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Comunicare argomentando: per una pedagogia dell’autentico
di Vito De Nardis, Emanuela Recchia   

Nel presente contributo il fenomeno della spettacolarizzazione del tragico viene indagato a partire dall’analisi semantica dell’espressione stessa, volta a scoprire il principio generatore di un atteggiamento ormai così diffuso.

L’analisi semantica, infatti, permette in prima istanza di intravedere i presupposti impliciti del fenomeno, poi di compiere una reductio ad unum, fino a cogliere la matrice generativa del problema. La riduzione eidetica conduce ad individuare come idea generatrice della comunicazione spettacolarizzata una cultura che non riconosce la natura simbolica dell’uomo e della lingua e che non reputa il principio della co-appartenenza (Zusammengehörigkeit) l’essenza dell’essere umano e dell’humanitas. In un pensiero, quindi, fondato sulla diabolicità e non sulla simbolicità, i concetti di vero, di reale e di soggetto vengono desemantizzati, fino al punto di perdere totalmente significatività. In questa cultura della divisione e della spersonalizzazione i principi etici, proposti dalle tradizioni culturali del mondo greco-latino e semitico sono del tutto ignorati e l’uomo, di conseguenza, risulta eradicato dalla dimensione spirituale che più di ogni cosa gli appartiene, ovvero la dimensione del dialogo. Non risulta possibile, infatti, in assenza di una cultura del co-appartenere parlare di verità, di realtà e di comunicazione autentica, essendo questi ultimi semanticamente concetti relazionali. In modo parallelo alla ricerca delle presupposizioni della spettacolarizzazione del tragico, è proposta in questo studio, nella forma della correctio, una prima rifondazione-risemantizzazione dei termini vero, uomo, humanitas e comunicazione, condotta sulla base dei principi della filosofia ermeneutica e del modello antropologico della retorica classica. Nella sezione centrale si cerca di comprendere ancora meglio gli aspetti costitutivi della Zusammengehörigkeit e si coglie la connessione esistente tra quest’ultima e l’attività umana dell’argomentare. La co-appartenenza è un ein Zu-einander-Gehören (Heidegger, 2010, p. 37), ovvero un appartenersi reciproco tra un Io e un Tu, un essere proteso dell’uno verso l’altro, un porgersi reciproco (Zureichung), un reciproco affidamento. Alla base della verità, quindi, c’è questa dinamica originaria di evento-incontro: incontrando l’altro, l’uomo costituisce con quest’ultimo una realtà. “L’alter è quel non-me in rapporto al quale io sono, io mi costituisco” (Rigotti, 1996, p.4), il soggetto da sé è non essere. Ma questo appropriarsi dell’altro è da esperire nell’evento (Ereignis) che è evento-appropriazione. Nel paragrafo conclusivo viene proposta una pedagogia della co-appartenenza e della autenticità, come risposta alla deriva in direzione spettacolaristica della comunicazione, individuando nell’argomentazione la sfera di attività nella quale l’uomo ha la possibilità di esperire l’incontro con l’altro e di dare vita con quest’ultimo ad una realtà. Sia nei percorsi educativi scolastici, quindi, che nella formazione delle figure professionali impegnate nella comunicazione risulterà prioritaria la riscoperta della natura simbolica dell’essere umano e della lingua.

 

 

This study aims to inquire the phenomenon of turning in a show tragedy starting from the semantic analysis of the same expression. This analysis, in fact, allows to find out the main principle that generates the so widespread behavior of sensational communication. Through the lexical examination is made possible both highlight the presuppositions of this behavior and reduce these ad unum in order to grasp the generating principle of the problem. So the eidetic reduction leads to identify as the generative idea of the dramatization of tragic a culture that does not accept the symbolic nature of the human being and of the language. Such a culture refuses the co-belonging (Zusammengehörigkeit) as the essence of mankind and of humanitas. But in a way of thinking based on the dichotomy and not on the symbol the concepts of truth, realty and subject are deprived of their meaning up to losing their meaningfulness. Inside a form of thought tending to divide and separate the ethical principles of the Greek-Roman and Judeo-Christian world are ignored and consequently man is eradicated from his own spiritual dimension that is dialogic dimension. It is not possible then to image a real communication outside of a co-belonging culture, truth and reality are relational concepts. In parallel manner to the search of the presupposition  of the expression “turning tragedy into a show”, it is proposed in this study, in the form of correctio, a first re-foundation-resemanticization of terms as real, mankind, humanitas and communication, adopting the principles of  hermeneutic philosophy and of the anthropological model of classical rhetoric. The middle section is compressed more carefully the constitutional aspects of Zusammengehörigkeit and is grasped the connection between the latter and the human activities of reasoning. The co-belonging is a ein Zu-einander-gehören (Heidegger, 2010, p. 37) or a mutual belonging between two individuals, a mutual movement  towards  (Zureichung), a mutual reliance. At the base of the truth, then, it is the dynamics of the original event-meeting, meeting the other man constitutes with this a reality. "The alter is the not-me in relation to which I am, I co myself" (Ibid.). At the base of the truth, then, it is the dynamics of the original event-meeting, meeting the other man with the latter constitutes a reality. "The alter is the not-me in relation to which I am, I have set myself" (Rigotti 1996, p. 4), the subject does not exist independently from the other. But this appropriation of the other is to be experienced in the event (Ereignis) which is event-appropriation. In the concluding paragraph is proposed a pedagogy of co-belonging and authenticity, as a response to the drift of the communication toward the tragic, in fact in the same section is found in the argumentation the sphere of human activity in which man has the possibility of experiencing the meeting with the other and the reality that he comes to constitute with the latter. According to this view both in school educational paths, then, that in the training of professionals involved in the communication priority will be the rediscovery of the symbolic nature of the human being and language.

 

1. Spettacolarizzazione del tragico e solitudine dell’io

 

Nell’analisi linguistica della formula “spettacolarizzazione del tragico” un primo aspetto da considerare consiste nella valutazione della funzione del lessema tragico, posto in caso genitivo. Esso, infatti, potrebbe svolgere il ruolo sia di genitivo oggettivo, che di genitivo soggettivo, pertanto in questa fase preliminare della comprensione dell’enunciato si procederà alla esplicitazione del doppio valore di tragico. Nel caso si tratti di un genitivo oggettivo, volgendo il sostantivo spettacolarizzazione in verbo e introducendo come soggetto della proposizione noi, si ottiene “noi spettacolarizziamo il tragico”. Se, invece, tragico venisse considerato come genitivo soggettivo, si avrebbe la seguente ipotesi: “il tragico spettacolarizza”. In questa seconda ipotesi, però, l’espressione mancherebbe di accusativo esplicito e, considerando il valore causativo di spettacolarizzare, l’enunciato risulterebbe ancora ambiguo. La proposizione “noi spettacolarizziamo il tragico” viene, di conseguenza, scelta per essere sottoposta ad analisi ulteriore.  Il verbo spettacolarizzare, derivato da spettacolare, a sua volta derivato da spettacolo, presentando il suffisso causativo -izzare indica l’azione del rendere spettacolare il tragico, del trasmettere al tragico i caratteri dello spettacolo. Se si esplicita, allora, nella frase “noi spettacolarizziamo il tragico” l’idea causativa del verbo, si ottiene una proposizione con queste possibilità significative: “noi rendiamo spettacolo il tragico”, o in termini ancora più espliciti “noi facciamo in modo che il tragico diventi spettacolo”. A questo punto, però, necessita considerare la struttura del termine spettacolo, il quale presenta la radice indoeuropea *spek con la valenza semantica di osservare (Devoto, 1971) e il suffisso neutro culum con valore strumentale. Spettacolo, pertanto, ha il senso di “strumento per mostrare, per far osservare qualcosa”. Riconsiderando l’espressione originale “spettacolarizzazione del tragico”, si può inferire che essa venga a significare “fare in modo che il tragico diventi lo strumento per mostrare qualcosa, per conseguire un fine attraverso la presentazione di un accadimento tragico”. Nel caso della fotografia del naufragio della Costa Concordia diffusa dall’ANSA, nella quale una signora si lascia fotografare con il relitto della nave sullo sfondo, è la organizzazione stessa dell’immagine ad indicare l’oggetto del mostrare. A cogliere l’attenzione di chi guarda è la signora in primo piano, il signore che le cinge il collo è posto dietro di lei, mentre lo scafo della Concordia, adagiata sulla murata di destra, occupa tutto lo sfondo.  Numerosi episodi simili a questo sono divenuti virali sui social network, come quello datato primo maggio 2015, in cui una ragazza si fa scattare una foto al fianco di un’auto distrutta dai manifestanti dopo il passaggio dei black bloc a Milano, oppure come quelle sequenze in cui un gruppo di adolescenti si lascia riprendere mentre esercita violenza nei confronti di un compagno di classe disabile. In tutti questi eventi c’è un soggetto in primo piano, inserito in un contesto, individuabile in secondo piano, di violenza e morte. Se si confrontasse, inoltre, il caso della signora che si lascia immortalare con la nave sullo sfondo, con le modalità operative di quei mezzi di informazione che privilegiano una comunicazione sensazionalistica, si noterebbe che in entrambi i casi vi è un denominatore comune: l’intenzione di un soggetto che ricerca la prima posizione.  Nelle due situazioni, infatti, un io intende essere solo mentre riceve le attenzioni di tutti, un io ricerca il successo personale o aziendale. La fotografia, scattata in occasione del naufragio della Costa Concordia, comunica l’idea di “io in primo piano, io solo compio questo gesto, io ci sono”, ma anche per una agenzia di informazione che insegue l’imperativo dell’audience, ciò che conta è la propria posizione nel ranking di pertinenza e gli introiti conseguenti. Al fine di comprendere il modello culturale che può dar vita alla comunicazione sensazionalistica, si procede indagando la dimensione dell’implicito alla ricerca delle presupposizioni, che possono consentire, garantire e sostenere un comportamento informato alla spettacolarizzazione del tragico.

 

2. Le presupposizioni della spettacolarizzazione e la realtà dell’humanitas

 

Il proposito di stupire, di attrarre, di conquistare una posizione di rilievo facendo leva sul tasso di tragicità o del contesto nel quale il soggetto sceglie di inserirsi o della notizia che si va a proporre, è riconducibile ai seguenti presupposti:

 

A) la dominanza di una cultura del mostrare e non dell’interpretare; il conoscere, pertanto, all’interno di un tale sistema di riferimento, si risolve nel vedere e nel percepire con i sensi, nel cogliere e processare più informazioni, ma senza individuare una gerarchia tra di esse (Simone, 2000). Una conoscenza fondata sull’osservare (Rivoltella, 2012), sul vedere piuttosto che sull’ ascoltare non si presenta dialogica, non risponde alla dialettica di appello e risposta, non permette una integrazione di orizzonti (Horizontverschmelzung) tra soggetti.  Le modalità comunicative fondate sull’esibizione del tragico o sulla iterazione di fatti sensazionali non hanno come fine né lo sviluppo della ragionevolezza del fruitore, né di conseguenza l’autentica persuasione di quest’ultimo. Una comunicazione che non chiama in causa la ragionevolezza non è informata all’humanitas, il dimostrarsi ragionevoli, infatti, significa immedesimarsi nell’altro, essere nell’altro come rivela padre Brown: “Io non cerco di guardare l’uomo dall’esterno, cerco di penetrare nell’interno dell’assassino. […] anzi, molto di più non vi pare? Io sono dentro un uomo” (Rigotti, 2009, p.138). Dopo un primo momento di sconcerto o vituperio il destinatario di un messaggio sensazionale non avvia una riflessione sul fatto presentato, ma prende il distacco da esso e diventa indifferente nei confronti di questo genere di comunicazione. L’effetto anestesia è un’implicazione provocata sia dalla falsità dell’informazione stessa, che dall’accumulazione dei dati offerti, dalla notevole quantità delle notizie da elaborare. Il destinatario, in ogni caso, avverte queste ultime come non reali, non vere, negli uomini, infatti, è presente “una sufficiente disposizione naturale verso la verità” (Rhet. 1355a 15-16). Le informazioni che mirano a coinvolgere il fruitore esclusivamente sul piano del pathos non richiedono una attività di valutazione del fatto, ma attivano piuttosto un’adesione superficiale e temporanea. Secondo il modello, infatti, della probabilità di elaborazione di Petty e Cacioppo (1986) vi sono due modi per elaborare un messaggio: 1) il destinatario esamina attivamente il contenuto del messaggio e a seconda della qualità di questo accetta oppure rifiuta i suoi contenuti (central route); 2) il messaggio non viene elaborato nel contenuto e il destinatario, a prescindere della qualità di questo, decide superficialmente (pheripheral route). Nel primo caso si ha un cambiamento vero e duraturo, nel secondo superficiale e temporaneo. L’autentica persuasione, invece, prevede l’attivazione di tutte le dimensioni della suavitas. Nella retorica classica questo sostantivo esplicita le sue valenze secondo quattro direttrici: a) riguardo al contenuto implica proporre qualcosa per il bene dell’altro, b) riguardo alla modalità implica la dolcezza e gradevolezza del dire, c) riguardo alla dimensione cognitiva implica un proporre un percorso di apprendimento piacevole che stimoli il piacere di apprendere, il piacere per il bello, d) riguardo alla dimensione affettiva implica che l’altro percepisca la predilezione, l’interesse che nutro per lui. L’uomo mira alla felicità ed “è intorno alla felicità, alle azioni che ad essa conducono e a quelle ad essa contrarie, che ruotano tutti i tentativi di persuadere e dissuadere” (Rhet. 1360b 9-11). Il discorso persuasivo è una proposta di felicità, un dono offerto all’altro. La suavitas parla all’uomo, sinolo di logos e όrexis, invitandolo ad agire in sintonia con essi; la persuasione, quindi, chiama l’altro all’azione razionale, intendendo per razionale una scelta eccellente (proairesis spoudaia) svolta in accordo di desiderio e verità (EN. 1139a 21-30). Il concetto di persuadere contempla la possibilità da parte dell’altro del rifiuto della nostra proposta, non implica la coercizione, ma prevede anche la possibilità di lasciarsi persuadere. “La persuasione è uno dei modi in cui il logos concorre a realizzare questa specie-specificità dell’anima umana.” (Piazza, 2000, p.20). Persuadeo è sempre legato al rispetto dell’altro e della sua libertà di scelta. Una prassi comunicativa che persegue la superficiale e momentanea partecipazione del destinatario non permette a quest’ultimo quella fusione di orizzonti (Horizontverschmelzung) che ogni atto interpretativo realizza. Nell’interpretazione, infatti, ermeneuticamente intesa, viene a crearsi “una sintonia tra l’interprete e un appello che egli deve mettersi in grado di ricevere e ascoltare” (Gadamer, 2010, p. XXII), si instaura, quindi nel momento dell’interpretare un reciproco movimento verso l’altro tra testo ed interprete, nel quale i rispettivi mondi ricercano l’integrazione.

 

B) L’esistenza di una cultura secondo la quale la verità coincide con ciò che viene mostrato, si pensi al concetto informatore dei reality televisivi, non implica l’incontro tra un ego e un alter, non prevede che il soggetto sia consapevole che l’alter lo costituisce. La verità scaturisce dall’ascolto, “la verità non si compie in un sistema disincarnato, ma nell’ascolto di una voce” (Hadjadj, 2011), di una voce dell’altro. Porgersi in ascolto implica la disponibilità a prendere in considerazione ciò che si ode e a riporre fiducia in questo. Il nesso tra fiducia e verità è ben evidenziato nel lessico ebraico, nella lingua semitica, infatti, verità è espresso da ‘emet “derivato dalla stessa radice ‘aman, da cui l’equivalente ebraico di fede ‘emunah” (DCBNT, 2000, p. 1949). Ma fidarsi di qualcosa o qualcuno implica l’aver fatto esperienza dell’affidabilità di quest’ultimo, comporta cioè l’aver preso parte a un avvenimento. Il fruire di un messaggio in qualità di spettatore non richiede al destinatario di mettersi in gioco, non attiva in lui il senso di responsabilità, ma quest’ultimo avverte tutto come un gioco fittizio che non mette a rischio la sua incolumità. Ma l’effetto spettatore conduce alla desemantizzazione della violenza e della morte vissute con assoluto disincanto, l’individuo esposto in modo protratto alla visione di contenuti anche di non particolare tragicità si abitua alla violenza (Gili, 2006).

 

C) L’esistenza di una cultura dello strumento con una chiara distinzione tra Soggetto e Oggetto, tra l’io e il mondo circostante, costituito da res a lui estranee, “presuppone un soggetto che volontariamente pianifica un oggetto in funzione di un obiettivo” (Lo Piparo, 2011, p. 3). Un io che pianifica l’uso dei sentimenti, del patetico, del tragico, dell’altro per conseguire un fine è un io che si sente estraneo rispetto al tu, nella cultura dello strumento non è previsto il noi. Non si riconosce l’altro partecipe della mia umanità, non scelgo di riconoscerlo, tutto è subordinato a me e al mio fine. Un uomo solo, però, non può costruire vere relazioni, un uomo solo non è un autentico soggetto. In una prospettiva simbolica, infatti, la struttura ontologica dell’essere umano è la relazione, l’esistenza dell’uomo, in questo modo, è un fare per essere, dove fare rimanda al movimento del soggetto verso l’altro. La cultura dell’esibizione e del sensazionalismo, in realtà, ha dissolto il concetto stesso di soggetto, il quale viene ad essere “diviso in soggettività, passionalità, emotività, sessualità” (Rigotti, 1996, p. 5). La spettacolarizzazione del tragico presuppone la morte del senso delle cose, tutto è privo di significatività, ogni parola risulta logora, ogni cosa è vana (Qohèlet 1,2).  Ragionando in termini di teoria dell’argomentazione, inoltre, si può rilevare come una comunicazione che attivi solo la pistis del pathos sia incompleta, “ogni discorso è costituito da tre elementi, da colui che parla, da ciò di cui si parla e da colui a cui si parla, e il fine è rivolto a quest’ultimo, intendendo l’ascoltatore” (Rhet. 1358a 37-bI). Nel sistema retorico classico a ciascuno di questi tre elementi costitutivi del discorso corrisponde una pistis, ovvero una via per conseguire la persuasione, le tre pisteis di conseguenza, in un atto comunicativo autentico, operano sinergicamente.

 

D) L’esistenza di una cultura che non riconosce la linguisticità dell’uomo, una cultura che non reputa l’uomo un animale linguistico, intende la lingua come qualcosa di esterno all’uomo. Il pensiero greco e l’esperienza speculativa semitica hanno evidenziato come l’uomo sia “costantemente alla ricerca del simbolo di sé” (Simposio 191d), sia bisognoso dell’altro avvertito come pari (Gen. 2,18). Ma questo modello di uomo implica che quest’ultimo sia alla costante ricerca della co-appartenenza e che questa ricerca avvenga nella lingua attività specie-specifica dell’uomo: “la specie-specificità dell’anima umana è attività in relazione al linguaggio e comunque non senza il linguaggio” (EN, 1098a 7-8). Dal riconoscimento della lingua come attività specie-specifica dell’uomo scaturisce una conseguenza: la lingua presenta la medesima struttura dell’uomo, essa, quindi, può dirsi tale quando risulta essere il risultato di un processo simbolico e quando si propone come fine la co-appartenenza. Se si ammette, inoltre, la linguisticità dell’uomo si ammette che l’uomo è responsabile delle proprie azioni, tale nesso tra linguisticità e responsabilità nel lessico aristotelico è presentato dal termine proairesis, da intendersi come scelta ponderata. Dall’affermazione di Aristotele “ci adiriamo o proviamo paura senza alcuna scelta, ma le virtù sono determinati tipi di scelte e comunque non sono senza scelta” (EN, 1106a 2-4) si possono ricavare due considerazioni: a) l’agire virtuoso nell’uomo è il risultato di una valutazione argomentata, b) una comunicazione fondata solamente sulla componente pathos esige dall’uomo che questo non sia un krités.

 

I quattro concetti finora individuati costituiscono la struttura mentale sulla quale si fonda la spettacolarizzazione del tragico, ma compiendo una riduzione all’unità è possibile individuare una idea matrice, un principio generatore che inverandosi dà vita al fenomeno della comunicazione sensazionalistica.  Tale principio è da rintracciare nella negazione della co-appartenenza, eludendo, infatti, tale concetto vengono ad essere privati di ogni significatività anche lessemi come verità e realtà. Una comunicazione che si sostanzia di una spettacolarizzazione del tragico è falsa, nega la semantica del sostantivo comunicazione, le immagini e le notizie, pertanto, prodotte con la finalità di ottenere un risultato per se stessi sono false. Nel termine comunicazione si possono individuare due elementi: il prefisso cum e il sostantivo munus. Nella radice indoeuropea di munus (*me/oy) vi è l’idea di scambio secondo l’uso (Piazzi, 1998, p. 210). La radice indoeuropea *me –moi nello stadio più arcaico è portatrice del concetto di proteggere. Munus, quindi, è un qualcosa che dono per proteggere, ma anche qualcosa che va protetto, che ognuno si impegna a proteggere. Il permettere all’altro di fruire di un mio bene comporta il rispetto di regole condivise, l’atto del donare, infatti, non può che avvenire all’interno di un codice culturale comune. Il prefisso cum indica azione compiuta insieme ad altri, con la partecipazione di altri, infatti, non si scambiano doni da soli, necessita chi dona e chi riceve. Nella communicatio entrambi donano ed entrambi ricevono. Cum, inoltre, ha valore intensivo e rinforza, all’interno del termine comunicazione, l’idea di impegno reciproco assunto dalle parti. È falso, quindi, tutto ciò che non viene proposto per creare co-appartenenza. L’immagine del naufragio, le continue sollecitazioni mediatiche di contenuto tragico, pertanto non comunicano, non hanno senso per il destinatario, sono decontestualizzate, chi invia il messaggio non è epieikés, ovvero non è dotato di sapienza (phronesis), virtù (areté), benevolenza (eunoia) (Rhet. 1378a 6-20). L’epieikeia prende corpo in queste tre qualità, il mittente deve dare prova di saper perseguire fini corretti, di saper scegliere i mezzi più opportuni per raggiungere il fine, di desiderare il bene (EN, 1166b 31-39) di coloro ai quali è rivolta la sua argomentazione, deve avere il senso delle circostanze. Tre sono le cause, infatti, secondo Aristotele, che rendono credibile un oratore: la saggezza (phronesis), la virtù (arete), la benevolenza (eunoia). Esse rappresentano anche le tre cause che spingono a credere in qualcosa oltre alla dimostrazione. Con phronesis si intende la capacità di orientarsi nel reale e scegliere, tra le diverse opzioni che questo offre, la via migliore per conseguire la felicità. Un oratore phronismόs è in grado di orientare gli altri nel prendere decisioni. Con arete si intende la capacità di tenersi lontano dagli estremismi e scegliere sempre il medio (meson), essa rappresenta la virtù che spinge a desiderare il fine giusto (EN, 1444a 6-9) ed è, quindi, appannaggio dell’oratore che persegue fini corretti. L’eunoia sta ad indicare la benevolenza di cui dà prova l’oratore nei confronti degli ascoltatori, ovvero rappresenta il desiderio del bene di coloro verso cui ci si rivolge (EN 1166b 31a 9). Nella struttura semantica di tale termine è presente la capacità del comunicatore di adattarsi all’uditorio e pertanto l’eunoia concettualmente si avvicina al significato di suavitas messo in rilievo in precedenza.

Una comunicazione che non è informata all’epieikeia non è una comunicazione credibile, le immagini prodotte, quindi, non mi appartengono, non sono mirate ad attendere un incontro con l’altro, non rappresentano la res rivolta verso questo, sono solamente indice di un io che sottopone a continuo esame di gradimento la sua personalità. L’implicazione di un agire comunicativo privo di epieikeia è da riscontrare nell’anestesia delle coscienze. La velocità, infatti, con la quale vengono proposti i messaggi, l’iterazione di contenuti violenti, narcotizzano nell’uomo-spettatore l’attitudine critica e rendono quest’ultimo disumano.

 

3. Contro la spettacolarizzazione del tragico una cultura dell’argomentazione

 

Se l’assenza di co-appartenenza, come è stato indicato nel paragrafo precedente, costituisce il motivo della spettacolarizzazione del tragico, per ovviare a questo fenomeno si propone come soluzione la riscoperta della Zusammengehörigkeit, a partire dalla riconsiderazione della natura simbolica e dialogica, in primo luogo dell’essere umano e poi della lingua. La co-appartenenza è un ein Zu-einander-Gehören (Heidegger, 2010, p. 37) ovvero un appartenersi reciproco tra un Io e un Tu, un essere proteso dell’uno verso l’altro, un porgersi reciproco (Zureichung), un reciproco affidamento. Ma questo appropriarsi dell’altro è da esperire nell’evento (Ereignis) che è evento-appropriazione. Nella ricostruzione semantica di Ereignis compiuta da Heidegger si può osservare quanto segue: “originariamente er-eignen significa er-äugen, ossia scorgere (erblicken), chiamare a sé nel guardare, fare proprio (an-eignen)” (Heidegger, 2010, p. 44). Alla base della verità, quindi, c’è questa dinamica originaria di evento-incontro, incontrando l’altro l’uomo costituisce con quest’ultimo una realtà. “L’alter è quel non-me in rapporto al quale io sono, io mi costituisco” (Rigotti, 1996, p. 4), il soggetto da sé è non essere. L’uomo fa esperienza dell’incontro nell’attività specie-specifica nell’argomentare-persuadere. La radice del verbo arguo è portatrice dell’idea di mettere in evidenza, far brillare, si pensi in area greca ai lessemi argos e arguros, e in ambito latino al termine argentum, tutti questi termini fanno riferimento al concetto di bagliore, inteso come fenomeno che permette di mettere in mostra, di vedere e di capire qualcosa. Si fa, però, brillare un qualcosa che prima non brillava: “arguo est ostendo, demonstro rem aliter se habere ac alii opinantur” (Forcellini, 1965, vol.I p. 317). L’atto dell’arguere presuppone che, all’interno di una coppia in dialogo, un dato non sia conosciuto in modo proprio da entrambi gli interlocutori. Argomentare, quindi, è mettere in luce qualcosa che possa essere utile ad ambedue i soggetti, ma questa azione affinché possa risultare efficace richiede ai partecipanti di aprire se stessi e muovere verso l’altro, ciascun argomentante si mostra all’altro in modo tale da essere accettato da quest’ultimo. Nell’argomentazione “assumiamo l’impegno a un atteggiamento critico verso noi e gli altri” (Rigotti, 2009, p.130) e cerchiamo di coinvolgere gli interlocutori con il piacere del ragionamento (Rhet. 1371a 31-32). Questa apertura del Soggetto verso l’altro avviene, in realtà, attraverso una serie di azioni interconnesse: è una rivelazione del proprio essere, è una donazione, è una ricerca di un fine comune che rappresenti la condizione di felicità per entrambe le parti. L’argumentatio nel mondo mediterraneo diventa lo strumento attraverso il quale due soggetti si ascoltano, si misurano, ricercano la co-appartenenza e si scambiano doni. L’anima-attività di arguere è la compositio, non si argomenta, infatti, solamente per dare ragione della propria tesi, ma per persuadere. Rileggere, quindi, ogni atto comunicativo come argomentativo comporta l’interesse per l’altro, la responsabilità della scelta di cosa possa essere utile per lui. L’aggettivo utilis è derivato dal verbo utor, la forma verbale coinvolge l’area semantica del servirsi di qualcosa per colmare una lacuna o per raggiungere uno stato di appagamento, del conseguire uno scopo oppure del prendere qualcosa per rispondere ad una necessità. L’aggettivo utile, quindi, caratterizza uno strumento confacente ad uno scopo, di cui mi servo per realizzare un proposito. Indica sempre qualcosa di relativo o a persona per la quale risulta vantaggioso usarlo in quel contesto, oppure allo scopo da perseguire. Tale aggettivo, allora, è da intendere in un’ottica argomentativa come ciò che serve per realizzare la propria humanitas, la propria natura di struttura di attesa anelante l’incontro. Una comunicazione argomentativa, quindi, mira a favorire lo sviluppo della ragionevolezza, a migliorare la comprensione del mondo, non deve solo presentare, descrivere, ma deve realizzare il co-vivere. In Aristotele il vivere dell’uomo è un co-vivere, “il co-sentire degli uomini si forma nel co-vivere e nel partecipare-comunicarsi discorsi e ragionamenti: questo, infatti, sembra che sia per gli uomini il co-vivere e non, come per il gregge, il pascolare nello stesso luogo” (EN, 1107b 10-14).  All’interno di una visione argomentativa del comunicare l’informazione è una modalità attraverso la quale la lingua persegue il suo unico fine: costituire simboli. Una comunicazione, di conseguenza, fondata sull’argomentazione non può sottoporre al fruitore una notevole quantità di stimoli, né può presentare questi ultimi in rapida successione: per riflettere necessita tempo.

 

4. Una pedagogia dell’autentico

 

Per prendere coscienza della responsabilità nel comunicare, della socialità del ragionamento, della natura relazionale dell’essere umano, sarebbe auspicabile una maggiore diffusione nelle scuole, nei percorsi universitari e nei corsi di formazione di una cultura argomentativa, di una prassi didattica volta a creare il clima idoneo ad un apprendimento argomentativo. Nel pensiero classico e medievale è viva la coscienza della dimensione sociale dell’argomentazione, come si evince dal seguente passo tratto dall’opera di Abelardo: “…quia ratiocinari, id est disserere sive argumentari, in cognitione non aguntur, sed in collectione diputationis.” (Dal Pra, 1969, p. 296), mentre Pietro Cantore, nel XII secolo, scrive: «la disputa è paragonabile al muro di un edificio, in quanto nessuna verità può essere veramente capita e predicata con ardore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa». (PL 205, cap. 1, col. 25). Una proposta formativa come quella fondata sul recupero del co-appartenere attraverso l’esperienza dell’argomentare, verte sull’“imparare a pensare” (Fabbri, 1994, pp.127-134), sullo sviluppo del pensiero critico e sulla ricomprensione dell’atto persuasivo. In un ambiente formativo nel quale ogni formando si pone come krités e nel quale ogni mossa argomentativa è naturalmente protesa alla persuasione, le immagini, le parole, la gestualità non sono da intendersi come strumenti per conseguire fini come l’audience o la promozione personale. Esse diventano azioni volte a creare simbolo con l’altro, sono espressioni di una donazione di sé, rappresentano movimenti tesi all’incontro, rappresentano richieste di collaborazione per costruire un co-vivere. Un progetto pedagogico fondato sul pensare e sull’agire argomentativamente porta ad una profonda riconsiderazione dei concetti di soggetto e strumento, in una prospettiva simbolica, infatti, ogni dicotomia viene ricomposta. Il soggetto, in questo modo, può essere pensato come struttura dinamica, la quale naturaliter è protesa verso l’altro, come struttura impegnata nella ricerca della significatività del proprio essere. L’essenza dell’humanitas è riposta nell’interrogare se stessi (Heschel, 1971, p. 53), l’esistenza umana non è concepibile come disinteresse per il significato, essa acquisisce, invece, senso se considerata come costante ricerca del significato. Nella dimensione argomentativa, anche l’idea di strumento assume un valore diverso, quest’ultimo è la manifestazione dell’andare verso l’altro, è il gesto che incarna l’apertura del soggetto. Una pedagogia dell’argomentazione viene ad essere, così, una pedagogia dell’autentico, una pedagogia volta alla risemantizzazione del concetto di uomo e di esistenza. Se l’argomentazione diviene l’anima di un percorso formativo, l’essenza dell’educare, allora essa non può essere considerata come un sistema di tecniche per vincere dispute, oppure come mezzo per cercare una verità accettabile dagli interlocutori, ma l’argomentare è ricercare e vivere il significato di uomo e humanitas. In un’ottica pedagogica ogni pars rhetorica, così come ogni pars orationis, rappresenta un momento dell’uscita del soggetto verso l’altro finalizzato a realizzare una nuova realtà. Ogni fase dell’elaborazione di un argomento è guidata dalla attrazione simbolica, iniziando dalla selezione del termine-locus e passando per le relazioni instaurate dall’argumentum con il sub argomento (hyparchonton), con l’endoxon e con la maxima. Si propone, di seguito, una rilettura pedagogica delle partes orationis: nell’exordium i soggetti si impegnano reciprocamente a creare le condizioni migliori affinché possa avvenire lo scambio argomentativo, in esso gli interlocutori ricercano uno spazio di credenze e ideali condivisi e stabiliscono le regole procedurali per condurre l’argumentatio. Nella narratio i protagonisti di una argomentazione si fanno conoscere, si presentano, ciascuno fa esperienza dell’altro, in questa fase emergono le rispettive esperienze, i bisogni, i desideri e le visioni del mondo. Nel momento della argumentatio ogni attore avanza argomenti persuasivi a sostegno della propria tesi, in questo stadio della discussione si inizia a scorgere meglio nell’altro il simbolo di sé. Durante la argumentatio i disputanti collaborano per consentire una ricomposizione simbolica della quaestio e per permettere a ciascuno di raggiungere la propria pienezza. Nella pars della peroratio avviene la riunificazione, nasce una nuova realtà, da questo momento non esiste un ego e un tu ma un nos. Il nos è autentico.

 

5. Considerazioni conclusive

 

Una cultura dell’argomentazione è una cultura della prossimità all’interno della quale non si può non riconoscere la partecipazione dell’altro alla mia stessa umanità, alla mia stessa linguisticità. Risulta fondamentale introdurre pratiche argomentative nell’insegnamento delle varie discipline e nei corsi di formazione, “occorre un’educazione che dia le ragioni, non che insegni a vincere il dibattito” (Rigotti, 2009, p. 147), nei vari momenti formativi è necessario riflettere sul valore della persuasione, della ragionevolezza e del cuore. Quest’ultimo è la sede dell’incontro tra ragione e desiderio e una rapida riflessione semantica condotta intorno alle possibilità significative che tale termine assume nelle lingue della tradizione culturale europea può gettare ulteriore luce sulle dinamiche persuasive. Nel greco profano kardia rappresenta la sede di sensazioni e sentimenti (Hom. Il. 21, 547), in Il 21,441 Omero assegna al cuore la facoltà di pensare, mentre assume il valore di centro del volere in Il 10,244. Nella lingua ebraica leb è il centro della vita spirituale, la sede dei sentimenti (Dt 28,47, Ger. 4,19), la sede dell’intelletto, della conoscenza, delle facoltà intellettuali (1Re 3,12,5,9); vengono dal cuore la volontà (1Re 8,17) e la decisione pronta a passare all’azione (Es 36,2). Il cuore viene ad indicare l’uomo nella sua interezza (Sal. 22,27; 73,26; 84,3), la personalità tutta intera. La conversione a Dio avviene nel cuore (Sal 5,12,19). Nel greco del Nuovo Testamento kardia indica la sede della vita spirituale, indica l’interiorità (2Cor 5,12; 1Ts 2,17), l’io dell’uomo, la sua persona, “l’uomo nascosto del cuore” in 1Pt 3,4. La persuasione, come la conversione, avviene nel cuore, coinvolge tutto l’uomo, sentimenti ed intelletto. L’argomentazione non è, quindi, una materia da insegnare, è un’attività da praticare, è un comportamento da osservare sempre, è uno spazio spirituale nel quale si entra per recuperare il senso delle cose, il senso dell’umano. Una didattica argomentativa non trova sostanza in una sterile conoscenza della topica, ma è in grado di animare ogni gesto didattico con uno spirito argomentativo. In una pedagogia dell’argomentazione non bisogna inseguire la congruità tra l’esito degli interventi educativi e gli obiettivi prefissi, ma premiare l’impegno nella elaborazione personale e scoraggiare negli educandi l’aggressività e la pretesa di imporre la propria tesi.

 

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