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Ciao Caterina. Lettera sulla soglia: dalla scrittura alla metariflessione
di Tiziana Iaquinta   

L’esperienza della scrittura autobiografica è formativa e densa di significati. Una sorta di lente di ingrandimento attraverso la quale è possibile guardare alla propria vita cogliendone piccoli dettagli e

significati nascosti, proprio quelli che spesso sfuggono all’oralità, alle parole soltanto dette, e che invece sono spesso la chiave interpretativa di accadimenti, atteggiamenti, comportamenti. È un’esperienza formativa e trasformativa che quasi sempre restituisce un soggetto più consapevole di sé, delle sue abilità, capacità, possibilità, del suo vissuto. Raccontare significa, innanzitutto, raccontare a se stessi poiché l’atto di ricordare impegna il soggetto in un doppio processo di scrittura: del fatto/evento, oggetto della narrazione, e di se stesso. La scrittura autobiografica ha infatti la capacità di mettere in dialogo le dimensioni della mente, dimensione conscia e dimensione inconscia, di fare interagire la realtà esterna con la realtà interna, di favorire l’incontro tra rievocazione e dimenticanza, rendendo il soggetto protagonista e allo stesso tempo spettatore dei fatti narrati. Accanto alle crescenti possibilità di uso terapeutico che la scrittura autobiografica consente, quali elaborazione di un trauma, interpretazione del testo e funzione riparatrice, riappropriazione del proprio vissuto, ecc., non meno importante è la possibilità che essa offre come ammortizzatore emotivo nel momento di crisi del soggetto, in quanto proprio l’appuntamento con la scrittura, e quindi con se stessi, consente di rimanere ancorati alla realtà e lontani dal pericolo di smarrimento esistenziale, in virtù proprio dell’impegno di scrivere, che consente di oltrepassare, sebbene con piccoli movimenti, il luogo di inciampo esistenziale guadagnando gradualmente uno sguardo più lungo sulle vicende narrate.

La mia esperienza di scrittura autobiografica va in questa direzione. Essa non è soltanto il racconto di un accadimento difficile e complesso, ma la fotografia di un modo di essere, di agire e di guardare alle cose, di un mondo interiore insomma che si è offerto allo sguardo per il tramite della narrazione autobiografica. La scrittura ha avuto una forte capacità non solo di raffigurazione, ma anche di trasformazione. Quest’ultima, grazie alla scrittura, è ancora in corso.

 

The experience of autobiographical writing is both educational and full of meaning. It can be seen as a sort of magnifying glass through which you can look at your own life picking all the small details and hidden meanings, the ones that often slip away while speaking, in the words that are not just spoken but are often the key to interpret the events, attitudes and behaviors. It is a transformative and educational experience that usually returns a subject who is aware of oneself, of his abilities, skills, possibilities and experiences. My involvement in autobiographical writing goes in this direction. Telling a story means, first of all, telling a story to yourself, since the act of remembering engages the person in a double-writing process: the fact/the event, that is the subject of the story, and the author. The autobiographical writing does have the ability to put into dialogue the dimensions of the mind, conscious and unconscious ones, to make interact external reality with internal reality, to promote the matching between commemoration and forgetfulness, making the person  protagonist and at the same time spectator of the events.

A long side the growing possibility of the therapeutic use of autobiographical writing: processing of a trauma, interpretation of the text and restorative function, re-appropriation of your own life, etc., not less important is the possibility that it offers as an emotional shock absorber in the moment of crisis of the person, since his appointment with the writing, and then with himself, keeps him anchored to reality and away from the danger of existential confusion, by virtue of his commitment in writing, which allows him to cross, albeit with small movements, the place of existential stumbling gradually gaining a longer a further look on the events told.

My experience on autobiographical writing goes in this direction. It is not only the story of a difficult and complex event but the picture of a way of being, acting and looking at things, of an inner world in brief, that was offered to the eye by means of autobiographical storytelling. The writing had a strong ability to not only of representation but also of transformation. The latter, thanks to writing, is still ongoing.

 

1. Fare esperienza di scrittura autobiografica


L’esperienza della scrittura autobiografica nasce quasi sempre da una peak experience o evento marcatore (Levinson, 1978; Maslow, 1971) e quindi spesso dal dolore, dalla germinazione che si origina, in un momento determinato, dall’impatto tra l’evento e la vita del soggetto. È la luminescenza emotiva di un accadimento esistenziale importante, che imprime significati ed è gravido di annunci, e che trova cristallizzazione in parole, frasi, periodi, empiti di emozioni, sentimenti, pensieri. Una scrittura sorgiva che trasuda, alcune volte in gocce altre volte addirittura in cascata, del soggetto la vita.

E se la consapevolezza piena del potere terapeutico che la scrittura autobiografica possiede (Demetrio, 1996) è acquisizione spostata in avanti, in un tempo variabile ma di certo più maturo dell’atto dello scrivere, i benefici derivati dalla straordinaria opportunità di elaborazione che essa consente sono presenti fin dall’inizio e possono essere distinti in almeno tre momenti: scrittura, lettura, rilettura. La scrittura è il tempo della ferita e del suo primo sanguinamento su cui essa agisce da elemento lenitivo; la lettura, a medio termine, è il momento dell’osservazione della ferita dopo un determinato periodo di tempo per verificarne il processo di guarigione, quasi una sorta di step di controllo del proprio stato interiore; la rilettura, o meglio al plurale le riletture, a lungo termine, è il tempo della cicatrizzazione della ferita che è anche fase di individuazione di “tessuto emotivo” non ancora perfettamente rimarginato o anche della rilevazione, sotto cute, di piccoli focolai di resistenza. È la terza fase, ovvero la rilettura nel tempo, la fase forse più ricca di espansioni e di significati poiché è in questa fase che è possibile innalzarsi al di sopra della scrittura e della vicenda che racconta, per guardare da un diverso e più distante punto di osservazione l’accaduto, per ricordare ciò che eravamo nel tempo raccontato, per stupirci di ciò che siamo diventati, di come ci siamo trasformati, anche in virtù dell’esperienza della scrittura.

Se nella fenomenologia appena descritta è possibile rintracciare nella propria vicenda esistenziale un orizzonte di significati più ampio, è nel terzo momento che il vissuto personale si squaderna e si ricompone, lasciando cogliere risonanze di portata più generale, il soggettivo si oggettivizza.

In questo orizzonte di ricerca, in cui il vissuto si oggettiva nell’autobiografia, divenendo in pari tempo cura e presa di consapevolezza in più, finanche oggetto scientifico, la letteratura più avvertita ci sostiene: da Demetrio (1998; 2000; 2003) alla Ferrante (2011; 2012; 2013; 2014), da Sacks (1997) a Chatwin (2003; 2004). Essa ci aiuta a comprendere, su piani diversi, il valore educativo e la potenza liberatoria della scrittura autobiografica che racconta l’esistenza guidandola nel porto sicuro delle parole scritte, consegnate e per ciò stesso concluse. Dunque, la comprensione piena delle infinite possibilità che il narrare autobiografico possiede come cura di sé, e per aspetti diversi anche degli altri, appartiene sempre all’esperienza personale, ma tuttavia non si rinchiude in essa. Essa apre infiniti orizzonti. Per la persona, per il terapeuta, per il pedagogista. Un po’ come quando il corpo duole e l’efficacia analgesica di un farmaco, per quanto descritta nelle istruzioni che lo accompagnano con dovizia di caratteristiche e di controindicazioni, può essere confermata solo dal soggetto che lo sperimenta sul proprio dolore e che solo dopo averlo assunto può decantarne, in modo soggettivo, ovvero relativamente alla risposta del suo corpo, i benefici analgesici e la durata nel tempo. Come l’analgesico, la scrittura autobiografica si fa cura di sé, dando sollievo al dolore del soggetto-autore mentre lo accompagna e lo indirizza verso una più approfondita e accurata introspezione dei motivi che lo hanno condotto al farmaco e alla scrittura.

In questo orizzonte di ricerca, sopra descritto, mi sono inserita per svelare e decantare il valore della narrazione autobiografica, la comprensione (nell’accezione diltheyana che ho inteso prediligere) del mio dolore per la morte improvvisa e prematura di mio marito attraverso il racconto esposto in Ciao Caterina. Lettera sulla soglia (Iaquinta, 2011; Pellegrini, 2014). Libro che racconta l’irrompere del dolore nella mia esistenza e in quella di mia figlia Caterina, e di come, celate in esso e tramite la scrittura, io abbia rinvenuto capacità impensate e risorse inimmaginabili.

Provare a raccontarne la genesi significa ripercorrerne il dolore, ritessere i fili di un discorso esistenziale e osservarne di nuovo le trame, ghirigori di parole e origami di pensiero, per vedere in quel disegno nuovi dettagli, particolari nascosti allo sguardo al tempo del primo immaturo tentativo di elaborazione, non di meno essa si fa nuova narrazione.

Perché se la morte ha in sé elementi di certezza indubitabili anche per le menti che più si ribellano al suo accadere, la consapevolezza della perdita è questione scivolosa e, pertanto, precaria poiché appartiene ad una maturità successiva e soggettiva che necessita di un tempo non ipotizzabile per essere metabolizzata e che procede attraverso tappe fatte, come nel mio caso, anche della materialità dello scrivere come atto di scandaglio emotivo deliberatamente scelto.

La consapevolezza della perdita è, infatti, una meta molto più difficile da raggiungere se si confida nel solo trascorrere del tempo con il suo innegabile potere di lenimento, a questo proposito non uso il più abusato e di solito associato termine “guarigione” poiché ritengo che non si possa guarire dall’assenza in quanto è essa stessa malattia.

L’evento morte chiede ex abrupto al soggetto la conoscenza del modo di rimanere a galla, ovvero nel mondo, ma nel momento in cui viene a trovarsi nel movimento vorticoso dell’onda che è l’evento, la consapevolezza della perdita richiede le capacità e le competenze del nuotatore. Nuotare è, infatti, operazione più complessa del galleggiare, poiché attività organizzata, coordinata e continua, anche quando il moto dell’onda appare meno tumultuoso o addirittura domato.

La scrittura, in quanto attività volontaria, consapevole e sincronica, è nuoto, ovvero possibilità di attraversamento del dolore, zona prossimale all’accettazione, occasione di coscientizzazione della perdita, immersione e riemersione nel fatto e dal fatto. In sintesi, processo di automedicazione elaborativa. Come nelle bracciate in mare aperto, le parole scritte attraversano il foglio e consegnano, non senza fatica, il soggetto alla riva, al sicuro di un primo approdo, ovvero alla prima consapevolezza, in forma di sillabe, parole e segni di interpunzione, di aver incontrato nel corso del proprio cammino esistenziale il dolore, nel mio caso quello che deriva dalla morte di una persona cara, e di aver ricevuto in consegna un’assenza irrimediabile.

Ciao Caterina. Lettera sulla soglia è il percorso verso l’approdo a questa consapevolezza che ha avuto nella scrittura la registrazione dell’evento e nelle tante letture successive la maturazione dell’assenza e la coscienza del per sempre in cui si è definita.

Tutto questo ha influito in maniera positiva sul mio ruolo di genitore e sul lavoro educativo nei confronti di mia figlia. Il modo in cui siamo riuscite a gestire il dolore e a contenere la sofferenza lo devo, ne sono certa, anche alla scrittura. La mia, ma anche la sua (Iaquinta, in press).

 

2. Ciao Caterina. Lettera sulla soglia: genesi

 

La scrittura di Ciao Caterina è iniziata un mese dopo l’evento e si è conclusa dopo circa sessanta giorni. Senz’alcuna correzione, nessuna chiosa, nemmeno un semplice appunto scritto sul polsino per poi riscriverlo nel quaderno. Gettata. Non so se è un tempo troppo breve o lungo, o se invece è adeguato al tipo di narrazione, ricordo bene, però, che scrivere è stato, in quel tempo, l’unico sollievo alle giornate e di cui la memoria, ancora oggi, conserva inalterata la sensazione. Il respiro profondo, la boccata di ossigeno puro, quando l’assenza premendo con forza, attanagliava la gola restringendo un respiro già fin troppo corto.

Nel quotidiano, che era intriso del racconto routinario e infinito dell’accaduto a quanti, parenti, amici e conoscenti, in queste circostanze sono soliti animare il luogo del lutto, riuscivo a rimanere salda e a proiettarmi nel giorno successivo proprio in virtù dell’appuntamento con la scrittura, momento in cui le forze, fisiche e mentali, sembravano rigenerarsi. Sarà stato forse perché in Ciao Caterina l’evento morte, pur essendo il tema del racconto rimane ai margini, presente ma non centrale. Sarà stato perché la scena narrativa è occupata prevalentemente da emozioni, sentimenti, atmosfere, accadimenti precedenti l’irrompere del dolore. Sarà stato perché il file rouge di tutto il racconto è la vita anziché la morte. Certo è, invece, che la scelta di trattare in modo rovesciato il tema della morte, ovvero parlando della vita e della sua bellezza, non è stata frutto di una volontà o di una opportunità letteraria, il flusso di scrittura ha preso forma in modo naturale sistemandosi in una partitura assolutamente non stabilita. Il tema della perdita, pertanto, per quanto motivo della narrazione non è la ragione principale del libro, anzi in esso si opera una sorta di rovesciamento pedagogico-letterario della situazione che pur rimanendo ancorata alla realtà dei fatti, e quindi all’evento morte, si indirizza in una direzione opposta alla tristezza, al dolore dirompente che un evento così tragico sempre produce nell’animo umano.

Attraverso un registro stilistico pacato, si fa strada la speranza, emulsionata in parole e frasi prima acquiescenti e poi di consapevole accettazione, e prende forza il desiderio di continuare a credere in un futuro pieno di possibilità che si esprime nella volontà caparbia di voler superare il momento delicato e difficile del dolore presente. Non un tentativo di negare o di rimuovere l’accaduto, di inibire la sofferenza che l’evento ha comunque comportato, ma la ricerca di un modo per addomesticare la parte più feroce della morte, di dare direzione e senso al patire, per lenirlo e contenerlo, per annullare il potere di abbuiamento e di annichilimento che il dolore ha in sé.

Nessun pensiero determinato, o almeno prevalente, ha dunque motivato il racconto, non una destinazione o un uso possibile del testo, non una velleità artistica o un utilizzo professionale. E d’altra parte qualunque pensiero, desiderio o ambizione sarebbero stati del tutto fuori luogo in quel tempo di tristezza quasi assoluta. L’impulso di fermare su carta episodi, accadimenti e dettagli di vita vissuta, per conservare e preservare quanto più possibile dall’usura del tempo, e dal restringersi inevitabile della memoria, la figura del genitore di Caterina, è stato l’innesco di una motivazione di cui per un certo tempo sono stata convinta. Motivazione rivelatasi in seguito non del tutto vera poiché solo a lavoro concluso, nella lettura del testo così tante volte esercitata, ho realizzato che raccontare non era qualcosa di altruistico, o almeno non lo era in modo prevalente, ma era qualcosa che avevo fatto per me e che solo in modo secondario, ovvero nell’estensione di se stessi che rappresenta un figlio per la propria madre soprattutto in determinate fasi ed età della vita, la scrittura era un dono pensato per Caterina. La lettura lo denunciava e lo denuncia ancor più oggi in modo nitido.

Raccontare di me a me stessa; sviscerare e allo stesso tempo delimitare l’accaduto; esorcizzare attraverso le parole la paura di essere consegnata ad un soffrire perenne; continuare il dialogo in assenza; eternare l’amore; combattere la morte nel suo potere di scolorimento di noi stessi e del nostro vissuto quando la perdita dell’altro consegna gesti, parole e abitudini al silenzio e attraverso la mancanza fa tacere ciò che siamo stati, sono state le ragioni autentiche della narrazione di un Io al tempo stesso mittente e destinatario. Nel voler trattenere più a lungo possibile il sapore vivido di una presenza divenuta troppo precocemente ricordo c’è stato, ho compreso, la spinta motivazionale più forte.

La decisione presa in seguito di pubblicare il testo, di rendere quegli accadimenti per così dire di tutti, di partecipare l’evento agli altri attraverso le parole vere e le più piccole circostanze della vita reale, di far parte i lettori di pensieri intimi, di condividere con loro pezzi di una felicità interrotta, non è stata una decisione particolarmente difficile una volta colto il significato più universale che l’esperienza del lutto travasata nella scrittura avrebbe potuto acquisire. Non me ne sono pentita.

A distanza di sei anni dall’evento, Ciao Caterina. Lettera sulla soglia continua ad essere letto dagli adulti e soprattutto dai giovani mentre la sua trasformazione in spettacolo teatrale (Iaquinta, 2013) lo porta nei teatri italiani e, cosa più importante, anima il dibattito nelle scuole sul tema della perdita e sull’importanza che un’educazione al dolore può rivestire per le giovani generazioni. Tema di cui, senza l’incontro con il dolore e la mediazione della scrittura, sono certa, non mi sarei occupata.

 

3. Andare oltre il privato. Note conclusive


Può dirsi mai veramente conclusa un’esperienza di scrittura autobiografica? Può il cammino di un testo di questo genere separarsi dai passi del suo autore, tanto da non continuare, seppure in modo diverso, a chiedergli, implicitamente di volgere lo sguardo indietro? La scrittura autobiografica può diventare un modo per guardarsi dentro in profondità, per auto-comprendersi, per focalizzare meglio episodi e percorsi di vita, per indagarsi, per tentare spiegazioni a fatti e comportamenti? Sono queste le domande che segnano il dopo Ciao Caterina e che mi hanno spinto alla conoscenza e all’esercizio della narrazione autobiografica con risvolti interessanti dal punto di vista personale e professionale. E non mi riferisco alla sola narrazione edita che in virtù del suo divenire pubblica inevitabilmente consente e richiede all’autore continui ritorni indietro, si pensi ad esempio alle attività di promozione dell’opera, ma a tutte le forme di narrazione autobiografica destinata ad usi diversi, più silenziosi ma ugualmente ricchi di significato, educativi e formativi (Cambi, 2002; Madrussan, 2009; Natoli, 2003). Tutte le forme autobiografiche di narrazione autobiografica costituiscono, infatti, una traccia indelebile del nostro essere stati ciò che noi stessi abbiamo affermato di essere stati in un periodo preciso della vita e che la memoria, pur se divenisse immemore di sé, non potrebbe più rinnegare. La scrittura non lo permetterebbe.

Narrazione come memoria aggiuntiva, una specie di “memoria di massa” esterna al soggetto e resistente all’urto dei giorni e alle trasformazioni cui ogni essere umano va incontro con il passare del tempo. Impronta perenne di un tratto preciso del percorso di vita dell’autore, frammento di un vissuto non più suscettibile di riaggiusta menti, ma solo di nuove interpretazioni e di differenti chiavi di lettura.

La scrittura autobiografica, per dirlo in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo, è il fotogramma che ci immortala in una posa interiore in tempo dato, il fermo immagine del nostro animo e del suo sentire in un momento cruciale dell’esistenza, click di parole preservate per sempre dallo scorrere del tempo. Che sia edita o privata, dunque, essa è la chiusura di un cerchio al cui centro è posto ciò che noi stessi abbiamo scelto di mettere dentro e di continuare a guardare. Nel tempo. È modo infallibile per coltivare la memoria, ritrarre se stessi, guardarsi dentro, scoprirsi, rinvenire capacità impensate, far defluire, elaborare, interpretare, resistere, trovare senso a parole e azioni, o anche non trovarlo, e per questo ancor più occasione per ripensare, riflettere, ri-riflettere (Pennebaker,2004; Storace, 2004).

Scrittura autobiografica come strumento raffinato per educare e rieducare se stessi e gli altri, raggiunti dalla loro o dalla nostra storia di vita, da una narrazione che non nasce solo per raccontare ma che, con autorità, costringe a pensare e a soppesare. Che insiste affinché guardiamo più a fondo in noi stessi e alle cose intorno, anche quelle degli altri, come fossero le nostre, anche nel caso in cui il racconto non ci appartiene per scrittura ma per lettura. Poiché in virtù della comune appartenenza al genere umano, che ci definisce e ci qualifica, ciò che tocca l’Altro tocca, inevitabilmente, anche noi.

La narrazione autobiografica è dunque occasione-ponte tra noi e le profondità del nostro essere, tra noi e gli altri. E i ponti, come sappiamo, nascono per unire non per dividere.

 

Bibliografia

 

Cambi, F. (2002). L’autobiografia come metodo formativo. Roma-Bari: Laterza.

Canetti, E. (1991). La lingua salvata. Storia di una giovinezza. Milano: Adelphi.

Canetti, E. (1994). Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931). Milano: Adelphi.

Canetti, E. (1995). Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937). Milano: Adelphi.

Canetti, E. (2005). Party sotto le bombe. Milano: Adelphi.

Chatwin, B. (2003). In Patagonia. Milano: Adelphi.

Chatwin, B. (2004). Che cosa ci faccio qui?. Milano: Adelphi.

Demetrio, D. (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Raffaello Cortina.

Demetrio, D. (2000). L’educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva. Firenze: La Nuova Italia.

Demetrio, D. (2003). Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé. Milano: Raffaello Cortina.

Ferrante, E. (2011). L’amica geniale. Roma: E/O.

Ferrante, E. (2012). Storia del nuovo cognome. Roma: E/O.

Ferrante, E. (2013). Storia di chi fugge e di chi resta. Roma: E/O.

Ferrante, E. (2014). Storia della bambina perduta. Roma: E/O.

Iaquinta, T., Ciao Caterina. Disponibile in:

https://www.youtube.com/watch?v=WVoECbOuRnM [11 aprile 2016].

Iaquinta, T. (2011). Ciao Caterina. Lettera sulla soglia. Roma: Armando.

Iaquinta, T. (2014). Ciao Caterina. Lettera sulla soglia. Cosenza: Pellegrini.

Iaquinta, T. (in press). Noi eravamo felici. Ciao Caterina. Lettera sulla soglia. Volume secondo. Roma: Aracne.

Levinson, D. (1978). The Season Man’s Life. New York: Knoght.

Madrussan, E. (2009). Forme del tempo/modi dell’io. Educazione e scrittura diaristica. Como-Pavia: Ibis.

Maslow, A. (1971). Verso una psicologia dell’essere. Roma: Astrolabio-Ubaldini.

Natoli, S. (2003). Il saper dimenticare, il dover ricordare. In I.Gamelli (A cura di), Il prisma autobiografico. Riflessi interdisciplinari del racconto di sé. Milano: Unicopli.

Pennebaker, J. W. ( 2004). Scrivi cosa ti dice il cuore. Autoriflessione e crescita personale attraverso la scrittura di sé. Trento: Erickson.

Sacks, O. (1997). L’isola senza colore. Milano: Adelphi.

Storace, G. (2004). Il racconto della vita. Psicoanalisi e autobiografia. Bollati Boringhieri: Torino.