Interviste - Interviews Stampa Email
Ermanno Bencivenga. 5 note su Etica e Pedagogia nella Civiltà dell'immagine
di Pasquale Renna   

Come si è modificato il regime etico delle immagini in età contemporanea?  In che modo il fenomeno di spettacolarizzazione di eventi tragici, negativi o nefasti ad opera dei media si impone nella disgiunzione tra sguardo estetico e sguardo etico?

Se e come è possibile, oggi, educare al Bello e al Bene?

Tali sono alcuni degli interrogativi che sono stati posti a Ermanno Bencivenga, ben sapendo che il rapporto tra immagini, etica e pedagogia è stato variamente problematizzato nella storia del pensiero. Per non attenerci che all'età contemporanea, significativa è la riflessione heideggeriana sulla trasformazione del mondo in immagine ad opera del sub-jectum che lo percepisce come ob-jectum, ovvero come entità altra da sé, che gli sta di fronte, da dominare nel modo della produzione e del consumo.

«Quando il mondo diviene immagine, l'ente nel suo insieme è assunto come ciò in cui l'uomo si orienta, e quindi come ciò che egli vuol portare innanzi a sé e avere innanzi a sé; e quindi, in un senso decisivo, come ciò che vuol porre innanzi a sé [vor-stellen], rappresentarsi. Immagine del mondo, in senso essenziale, significa quindi non una raffigurazione del mondo, ma il mondo concepito come immagine. L'ente nel suo insieme è perciò visto in modo tale che diviene ente soltanto in quanto è posto dall'uomo che rappresenta e produce [her-stellen]». (Heidegger 1968, pp. 87-88).

L'uomo che rappresenta e produce, dunque, riplasma il mondo nel quale è inserito per edificarvi il proprio mondo, all'interno del quale si muove con destrezza, da padrone.

Oggi, con il bombardamento mediatico al quale ciascuno di noi è sottoposto e, soprattutto, con le tecnologie della comunicazione che propongono relazioni fondate sulle immagini, l’universo virtuale prodotto dall'uomo, più che mai, rischia di diventare l’unica realtà degna di considerazione. Tale realtà è composta da voci e colori su cui quasi mai viene effettuato il sano esercizio della riflessione e del vaglio critico. «Le immagini si affastellano con grande fretta al limitare della nostra coscienza» (Bencivenga, 5 note)

Si dimentica più che mai, oggi, che «le immagini sono portatrici di giudizi; il modo in cui sono costruite, tagliate e contestualizzate afferma un progetto di mondo, di umanità, di relazioni interpersonali. Un'immagine esprime un'etica» (Bencivenga 2015, p. 13).

Bencivenga, molto opportunamente, ci ricorda come le immagini siano sempre state utilizzate, nel corso della storia occidentale, con finalità educativa, per via del loro potere condizionante sull'uomo.

«Sebbene la tecnologia contemporanea abbia reso le immagini più pervasive e capillari di quanto siano mai state, la loro onnipresenza non ha dovuto aspettare i computer o la Rete per manifestarsi: c'è sempre stata. In senso lato, abbiamo sempre dentro un'immagine, e magari più d'una; e le immagini dentro cui siamo contribuiscono alla nostra condizione morale, attivando valori più o meno condivisi» (Bencivenga 2015, p. 45).

In età contemporanea si manifesta un inedito rapporto dell’uomo con la realtà: essendo il mondo divenuto immagine, esso viene totalmente assorbito all’interno del soggetto, che ne diviene, come già accennato, possessore. Non solo.

Nel mondo virtuale composto da immagini tutto è livellato. Tutto appare significativo per una manciata di secondi e, subito dopo, diviene del tutto insignificante. La velocità della fruizione delle immagini non aiuta la coscienza a riflettere sui molteplici e complessi nessi tra immagine e realtà. In tale quadro, persino le situazioni umane più dolorose divengono insignificanti, perché il fruitore ritiene di poterle dominare al pari di qualunque altra immagine di cui decide di fruire. Il tragico, così, viene reso oggetto di rappresentazione da parte di attori che inscenano situazioni nell’ambito delle quali non vi è più limite tra immagine e realtà.

La spettacolarizzazione del tragico, e l'ancor più tragica indifferenza che accompagna l'elaborazione e la fruizione della tragedia, in tale quadro, si prospetta, dunque, come il presentarsi, di-fronte (ob-jectum) al soggetto che costruisce il mondo a partire da se stesso, di elaborazioni grafiche prive di una meditata attribuzione di significato.

Chi fruisce lo spettacolo della tragedia respinge alcuni fondamenti dell'atteggiamento etico: la finalizzazione (e, come ci ricorda Nietzsche, il nichilismo consiste propriamente nell'assenza di fini: «manca la risposta al perché») del pensare-agire e, soprattutto, l'orientamento verso il Bene, inteso non in senso moralistico, ma come ciò che rende possibile l'azione perché la mette in luce.

«Ciò che descrivo è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene […]: l’insorgere del nichilismo. […]. Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al “perché?”. [… Dunque] non possiamo porre nessun aldilà o un “in sé” delle cose. Manca il valore, manca il senso. […]. Risultato [di questa svalutazione]: i giudizi morali di valore sono […] negazioni: la morale è volgere le spalle alla volontà di esistere» (Nietzsche, 1887, 0.2, 2-3, 11).

In seguito alla presa d’atto della mancanza di risposta al perché, l’epoca contemporanea che, sulla scia della riflessione nietzschiana, possiamo definire come età del nichilismo compiuto, prende atto dell’assenza di una posizione di senso e, perciò, vi rinuncia. Il senso svanisce, il sembiante della realtà scolora in una “infinita vanità del tutto”. Va detto che nella presa d’atto della vanitas, si cela la possibilità di una nuova posizione di senso. Questa non sopraggiunge in modo automatico, ma è necessario giungervi attraverso un processo educativo. È qui che si cela la sua notevole potenzialità pedagogica: proprio laddove manca la risposta, ancor più si infiamma la domanda. Essa si curva su se stessa e, pur presupponendo un’assenza di risposta, la reclama con sempre rinnovato slancio. Detto in altri termini, se manca la risposta al perché, ancor più urgente diviene porre la questione.

Si rende urgente, dunque, promuovere una progettualità pedagogica tesa a problematizzare il rapporto con le immagini nell'attuale società mediatizzata, al fine di evitare derive quali quella della spettacolarizzazione del tragico, e promuovere una cultura della consapevolezza e della responsabilità, propedeutica ad una cultura del Bello e del Bene.

Ermanno Bencivenga, professore di Filosofia all'Università della California, ci offre un valido contributo in tal senso.

 

Continuiamo, in questo numero, con le cinque "note".

 

 

 

Il Professore, nel corso di un pranzo di lavoro, ha cortesemente concesso un’intervista a MeTis il 28/10/2015 sui temi del suo ultimo libro dal titolo “Il bene e il bello. Etica dell’immagine”, nell’ambito di un suo ciclo di seminari tenutosi in Puglia.

Si ringrazia sentitamente la prof.ssa Rosa Gallelli per la supervisione scientifica del presente lavoro e la dott.ssa Mariella Procaccio per il supporto logistico.

 

Bibliografia

 

Bencivenga, E. (2015), Il bene e il bello. Etica dell’immagine. Milano: Il Saggiatore.

Heidegger, M. (1968), Sentieri interrotti. Firenze: La Nuova Italia.

Nietzsche, F. (1995), La volontà di potenza. Milano: Bompiani.