L'editoriale - The editorial Stampa Email
Oltre lo spettacolo, a presidio dell’umano
di Isabella Loiodice   
DOI: 10.12897/01.00099

Il passaggio dal vecchio al nuovo millennio appare caratterizzato dal consolidarsi delle tecnologie della comunicazione attraverso i canali satellitari e telematici.

Queste tecnologie, sempre più evolute e sofisticate, consentono di far arrivare informazioni (testuali, sonore e visive) in tempo reale e contemporaneamente in ogni parte del mondo. Peraltro, la pluralità di canali informativi (e quindi delle loro proprietà e gestioni) ingenera una inevitabile concorrenza finalizzata a rendere la stessa informazione quanto più sensazionale possibile, arricchendo la notizia di “effetti” speciali attraverso le tecniche proprie dello spettacolo, al punto da aver reso necessario coniare un neologismo di derivazione inglese, infotainment, con cui rendere il contemporaneo effetto di information ed entertainment.

La spettacolarizzazione della notizia sembra quindi essere diventata inevitabile per attrarre l’attenzione di un pubblico ormai distratto anche di fronte a immagini di una crudezza estrema, ridotte però a “merce” da vendere insieme ai prodotti pubblicitari che inevitabilmente ne accompagnano la fruizione. L’aspetto estremo dell’infotainment è la diffusione della cosiddetta "tv del dolore", grazie alla spettacolarizzazione del dramma e alla turisticizzazione (disneyization) del tragico.

Certo, c’è chi dice che la crudezza di certe immagini può scuotere le coscienze e mettere in moto meccanismi di solidarietà altrimenti non attivabili. Per esempio, in Inghilterra, le immagini del piccolo Aylan trovato morto nel 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, hanno innescato un fortissimo meccanismo di pressione nei confronti del premier Cameron affinché l’atteggiamento degli inglesi fosse più disposto all’accoglienza. il risultato è stato che l’Independent ha lanciato una petizione tesa a modificare l'atteggiamento del Regno Unito nei confronti dei migranti, spingendo il governo ad accogliere una più ampia quota di genti provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa.

Allora ci si continua a chiedere: sì o no alla pubblicazione e all'uso pubblicistico di queste immagini? La violenza è nelle rappresentazioni oppure nella realtà che si rispecchia in esse, a cui esse rimandano? Alcune di queste immagini potranno diventare delle icone indelebili impresse nella nostra memoria oppure tutto si perderà nell’incessante fluire di immagini che dovranno diventare sempre più spettacolari nella loro tragicità? Invero, ognuna di quelle immagini ha una storia: narra di progetti naufragati in fondo al mare oppure di persone vilipese da giornaliste che mettono sgambetti per farti cadere con in braccio il tuo bambino, volti di uomini, donne e bambini alla ricerca dei propri familiari, divisi, separati, alcune volte per sempre, proprio dal desiderio di poter vivere insieme una esistenza finalmente dignitosa.

Il rischio è la diffusione di quella sindrome che viene denominata compassion fatigue, cioè una graduale diminuzione di quel naturale senso di compassione determinato dalla sofferenza e dal dolore altrui che colpisce in genere quei professionisti a contatto quotidiano con il dolore (medici, infermieri, terapisti ecc.) e che ora sta gradualmente diventando una conseguenza della saturazione di immagini decontestualizzate rispetto alla realtà direttamente esperita, che finisce con l’ingenerare un diffuso cinismo tra coloro che sono esposti a tali immagini senza che effettivamente l’orrore delle immagini determini una reazione concreta all’orrore.

Come sviluppare allora forme di “resistenza” all’oggettivazione spettacolarizzata del mondo, anche al fine di evitare che tale spettacolarizzazione possa trasformarsi in omologazione, fino a diventare  manipolazione? Come salvaguardare il diritto a non dover mostrare la nudità della propria esistenza a milioni di spettatori mantenendo al contempo il diritto/dovere all’informazione e quindi anche all’assunzione di decisioni da assumere rispetto a essa? Come evitare di cadere nelle trappole dei luoghi comuni di chi demonizza i nuovi media (per gli effetti perversi della “spettacolarizzazione dell’umano”) ipotizzando un impossibile nostalgico ritorno al passato?

La speranza è quella di suscitare reazioni che si trasformino in decisioni e quindi in azioni: azioni guidate da un pensare e da un sentire che si muovano nella logica e nella pratica di una cultura dell’accoglienza, spogliata di pietismi e intrisa di ragioni ed emozioni che si fondano su un’idea di umanità globale inevitabile in un mondo che è ormai planetarizzato, che è capace di vedere le potenzialità e i “vantaggi”– materiali e immateriali – prodotti dalla presenza di uomini e donne di altre etnie e culture e non soltanto gli svantaggi e le insidie.

Ecco allora che torna il progetto educativo di formazione di un pensiero critico e creativo, capace di interrogarsi e di discernere senza farsi manipolare, di prendersi il tempo per ragionare e riflettere sugli eventi e di non farsi oggetto e/o soggetto di strumentalizzazione degli stessi.

Ecco allora che torna il progetto educativo di relazioni intersoggettive capaci di “strappare” il singolo alla tentazione dell’individualismo autoreferenziale, dove ciò che conta è la merce e il consumo di esso piuttosto che la condivisione e il mutuo scambio.

Ecco allora che torna il progetto educativo di luoghi e contesti, pubblici e privati, in cui riscoprire e praticare la virtù del dialogo e del confronto, a partire dagli spazi intimi della casa e della famiglia per allargarsi alle pareti scolastiche e universitarie fino a coinvolgere i luoghi di lavoro, gli spazi della partecipazione sociale e culturale.

Ecco allora che torna il progetto educativo di una formazione etica e politica del cittadino che abita consapevolmente gli spazi pubblici ed è capace di esprimere la propria opinione su come re-agire di fronte alle trasformazioni epocali, facendo capire che tutto quello che avviene a livello globale - a partire dagli spostamenti di massa di gruppi di persone provenienti da più nazioni - lo interessa direttamente e lo coinvolge personalmente. Un progetto di educazione politica ed etica nel senso più pieno e alto del termine, che non lasci indifferenti i singoli accentuando un meccanismo di delega in bianco alle istituzioni, in tal modo assolvendosi rispetto agli eventi che vede scorrere quotidianamente sotto i suoi occhi, con l’alibi di chi dice (ma non pensa realmente, se non per giustificarlo a se stesso) che il problema va risolto dall’alto e che lui non è in grado di far nulla. L’indifferenza diventa lo stato d’animo più diffuso riveniente proprio dall’overdose di immagini spettacolarizzate di sofferenza e di dolore vero e proprio, una forma di difesa ma al contempo di autoassoluzione dalla fatica della cura solidale, sul piano emotivo come su quello materiale (fisico ed economico), la rinuncia a un superfluo che è diventato indispensabile,  le lusinghe di un apparire che anche solo per un giorno ti trasforma da invisibile spettatore a primattore.

Ecco allora che torna il progetto educativo di formazione necessaria per contrastare le nuove forme di analfabetismo digitale che continuano a discriminare chi “può” da chi “non può” permettersi di padroneggiare i nuovi media dell’informazione e della comunicazione e quindi non è messo nelle condizioni di governare, cognitivamente ed emotivamente, le radicali e continue trasformazioni della contemporaneità, la maggior parte delle quali ormai veicolate proprio dai nuovi media.

La responsabilità educativa è grande, troppo grande e assolutamente ineludibile, sia a livello dei singoli che delle istituzioni: come genitori, come docenti, come cittadini, come responsabili di media (nel nostro caso, come rivista Metis) ma anche come famiglia, come scuole, come università, come associazioni politiche, culturali, sociali, religiose. Un impegno che non ammette deroghe e non concede tempi lunghi.