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Da Watzlawick a Bauman. La drammatizzazione della notizia ed il problema comunicazione-relazioni umane nella società tecno-globalizzata
di Giovanni Spagna   
DOI: 10.12897/01.00100

Analizzare il tema comunicazione in chiave multimediale e le sue conseguenze sulla società contemporanea, presenta delle difficoltà che non possono esimere dal riportarsi a studi precedenti. Paul Watzlawick (1967/2008),

nel primo dei cinque assiomi della comunicazione, definisce l’impossibilità per l’individuo di non comunicare, strutturando la sua analisi in chiave meta-comunicazionale ed evolvendola parimenti all’incremento della necessità del sapere, favorita dall’inizio della diffusione globale del media per eccellenza, la televisione.

 

A più di trent’anni dalla pubblicazione della Pragmatica della comunicazione umana del 1967 di Watzlawick, Zygmunt Bauman pubblica la sua Modernità liquida (2000/2002). L’opera analizza la forte instabilità della società contemporanea partendo proprio dall’idea della liquidità, che permea ogni aspetto delle relazioni umane, e di tempo/spazio, in cui egli, pur riconoscendo i vantaggi della multimedialità, non nasconde la sua preoccupazione per l’importanza dell'immediato, che, nell’accelerazione costante del progresso tecnologico, pregiudica fortemente la memoria del passato e la fiducia nel futuro. Il tema sarà perfezionato successivamente in Danni Collaterali (2011/2013), in cui Bauman affronta, tra l’altro, sia il problema della mutata percezione temporale della società globalizzata, che, in particolare, la superficializzazione dell’attenzione del pubblico, conseguente alla diffusione capillarizzata di internet nella società mondiale.

Da questo confronto tra i due studiosi nascono delle riflessioni, sia relativamente ad confronto temporale, che preventivo ed identico nella percezione del singolo, che confluiscono in una prima analisi di fenomenologie comunicative quali infotainment, information/opinion owerflow, approfondita poi in quel previsionismo accanito, tipico delle forme televisive, definite tv del dolore e tv-verità. Nello specifico esse divengono, da un lato, uno degli emblemi delle società industriali avanzate, nella drammatizzazione e teatralizzazione della vita reale, e, dall’altro, dinamica di riduzione simulativa del quotidiano al modello culturale contemporaneo, che porta inesorabilmente al distacco, prodotto dal canale virtuale, dall’etica dell’altro, a quel torpore emotivo che seppellisce, nell’indifferenza, la dimensione comunicativa umana.

Non poteva mancare, affrontando il tema della spettacolarizzazione del tragico, un approfondimento in chiave sociologica, che si snoda dalla teoria dell’economia-mondo di Wallerstein (1974/1982) alla necessità di un’attenta sociologia del soggetto. Il risultato, alla luce di quanto si sta verificando nel mondo di oggi, delinea un parametro idealtipico individuale che sembra sia isolarsi dalla società cui appartiene che difendersi dal bombardamento mediatico, acuendo, in questo modo, sia la liquidità delle relazioni umane che la cristallizzazione del coinvolgimento emozionale. In questo processo dicotomico di isolamento/difesa, l’interrogativo di fondo rimane la persistenza più o meno possibile della comunicazione tra ieri e oggi.

 

To analyze the key theme in communication media and its impact on contemporary society, presents difficulties which cannot exempt from reporting the issue in previous studies. Specifically, the starting point is based on Paul Watzlawick’s Pragmatics of Human Communication and on Zygmunt Bauman’s liquidity concept.

Paul Watzlawick (1967/2008),, in the first of the five axioms of communication, laid the foundation of impossibility to not communicate for the individual, by structuring his analysis on key meta-communicational and evolving it to the increase of the need of knowledge, also, favored from the global spread start of the media for excellence, television.

More than thirty years after the publication of Watzlawick’s Pragmatics of Human Communication in 1967, Zygmunt Bauman published his Liquid Modernity (2000/2002). The work analyzes the instability of contemporary society starting from the liquidity idea, which permeates every aspect of human relations, and time/space, where, while recognizing the benefits of multimedia, he does not hide his concern about the importance of the immediate, that, constant acceleration of technological progress, strongly affect past memory and  future confidence. This topic will be refined in Collateral Damage later (2011/2013), in which Bauman tackled, among others, the changed time perception problem in globalized society, and, in particular, public attention superficialiting, resulting from Internet spreading all over the world.

From this comparison between the two scholars several reflections are born, both in terms of temporal comparison, that quote and identical in the perception of the individual, included in a first analysis of phenomena such as infotainment communication, information / opinion owerflow, then depth in avid prevision dynamics, typical in forms of television such as TV set pain and tv-truth. This forms become one of the emblems of the advanced industrial societies, and in the dramatization of real life, first, and, second, reduction of daily dynamic simulation to the contemporary cultural model, which leads, inexorably, to a gap from the other ethics produced by virtual channel, to an emotional numbness that buries indifference the human dimension of communication.

We could not miss, addressing tragic spectacle theme, a sociological approach, which winds from Wallerste (1974/1982) in world economy theory to a need for a careful subject sociology. Result, in light of what is happening in the world today, outlines an individual ideal type parameter that seems both to isolate itself from own society, that defend the media bombardment, sharpening, in this way, both the liquidity of human relations that crystallization emotional involvement. This isolation / defense dichotomous process, reports to a final basic background question; the aggressive media in which the subject is constantly subjected, and the constant danger of total fading of human interactions due to it, allow a comparison or a mere possibility of communication between yesterday and today yet?

 

1. L’analisi situazionale dell’interazione. Paul Watzlawick

 

“Non si può non comunicare”. Con questa affermazione Paul Watzlawick, eminente psicologo e filosofo austro-americano, definiva, nella sua celeberrima opera Pragmatica della comunicazione umana del 1967, il primo dei cinque assiomi della comunicazione. Interessante riflettere subito su due termini usati dallo studioso: pragmatica, riferito probabilmente alla capacità che l’azione comunicativa ha nell’influenzare i comportamenti umani; assiomi, come verità evidenti e indiscutibili.

Se, quindi, per la Pragmatica la comunicazione si struttura assiomaticamente, la funzione degli assiomi è descrivere semplici principi che, però, come afferma l’autore, hanno profonde implicazioni sui comportamenti tra i comunicanti. Il primo assioma, nella fattispecie, assolve ad una funzione che Watzlawick (1967/2008) spiega in chiave meta-comunicazionale, ovvero come comunicazione sulla comunicazione, e che si traduce praticamente nell’impossibilità a non avere un comportamento. Secondo lo studioso, infatti, “c’è una proprietà del comportamento che difficilmente potrebbe essere più fondamentale e proprio perché è troppo ovvia spesso viene trascurata: il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole […], non è possibile non avere un comportamento” (Watzlawick, 1967/2008, p. 40).

Senza inoltrarsi nei particolari dello studio di Watzlawick (1967/2008), lo stesso afferma inoltre che, per quanto sia impossibile non comunicare, uno dei comunicanti, per sua volontà, può anche ritirarsi dalla comunicazione, pur essendone influenzato, attraverso determinate azioni (rifiuto, squalifica, ecc.). Se quanto finora affermato viene proiettato nel contesto dell’attuale comunicazione multimediale, sembra evidente che ritirarsi, sfuggire al conseguente bombardamento mediatico diventa decisamente difficile. Tra i due comunicanti, l’individuo e i media, il primo diventa semplice ricevente/subente un messaggio (gossip, spettacolarizzazione del tragico, tv del dolore, talk-show) al quale/dal quale sembra adattarsi/difendersi, isolandosi emotivamente e cognitivamente.

Nel 2000, Zygmunt Bauman, pubblica la sua Modernità liquida. L’opera analizza la forte instabilità della società contemporanea partendo proprio dall’idea della liquidità. “Il termine, secondo l’Autore più appropriato che descrive la realtà contemporanea, è modernità liquida, mediante il quale si recupererebbe sia la continuità rispetto all’epoca moderna sia la discontinuità nel senso di mancanza di radicamento, di solidità”. (Toscano, 2006, p.408). In questa dicotomia di continuità/discontinuità, Bauman (2000/2002) analizza la pervasione concettuale della liquidità in ogni campo del sociale, da quello individuale a quello relazionale, da quello lavorativo a quello spazio-temporale. A quest’ultimo campo in particolare, l’autore dedica il terzo capitolo del testo, intitolato appunto tempo/spazio, che affronta, tra l’altro, le conseguenze che il progressivo aumento della velocità della comunicazione e degli spostamenti, attraverso la modernità liquida, sta portando nella società umana. Il sociologo polacco riconosce il vantaggio dell’acquisita immediatezza esperienziale, ma mette in guardia da quanto questa importanza dell'immediato, nel mondo attuale, compromette pericolosamente la memoria del passato e la fiducia nel futuro, “ponti culturali e morali tra fugacità e durabilità” (Bauman, 2000/2002, p. 147).

In Danni Collaterali del 2011, Bauman amplia e perfeziona il concetto spazio/tempo, specificandolo sulla comunicazione digitale e strutturandolo in due fasi. Nella prima fase, egli parte dalla mutata percezione temporale, che non permette più di programmare l’esistenza dell’individuo. Questo mutamento si materializza nel qui ed ora, generato dalla tecnologia digitale, che mantiene la società sempre connessa, erodendo il tempo del privato. Successivamente, esaminando il tema dell’informazione ai tempi della rivoluzione digitale, l’autore parla di una superficializzazione, scaturente dall’adattamento alle condizioni create dal Web e dalla multimedialità, che rende l’attenzione del pubblico labile, vaga. Internet ha consentito secondo lo studioso l’accesso alla sfera pubblica, mettendo l’informazione alla portata di tutti; ma ha immancabilmente scoperto anche il lato negativo di questa disponibilità, ovvero l’esposizione dell’intimità, il venir meno della privacy. Proprio a proposito di quest’ultima, Bauman (2011/2013) specifica che “gli occasionali moniti circa i rischi letali che la privacy e l’autonomia individuale corrono, […] e la graduale, ma inesorabile, trasformazione di quest’ultima in una sorta di teatrino di varietà, producono, sull’agenda pubblica, e in particolare sull’attenzione generale, scarse ripercussioni” (p. 98). Soffermandosi sul paradosso, (di fatto occultato per sopire attenzione ed eventuali reazioni), della deregolamentazione e dell’individualizzazione dei doveri e delle funzioni tra Stato ed individuo, apparentemente strumenti di massima affermazione dei diritti individuali, in realtà, spiega Bauman (2011/2013), essi sono intenti “a prosciugare le fondamenta stesse dell’autonomia individuale, privandola così dell’antica attrattiva che faceva di questa un valore ambitissimo” (p. 98).

 

2. Una sintesi in funzione di una cornice teorica

 

Ciò che sembrerebbe affiorare concettualmente quindi, ponendo in relazione il pensiero dei due studiosi a proposito della comunicazione, consente di formulare più ipotesi.

Innanzitutto, riprendendo il primo assioma di Watzlawick (1967/2008), l’impossibilità a non comunicare è tuttora reale/possibile anche nella società contemporanea, a distanza di quasi 50 anni dalla pubblicazione della Pragmatica, oppure la concezione di soggetto umano come essere comunicante oltre che pensante, emotivo, e sociale, e quella di comunicazione umana come dimensione sociale, partecipativa e cognitiva (Anolli, 2006), sembrano ormai legate ad un passato ormai cancellato dall’era digitale?

In secondo luogo, se la stessa assiomatica implica conseguenze importanti sul comportamento dei comunicanti, si può ipoteticamente pensare che, alla luce di questa comunicazione a senso unico, dettata dallo strumento multimediale, determinate trasformazioni a livello cognitivo-comportamentale, come il congelamento cognitivo/emozionale e l’isolamento sensoriale conseguente alla diffusione della tv del dolore e alla spettacolarizzazione della notizia, siano segnali di allarme inequivocabili di un’iperesposizione mediatica ~che, sta pericolosamente offuscando l’umanità della comunicazione, e che va quindi arginata e controllata.

In terzo luogo, il mutamento del concetto di tempo che, come spiega Bauman, sfugge ormai ad una logistica esistenziale ed umanamente dimensionale, potrebbe essere ulteriore causa dell’offuscamento relazionale. La costante accelerata diffusione della tecnologia multimediale sembra cancellare quello che (e se) è rimasto dell’idea del vivere armonico, della perfetta integrazione, della dimensione umana, comunitaria, di stampo tönniesiano (Tönnies, 1887/2011). Gli effetti della globalizzazione, della modernità liquida, dell’importanza dell’immediato, del qui ed ora, sembrano dissolvere ogni concretezza delle relazioni umane, in un vortice in cui l’informazione, la cultura, il diritto a sapere si mercifica e si consuma. La superficializzazione dell’informazione, l’obiettivo dell’audience, lo spettacolo del tragico, l’accanimento mediatico, la violazione della privacy, dell’intimità, non lasciano tempo al tempo, ad alcun adattamento percettivo/cognitivo del soggetto ricevente/subente, che, si potrebbe pensare, si difende da quest’attacco escludendo la sua umanità da quella dell’altro, da chi non è lui (Ponzio, 2007).

In una recentissima Lectio Magistralis, tenuta lo scorso 17 aprile presso l’Università del Salento,[1] la preoccupazione dell’eminente professore polacco sull’urgenza di una più attenta gestione dell’informazione si è manifestata pienamente. Bauman infatti, ha spiegato che, “nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso […], affinché́ risultino adeguati alle nuove sfide sociali” (Bauman, 2015, p. 11), concludendo infine con una domanda, che non può esimere da una riflessione inquietante: “è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo” (Bauman, 2015, p. 12).

Se si pone quindi a confronto il pensiero di Watzlawick (1967/2008), che scrive che è impossibile per l’uomo non comunicare, e quello di Bauman, che denuncia con preoccupazione la dissolvenza delle relazioni umane e la superficialità spettacolarizzata e mercificata della notizia, acuita dalla tecnologia mediatica, si potrebbe infine affermare che se non si può non comunicare all’epoca di Watzlawick, oggi non si può comunicare nella società liquida di Bauman?

Da quest’interrogativo si svilupperebbe un possibile continuum di riferimento tra i due autori, in cui le logiche nella nuova comunicazione e della sua dissoluzione s’intersecano in modo preoccupante.

Partendo dalle contraddizioni della società contemporanea, il processo globalizzante ha ispessito, come spiega Longo (2005), la perdita di senso dell’individuo, acuita paradossalmente proprio da un’evoluzione tecnologica della comunicazione, che in teoria dovrebbe favorire la comprensione del mondo, riducendolo di complessità.

Dunque, la fisiologicità del pensiero di Watzlawick, si riconfermerebbe tale a distanza di mezzo secolo, e inoltre migliorata in virtù del vantaggio che la tecnologia offrirebbe all’uomo in tal senso. L’attuale fisionomia globalizzata e capitalistica della stessa tecnologia, però, ha operato sulla comunicazione un’ulteriore fonte di confusione nell’opinione pubblica, incrementando esponenzialmente la perdita di senso attraverso la spettacolarizzazione del dramma. Queste dinamiche confluirebbero nella visione pessimistica di Bauman (2000/2002) di modernità liquida, che, nello specifico, dimostrerebbero quando la pervasione dissolutiva delle relazioni umane, analizzata dal sociologo polacco, sarebbe favorita da un eccesso incontrollato di diffusione mediatica, da cui il soggetto si difende isolandosi emotivamente.

La sintesi finale tra l’impossibilità umana della non-comunicazione di Watzlawick (1967/2008), e la dissoluzione relazionale umana di Bauman, può perciò, ipoteticamente e drammaticamente, ridursi in una carenza di umanità e in un eccesso di multimedialità.

 

3. Analisi della spettacolarizzazione del tragico

 

Quanto detto finora potrebbe essere riportato al fenomeno del cosiddetto infotainment, e, [2]nell’ambito dello stesso, a quello che è stato definito, information/opinion owerflow, per specificare la ridondanza mediatica sui casi di cronaca più noti. Con infotainment si definiscono le dinamiche che creano e producono la notizia-spettacolo. Esso può essere letteralmente tradotto come spettacolo dell’informazione, elaborato, nella formula più nota del rotocalco televisivo, per aggiudicarsi, attraverso l’adozione del genere spettacolo, il variabile livello di audience del pubblico. Nell’accanimento mediatico cui l’individuo viene sottoposto attualmente, una notizia, per attirare l’attenzione, deve essere amplificata, drammatizzata. Lo strumento di raggiungimento dello scopo passa dalla tecnologia: dalla radio alla TV, ma anche a quello che viene definito Mobile Infotainment System (comunicazione su Ipod, tablet, e smartphones ecc.), mentre la tecnica di spettacolarizzazione più in voga negli ultimi anni è quella del talk-show, strutturata su tutte le previsioni televisive della “tv-verità” e della “tv del dolore”, che tendono a costruire un ambito tematico intorno alle storie raccontate, specializzandosi per tipologie umane e sociali. Ciò comporta, sovente, un’estremizzazione dei contorni drammatici della storia, sino a creare quel risultato neotelevisivo per cui, come scrive Stella (1999), la “’realtà reale’ appare più interessante, avvincente e spettacolare della fiction” (p. 118). Esempi di queste forme di tv possono essere la tragedia di Vermicino del 1981, o i recentissimi casi dei delitti Scazzi e Gambirasio, nonché della tragedia della Costa Concordia.

Pur riconoscendo a diversi livelli il diritto all’informazione, al dovere di cronaca e alla libertà di stampa sancita a livello costituzionale (art. 21), rimane comunque evidente che quanto sopra illustrato tenda a superare determinate barriere etiche e sociali, in nome dello share e dell’aggiudicazione mediatica. Considerando ad esempio, tra i casi sopracitati, il delitto di Avetrana, risalente al 26 agosto del 2010, l’omicidio della 15enne Sarah Scazzi è divenuto tristemente emblema di come il senso del limite e la spettacolarizzazione del dramma potesse raggiungere e superare ogni estremo. La percezione di un grottesco e paradossale voyerismo generato dal monitoraggio continuo della casa luogo del delitto e da azioni a dir poco barbare e disumane, come i peregrinaggi “turistici” presso casa Misseri, lo sciacallaggio delle notizie rubate, le violazioni continue, violente, di una vita spogliata ormai da ogni senso di umanità e privacy, unite alla caccia alla notizia da diffondere più velocemente possibile, alla novità, alla ripresa dei personaggi tenuti sotto tiro dalle telecamere, ha rappresentato per mesi il grasso foraggio della curiosità morbosa del pubblico, abbondantemente alimentata dai media in nome del diritto di cronaca e di quello (avido) di sapere dell’opinione pubblica.

“Una delle caratteristiche peculiari delle società industriali avanzate è che l’esperienza teatrale sia divenuta parte integrante della quotidianità […] ad un livello quantitativo tale, rispetto alle epoche precedenti, da apparire una radicale trasformazione qualitativa[…] è chiaro ormai che, attualmente, assistere alla simulazione drammatica di un’ampia serie di esperienze della vita reale fa parte a pieno del modello culturale contemporaneo” (Williams, 1974/2000, p. 80).

Il quadro generale sembra offrire quindi un’immagine di sfondo in cui la drammatizzazione, la tv del dolore, lo sciacallaggio mediatico, attraverso la tecnologia, propongono la notizia in più versioni possibili ed incalzanti; in nome dell’ascolto si produce una elaborazione del dolore altrui che scivola nella teatralità di uno show, in cui i protagonisti del dramma diventano attori, abilmente manipolati, dai produttori di scoop.

Sintetizzando, quindi, con le parole di Marinozzi (2009), le dinamiche portano, inevitabilmente “a due conseguenze: a) una mescolanza di formati (risultato finale del flusso); b) una “teatralizzazione”, o meglio spettacolarizzazione della vita: la televisione, in quanto strumento spettacolare, riproducendo ed inserendosi nella quotidianità, trasforma la stessa a propria immagine e somiglianza, come se si dovesse assolvere ad istanze pedagogiche di tipo nuovo” (p. 4).

L’imperativo di un più attento controllo dei canali multimediali inoltre, viene urgentemente acuito dalla conseguenze di questa corsa alla produzione dello show, del pettegolezzo. Si assiste ormai ad un inevitabile processo di distacco tra ciò che realmente la situazione rappresentata dalla notizia è, e quella che viene mostrata, montata, manipolata. L’opinione pubblica, bombardata, satollata, abituata alla multiformità della stessa notizia, sembra reagire con una specie d’ibernazione sensoriale, che isola pensiero, coscienza, senso critico. La distanza dai luoghi, dai fatti, dai protagonisti, resi dai media oggetti da fiction, porta ad un allontanamento dell’uomo dall’uomo nel distacco apatico prodotto dal canale virtuale, dall’etica dell’altro, dell’identico dall’altro (Ponzio, 2007), da una solidarietà al dolore che nasconde/seppellisce la dimensione comunicativa dell’umanità sotto un inevitabile torpore emotivo.

Un’ulteriore riflessione sul tema può concentrarsi sulle conseguenze della rivoluzione multimediale. Essa infatti, in tutte le sue ramificazioni, sta inevitabilmente producendo, attraverso la comunicazione, un mutamento epocale che va ben oltre la novità tecnologica dei diversi strumenti (televisione, computer, Internet, ecc.). Tale mutamento diviene portatore di una filosofia che genera un nuovo tipo di uomo e di società. Scienze come la sociologia hanno affrontato il tema soffermandosi sull’analisi ”di una vigile sociologia del soggetto, in grado di andare oltre l’individualismo razionalista e anche oltre le logiche d’azione del mercato e dell’interesse economico” (Cavallo, 2005, p.105). In quest’ambito può collegarsi, nell’insieme, il termine "economia-mondo", coniato dal sociologo americano Wallerstein (1974/1982), da cui discende la "comunicazione-mondo". Lo studioso spiega come lo strutturarsi di quest’ultima su quei fattori di carattere culturale, sociale ed economico di portata territoriale, più vasta rispetto a quella controllabile da un'entità politica, designa le trasformazioni e le specifiche dimensioni che il sistema della comunicazione su scala planetaria va assumendo. In questa chiave di lettura, il nuovo idealtipo sociale ed umano assorbirebbe il contesto ibernante di cui si è parlato precedentemente, fedele a quella multiformità di effetti mercificanti tipici della società globalizzata ed acuito dal bombardamento mediatico, in cui la dissolvenza delle relazioni umane sembra acuita, favorita, quasi incoraggiata. A tal proposito, se consideriamo l’inevitabile processo di omologazione mediatica visto già ai tempi di Pasolini, l’iperdiffusione mediatica della notizia tragica manipolata come gossip, e la sempre più marcata standardizzazione agli schemi comuni, che impone all’individuo l’uniformità del pensare e sentire, annullando qualsiasi soggettività critica per sentirsi come gli altri e con gli altri, il nocciolo della critica di Bauman (1998/1999) alla mercificazione delle esistenze e all'omologazione planetaria diviene sempre più tangibile e spietato nella condanna alla disgregazione della società.

Oggi, nell'era dei mass media, analizzare i significati dei canali informativi e della modalità di diffusione della notizia nella loro evoluzione, cercando di spiegarne il collegamento profondo con i poteri oppressivi e provando ad evidenziarne le menzogne e i limiti, può essere modo per riscoprire e riappropriarsi di una comunicazione più autenticamente umana. Seguendo il pensiero di Andreoni (2009), probabilmente la straordinaria opportunità di cambiamento che la comunicazione offre oggi, come non mai può essere chiave d’accesso alla trasformazione delle relazioni umane e del mondo che ci circonda.

Il fenomeno dell’infotainment, è stato, infine, oggetto di uno studio intitolato “La televisione del dolore; un’indagine sulle cattive pratiche televisive”, presentato a Roma il 24 marzo scorso dall’Ordine nazionale dei giornalisti. La sintesi dei risultati di tale studio esprime pienamente quanto la raffigurazione strumentale del dolore ed il suo spettacolo, l’eccesso patemico nel racconto, il processo virtuale, abbiano creato delle vere e proprie aree di criticità preoccupante che, nella maggior parte dei casi, superano la deontologia professionale e s’immergono in quell’accanimento mediatico che “enfatizza la vocazione inquisitoria dei programmi televisivi, favorisce l’irruenza di inviati, produce un rischio tangibile di invadere la riservatezza altrui e danneggiare la reputazione, fornisce dettagli macabri nell’incuranza della sensibilità degli spettatori”.

 

4. Conclusioni

 

Il concetto di infotainment, quindi, diventa fulcro di riflessione tra comunicazione e dissoluzione comunicativa. Se, per quanto detto finora, la realtà drammatica della notizia-spettacolo inquadra i modelli culturali contemporanei, che a loro volta si conformano/piegano alle trasformazioni che la tecnologia multimediale ha inevitabilmente portato nella società, sembra evidente che la spettacolarizzazione dell’informazione, la trasformazione in fiction della realtà reale, catturi/coinvolga, seppur spesso coattivamente, un’opinione pubblica sempre meno emotivamente reattiva. Il derivante isolamento sensoriale che distacca pensiero, coscienza e senso critico, pone l’accento sull’impossibilità di non-comunicare, di cui Watzlawick ha trattato, fortemente mediata dalla natura commerciale dei nuovi sistemi di comunicazione. L’infotainment diverrebbe così uno strumento che, se da una parte ha creato un nuovo modus di trasmettere/comunicare i fatti, dall’altro ha negativizzato l’azione positiva del diritto di cronaca, oscurando qualsiasi considerazione dell’individuo, sia che venga coinvolto come oggetto che come destinatario; l’oggetto, il protagonista della notizia-fiction, viene di conseguenza spogliato della sua umanità, privato di qualsiasi diritto: di privacy, di rispetto del dolore, di dovuta discrezione, come il destinatario, il bersaglio del bombardamento mediatico, viene a sua volta privato della possibilità di acquisire emotivamente i fatti al di fuori di una logica consumistica e votata unicamente allo share.

Le opportunità che la comunicazione offre oggi sono estremizzate e rese autodistruttive nel loro eccesso.

Se la Pragmatica specifica la comunicazione come umana (Watzlawick, 1967/2008), è evidente che dis-umanizzando l’individuo non ci può essere comunicazione reale, ma solo una pseudo-comunicazione di mercato. Quindi, anche se la multimedialità, riprendendo Andreoni (2009), fornisce una straordinaria chiave d’accesso alla trasformazione delle relazioni umane e del mondo che ci circonda, tale comprensione sarebbe viziata paradossalmente da quelle dissoluzioni relazionali tipiche della mercificazione delle esistenze e dell'omologazione planetaria, che Bauman (2000/2002) ha condannato nella sua liquidità.

 

Bibliografia

 

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