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Populismo digitale. Intelligenza collettiva e connettiva
di Carlo Bosna   

L’enorme quantità d’informazione di cui possiamo disporre e che passa attraverso i media transitando sui diversi canali spesso condiziona le scelte di chi è alla continua ricerca d’intrattenimento.

Questo rapporto interattivo e reciprocamente condizionante esprime appieno il concetto di “intelligenza collettiva”, quella funzione particolare che supera tanto il pensiero di gruppo, quanto la cognizione individuale, permettendo a una comunità di cooperare mantenendo prestazioni intellettuali affidabili.

L’affermazione del cyber-guru, capace di entusiasmare e aggregare il pubblico della Rete con i suoi messaggi dal sapore populista, trova così terreno fertile e si diffonde grazie al consenso di gruppi che diventano anche attori protagonisti sulla scena, anzi della wikipolitica in cui anche l’ultimo arrivato può aggiungere il suo contributo attraverso un post, un tweet, un messaggio in bacheca. Questa fluidità nella costruzione dell’azione politica gioca anche sull’idea dell’empowerment del cittadino che non solo subisce i messaggi, ma trova spazio anche per pubblicare le sue idee contribuendo – consapevolmente o meno – alla costruzione di un dibattito trasversale che nasce dal basso e che si fonda sul sapere di molti diluito nel network.

Il successo della Rete come medium versatile e più credibile è ulteriormente accentuato dalla crisi di autorevolezza dei canali tradizionali sempre più assimilati a quella sfera pubblica ufficiale a cui il nuovo protagonismo politico cerca di sottrarsi. La Rete è una grande vetrina che ha rivoluzionato tutto e spesso dà l’illusione che si possa contare di più. Si parla anche di “pedagogia civile”: per evitare di essere trascinati in una spirale solo populistica e protestaria, c’è bisogno che le nuove minoranze esprimano un’élite competente, democratica e inclusiva.

Da qui il successo dei blog, dei social network e la celebrazione di novelli profeti del web che arringano i followers con la proposta di temi di largo consenso e riscuotono successi strepitosi in forma di commenti e aumento di fans. Chi svolge questa funzione adulatoria si sente in dovere di formulare proposte politiche tese a gratificare i desideri di rivalsa del popolo, anche se tali proposte non sarebbero idonee ad incidere efficacemente sui problemi complessi della società. La loro funzione è solo strumentale, perché diretta a perseguire obiettivi di conquista o conservazione del potere.

L’internet è il terreno di gioco più efficace per giocare e vincere partite politiche a colpi di dichiarazioni populiste sparate sulla Rete, a volte, con eccessiva disinvoltura e senza badare troppo alle conseguenze, oppure auspicando polemiche e polveroni tanto graditi all’opinione pubblica.

Negli ultimi anni, in Italia e altrove, la partecipazione politica ha subìto cambiamenti irreversibili tra cui la nascita dell’attivismo “orientato alla causa” i cui scopi sono quasi sempre legati ad un unico aspetto della vita sociale.

 

The great amount of information available to us, spreading through various media channels, often affects the choices of those who are constantly looking for entertainment.

This interactive and mutually conditioning relationship fully expresses the concept of "collective intelligence", i.e. that particular function that goes way beyond groupthink as much as individual cognition, allowing a community to cooperate in maintaining reliable intellectual performances.

The rise of the cyber-guru, able to arouse enthusiasm and aggregate the online community with its populist-flavored messages, finds fertile ground thanks to the groupthink consensus of the wikipolitics, where even newcomers can be protagonists and give their contribution through a post, a tweet or a message on the bulletin board. This fluidity in the construction of political action hinges on the concept of empowerment of the citizen who is no more merely the target of the message, but can also find a place to promote his ideas, contributing in this way – consciously or not – to the creation of a grassroots, cross-examination debate based on the knowledge of the many, diluted across the network.

The success of the Web as a medium versatile and more credible is further accentuated by the crisis of authority of traditional channels increasingly assimilated to that official public sphere in which the new political actors trying to escape. The Net is a great showcase that revolutionized everything and often gives the illusion that we can count more. There is also talk of "civil pedagogy" to avoid being dragged into a spiral only populist, need that new minorities express elite responsible, democratic and inclusive.

From here the success of blogs, social networks and the celebration of the web prophets weds who harangued the followers with the proposed topics of broad consensus and collect resounding successes in the form of comments and gain fans. Who performs this function flattering feels compelled to formulate policy proposals designed to gratify the desires of revenge of the people, even if these proposals are not likely to affect effectively in the complex problems of society. Their function is only instrumental, because directed toward goals of conquest or preservation of power.

The Web is the most effective pitch to play and win matches in political shots fired populist statements on the Internet, sometimes with excessive ease and without paying much attention to the consequences, or hoping controversy and fuss much welcome the public.

In recent years, in Italy and elsewhere, political participation has undergone irreversible changes such as the birth of activism "cause-oriented" whose aims are almost always tied to a single aspect of social life.

 

1. Intelligenza collettiva e uso del web

 

Dick Morris, ex consigliere strategico del presidente Bill Clinton, afferma: “Internet offre un potenziale per la democrazia diretta così significativo che può trasformare in meglio non solo il nostro sistema politico, ma la nostra stessa forma di governo... Oltrepassando i rappresentanti nazionali e parlando gli uni con gli altri, i popoli del mondo useranno sempre di più internet per formare un'unità politica per il futuro” (Morris, 2001).

Appare chiaro che l’integrazione del mezzo telematico in ogni contesto sociale spinge sempre più a nuovi approcci teorici basati su strumenti in grado di comunicare e condividere la conoscenza.

La linea guida scelta è coerente rispetto al “meraviglioso sogno” di Tim Berners Lee, che ha forgiato il WEB fino ad oggi:

  • la condivisione delle conoscenze e delle intelligenze potenziate dall’uso di internet;
  • la possibilità che i computer si parlino e si capiscano, grazie allo sviluppo del Semantic WEB [1].

L’enorme quantità d’informazione di cui possiamo disporre e che passa attraverso i media transitando sui diversi canali, spesso condiziona le scelte di chi è alla continua ricerca d’intrattenimento.

Questo rapporto interattivo e reciprocamente condizionante esprime appieno il concetto di “intelligenza collettiva”, quella funzione particolare che supera tanto il pensiero di gruppo, quanto la cognizione individuale, permettendo a una comunità di cooperare mantenendo prestazioni intellettuali affidabili.

L’affermazione del cyber-guru, capace di entusiasmare e aggregare il pubblico della Rete con i suoi messaggi dal sapore populista, trova così terreno fertile e si diffonde grazie al consenso di gruppi che diventano anche attori protagonisti sulla scena, anzi della wikipolitica in cui anche l’ultimo arrivato può aggiungere il suo contributo attraverso un post, un tweet, un messaggio in bacheca. Questa fluidità nella costruzione dell’azione politica gioca anche sull’idea dell’empowerment del cittadino che non solo subisce i messaggi, ma trova spazio anche per pubblicare le sue idee contribuendo – consapevolmente o meno – alla costruzione di un dibattito trasversale che nasce dal basso e che si fonda sul sapere di molti diluito nel network.

Parlando di intelligenza collettiva e delle sue relazioni con “l’intelligenza connettiva” è necessario analizzarne le fondamenta, ovvero i concetti di “apprendimento come processo sociale” e quello di “intelligenza collettiva” in rapporto al Web. Lo scenario culturale oggi, infatti, passa attraverso le nuove tecnologie con l’ambizione di incidere sui processi democratici.

Il successo della Rete come medium versatile e più credibile è ulteriormente accentuato dalla crisi di autorevolezza dei canali tradizionali sempre più assimilati a quella sfera pubblica ufficiale a cui il nuovo protagonismo politico cerca di sottrarsi. La Rete è una grande vetrina che ha rivoluzionato tutto e spesso dà l’illusione che si possa contare di più. Si parla anche di “pedagogia civile”: per evitare di essere trascinati in una spirale solo populistica e protestaria, c’è bisogno che le nuove minoranze esprimano un’élite competente, democratica e inclusiva (Esposito & Galli, 2000).

È oltremodo facile che ci si innamori della struttura ascendente di Internet e che ci si convinca della sua infinita bontà. Questo può però, limitare, la nostra indipendenza. Il network può, infatti, modellare la visione e l’interazione con il prossimo.

Questo è il paradosso dell’intelligenza collettiva. Il network rende più difficile il pensiero indipendente.

Da qui il successo dei blog, dei social network e la celebrazione di novelli profeti del web che arringano i followers con la proposta di temi di largo consenso e riscuotono successi strepitosi in forma di commenti e aumento di fans. Chi svolge questa funzione adulatoria si sente in dovere di formulare proposte politiche tese a gratificare i desideri di rivalsa del popolo, anche se tali proposte non sarebbero idonee ad incidere efficacemente sui problemi complessi della società. La loro funzione è solo strumentale, perché diretta a perseguire obiettivi di conquista o conservazione del potere.

L’internet è il terreno di gioco più efficace per giocare e vincere partite politiche a colpi di dichiarazioni populiste sparate sulla Rete, a volte, con eccessiva disinvoltura e senza badare troppo alle conseguenze, oppure auspicando polemiche e polveroni tanto graditi all’opinione pubblica.

 

 

 

Una delle cose più affascinanti in Internet in generale è che le persone che stanno generando questa enorme quantità di contenuti ogni giorno, che stanno investendo il loro tempo organizzando linkando, commentando sui temi e sui valori di Internet lo stanno facendo principalmente in modo gratuito. Non sono retribuiti in nessun modo se non in attenzione e in reputazione guadagnata facendo un buon lavoro. Un modello open source potenzialmente applicabile ad una moltitudine di situazioni.

Negli ultimi anni, in Italia e altrove, la partecipazione politica ha subìto cambiamenti irreversibili tra cui la nascita dell’attivismo “orientato alla causa” i cui scopi sono quasi sempre legati ad un unico aspetto della vita sociale.

Tale attivismo è spesso presente nelle aree definite della sub-politica e rappresenta una nuova modalità di impegno civico.

Nascono quindi nuovi parametri considerati quasi assiomi della comunicazione politica dell’era dell’Informazione:

  • Si può fare comunicazione politica anche con un tweet o con un post su facebook o comunque scegliendo lo strumento più adatto alle proprie attitudini;
  • Si fa politica in qualsiasi momento del giorno e della notte, approfittando del tempo libero;
  • Si fa politica anche usando la satira. L’interattività della Rete lo consente.

Nel capitolo “comunicazione e media” del 48° rapporto Censis 2014, l'internet è ritenuto il mezzo più credibile ed esplode l’uso dei social network.

Il desiderio di chiunque di pubblicare i propri pensieri liberamente e gratuitamente è dunque esaudito e l’incremento costante dei consumi multimediali ne è la prova inoppugnabile.

 

 

The digital consumer report 2014 nielsen

Il 31% del tempo passato online dagli italiani è sui social media (media mondiale 22,5%).

Internet è il luogo della democrazia.

Internet è pieno di dati, molti dei quali sono ‘spazzatura’.

Su Internet tutto deve essere gratuito.

I commenti maggiormente positivi sul ruolo di internet arrivano da persone con alto livello di istruzione.

Principali strumenti a disposizione:

Facebook conta in Italia 26 milioni di utenti, quasi quanto quelli che usano l’internet. Questa agorà è utilizzata da istituzioni e uomini pubblici, compreso il Papa.

L’avrebbe mai detto Zuckerberg che il suo geniale algoritmo di rete ideato per “agganciare” ragazze al college, sarebbe diventato in breve tempo il più potente strumento di propaganda politica? Oggi il social network principale ha superato 1,4 miliardi di utenti registrati, dei quali uno su due utilizza i Gruppi. Stesso numero,700 milioni, per WhatsApp, seguito da vicino da Messenger, utilizzato da 600 milioni di persone (Pesce,2015).

Twitter – 4,7 milioni di iscritti in Italia (nel mondo poco più di 300 milioni).

Conviene concentrare gli sforzi su questi strumenti gratuiti e che hanno raggiunto una massa critica o un livello di semplicità di utilizzo tale da non richiedere grossi sforzi cognitivi e organizzativi.

Di conseguenza anche i leader politici italiani, superate le iniziali resistenze, si interessano sempre più a questo tipo di comunicazione essendo ormai chiaro che il vero protagonista è il pubblico, non la classe politica, e che la scelta comunicativa vincente è quella della retorica antipolitica.

 

2. Stagioni del populismo italiano

 

Nel 1946 la giovane Repubblica vede il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini sfidare i partiti affermati e nel 2013 sarà il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ad alzare la bandiera populista. Sia Giannini che Grillo hanno debuttato nello spettacolo, imparando a soddisfare e a intrattenere il pubblico. Tecnica già usata da Silvio Berlusconi nel suo trionfante debutto politico del 1994 e che gli ha assicurato successi sia alle elezioni politiche sia alle europee. Filosofi e politici, da Umberto Eco a Vittorio Foa hanno dibattuto se il populismo sia radicato profondamente nel DNA politico italiano. È così? Il Paese è condannato a preferire stravaganti e aggressivi leader, incapaci di mettere in atto un serio programma di riforme sociali ed economiche? E perché favorire, in tempi di crisi, Primi Ministri austeri, intellettuali e persino freddi come De Gasperi, Aldo Moro e Mario Monti?

Nel 2005 compare il blog beppegrillo.it. Il sito si rivela in tempi brevi una vera macchina da guerra capace di rastrellare clic, vendere prodotti, veicolare campagne di opinione.

A tre giorni dal suo debutto sul web Beppe Grillo scrive: “Sono un partigiano della terza guerra mondiale, quella dell'informazion […] “Ora io vorrei chiarire con voi una cosa: voi siete venuti qua, non perché io sia buono, bravo, in gamba, un attore straordinario” – dice ai suoi spettatori nel 2005 – Siete qui perché avete dei problemi. Voi, personali. Voi avete dei grossi problemi. Le avete tentate tutte e vi rimango io adesso. Perché non riuscite a capire quello che sta succedendo (…). Non posso avere questo peso addosso, di spiegarvi il mondo, che cosa sta succedendo. Io voglio farvi divertire[2].

Dopo un anno di attività il blog di Beppe Grillo arriva al decimo posto nel mondo su cinquanta milioni di diari online. A distanza di dieci anni «www.beppegrillo.it» è precipitato al numero 7.447 nel mondo e al 154esimo in Italia[3].

Che peso politico avrebbe avuto il Movimento 5 Stelle senza il blog, i post, gli amici e i followers e un uso sistematico (e quasi messianico) del web?

Il leader populista assume, però, in Internet un ruolo leggermente diverso senza svestire i panni di “salvatore” o di portatore della “vera democrazia”. Deve, tuttavia, fare i conti con un pubblico non necessariamente omogeneo, non sempre composto da simpatizzanti e molto più attivo di quanto possa essere il pubblico della televisione e in cui il parametro “tempo” è immensamente condensato. In tale situazione le promesse mirabolanti non presentano un valore aggiunto, perché facilmente gli oppositori potrebbero porle in ridicolo e costruire delle strategie d’attacco, poiché la censura nel social media diventa facilmente un boomerang e conduce alla delegittimazione del politico (svelato nel suo intento di non voler tenere effettivamente una comunicazione orizzontale e reticolare) le strategie del leader dovranno essere diverse. I social network, inoltre, si basano su una logica di “sondaggio permanente”, dal momento che il numero dei fans e followers è pubblico e viene considerato un fattore di successo e di legittimazione della Rete.

 

 

 

Il paradosso italiano del populismo, nato dalle ceneri della Repubblica Partenopea del 1799, è vivo più che mai nell’era digitale dei social media e dei blog. Fino ad ora non è mai sfociato nell’ala violenta e razzista, ma la crescente disoccupazione, la corruzione dilagante e le demoralizzanti condizioni di vita sono fattori pericolosi. Domare il populismo italiano e traghettare la crescita economica del paese sarà l’arduo compito di una nuova generazione di leader formati dopo le ultime elezioni politiche.

 

3. Tecniche di condizionamento implicito e teorie della comunicazione

 

Luoghi comuni, dogmi, falsi principi, credenze ed errate deduzioni condizionano ormai la nostra intera vita e sono il fondamento della costruzione artefatta della realtà che ci circonda. Una realtà costruita per noi perché noi per primi non vogliamo o non siamo in grado di costruirla. Tutto ciò appare frutto di un complotto appositamente ordito per controllare e soggiogare le masse, eppure sembra anche che esso non sia altro che la risposta ad una precisa domanda generata nel tempo proprio dall’essere umano stesso e abilmente sfruttata dal sistema mediatico con il suo implicito consenso.

Se il Parlamento fosse un social network e i seggi venissero attribuiti in base ai cinguettii su Twitter, avremmo un governo monocolore. Matteo Renzi, infatti, tra i personaggi politici è il leader indiscusso per messaggi inviati e per numero di follower. Il presidente del Consiglio doppia Salvini per quantità di tweet e, addirittura, ha quasi il triplo di seguaci di Beppe Grillo, che neanche un anno fa regnava indiscusso ai vertici delle classifiche social del nostro Paese. E il centrodestra? Le “urne” di Twitter lo relegherebbero senza appello all’opposizione. Silvio Berlusconi, che non possiede neppure un account ufficiale e si affida a un comitato di sostenitori, occupa la 18esima posizione per numero di followers, ben lontano dal segretario Angelino Alfano. Un Cavaliere, insomma, senza alcuna voce in capitolo. Appunto, se il Parlamento fosse un social network…

"Anche il Papa ultimamente è diventato qualunquista e un po' populista, dice di pensare agli ultimi e non alle banche che siano di destra o di sinistra" [4].

 

 

Note

[1] Dal discorso The Mobile Web, 3GSM World Congress, Barcellona, 22 febbraio 2007.

[2] www.beppegrillo.it

[3] www.dagospia.it , 18 febbraio 2015.

[4] www.beppegrillo.it

 

Bibliografia

 

Corbetta, P., & Gualmini, E. (2013). Il partito di Grillo.Il Mulino: Bologna.

De Blasio, E., Hibberd, M., Higgins, M., & Sorice M. (2012). La leadership politica – media e costruzione del consenso. Carocci: Roma.

Esposito R., & Galli, C. (2000). Enciclopedia del pensiero politico. Casa editrice: Bari.

Morris, D. (2001). Direct Democracy and the Internet. Loyola of Los Angeles Law Review, vol. 34 (3), pp. 1033-1053.

Pesce, M. in “wired” del 25 marzo 2015

Santoro, G. (2013). Un Grillo qualunque – Il Movimento 5 stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani. Castelvecchi: Roma.