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Narrazioni “dal basso” come recupero della memoria storica
di Valentina Mustone   

Per recuperare la storia di processi o avvenimenti non bastano documenti e manuali, perché dietro le pagine, scritte sempre dai vincitori e mai dai vinti, spesso si celano vissuti ed esperienze personali che costituiscono una parte fondamentale della memoria storica individuale e sociale.

Da qui la necessità di riportarli alla luce, non solo per conservarne memoria, ma soprattutto per coglierne il valore educativo. Infatti se un’esperienza non viene raccontata si disperde e restano nell’oblio anche i saperi che essa produce. Grazie al suo potere demiurgico il metodo narrativo rappresenta lo strumento privilegiato per costruire significati. Attraverso la narrazione l’esperienza viene ricostruita, modellata e riempita di senso e tale lavoro diviene un esercizio meta-riflessivo in grado di promuovere educazione e apprendimento sia per chi narra sia per chi ascolta. Ogni vissuto cela un significato che chi lo narra ha il dovere di far emergere e chi lo ascolta ha il diritto di “accogliere”.

 

La storia dell’abbandono infantile, oggetto di studio del presente contributo, resta tuttora avvolta da silenzi e misteri che non ci permettono di dare voce alle emozioni dei bambini e dunque di svelare risvolti emotivi che serbano verità scomode e per questo omesse nei documenti ufficiali.

A parlare in questa sede saranno gli orfani dell’ex Colonia Agricola “Luceria Nova”, scuola di avviamento professionale per i figli dei contadini morti e dispersi in guerra. I ricordi che ci raccontano sono storie di sofferenze e maltrattamenti che, a differenza dei documenti d’archivio e degli articoli dei giornali locali, ci mostrano un volto ancora inedito e del tutto taciuto della storia dell’infanzia e che solo l’ “infanzia”, testimone privilegiato di questa violenza, può restituirci.

Si tratta, dunque, di un necessario lavoro di scavo nella memoria di uomini che raccontandosi e condividendo vissuti personali ci permettono di conferire un nuovo volto alla storia. Un volto oscuro, amaro e doloroso, ma reale.

Il contributo intende riflettere sul potere trasformativo del racconto, che permette al soggetto di “far pace” con le proprie memorie, soprattutto quelle più dolorose e traumatiche, al fine di convertirle in vere e proprie occasioni di apprendimento; allo stesso tempo si configura come una ricerca di tracce di una storia vera, priva di nascondimenti e di “non detti”, poiché rinvenuta nei ricordi di coloro che l’hanno vissuta da protagonisti e a volte da spettatori.

 

To recover the history of processes or events documents and manuals are not sufficient, because behind the pages, always written by the winners and never by the defeated, are often hidden feelings and personal experiences that are a crucial part of individual and social historical memory.

From here the need to bring them to light, not only to preserve memory, but above all to grasp the educational value. In fact, if experience is not told it is lost and the knowledge that it produces remains in the oblivion.

With its demiurgic power the narrative method is the preferred solution to building meanings. Through storytelling experience it is reconstructed, shaped and filled with respect and this task becomes a meta-reflexive exercise that can promote education and learning for both the storyteller and for the listener. Each experience conceals a meaning that whoever has it has the duty to bring it out and the listener has the right to “receive".

The abandonment childhood history, the object of study of this paper, is still shrouded in silence and mysteries that do not allow us to give a voice to children's emotions and thus to unveil emotional implications that hold uncomfortable truths and therefore omitted in official documents.

Orphans will speak here about the former Colonia Agricola "Luceria Nova”, training school for the children of peasants dead and missing in the war. The memories that we tell are stories of suffering and abuse that, unlike of archived documents and articles in the local newspapers, show us a face of the history of childhood that is still unpublished and completely concealed  and that only '' childhood ' , privileged witness of this violence, can give back.

It is, therefore, a need for excavation work in the memory of men that telling each other and sharing personal experiences allow us to give a new face to history. A dark face, bitter and painful, but real. The grant is intended to reflect on the transformative power of the story, which allows the subject to "make peace" with their own memories, especially the most painful and traumatic, in order to convert them into real learning opportunities; at the same time it takes the form of a search for traces of a true story, without concealment and "unspoken", as found in the memories of those who have lived as protagonists and sometimes as spectators.

 

“I ricordi sono frammenti di esperienza, sbadiscono:

alcuni nel corso del tempo,

altri perdurano luminosi nella loro immobilità

e tutte queste presenze silenziose assolvono, perdonano, rendono poetiche

financo le vicende più dolorose”.

Duccio Demetrio

 

1. Recuperare la storia attraverso la narrazione

 

Il desiderio, la tentazione di lasciare una traccia di sé nella storia sono insiti nella natura umana. Tuttavia, a volte, il passato viene nascosto dietro silenzi e misteri che rendono arduo ogni tentativo di recupero.

La storia dell’infanzia abbandonata resta tuttora sepolta sotto una fitta coltre di gesti celati, di non detti e a subirne le conseguenze sono ancora una volta i bambini.

Fino alla prima metà del Settecento, infatti, l’infanzia ha rappresentato l’età dell’imperfezione, dell’errore e della debolezza, di cui era necessario liberarsi al più presto per poter finalmente giungere all’età della ragione e alla piena realizzazione di sé. La storia dei bambini abbandonati, dunque, sembra essere stata taciuta volutamente dal mondo adulto, che le ha impedito di lasciare tracce dei maltrattamenti e dello sfruttamento subiti (De Serio, 2009).

Barbara De Serio, in un testo dedicato alla storia dell’abbandono infantile scrive: “Di questi bambini […], del destino che li attendeva presso le famiglie affidatarie gli archivi sono ricchi di notizie e di informazioni, per quanto disordinate e lacunose. Delle loro esperienze personali, invece, non v’è traccia, né la storiografia ha mai pensato di raccoglierne le testimonianze. Sui vissuti dei bambini abbandonati, sulle loro paure, sui loro desideri la storia dell’infanzia ancora tace” (De Serio, 2009, p. 235).

Sono parole chiare, dirette e concrete che testimoniano la persistente noncuranza della società nei confronti di un’infanzia infelice e sfortunata, la cui voce chiede tuttora di essere ascoltata, non solo al fine di recuperare una memoria finora taciuta, ma soprattutto per poter riscattare anni di sofferenze e maltrattamenti subiti, che attraverso il potere trasformativo e curativo della parola e della narrazione possono acquistare valore e divenire fonte di nuovi saperi.

Durante il racconto della propria storia l’individuo risponde al bisogno di conferire un senso alla realtà e alle proprie esperienze, che vengono rilette “in un’ottica educativa e progettuale di cambiamento e di trasformazione” (De Serio, in Dato, De Serio & Lopez, 2007, p. 56).

Attraverso la narrazione modelliamo l’esperienza quotidiana, creiamo significati che attribuiscono nuovamente senso alla vita e che aiutano a tirar fuori parti nascoste o dimenticate di sé e ad avviare una buona meditazione e riflessione su se stessi.

La parola genera un cambiamento (Scardicchio, 2011), per cui attraverso la narrazione ci riappropriamo della nostra memoria e il passato acquista nuova luce e significati sconosciuti. Una volta riscoperti, tali significati ci permettono di progettare nuovi spazi, nuovi cammini, che prima ci sembravano oscuri.

La narrazione diviene dunque fondamentale per “far pace” con ricordi dolorosi, che spesso rievocano ingiustizie subite e “il fatto stesso di riuscire a trasformare ricordi non sempre amabili […] in un arcipelago di appigli è la prova che accettiamo gli approdi quali essi siano stati” (Demetrio, 1996, p. 48). Scrutare nel proprio passato permette al soggetto di capire chi è, da dove viene e cosa o chi l’ha aiutato ad essere ciò che è diventato (Demetrio, 1996, p. 20). Significative a tal proposito le parole di Molly Andrews (2000, in De Carlo, 2010), che afferma: “Noi diventiamo ciò che siamo raccontando le storie della nostra vita e vivendo le storie che raccontiamo” (p. 23).

Quando raccontiamo non solo aumenta la conoscenza di noi stessi, ma riusciamo anche a dare un senso alle nostre esperienze e ai nostri vissuti (Batini, 2009); spesso, mediante la narrazione, il significato della propria vita assume un forte valore formativo, riconoscibile più dagli altri che da se stessi (Demetrio, 1996, p. 22).

Il bisogno di raccontarsi, in questa sede, proviene proprio da adulti che fino a non molto tempo fa erano bambini. Si tratta degli ex ospiti della Colonia Agricola di Lucera, le cui storie sono rimaste inascoltate per anni.

 

2. La storia della Colonia Agricola “Luceria Nova”

 

Per poter comprendere pienamente un racconto autobiografico occorre innanzitutto avere una chiara visione del contesto in cui esso si sviluppa. Pertanto è opportuno tracciare un breve excursus storico per chiarire le condizioni in cui è nata la Colonia Agricola e gli obiettivi, mai concretamente realizzati, che ci si era prefissati con la sua istituzione.

Per anni sede di un’egregia istituzione, il Tribunale di Capitanata, nell’anno 1923 Lucera si vide costretta a lottare contro il governo fascista, fermo nell’intento di dismettere l’edificio che ospitava il Tribunale, per trasferire quest’ultimo nella città di Foggia. La prima voce di dissenso giunse dal sindaco allora in carica, Alfonso de Peppo, che cominciò ad utilizzare le pagine dei giornali locali come strumento di denuncia e diede avvio ad una serie di iniziative volte a riempire il vuoto lasciato dal Tribunale. Una di queste fu l’istituzione della Colonia Agricola “Luceria Nova”, scuola di avviamento professionale per i figli dei contadini morti e dispersi in guerra, fondata nel 1924 con lo scopo di formare i suoi giovani ospiti al lavoro della terra e il primo novembre dello stesso anno i cittadini accorsero numerosi ad ascoltare il discorso di inaugurazione tenuto dal sindaco.

“Agli scomparsi che alla guerra accorsero lasciando i figli in tenera età e fra gli stenti, […] e che morirono per una causa che abbracciava la vita stessa di ognuno di noi, vada oggi reverente il nostro pensiero e sia pensiero di esaltazione e di glorificazione. Questo nostro culto, fondando la Colonia, si traduce in un’opera degna di loro […] qui dove intorno alla memoria dei caduti si crea la vita e si forgia l’avvenire dei figli di coloro che morirono avvinti da una visione che li innalzò all’eroismo e al sacrificio. I fiori […] sugli altari non bastano: occorre il sacrificio di quanto è in noi di meno puro e di meno degno e le opere positive di ogni giorno occorrono se aspiriamo alle benedizioni di coloro che irrisero alla vita per un ideale. […] Oggi sì che ogni famiglia di orfano rimpiange meno o non maledice l’incolmabile vuoto. […] Essa, [la Colonia] oltre ad essere pegno e testimonianza della gratitudine che avvince agli scomparsi i viventi, è nuova prova della solidarietà tra le varie classi sociali. […] La Colonia […] vivrà infine la vita della terra. […] Luceria Nova s’intitola: e questa parola augurale infonde speranza negli orfani di guerra, pei quali si dischiude una vita nuova e degna” (Il Nuovo Popolo di Capitanata, 1924).

Nei primi anni la Colonia sembrò ottenere grande successo, tuttavia nel 1927 l’Ispettore Generale degli orfani di guerra del Regno, Maggiore Martelli, denunciò le scarse condizioni igieniche della struttura (Il Foglietto, 1927). Inizialmente, infatti, gli orfani risiedevano nei locali annessi alla Chiesa del Carmine, in attesa di essere trasferiti nei locali della Chiesa della Pietà, ancora proprietà del Ministero di Guerra di Napoli. Ciò accadde effettivamente l’otto settembre dello stesso anno e di conseguenza aumentarono le domande di ammissione e il numero degli ospiti.

L’anno successivo la Colonia divenne Ente Morale e nel 1929 ottenne il suo massimo successo, stando alle informazioni giornalistiche (Il Foglietto, 1931). La primi crisi dell’istituzione giunse nel 1937, anno in cui si registrarono tra gli ospiti solo sei orfani di guerra.

A colpire profondamente la Colonia, tuttavia, fu l’avvento del secondo conflitto mondiale. Infatti nel 1944 il Governo Militare ordinò il trasferimento dei bambini nella Casa di Riposo “Maria de Peppo Serena”, allo scopo di lasciare i locali della Pietà a disposizione dell’ordine militare[1].

La nuova sede, provvista soltanto di bagni, lavandini e cucina all’aperto, risultò fortemente inadeguata e incapace di offrire perfino i beni di prima necessità agli ospiti che, a causa della guerra, crescevano a dismisura. Dopo la ricostruzione dei locali della Pietà, distrutti dalle truppe occupanti, la Colonia riuscì ad ospitare novantacinque bambini (Il Foglietto, 1951). Siamo nel 1951.

Nelle fonti ufficiali sono assenti informazioni risalenti agli anni seguenti e l’unica testimonianza dei successivi avvenimenti resta la memoria del popolo, che fa risalire all’anno 1973 la trasformazione dell’istituzione: da Colonia Agricola “Luceria Nova” la stessa divenne un Collegio intitolato ad “Alfonso de Giovine”, rappresentante dei reduci di guerra (Morlacco, 1999). Fino al 1986, anno della sua chiusura definitiva, il Collegio ospitò minori con varie tipologie di disagio, non più solo orfani di guerra.

 

3. Documenti e narrazioni: una storia a confronto

 

Se è vero che la “vecchia” storia ritiene degni di studio soltanto i documenti ufficiali e i personaggi al potere, oggi si assiste sempre più spesso a un’inversione di tendenza: il popolare e il quotidiano divengono parte fondamentale della ricerca storiografica (Scardicchio, in Annacontini, 2011). Scrive Antonia Chiara Scardicchio: “La conoscenza della Storia passa ineludibilmente attraverso la conoscenza delle Storie” (Scardicchio, in Annacontini, 2011, p. 135). In altri termini, attraverso un singolo episodio, attraverso il vissuto e le emozioni di un uomo si può raccontare una grande storia, trasmettendo molto di più (Terzani, 2006). Per conoscere realmente un evento occorre oltrepassare i limiti del dato e scoprire la verità attraverso ciò che è ancora al buio e che è ancora non detto.

Tale è la storia dell’infanzia abbandonata, da troppo tempo nascosta dietro freddi fogli di carta che conservano soltanto date, numeri e nomi senza volto né voce.

Dal 1924 al 1986 un’antica città in provincia di Foggia “accolse”, tra le mura dell’ex Colonia Agricola “Luceria Nova”, una piccola parte di bambini abbandonati che oggi, grazie alla narrazione e al racconto autobiografico, può finalmente rivivere la propria esperienza e farci scoprire un passato ancora inedito. Gli avvenimenti riportati nel presente contributo riuniscono i contenuti dei documenti d’archivio e le parole degli ospiti della Colonia. Il confronto della storia ufficiale con quella individuale e personale ha permesso di mettere in luce aspetti inediti e di mostrare i diversi punti di vista attraverso cui è possibile guardare una stessa realtà.

A raccontarsi sono stati Pier Paolo Danza, ospite della Colonia perché figlio di un disperso in guerra, Dionisio Morlacco e Michele Frazzano, che frequentarono da esterni la scuola nella Colonia, Peppino Occhiochiuso e Ciro Corvino, entrambi orfani ospitati nella Colonia per circa dieci anni.

Durante l’inaugurazione il sindaco tenne a precisare che la Colonia sarebbe stata un’opera degna, con programmi e finalità alti e nobili, tra cui quella di accogliere ed istruire gli orfani di guerra alla vita della terra (Il Nuovo Popolo di Capitanata, 1924).

Il termine accogliere significa ricevere qualcuno, aprirsi all’altro, permettendogli di sentirsi accettato in un luogo nuovo e ancora sconosciuto. Nelle parole dei “bambini” tutto ciò scompare:

 

“Per me la Colonia Agricola è stata veramente un dramma” (Danza, intervista, 2012).

 

“Regolarizzate tutte le faccende in Direzione, mia madre ritornò al Paese e per me incominciò il calvario […]. Un giovane mi prese per mano e mi portò direttamente in una classe dove c’erano tutti banchi ribaltabili. Il maestro mi assegnò l’ultimo posto da solo […]. Dopo un po’ suonò la campanella e ci trovammo tutti in una sala al piano terra dove c’erano tre lunghe file di tavoli addossati l’uno all’altro […]. In quel pranzo mangiammo come primo un mestolo di brodaglia e pastina mista, come secondo una minimozzarella e come frutta una mela che era acre […]. A cena, la sera gli stessi piatti del pranzo, poi in camera a dormire […]. Mi rannicchiai nel lettino ma non riuscivo a prendere sonno e allora pensai bene di rimettermi il pantalone e il maglioncino, ma feci appena in tempo a toccarli che il mio compagno a fianco mi sgridò dicendomi: ‘Non ti permettere, te lo dico come un fratello, perché fra poco passa l’istitutore per controllare e scopre i letti per vedere chi fa il furbo; proprio io feci così come tu vorresti l’anno scorso, quando arrivai, e quello sai che farà? Quello che fece a me, mi fece spogliare nudo e mi tenne così davanti a lui fino a quando incominciai a battere i denti e solo allora mi consentì di coprirmi col lenzuolo e copertina. Non ti preoccupare!’” (Danza, 2009, pp. 30-31).

 

“Il primo giorno quando sono arrivato mi ha subito fatto una brutta impressione. Ero con nonno, il nonno paterno che mi ha cresciuto, e il 16 agosto lì non c’era nessuno, perché i bambini erano tornati a casa per l’estate. Mi ricordo che c’era una grossa scalinata e andammo nel guardaroba dove stavano le suore che rammendavano […]. La suora mi prese per mano per distaccarmi da nonno e mi portò nel dormitorio che stava a dieci metri dal guardaroba. Era uno stanzone senza letti, i materassi stavano per terra e non erano quelli di piuma, dentro c’era il fieno. Quando sono tornato al guardaroba nonno non c’era più” (Corvino, intervista, gennaio 2012).

Le sofferenze e le paure che trapelano dai racconti sono assenti nei documenti ufficiali, nella “grande” storia, che spesso si riduce ad un semplice e banale elenco di certificati.

L’accoglienza in un istituto per l’infanzia è la fase più delicata ed importante dell’intero processo educativo poiché, oltre al trauma dovuto alla separazione dai genitori, il bambino è chiamato ad affrontare molteplici difficoltà legate al nuovo contesto, che implica l’apprendimento e il rispetto di regole precise, l’inserimento e la convivenza con un nuovo gruppo di persone e la condivisione con le stesse di tempi e spazi. Se tale processo non viene supportato in maniera esperta e competente maggiori saranno gli ostacoli da superare nell’intero percorso di crescita.

La Colonia Agricola, totalmente inadeguata per l’accoglienza dei bambini, ha causato agli ospiti traumi e paure che li hanno accompagnati fino all’età adulta, lasciando nei loro cuori ricordi indelebili dei maltrattamenti subiti.

Uno degli obiettivi della nascente istituzione, come si legge nei documenti, consisteva nel “dare agli orfani mantenimento, educazione ed istruzione nell’intento di formare buoni e pratici agricoltori” (Archivio Comunale di Lucera, IX, 6, 48). Infatti il 2 dicembre 1923 il rag. Antonio Balsamo (1923), membro del Comitato Provinciale per gli Orfani di Guerra, in una lettera pubblicata su Il Nuovo Popolo di Capitanata scrisse: “Se agli orfani non possiamo dare tutto quanto ad essi occorre, dovremmo cercare di utilizzare i fondi a nostra disposizione nel modo più proficuo […] e cercare di non far mancare agli orfani tutta quella assistenza morale che è tanto necessaria per formare il cittadino onesto e laborioso […]. [Occorre] concedere gratuitamente i libri ai più bisognosi, calzature e vestiario ai più poveri”. Tuttavia durante il periodo post-bellico, quando ancor più urgente divenne il bisogno di aiuto e di assistenza, la situazione mutò completamente. Nei racconti degli intervistati, mantenimento, educazione ed istruzione corrispondono a digiuno, percosse e maltrattamenti.

“La più grande sofferenza era la fame […]. Questa situazione diventava sempre più pesante […] e allora io e un altro mio amico […] quando c’era tempo andavamo nelle stanze degli animali a mangiare […] qualche cosa davanti alla mula o alle pecore a cui buttavano le foglie fresche d’insalata, mentre a noi davano tutto quello che a loro non serviva” (Danza, intervista, 2012).

“Quei poveri figli non mangiavano mai, avevano troppa fame […]. Ci aspettavano avanti alla porta come gli uccellini che si affacciano dal nido per aspettare le mamme e noi appena entravamo davamo loro un po’ di pane o quello che avevamo e loro mangiavano in fretta perché se le suore se ne accorgevano, li mettevano subito in castigo” (Frazzano, intervista, 2012).

“Noi dovevamo convivere con la fame […]. Mangiavamo in scodelle di alluminio e, a causa della fame, dovevi mangiare qualunque cosa ci fosse in quelle scodelle […]. Un giorno cucinarono pasta con le bietole, non lo dimenticherò mai! Alle bietole di campagna si attaccano i vermi, e siccome si doveva cucinare per 200 bambini, non avevano il tempo di pulire la verdura che quindi veniva semplicemente tritata senza essere controllata. Quando le bietole venivano cotte gli insetti salivano sopra. Ricordo che un giorno […] andammo in refettorio e trovammo pasta con le bietole e con gli insetti. Non tutti avemmo il coraggio di mangiare, ma qualcuno per la fame ingoiò anche questo pranzo […]. Si dimagriva a vista d’occhio” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

“Quando c’era poco cibo e non bastava per tutti i bambini, le suore si mettevano d’accordo col capo tecnico per dare la punizione a qualcuno e ci mettevano di faccia al muro a digiuno; a digiuno, non a pane e acqua, e risparmiavano sulla cena” (Corvino, intervista, 2012).

“Indossavamo un camice intero […], e doveva andare bene per ogni stagione. In inverno ci davano solo la mantellina da mettere sulle spalle” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

 

“Nella Colonia il riscaldamento non esisteva, lo facevamo noi, con il fiato […]. Le scarpe poi erano sempre quelle. In realtà d’estate andavamo scalzi […], perché i sandali estivi non erano ben cuciti e allora mentre si camminava saltava la cucitura dai bordi e si rompevano” (Corvino, intervista, 2012).

Per quanto riguarda l’educazione, nel regolamento si legge che “le peni minori verranno inflitte secondo le buone regole della pedagogia moderna” (Archivio Comunale di Lucera, IX, 6, 48).

I ricordi dei “bambini”, invece, mostrano una realtà ben diversa:

“Subivamo molti maltrattamenti […]. Per qualsiasi nostro errore c’era la prigione […]. Era una stanza 2x2, c’era un letto col cuscino e un tavolaccio; ci toglievano i lacci per evitare di farci strangolare e chiudevano la porta a chiave […]. Questa era una delle punizioni che dovevamo subire quando si parlava un po’ di più” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

“Lì c’era la voglia matta di approfittare della debolezza dei bambini, sembrava che si godesse nell’avere il comando in mano, per cui davano botte da orbi. Basta che andavi un po’ fuori misura e ti picchiavano senza pietà” (Danza, intervista, 2012).

“Le punizioni per noi esterni consistevano in rimproveri, velate minacce o sovraccarico di compiti, invece per gli interni erano molto più serie, ovvero privazioni di tempo libero, ma soprattutto di cibo […]. Venivano chiusi per determinate ore in una stanza oppure non partecipavano alla ricreazione […]. Qualche volta io sentivo dai ragazzi che c’erano addirittura punizioni corporali […], ma bastava guardarli negli occhi per capire la loro sofferenza” (Morlacco, intervista, 2012).

“Le suore erano streghe, soprattutto la Superiora […]. Erano cattive con noi. Per non parlare degli istitutori. Ce ne era uno […] che per ogni nostro sbaglio ci puniva. Se a sbagliare era una persona sola la metteva a digiuno, se lo sbaglio era collettivo ci metteva nel cortile di faccia al muro, per una o due ore, d’inverno, e noi per due ore, col pantaloncino corto, dovevamo stare fermi là” (Corvino, intervista, 2012).

“Questo tizio la faceva da padrone […]. Egli era tutto e principalmente il terrore di noi orfani, anche per via dei dolorosissimi pizzicotti al sedere che ci dava per punizione” (Corvino, testimonianza scritta, 2012).

Lo stesso accadeva per la formazione professionale, che secondo gli auspici del sindaco, attraverso esercitazioni pratiche d’agricoltura, avrebbe dovuto completare l’insegnamento scolastico allo scopo di insegnare ai bambini il lavoro della terra. Nelle testimonianze raccolte, tuttavia, essa diviene vero e proprio lavoro forzato.

“Ci portavano in campagna a cogliere le olive con il pantaloncino corto anche quando nevicava. Noi dovevamo inginocchiarci sulla neve e si gelavano le gambe tanto che non riuscivamo più a lavorare. E se non coglievi le olive ti davano le bacchettate dietro le spalle e quando tornavi in collegio ti mettevano in prigione. Era un carcere!” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

“Nel periodo delle olive andavano a cogliere le olive, quando si doveva zappare andavano a zappare, ecc. […]. Li portavano a lavorare con quello che avevano addosso, con i pantaloncini strappati. Solo qualcuno aveva la divisa, perché non c’erano soldi per farla a tutti” (Frazzano, intervista, 2012).

Tra le mura della Colonia Agricola si nasconde dunque un’infanzia incolore. Ai bambini viene negato tutto, perfino il diritto di sognare un futuro migliore perché quando erano soli nelle proprie camere, finalmente lontani dallo sguardo vigile degli istitutori, dovevano accontentarsi di guardare il mondo da finestre e porte sbarrate.

“Secondo giorno […]; appena finito il pranzo ritornai nella stanza, guardai quella finestra con l’inferriata da galera e mi venne un colpo al cuore” (Danza, 2009, p. 31).

“Era come se stessimo in galera. Anzi era peggio del carcere, perché c’erano anche i cancelli e le sbarre alle finestre e in ogni camerata c’erano trenta, quaranta bambini […]. Dopo il pranzo ci facevano fare i compiti e poi ci facevano uscire all’aria, come si dice per i detenuti, per un’ora, un’ora e mezza […]. Avevamo una divisa sulla quale c’era scritto ‘Colonia Agricola’, ma per me era come se ci fosse scritto ‘Entro mortale. Manicomio Agricolo Luceria Nova’ […]. Sembrava di entrare in galera. Perfino nel corridoio, quando andavamo nel refettorio, dovevamo stare sempre inquadrati, in fila per tre, con la divisa e col berretto ben ordinati” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

“La copertura delle stanze era fatta con travi e tavole di legno sopra le quali erano appoggiate le tegole. Tutte le finestre erano dotate di inferriate di ferro, sembrava di vivere in un carcere” (Corvino, testimonianza scritta, 2012).

Nel 1924 Francesco Lo Balsamo (1924), segretario capo del comune di Manfredonia, scriveva: “Mi rassicura la volontà tenace dei cittadini evoluti di Lucera, di questa storica Città, che forte delle sue nobili tradizioni di studio e di cultura, saprà, mercé la istituzione della Colonia agricola, aprire nuovi orizzonti a quella beneficienza vera e duratura, che fra tante miserie della vita odierna, ingentilisce il cuore ed educa la mente”.

Perfino tale aspettativa venne però tradita, poiché le reazioni dei cittadini furono di indifferenza assoluta: “Nel contesto post-guerra c’era tanta povertà, c’erano tanti problemi e la sofferenza era diffusa anche all’esterno in altro modo. Si soffriva per le privazioni, per la miseria e per tante cose. Non si cercava di avvicinarsi a questi ragazzi o di suggerire qualche soluzione, assolutamente” (Morlacco, intervista, 2012).

Eppure tutti i ricordi, soprattutto quelli che torturano, “sono frammenti di esperienza […] e tutte queste esperienze silenziose assolvono, perdonano, rendono poetiche financo le vicende più dolorose” (Demetrio, 1996, p. 59).

La voce degli orfani della Colonia Agricola ha riportato alla luce un’amara realtà, difficile da accettare e tantomeno da immaginare, nella quale però risuona con forza il valore dell’amore umano, con particolare riferimento a quello materno, “non detto” nei documenti ufficiali.

Quelle che emergono dai racconti degli intervistati non sono madri crudeli, che spietatamente decidono di abbandonare i figli a un triste destino. Descritte negli articoli di giornale come donne disoneste, insensibili e colpevoli di abbandono della prole (Balsamo, 1923), nelle parole degli orfani le madri sono amorevoli al punto da preferire l’abbandono, compiuto nel tentativo disperato di offrire ai figli un futuro migliore.

“Quella sera a Foggia, in casa del ferroviere dormii sereno abbracciato a mia madre che ogni tanto mi stringeva quasi a farmi capire che lei non voleva abbandonarmi ma che, nel suo amore, il suo primo dovere era cercare di assicurarmi un mondo migliore, perciò mi stava portando in un Convitto dove confluivano gli orfani di guerra di parte della provincia” (Danza, 2009, p. 30).

“Non mi sentii abbandonato. Capii la gravità della situazione. Mia madre rimase vedova con tre figli, mia sorella non aveva neanche un anno quando è morto mio padre, mio fratello era già grande e io, che ero il figlio medio, fui chiuso in collegio” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

Le mamme, inconsapevoli della crudeltà alla quale erano sottoposti i bambini nella Colonia, affidavano i propri figli nelle mani di istitutori e suore insensibili e incapaci di offrire protezione e amore. Tuttavia l’affetto materno si legge negli abbracci e nelle carezze che i bambini si scambiavano l’un l’altro.

“A tavola, se ti giravi più di una volta, l’istitutore furbacchione ti acchiappava, ti prendeva per le orecchie e ti metteva in fondo alla stanza, faccia al muro, di spalle a tutti i compagni. Sono immagini che non dimenticherò mai, solo quando morirò! Ma nella miseria si è sempre più fratelli e i compagni spezzettavano il pane […] e, approfittando della distrazione dei due istitutori, lo buttavano per terra. Tu ti giravi, prendevi il pane e lo mangiavi con la mano avanti alla bocca, facendo finta di fare tutt’altro fuorché masticare” (Danza, intervista, 2012).

“Nei primi giorni [i bambini] piangevano sempre e noi più grandicelli li prendevamo per mano dicendo loro che avevamo passato le stesse pene e ci confortavamo a vicenda” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

Fortunatamente tra gli istitutori e i maestri vi era qualche eccezione. Occhiochiuso ricorda con nostalgia la sua insegnante, che fingeva di dimenticare il registro in classe per far trovare un piatto caldo al bambino che glielo avrebbe riportato a casa. Nei ricordi degli intervistati indelebile resta anche la figura del ragioniere Grillo, che mangiava insieme a tutti gli orfani, per i quali esigeva un pranzo ricco e sostanzioso. E, ancora, Padre Michelangelo, che non esitava a litigare con le suore qualora avessero lasciato a digiuno i bambini, e i soldati che durante il periodo della guerra coabitavano con gli orfani, offrendo loro qualcosa da mangiare.

Anche tra la popolazione, completamente indifferente alle sofferenze degli ospiti della Colonia Agricola, vi era chi diveniva per loro vero e proprio punto di riferimento.

“A luglio ci fecero fare la Cresima e i padrini furono gli istitutori. C’era un istitutore […] che chiese all’avvocato Grasso di fare da padrino ad un ragazzo. Però la moglie disse: ‘Deve essere un ragazzo bravo a scuola e orfano di entrambi i genitori perché poi lo cresceremo noi’. Io in quell’anno ero il più bravo della classe e fui scelto. Grasso mantenne la parola e io diventai un fratello per i suoi figli. Ogni domenica e durante le feste di Natale e Pasqua mi venivano a prendere e mi portavano a casa loro, dove sono cresciuto” (Corvino, intervista, 2012).

Significativa appare la differente percezione che gli intervistati spesso hanno delle esperienze narrate.

Pier Paolo Danza racconta che dopo circa tre mesi ha potuto lasciare le mura della Colonia solo grazie all’aiuto di Dionisio Morlacco, ospite esterno dell’istituzione. Infatti Danza, non riuscendo a comunicare con sua madre, in quanto le lettere inviate alle famiglie erano costantemente censurate dalle suore e dagli istitutori, ricorda di aver chiesto a Morlacco di spedirla dall’esterno. Dopo circa tre giorni il piccolo Pier Paolo era fuori da quel carcere, pronto a riabbracciare sua madre.

Quando ai due intervistati è stato chiesto di narrare l’episodio, gli stessi lo hanno descritto in modo diverso:

“Dionisio è stato un mio fratello oltre che un mio amico […]. Nella Colonia ciò che scrivevi nelle lettere veniva controllato dalle suore […], e io, a causa della mia inesperienza mi permisi di scrivere: ‘Cara mamma, vienimi a prendere sennò mi butto sotto la littorina’. Quando la suora ha letto mi ha picchiato e mi ha fatto riscrivere sotto dettatura: ‘Cara mamma, non ti preoccupare, sto bene, stai tranquilla, non ho bisogno di niente, penso solo a studiare!’. Per cui dissi a Dionisio di imbucarmi dall’esterno la lettera con su scritto: ‘Cara mamma, vienimi a prendere altrimenti mi ammazzo’ […]. Dopo soli tre giorni è venuto mio zio Peppino […], e per me quello è stato un miracolo, chi può scordarlo! Appena vidi mio zio feci un salto infinito e gridai: ‘Zio Peppino, zio Peppino vienimi a prendere, non mi lasciare, sennò io mi ammazzo, non mi lasciare!’. E mio zio mi portò in paese” (Danza, intervista, 2012).

“Non ricordavo questa storia. Noi abbiamo scoperto di aver frequentato quei pochi mesi insieme nella Colonia solo dopo, quando ci siamo ritrovati per caso alle scuole magistrali. […]. Pier Paolo Danza mi ha ricordato che mi affidò una cartolina postale da spedire all’esterno che arrivò a destinazione. Naturalmente questo mi fece provare stupore, meraviglia, soprattutto perché non lo ricordavo, ma poi un pizzico di gioia per aver potuto rivedere un compagno di scuola e ricordare insieme quelle esperienze […]. Tra noi è nato un sentimento profondo, di amicizia, ma non mi sento assolutamente un eroe” (Morlacco, intervista, 2012).

Scrive Duccio Demetrio (1996): “la prima emozione del ricordare […] è lo stupore di accorgersi di aver vissuto certi istanti che si credevano cancellati e quindi non vissuti” (p. 75). Dunque, non solo la narrazione permette di recuperare ricordi ormai perduti, ma anche di scoprire il valore che le proprie azioni hanno avuto nella storia di qualcun altro.

Nicolai Hartmann (2011) sostiene che il senso non risiede in un’esperienza in quanto tale, ma nel modo in cui l’individuo l’ha vissuta. La storia narrata è stata ricordata in maniera totalmente diversa perché uno ha ricevuto l’altro ha dato. Per Danza quel gesto ha rappresentato un miracolo, una salvezza, per Morlacco un semplice favore fatto ad un amico.

Gli avvenimenti qui narrati ci insegnano a ritrovare in piccoli gesti una grande storia che continua a vivere nei cuori e nei ricordi di uomini semplici e umili, ma nello stesso tempo di profonda saggezza. Sono poche testimonianze, grazie alle quali è stata riportata alla luce una parte importante della nostra storia, ma non bastano a riscattare le pene e i maltrattamenti di milioni di bambini la cui voce chiede ancora di essere ascoltata.

 

4. Conclusioni


Se la narrazione è fondamentale per chi racconta è pur vero che essa presuppone anche un ascolto (De Carlo, 2010, p. 15).

“Comunicare si può e si deve: è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria, perché il silenzio, l’assenza di segnali, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l’ambiguità genera inquietudine e sospetto […]. Per la comunicazione […] siamo biologicamente e socialmente predisposti. Tutte le razze umane parlano; nessuna specie non-umana sa parlare” (Levi, 1986, pp. 68-69).

La narrazione autobiografica non solo genera una relazione dialettica tra passato, presente e futuro, ma crea uno scambio comunicativo tra due persone, colui che racconta e colui che ascolta, che ne traggono un benessere reciproco, poiché l’uno si riscopre in modo nuovo attraverso i propri ricordi, che a loro volta divengono fonte di apprendimento e di educazione per l’altro (Demetrio, 1996, p. 49).

Se è vero, come sostiene Hartmann (2001), che “si può dare senso solo laddove vi sia ancora qualcosa di insensato”, allora occorre imparare ad ascoltare l’altro, perché anche e soprattutto nel dolore si nascondono i più grandi insegnamenti di vita.

Non a caso nel “lavoro della memoria” (Demetrio, 1996, p. 88) gli eventi salienti, spesso quelli più forti, quelli vissuti intensamente, sono i primi a essere rievocati poiché hanno evidentemente segnato il corso della propria vita; recuperandoli il soggetto scopre il senso del suo presente, che è tale proprio grazie a ciò che è stato vissuto nel passato.

Se raccontati, i ricordi, strumento di crescita personale, possono diventare sapere per gli altri:

“Questa esperienza mi ha insegnato molte cose. Mi ha fatto diventare uomo. Ho fatto dei figli e ho saputo dare loro una buona educazione anche grazie a quello che ho sofferto” (Occhiochiuso, intervista, 2012).

“Questa esperienza mi ha cambiato la vita, positivamente, in maniera unica. Oggi dico sempre ai miei ragazzi: ‘Ricordatevi, figli miei, cercate voi di essere esempio per gli altri, non pretendete che siano gli altri esempio per voi, solo così possiamo costruire un mondo migliore’” (Danza, intervista, 2012).

 

Note


[1] Cfr. Archivio Comunale di Lucera, Colonia Agricola, categoria IX, classe 6, busta 48, fascicoli dal n. 711 al n. 729.

 

Bibliografia

 

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Cera, G. (2005). Il tempo e lo sguardo dell’esistenza. Bari: Adriatica Editrice.

Danza, P. P. (2009). Raccontare per vivere. Foggia: Edizione Grafiche 2000.

De Carlo, E. (2010). Autobiografia allo specchio. Strumenti metodologici del ri-leggersi tra educazione degli adulti e narratologia. Milano: Franco Angeli.

Demetrio, D. (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Raffaello Cortina Editore.

De Serio, B. (2007). Il sapere femminile tra cure degli altri e cure di sé. In D. Dato, B. De Serio & A.G. Lopez. Dimensioni della cura al femminile. Percorso pedagogico-letterario sull’identità di genere. Bari: Mario Adda Editore.

De Serio, B. (2009). Abbandoni e solitudini. Storie di infanzie e di maternità negate. Roma: Aracne.

Hartmann, N. (2011), D’Anna, G. (A cura di). Ontologia dei valori. Brescia: Morcelliana Editrice.

Il Foglietto (1927, Gennaio 6). Per la Colonia Agricola, XXX, 1.

Il Foglietto (1930, Agosto 21). La Colonia Agricola a Lucera, VII, 31.

Il Foglietto (1931, Giugno 4). Nella Colonia Agricola, IX, 22.

Il Foglietto (1951, Agosto 30). La Colonia Agricola di Lucera. Chiede l’assegnazione di terre espropriate per la Riforma Agraria, XXXVII, 34.

Il Nuovo Popolo di Capitanata (1924, Novembre 8). L’inaugurazione della Colonia Agricola “LUCERIA NOVA”, III, 40-41.

Levi, P. (1986). I sommersi e i salvati. Torino: Einaudi.

Lo Balsamo, F. (1924, Settembre 28). La Colonia Agricola in Lucera. Il Foglietto, XXVII, 37.

Loiodice, I. (A cura di). (2009). Orientamenti. Teorie e pratiche per la formazione permanente. Bari: Progedit.

Morlacco, D. (1999). Alfonso de Giovine. L’uomo e il parlamentare. Lucera: Grafiche Catapano.

Scardicchio, A. C. (2011). Il cielo in una stanza. Psicosomatica ed educazione tra Magritte e Battiato. Modugno (BA):Stilo Editrice.

Scardicchio, A. C. (2011). Resistenza, resilienza, rivoluzione. In G. Annacontini (A cura di), Senza carro armato, né fucile. Libertà, resistenza, formazione. Diario di Jolanta U. Grębowiec Baffoni. Bari: Progedit.

Terzani, T. (2006). La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita. Milano: Longanesi.

 

Atti

 

Archivio Comunale di Lucera, Colonia Agricola, categoria IX, classe 6, busta 48, fascicoli dal n. 711 al n. 729.

Archivio Comunale di Lucera, Orfani di guerra, categoria VIII, busta 13, fascicoli dal n. 188 al n. 213.