo da parte del professionista, rischio che spesso si nasconde subdolamente nelle pieghe della retorica dell’ascolto” (Linee di indirizzo, 2015, p. 18). Il testo fa riferimento anche a studi che dimostrano l’efficacia della medicina narrativa e il suo contributo al miglioramento, oltre che dei già citati processi di compliance e di empowerment, anche dei livelli di soddisfazione degli operatori, di consapevolezza dei pazienti, di efficienza dei servizi e di percezione della qualità della vita (es. Jacobi & MacLeod, 2011; Tropea, 2012).

Tra le buone prassi più rilevanti, va segnalata la crescente diffusione delle cartelle cliniche “parallele” o “umane” – Rita Charon (2006) ha parlato di parallel chart – che, accanto ai tradizionali dati clinici e anamnestici del paziente, prevedono la raccolta di narrazioni e racconti che ruotano intorno al vissuto della malattia, cartelle di cui hanno provveduto a dotarsi già diversi ospedali e centri di cura della penisola. È il caso del progetto “Il disegno sul cuore per la cartella clinica umanizzata”, attivato prima in via sperimentale nel 2012 presso l’ospedale San Filippo Neri di Roma e poi in cinquanta altre strutture di cura (tra le quali, nel dicembre 2015, gli Ospedali Riuniti di Foggia), su idea e iniziativa della scrittrice ed attrice Rosalba Panzieri, con il sostegno delle principali società scientifiche nazionali.

In tale ottica è leggibile anche il progetto europeo S.T.o.Re – Story Telling on Record, avviato nel 2013 e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, in partenariato con sei aziende sanitarie appartenenti ad altrettante nazioni (per l’Italia l’Ausl2 Umbria, e poi Bulgaria, Turchia, Repubblica Ceca, Spagna e Grecia), con l’obiettivo comune di definire un modello di cartella clinica integrata efficace e di implementare le iniziative di formazione necessarie agli operatori in tema di “raccolta” delle narrazioni [2].

Un altro progetto di ampio respiro è stato Na.Me. – Narrative Medicine, promosso nel 2006 dall’Azienda Sanitaria di Firenze e articolato in tre fasi, l’ultima delle quali si è conclusa nel 2012. Il progetto ha riunito in sé iniziative di differente natura, dall’organizzazione di convegni e corsi di formazione destinati al personale ospedaliero, alla messa in atto di laboratori di narrazione che hanno coinvolto pazienti provenienti da diversi reparti ed esperienze di malattia (Oncologia, Cardiologia, Rianimazione, Patologie croniche, per citarne alcuni), affiancati anche dai familiari, fino alla predisposizione di attività di studio delle dinamiche di comunicazione tra medico e paziente, a partire ad esempio dall’analisi di 110 casi di reclami pervenuti agli ospedali afferenti all’Azienda.

Una disamina delle pratiche di narrazione nell’ambito sanitario non può trascurare l’operato di associazioni e consorzi nati con l’intento di portare avanti iniziative di ricerca sperimentale e di formazione sul tema. L’Osservatorio nazionale per la medicina narrativa Omni, la Società italiana di medicina narrativa (SIMeN) con sede a Ragusa, l’Istituto Change di Torino, sono tra le realtà più attive sul territorio italiano.

Anche l’ambito accademico guarda con interesse alla necessità di dotare lo studente del corso di laurea in Medicina e Chirurgia di un necessario bagaglio di formazione umanistica, già durante gli anni di studio universitario o dopo il conseguimento del titolo [3]. Alle teorie e alle pratiche di narrazione fanno riferimento insegnamenti quali Storia della medicina, Etica e Metodologia clinica nei piani di studio di quasi tutti gli atenei della penisola, nella consapevolezza che avvicinare gli studenti a tale sensibilità sin dall’inizio del loro percorso di formazione scientifico-professionale significa “arricchirli di competenze che possono mettere a fuoco nei primi anni di corso, prima di incontrare direttamente il paziente, anticipando nel loro mondo interiore esperienze che poi faranno successivamente sul piano reale” (Maroni, 2010, p. 163).

La centralità di una formazione alla narrazione per il personale sanitario sembra, dunque, essere la via da seguire per costruire quell’autentica “relazione di cura” di cui parla anche l’articolo 20 del nuovo Codice di deontologia medica, pubblicato il 18 maggio 2014, “considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura”, per dirla con il Codice. Una via attraverso la quale si evita la deriva iatrotecnica e ipertecnicista che sembra marchiare la medicina contemporanea (Armocida & Zanobio, 2002; Cosmacini, 2009) e si riesce a dare senso ad un binomio lessicale di particolare suggestione, quello che lega intrinsecamente il to cure e il to care (Grasso, 2010; Marinelli, 2015), la cura della malattia e la cura del sé, il curare e il prendersi cura, non solo del malato, ma anche e soprattutto della persona.

 

Note

 

[1] La nascita delle medical humanities risale alla fine degli Sessanta dello scorso secolo ad opera del bioeticista Edmund Pellegrino. Ad esse si deve il diffondersi di una nuova prospettiva di formazione e di aggiornamento professionale, che guarda alla lettura e all’analisi di opere letterarie e artistiche che hanno per soggetto tematiche legate alla malattia, come ad un irrinunciabile strumento, per i medici, di conoscenza della condizione del malato e di consapevolezza del proprio operato. Anche Rita Charon riserva grande attenzione all’argomento, prima come direttore responsabile e poi in qualità di consulente editoriale della rivista “Literature and medicine”, la cui pubblicazione, cominciata nel 1982, ha oggi cadenza semestrale ed è a cura della John Opkins University Press.

[2] Nelle pagine del sito internet del progetto [URL: www.storeproject.eu/], si possono reperire informazioni sulle fasi di attuazione e sui risultati, presentati nella conferenza finale che ha avuto luogo il 27 maggio 2015.

[3] Per fare qualche esempio, presso l’Università di Foggia è stato istituito un corso integrato pluriennale di Metodologia clinica e scienze umane, che accompagna lo studente lungo l’intero percorso di studi, dal primo al sesto anno, e che insiste particolarmente sulle teorie e sulle pratiche della narrazione. Quanto alla formazione post-laurea, si può qui citare il corso di perfezionamento dal titolo “Complessità, multi-professionalità e medicina narrativa: un approccio multimetodologico”, attivato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II.

 

Bibliografia

 

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