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Scrivere le dipendenze, costruire spazi di reciprocità: famiglie che si raccontano
di Alessandra Augelli   

Le situazioni di dipendenza (tossicodipendenza, alcolismo, gioco d’azzardo, ecc.) gettano il singolo e la sua famiglia nell’ombra della vergogna e del senso di colpa, dello stigma e del silenzio.

 

Far parola costituisce il passaggio, imprescindibile per innescare un processo lento e impegnativo di consapevolezza e di rinascita. Attraverso la scrittura autobiografica condivisa vengono compiuti alcuni passaggi importanti: si rompe il silenzio in cui la famiglia si rifugia, si irrobustisce la ricerca di senso, si iscrive in un progetto l’esperienza vissuta.

Il saggio presenta l’esperienza concreta di genitori di gruppi di auto mutuo aiuto che stanno affrontando le dipendenze dei loro figli e che hanno intrapreso un percorso di scrittura formativa: uno spazio relazionale dove possono dimorare le parole più delicate e profonde del disagio.

Il racconto di sé ha permesso di aprire il tempo (Arendt, 1987), trovando uno spazio di distensione dove lasciar emergere le vicende emotivamente intense, gli interrogativi pressanti, i grovigli interiori.

Ne emerge la bellezza della narrazione condivisa, lo stupore di fronte alle possibilità trasformative insite nel racconto, ma anche la valenza formativa di alcuni paradossi che l’approccio autobiografico conserva in sé.

La scrittura autobiografica, infatti, diviene metodo prezioso per guardare dall’interno i disagi esistenziali e sistemici che le dipendenze portano con sé e maturare sapere esperienziale: i genitori che si sono resi disponibili a raccontare e consegnare la loro esperienza, non solo ai loro figli, ma a quanti li incontreranno attraverso le storie, offrono un prezioso contributo per delineare percorsi educativi e di cura più efficaci e aderenti alla realtà. La rinascita che si sperimenta ha un’onda lunga su tutta la comunità. Il lavoro dei genitori all’interno dei gruppi di auto-mutuo-aiuto è basato sulla convinzione che fare qualcosa per contrastare le forme di disagio vissute dal singolo tossicodipendente e dalla sua famiglia si traduce, innanzitutto, nel darsi tempo e spazio per pensare. In tal senso il laboratorio di scrittura autobiografica è uno strumento privilegiato per rendere possibile tutto ciò.

 

The situations of addiction (drug addiction, alcoholism, gambling, ecc.) bring the individual and their family into a sense of shame, guilt, stigma and silence. Speaking up and ask for help is the first step of a hard and slow journey of awareness and personal rebirth. Autobiographical approach increases self-reflection capacity and gives opportunities to the family members to empatize each other.

Writing itself helps the family break the silence in which they take refuge, strengthens the search for meaning, so that they can put the experience they are living into a wider perspective.

Stories become a training tool to read inside the family distress caused by addictions. This essay presents the concrete experience of parents that are part of groups of self and mutual help that are facing their sons and daughters’ addictions and that took part into a formative writing class: a relational space where they can bring to surface the deepest and most delicate words that describe the sense of discomfort.

The results of the study highlight the power of shared narrations, the revolutionary charge obtained from writing and the amazement in front of the transformational chances that are hidden in the art of storytelling.

Parents who deliver their own words, full of suffering, to their children and to the whole community make a valuable contribution to outline a more effective course of education and treatment: it’s like a new birth, for themselves, for their children and for the people who meet them through their stories.

In this sense, autobiographical writing highlights his social value: more than a solipsistic exercise, it’s a community practice. While taking care of oneself and developing an inner change, one is indeed disseminating on wide scale these beneficial effects.

The parent’s work within the self-help groups is based on the belief that doing something to fight discomfort results, first of all, in giving space and time to think: an autobiographical workshop is a favored tool to make this possible.

 

“Non è guardando la luce che si diventa luminosi,

ma immergendosi nella propria oscurità.

Spesso però questo lavoro è sgradevole, dunque impopolare”.

C. G. Jung

 

1. Introduzione

 

L’esercizio di “comporre una vita” (Bateson, 1992) è sempre inevitabilmente intrecciato alle sue disgregazioni, effetto indesiderato di imprevisti, fratture, dolori. La sofferenza e il limite scompongono il corpo, la mente e il cuore. L’opera di tessitura paziente del senso ha inizio, molto spesso, proprio in concomitanza con eventi difficili. L’esperienza della tossicodipendenza di un familiare mette in crisi gli equilibri relazionali. Il cambiamento nel micro-sistema familiare risuona in altri microsistemi ad esso connessi, nella rete del vicinato, nelle amicizie, negli spazi professionali e scolastici, ecc. con un’onda lunga che arriva lontano e mette in discussione un intero contesto sociale (Bronfenbrenner, 1979).

La scelta di narrare la propria situazione, in tal senso, è un’opzione doppiamente significativa: in quanto rottura del silenzio e in quanto ricerca del significato, attraverso la messa in parola di ciò che si sta sperimentando. Un tale processo non è per nulla scontato e semplice. Si potrebbe verificare, infatti, anche una pura ribellione alla propria situazione, una richiesta d’aiuto rabbiosa e pervasiva, che non trova termini per essere espressa in pienezza. Una pars destruens, senza una pars costruens, in cui ci si aggrappa all’altro, al servizio sociale, a chi offre uno spazio di incontro, solo per vuotare il sacco, per prendere rimedi e per palesare la distruttività della propria condizione.

In sostanza si potrebbe soltanto condividere uno stato e continuare, pur rompendo il silenzio, a permanere in una situazione. Dare parola ai vissuti, invece, dà avvio ad un percorso, testimonia un processo al quale si vuole, seppur con fatica, appartenere. Mettere per iscritto, inoltre, significa inscrivere questo processo nella temporalità, attribuirgli una carica progettuale, aperta al futuro, possibile solo grazie ad un saldo ancoraggio al passato.

È quanto è emerso da un percorso formativo di scrittura autobiografica i cui protagonisti sono genitori dei gruppi di auto-muto-aiuto dell’Associazione La Ricerca di Piacenza (Augelli, 2014) che hanno raccontato la personale esperienza della tossicodipendenza dei loro figli. Il diario di bordo prima, il laboratorio di scrittura poi, sono stati gli strumenti formativi attraverso i quali i genitori si sono guardati dentro e a fondo e hanno elaborato uno spazio di memoria collettiva. Le consapevolezze dei singoli, spartite con gli altri, hanno dato vita a orientamenti di senso importanti, costruendo un sapere esperienziale (Jedlowski, 1994; Mortari, 2003) di grande rilievo.

Si potrebbe obiettare che chi vive dal di dentro una situazione così problematica, non possa avere la lucidità di ciò che avviene, per via di un coinvolgimento eccessivo. I vissuti emotivi, realmente ineliminabili di ciascuna narrazione constituiscono, in un’ottica fenomenologica, il punto di partenza più vero per delineare la situazione. Sottolinea Frankl (2007): “Chi è stato dentro forse non possiede il distacco adeguato per un giudizio oggettivo, ma solo lui conosce realmente la situazione. Naturalmente non è solo possibile, ma molto probabile, che il suo metro di giudizio sia, in un certo senso, distorto. Non è possibile evitarlo. Una sola cosa mi pare importante: sforzarsi di escludere dal racconto sentimenti, per così dire, privati; ma è altrettanto importante avere il coraggio di fare un resoconto personale dell’evento” (pp. 31-32), evitando non tanto l’intonazione personale, quanto il colore tendenzioso.

Conoscere dal di dentro (Iori, 2000) le situazioni difficili è una delle possibilità più grandi che abbiamo per avviare percorsi formativi efficaci e la scrittura è metodo per estendere tale possibilità.

 

2. Frammenti e tasselli: scrivere per dialogare con l’ombra

 

Le esperienze dolorose lacerano, riducono a brandelli, creano frammentazione e lasciano spazio a percezioni di inconsistenza e di insignificanza. Il dolore divide, crea vuoti, mette il soggetto in un duro confronto con le zone incompiute di sé. Nel disagio di particolari vicende di vita si generano ombre, o, più spesso, vengono riconsegnati al soggetto aspetti di sé, confinati e nascosti nel tempo. Opporsi ad un tale movimento, all’avanzamento indeterminato, e perciò più temibile, di paure, dubbi, avvilimenti, significa ingenerare man mano un flusso ancora più forte e pervasivo. Attraversare il bosco, oscuro e tenebroso, degli errori e delle mancanze è, come insegnano le favole tradizionali, una delle modalità più efficaci e affascinanti per crescere e maturare. Dice Etty Hillesum (2012): “Quando si tratta di problemi della vita, posso spesso apparire come una persona superiore: eppure, nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta la mia chiarezza di pensiero a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito” (p. 31).

La vergogna di aver sbagliato, il disorientamento di fronte a ciò che succede si traduce nel tentativo di svicolare da ogni spazio di riflessività: l’ombra del proprio fallimento si getta ovunque e ricompare nel processo di nominazione dei vissuti. Meglio non dire per non sbagliare ancora; meglio tacere che rischiare di perdersi e di perdere nuovamente.

La possibilità di scrivere può essere pienamente accolta quando ci si riconosce abitanti, ma anche possibili estranei rispetto alla propria storia (Carotenuto, 2001, p. 15) e quando questa estraneità non turba, ma invoglia un cammino originale. Le tensioni interne e con l’esterno favoriscono il dialogo con se stessi e l’esperienza della propria pluralità diviene risorsa per un processo di poiesi (Bertin & Contini, 1983, pp. 21-22).

La propria ombra, attraverso la scrittura, può essere, quindi, addomesticata, riportata a casa, ricondotta a sé, per avviare un dialogo foriero di opportunità. L’ombra come quella parte scandalosa di sé racchiude un significato più profondo: ricorrendo, infatti, alla radice etimologica è l’inciampo, l’impedimento alla completezza; racchiude, quindi, anche gli aspetti inespressi, sminuiti continuamente in quanto non confacenti ad aspettative altrui. Per il soggetto l’incontro con l’ombra rappresenta una possibilità di pensarsi altrimenti. L’ombra è un mai visto, mai pensato, mai concesso, che di frequente limita tante potenzialità personali e relazionali.

“Come un medico pone il suo malato in un ambiente completamente estraneo, affinché egli venga strappato a tutto il suo ‘finora’, ai suoi pensieri, ai suoi amici, alle sue lettere, ai suoi doveri, e apprenda a tendere le mani e i suoi sensi verso un nuovo nutrimento, un nuovo sole, un nuovo avvenire, così io, malato e medico in una stessa persona, mi forzai ad un clima dell’anima opposto a quello di prima, non mai provato, e soprattutto ad una escursione in paesi stranieri, in ciò che è straniero, ad una curiosità verso ogni sorta di cose straniere” (Nietzsche, 1927, p. 22).

Scrivere è, allora, un esercizio formativo paradossale: chiede di stare in un confine, ma deborda continuamente; reclama un’aderenza a strutture e modelli, che nel pensiero rifugge; crea una dimora e la supera; stabilisce relazioni di senso e le tradisce.

Si avanza la necessità di saper stare nel paradosso e di poterlo rendere formativo, accogliendo le ambivalenze che ne scaturiscono. “Se vogliamo conquistare quella consapevolezza di noi stessi che ci permette di divenire ciò che siamo, non possiamo che accostarci alla difficile impresa di riconoscere in noi ciò che normalmente tendiamo a vedere fuori di noi” (Iori & Bruzzone, 2015, p. 25). Le proiezioni e le aspettative che caratterizzano gran parte dell’esperienza genitoriale e filiale e che sono alla base di delusioni sottili e pesanti fraintendimenti vengono rielaborate attraverso la scrittura formativa: solo spostando il baricentro dall’esterno all’interno, smettendo di far dipendere da altri e dalla realtà la causa dei propri disagi, ciascun membro della famiglia è messo nella condizione di rispondere in prima persona dei propri limiti, senza cedere alla percezione di un fallimento totale.

Il timore di scrivere e ascoltarsi è legata alla possibilità che qualcosa di inconsueto e di strano venga fuori. È una paura legittima, grazie alla quale ci si può preparare e disporsi all’accoglienza. Quando la stanchezza dovuta ad una problematicità ripetuta pare offuscare ogni percorso e si fa più forte la necessità di esplorare e lasciar emergere nuove versioni di sé e delle relazioni, la paura viene meno e si fa strada il desiderio, l’interesse per il nuovo. Scrive F., una delle mamme dei gruppi di auto-mutuo-aiuto: “La necessità di vedere più chiaramente dentro di me mi ha spinta a prendere carta e penna, per liberare quella parte di me nascosta o prigioniera dando così vita al mio intimo. Dopo aver scritto mi sento più leggera, più chiara, quasi mi sento di amare di più il mondo attorno a me. Trovo la scrittura altamente terapeutica” (Augelli, 2014, p. 40). Oltre alla paura dello scrivere, si libera anche una forma di entusiasmo e di gioia e si sperimenta assieme alla “vendetta di una mano mortale”, “il potere di perpetuare” (Szymborska, 2009, p. 185).

 

3. Dalla vergogna al pudore: scrivere per restar dentro e custodire

 

Un racconto familiare è in qualche modo legato alla rottura di un segreto, al movimento di varcare quella soglia di intimità che protegge i soggetti. L’espressione dei propri vissuti familiari può collocarsi, però, a ragion veduta, in una prospettiva di cambiamento dei loro componenti, figli e genitori (Demetrio, 2002, pp. 13-14). Il segreto è solo in apparenza tradito: portare alla luce una propria intimità non è un movimento fine a se stesso, ma orientato ad un fine più grande. La scrittura, così, permette di conservare il pudore, come vissuto emotivo che scaturisce dal desiderio di proteggere qualcosa di prezioso per sé, pur nella disgregazione estrema e nella sofferenza palesata.

Scrivere e narrarsi in uno spazio formativo permette proprio di trasformare in pudore quel senso di vergogna, che scaturisce inevitabilmente quando ci si sente soggetti al giudizio altrui e quando si avverte un senso di inferiorità o mancata corrispondenza ad un modello.

Quando la tossicodipendenza entra in un contesto familiare, la domanda “dove ho sbagliato” bussa continuamente alla coscienza dei genitori, ingenerando un’incertezza costante sulla valenza del proprio apporto educativo. Ci si sente un cattivo genitore (Cirillo, 2005), incapace di leggere alcuni segnali, di accompagnare dei processi, di soddisfare alcune esigenze; un cattivo genitore anche perché troppo buono o orientato su altre priorità. L’esperienza di dipendenza del proprio figlio inchioda ai propri errori e alle proprie mancanze: “non si può nascondere ciò che si vorrebbe nascondere; il desiderio di scappare è posto sotto scacco dalla impossibilità di fuggire” (Levinas, 1982, p. 112). Narrando di sé nell’esperienza difficile si tenta di diradare il vissuto della vergogna, di porre a distanza giudizi altrui, e di calarsi nella complessità della propria storia per nominare gli errori e prendersene realmente cura. La vergogna iniziale cede così il passo al senso di colpa che, forse, in fondo in fondo, non si potrà mai estinguere del tutto per un genitore che vive il disagio dei propri figli, ma che permette un esercizio più equilibrato di analisi di sé e di ricerca delle condizioni sfavorevoli e favorevoli alla crescita di tutti. L’approccio autobiografico restituisce l’unicum di ogni persona e ogni famiglia, fa emergere la varietà dei percorsi e ciò testimonia il modo personale in cui ciascuno può uscire dal problema o, detto altrimenti, ritrovare la via di casa, la strada verso se stessi.

È proprio questa riscoperta dell’unicità del proprio vissuto familiare che dà la possibilità ai genitori di riaffezionarsi ad esso, pur nella sofferenza che provoca e di rinsaldare delle reti fiduciarie che sono state provate duramente.

Rispetto alla tentazione di svicolare continuamente, di uscirne intatti e integri, di trovare delle soluzioni facili che non chiedono troppo, narrare una problematica familiare porta a guardarsi dentro, a fondo, senza maschere, riconoscendosi limitati e disarmati. La penna conduce proprio di fronte allo specchio e questo percorso ha in sé il dolore della verità. Scrive L., una mamma: “Ho confidato a un foglio tutta l’amarezza, il mio dolore, la mia rabbia che porto con me da anni chiusa nel mio cuore. Ora smetto perché solo a scrivere sto male” (Augelli, 2014, p. 40).

La scrittura crea degli argini, stabilisce dei confini, aiuta a porre delle distinzioni. Per l’esercizio genitoriale questo vuol dire riconoscere la differenza dei vissuti: “Io non sono mio figlio/a”, “Mio figlio/a non è me”. Ci si solleva, quindi, da eccessivi sensi di colpa e da forme di iper-responsabilità e si matura l’empatia come reale sentimento della differenza (Boella & Buttarelli, 2000). Ci si mette in ascolto del cammino migliore per l’altro, delle scelte più consone per lui/lei. Il coraggio della distanza è faticoso, ma è preludio di rinascita. La generatività autentica è possibile solo nel riconoscimento del limite. Si partorisce continuamente nell’accettazione della parzialità. Si mette al mondo quando si rende visibile un confine. Nell’esperienza formativa dei gruppi di auto-mutuo-aiuto ciascuno è per l’altro come un’antica levatrice: si accompagna l’altro nell’attraversamento del confine e si aiuta a ri-generare figli e genitori.

I genitori che si prendono cura di sé nell’esperienza di uso di sostanze dei propri figli imparano a distinguere l’errore dal fallimento, lo sbaglio altrui dal proprio essere sbagliati, il proprio figlio dal gruppo degli amici, l’essere padri dall’essere madri.

Si sperimenta la scrittura come pratica discriminatoria: non soltanto in quanto crea disuguaglianze (ad esempio tra chi sa scrivere e chi non lo sa fare, tra chi ha studiato e chi no, tra chi ama scrivere e chi rifiuta questo spazio), ma in quanto chiede di separare, di discernere, di passare al setaccio i pensieri, le emozioni e le voci che si muovono interiormente.

Un altro paradosso si affaccia sul terreno delle storie di vita: quanto più distingue, tanto più ci si amalgama e ci si avvicina.

Nel tracciare i perimetri si ridisegna l’intimità familiare. Rigenerata, tale intimità, da una riappropriazione dell’altro com’è e non come vorrei che fosse. Nel fissare degli argini si aiuta a ri-marginare in fretta alcune ferite, ponendo fine a problematicità apparentemente indefinite. Nel demarcare un territorio di senso, la scrittura permette al soggetto e alla famiglia di posizionarsi, di esserci, di stare nella situazione, premessa imprescindibile per progettarsi in autenticità.

 

4. Non per sé soltanto: scrivere come atto comunitario

 

Narrare è un atto iniziatico: dà avvio, crea, apre al senso attraverso il linguaggio. D’altro canto, “ogni testo è un’azione in quanto impegna il suo autore, attraverso una tacita clausola di sincerità in virtù della quale io significo effettivamente ciò che dico” (Ricoeur, 1989, p. 216). Chi scrive svolge un’iniziativa, e “chi dice iniziativa dice responsabilità” (Ricoeur, 1989, p. 216)

Sulla base di questo scenario vive la responsabilità dello scambio narrativo e linguistico non solo chi parla, chi dà parole, chi lascia traccia nel racconto, ma anche chi ascolta, chi accoglie, chi dispone il terreno perché quell’atto locutorio, quella parola possa esistere.

Consegnare all’altro le parole e i sentimenti è non solo modalità per liberarsi di qualcosa di proprio e per svuotare se stessi, ma per segnare assieme, co-costruire, cioè, un racconto, una storia comune, dare avvio a una narrazione condivisa. Nell’atto della consegna vi è, accanto alla richiesta di ascolto, un invito implicito a prendere parte a quella narrazione, a rispondere con un rimando, che sia esso una lacrima di commozione o un’arrabbiatura. Per questo la consegna è rischiosa e qualche volta le parole restano chiuse a lungo nel silenzio di un cassetto. Consegnando ci si espone e si espone anche l’altro alla fatica della lettura di sé dall’esterno.

La scrittura condivisa non è affatto automatica, al contrario è un approdo, poiché si arriva dopo aver intessuto relazioni fiduciarie. L’altro non è soltanto il destinatario inamovibile dei miei sfoghi e delle mie lamentele, ma all’altro affido un racconto nella convinzione che possa offrirmi la sua versione, possa darmi uno sguardo diverso sulla realtà. Nei gruppi di auto-mutuo-aiuto colui che accoglie il racconto altrui non giudica e pre-giudica il vissuto esperienziale altrui, ma allo stesso tempo non si fa semplice spettatore. Gli altri contribuiscono a tenere insieme le parti sfilacciate di una storia personale, che è sempre anche una storia comune. Essere in presenza di una narrazione dolorosa, eppur desiderosa di senso, è un privilegio; l’ascolto sensibile e rispettoso è la cifra della cura del singolo e del gruppo.

Dice Demetrio (1995): “Quando il pensiero autobiografico, un pensiero che nasce dalla nostra individualità e di cui siamo soltanto noi attori, conosce e svela istanti affettivi, abbandona la sua origine individualistica e diviene altro. Condivide l’essere al mondo di tutti gli altri; l’egocentrismo che parrebbe caratterizzarlo si muta in un altruismo dell’anima” (p. 11).

In un tempo storico in cui uno dei limiti più grandi sembra essere l’indifferenza, l’accidia, l’indifferenza verso il presente, raccontare le proprie difficoltà scegliendo di allargare il cerchio familiare è un’opera sociale molto alta. Testimonia una capacità di uscire dalla tiepidezza diffusa e di prendere posizione, di smettere di sentirsi perennemente schiacciati dalle situazioni o e di sentirsi raccontati da altri e di assumere con coraggio la propria storia. Si pone fine al vittimismo, alla delega, alla stagnazione nella problematicità e si dà spazio all’esplorazione delle possibilità, alla nominazione delle sfumature che sempre esistono in una vicenda. Quando si scrive assieme, infatti, quando si conserva uno spazio e un tempo di riflessività, è inevitabile che si incontrino motivi di speranza, sprazzi di allegria e note di fiducia, seppure lo scenario comune sia doloroso.

Scrive E., una mamma: “Scrivere mi aiutò molto, moltissimo, a guardarmi dentro, a vincere la mia paura di rimanere sola per tutta la vita. Rileggermi mi dava la consapevolezza che qualcosa, anche se lentamente, cambiava in me. La disperazione di una settimana o di un mese prima si ridimensionava, i contorni si sfumavano. Imparai ad avere più fiducia in me e nelle mie azioni. La scrittura mi aiuta a pensare diversamente, che il mondo e la mia vita non potevano finire da un giorno all’altro, così, ma potevo sperare in un futuro migliore” (Augelli, 2014, p. 41).

Se è vero che nella scrittura vi è sempre “un nesso tra il desiderio di conoscere la propria storia e il sé narrabile, tra il senso di identità e il senso del cambiamento” (Cavarero, 1997, p. 78), questo legame emerge con maggiore evidenza quando il racconto è consegnato al mondo e reso pubblico. La pratica narrativa si potenzia nelle relazioni: quando si trovano persone pronte ad accogliere il proprio vissuto, la storia personale cessa di essere una tra tante e diviene opera d’arte preziosa in quanto unica. Come il sassolino crea tanti cerchi concentrici, le narrazioni offerte risuonano nella realtà circostante e formano, esse stesse, nuovi legami relazionali. Si perde il confine tra chi aiuta e chi è aiutato e tutti contribuiscono in egual misura alla costruzione di un progetto condiviso (Calcaterra, 2013; Steinberg, 2002).

In un contesto comunitario di cura, le parole diventano metro per valutarsi e migliorare, per conoscersi e per creare ponti. La consegna di esse testimonia l’umiltà e il coraggio, la fiducia nel futuro che parte da una considerazione benevolente del proprio passato e da una forza intrinseca nel qui e ora.

 

Bibliografia

 

Augelli, A. (2014). Quando le formiche spostano un elefante. Genitori di gruppi di auto-mutuo aiuto raccontano le dipendenze e la cura familiare. Milano: Franco Angeli.

Arendt, H. (1987). La vita della mente. Bologna: Il Mulino.

Bateson, M. C. (1992). Comporre una vita. Milano: Feltrinelli.

Bertin, G. M., & Contini, M. (1983). Costruire l’esistenza. Il riscatto della ragione educativa. Roma: Armando Editore.

Boella, L., & Buttarelli, A. (2000). Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Bronfenbrenner, U. (1979). The ecology of human development. Harvard University Press.

Calcaterra, V. (2013). Attivare e facilitare gruppi di auto/mutuo aiuto. Trento: Erickson.

Carotenuto, A. (2001). Attraversare la vita. Milano: Bompiani.

Cavarero, A. (1997). Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Milano: Feltrinelli.

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Demetrio, D. (1995). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Raffaello Cortina Editore.

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Frankl, V. E. (2007). Uno psicologo nei lager. Milano: Ares.

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Hillesum, E. (2012). Diario. Edizione integrale. Milano: Adelphi.

Iori, V., & Bruzzone, D. (2015). Le ombre dell’educazione. Ambivalenze, impliciti, paradossi. Milano: Franco Angeli.

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Jedlowski, P. (1994). Il sapere dell’esperienza. Milano: Il Saggiatore.

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Ricoeur, P. (1989). Dal testo all’azione. Saggi di ermeneutica. Milano: Jaca Book.

Steinberg, D. (2002). L’auto/mutuo aiuto, guida per facilitatori di gruppo. Trento: Erickson.