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Comunicazione mediale e tecnologie digitali. Usi e abusi dei media nell’intervista a Roberto Maragliano
di Isabella Loiodice   
DOI: 10.12897/01.00098

Nel ringraziare Roberto Maragliano per il suo contributo, lucidamente critico, al tema oggetto della call, sottolineo in particolare l’indicazione di un approccio al tema scevro da pregiudizi e da luoghi comuni, come spesso capita quando si affronta una tematica di grande attualità quale quella della comunicazione mediale e dei suo “effetti”, tra i quali, appunto, quello della spettacolarizzazione.

L’immersione quotidiana che ciascuno di noi vive, in forma continuativa e totalizzante – molti di noi sono contemporaneamente connessi all’ipad, al cellulare, non di rado di fronte a una tv, in contatto virtuale con situazioni ed eventi che avvengono in tempo reale in più parti del mondo – costringe a ridefinire il ruolo e il peso che i media, nella loro plurale differenza, hanno rispetto al nostro modo di concettualizzare il mondo e, con esso, i rapporti con noi stessi e con gli altri. In tal modo ponendo, al centro della riflessione pedagogica e didattica, il ruolo fondamentale che i media (e soprattutto la loro molteplicità e diversità) hanno nel processo formativo, dall’infanzia e per l’intero corso della vita.


Le questioni affrontate nell’intervista da Maragliano sono molteplici e tutte complesse ed evidenziano il cammino di riflessione evolutiva di uno studioso che in forma pioneristica ha introdotto il tema dei media a scuola, a partire dall’ormai classico Manuale di didattica multimediale del 1994 e che continua, amplificato nelle forme e nei luoghi (virtuali e non), con il suo gruppo di ricerca del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive del Dipartimento e della Piazza Telematica dell’Ateneo di Roma3.


D: Qual è a tuo avviso il rapporto che lega le nuove tecnologie alle persone che le utilizzano? In che senso esse possono essere viste come “specchi della condizione umana”?


R: Riprendo qui un’osservazione di un classico della mediologia sociale cioè Storia sociale dei media, di Briggs e Burke, tradotto da tempo da Il Mulino, dove i due sostengono che i media sono ad un tempo agenti e specchi del nostro essere, fare, conoscere. Agenti perché contribuiscono a dar forma alla nostra esperienza, ma specchi perché ci fanno vedere cose di noi e del nostro stare nel mondo che preesistono al “rispecchiamento” e che non ci era dato di vedere. Ecco allora che dovremmo metterci nelle condizioni di chiederci che cosa ciascuno dei tre maggiori sistemi mediali in cui siamo immersi (la stampa, l’audiovisione, il digitale) ci induce ad essere ma anche cosa fa vedere di noi stessi a noi stessi. Non credo, assolutamente non credo alla teoria deterministica, che invece è fortemente promossa, perlopiù inconsapevolmente, da coloro che, sulla scorta di una fortunata ancorché riduttiva espressione di Umberto Eco, ci siamo abituati a etichettare come “apocalittici”. No, non sono determinista, come quelli che ritengono che la rete ci renda stupidi o distragga i nostri ragazzi. Penso invece che noi stabiliamo, quando ne siamo capaci, un rapporto di interazione con tutti i media che usiamo, e che di questo diventiamo capaci quando ci mettiamo nelle condizioni di concettualizzarli, i media, evitando di considerarli semplici veicoli di contenuto. Ecco, questo è, io penso, il problema prioritario, per l’educazione e prima di tutto per l’autoeducazione di noi stessi. Capire che siamo nella realtà, siamo realtà in quanto possediamo determinati filtri (percezione, sensibilità, cognizione, pensiero, lingua) la cui forma è coerente con la natura dei media che utilizziamo per intermediarci con l’altro, con il mondo circostante, con noi stessi. Percezione, sensibilità, pensiero cambiano a seconda che noi viviamo l’esperienza di media come il libro a stampa o come la televisione e il cinema o come la rete. Siamo essere multimediali, lo vogliamo o no, e con questa nostra pluralità costitutiva della nostra identità dobbiamo continuamente fare conti. Evitando ogni sorta di semplificazione, tipo quelle di cui sovente siamo vittime e involontariamente agenti, come capita quando identifichiamo la forma libro esclusivamente con l’oggetto cartaceo, facendoci (involontariamente?) veicoli di una guerra commerciale. Insomma, le cose che i media ci fanno vedere di noi stessi sono anche queste. E meno male che gli specchi di cui possiamo disporre sono molti, e che confrontandoli possiamo capire in che senso ciascuno tende a proporre e imporre sue particolari forme e deformazioni. Comunque chi vuole saperne più di tutta questa faccenda non ha che da rifarsi al saggio/manuale che ho scritto assieme a Mario Pireddu. Ha come titolo Storia e pedagogia nei media ed è disponibile solo in versione digitale presso tutte le librerie di rete (fino a Natale 2015 qui è proposto al prezzo promozionale di € 1,49: http://store.streetlib.com/storia-e-pedagogia-nei-media). Potrà poi, sempre che la cosa abbia interesse per lui/lei, seguire quel che dico, scrivo e faccio assieme al mio gruppo universitario tramite il blog http://LTAonline.wordpress.com.


D: In altre parole, le tecnologie digitali sono “buone” o “cattive”? Qual è la tua opinione anche in considerazione della progressiva torsione delle tecnologie digitali verso obiettivi non più informativi/formativi quanto prevalentemente di spettacolarizzazione, il più delle volte del tragico?


R: Tutte le tecnologie della comunicazione sono buone, a mio avviso, nel senso che amplificano la nostra capacità di interagire con il mondo. Come ho detto ci aiutano a capire chi siamo e cosa facciamo. Sempre che, però, vogliamo fare lo sforzo necessario per capire come funzionano. Cosa, questa, che non è soltanto tecnica, anzi lo è ben poco. Soprattutto una volta che la tecnologia l’abbiamo interiorizzata e dunque sta dentro di noi e opera come una sorta di natura. Così è naturale, per noi adulti alfabetizzati, conoscere il mondo attraverso la lettura di libri. Ma entrare nel merito di questa naturalezza e coglierne i meccanismi interni (sul piano della forma che essa dà al sapere) non è cosa agevole, richiede impegno, un forte impegno di riflessione. Da un certo punto di vista, il mio almeno, si potrebbe sostenere che la nostra è un’età particolarmente fortunata perché ci permette di mettere a raffronto differenti sistemi mediali, quindi differenti quadri mentali e sociali. Attenzione, però, qui non si tratta di dare delle valutazioni e di dire cosa consideriamo superiore e cosa inferiore, si tratta di capire ciascun sistema per come e per che cosa differisce dall’altro. Certo, la scuola e l’università conoscono solo un sistema, quello della stampa, e stanno, allo stato attuale, troppo pigramente sedute (anzi sdraiate) su di esso. Ma è probabile che questa situazione duri ancora poco, se non altro per ragioni economiche (c’è ancora tanta parte di mondo da portare o recuperare alla lettura ed è assurdo che si pensi di farlo attraverso un veicolo così antieconomico per produzione e distribuzione come il libro cartaceo, quando altri sono ormai alla portata di tutti). Quanto al problema della spettacolarizzazione, va tenuto presente che ogni sistema mediale agisce come una finestra sulla realtà (anche di noi stessi, come ho più volte detto), una finestra che può essere più grande o più piccola. La finestra della stampa ha decisamente più grate della finestra del digitale, dunque ci fa vedere meno cose ed è più facilmente controllabile, in questo sembra essere più buona e agire più positivamente, ma così non è. La storia del libro tipografico è puntellata di lotte per la libertà e per la censura. E lo stesso potremmo dire per il cinema o per la televisione. Cosa cambia, e drasticamente, con il digitale e la rete è che il controllo e quindi l’operazione di filtraggio non è più demandata ad un agente esterno (per esempio lo stato, la chiesa, l’editore riguardo al libro) ma allo stesso utente, che quindi deve essere messo nelle condizioni di usare consapevolmente e intelligentemente dei meccanismi di filtraggio, sia personali sia condivisi con la rete delle sue relazioni. Lì, qui sta il compito già attuale di chi svolge funzioni di educazione, compito che non può essere svolto positivamente se egli stesso, l’educatore, non si auto-educa a questa pluralità e differenziazione mediale. Su questo fronte le politiche nazionali hanno sostanzialmente fatto fallimento, in quanto troppo impegnate in azioni (volontarie o inconsapevoli) di contenimento di quella che ci ostiniamo ancora a chiamare nuova tecnologia. Basti pensare a quanto è ancora diffuso, nell’intellettualità nazionale, la diffidenza nei confronti del digitale e quindi la resistenza a farne piena esperienza personale. Tanti di quelli che esortano a diffidare non sanno di che parlano. Per limitarmi ad un solo esempio, leggo proprio oggi (19.11.15) su "Repubblica", in relazione ai tragici fatti di Parigi, quanto sostiene Daniel Pennac: "Purtroppo viviamo in una società che adora filmare la propria morte in diretta per farne un oggetto di consumo. Questa spettacolarizzazione sfrutta, nega e desacralizza un dolore che invece dovrebbe essere sacro", e via accusando i media di essere agenti di spettacolarizzazione dell'oscenità. È un tema molto serio che, io credo, non può essere affrontato con argomenti che confermino la sindrome della strega di Biancaneve, cioè la propensione a chiudere gli occhi su quel che i media fanno vedere attuando lo spegnimento (violento o morbido che sia) dei media stessi. Piuttosto si tratta di cercare di capire di che cosa è sintomo questa spettacolarizzazione che non si vorrebbe vedere ma che c'è e ha "successo"  (ore e ore alla tv e in rete a vedere e rivedere le scene cruente di Parigi, oggi, o di New York nel 2001, ecc.). Personalmente ho cercato di dare una risposta a questo interrogativo, attraversando i pensieri di Ariès, Elias, Morin sul tema della rimozione del senso morte ed associando questa analisi al tema della rappresentazione cinematografica, intesa come luogo di compensazione di tale "vuoto". Per questo ho parlato, appunto, di una Pedagogia della morte; è questo infatti il titolo del mio ebook del 2012, disponibile su IBS (http://www.ibs.it/ebook/maragliano-roberto/pedagogia-della-morte/9788897685098.html) e sulle principali librerie di rete.


D: Possono secondo te essere definiti dei limiti agli effetti più controversi di spettacolarizzazione del tragico? E in che modo? È evidente che pur lontani da ogni proibizionismo o censura non pensi che vi sia un irrisolto problema all'incrocio tra deontologia giornalistico-mediale dei produttori di narrazioni e formazione critica dei fruitori?


R: Siamo in una fase di passaggio, stiamo vivendo grosse e profonde trasformazioni nel nostro essere mondo e essere al mondo. È difficile darsi delle regole che abbiano valore assoluto. Anzi, se c’è un aspetto positivo nel cambiamento in atto, e non solo nei regimi comunicativi, è la perdita dell’illusione che ci possano essere degli assoluti in cui tutti dovrebbero riconoscersi. Quanto alla deontologia di chi svolge professionalmente funzioni comunicative, non posso che riandare a ciò che ho già detto. Un giornalista oggi come oggi non può essere tale solo se pensa alla carta e al rapporto unidirezionale (autore/lettore) che ne caratterizza il funzionamento, deve mettersi in gioco anche in ambito digitale e di rete, facendosi ben più di quanto non sia stato fin qui filtro critico e agente individuale di un filtraggio che comunque ha una matrice collettiva. In questo senso il suo compito dovrebbe essere di agire come meta-filtro del filtraggio sociale che è proprio della comunicazione di rete. E lo stesso si potrebbe/dovrebbe dire dell’educatore.


D: Da pedagogista, che tipo di riflessione e di azione ti senti di proporre?


R: Con una formula: impara a conoscere te stesso facendo tuoi con consapevolezza e saggezza tutti i media che ti sono proposti.