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La spettacolarizzazione come deformazione dell'umano e come origine del “tragico urbano”
di Fiammetta Fanizza   

Il testo prova a valutare gli esiti delle rigenerazioni urbane attraverso la lente della comunità. Con specifico riferimento al concetto di bellezza ne considera l'utilizzo in relazione ad un presunto modello necessario/desiderabile.

Proprio quest'ultimo determina una forma particolare di spettacolarizzazione che comporta una radicalizzazione della percezione dello spazio urbano come spazio quasi disumanizzato.

A tal fine, assumendo i principio della gentrification in chiave paradigmatica, lo sviluppo del centro storico di Foggia viene valutato al fine di verificare quanto il concetto di “tragico urbano” sia declinato nelle scelte urbanistiche. Tali declinazioni producono effetti considerevoli nell'assetto della polis, ovvero, più specificatamente, nella possibilità di praticare la cittadinanza in maniera autentica e non spettacolarizzata.

Il tema centrale di questo articolo ruota dunque intorno al rapporto tra sistemazione dello spazio urbano e condivisione di pratiche sociali. Si concentra quindi sulla possibilità di considerare gli effetti “allargati” della funzione della pianificazione urbanistica per attivare meccanismi di riconoscimento identitari. Questi sono estremamente importanti per assegnare valore etico e morale alla ricerca della bellezza come patrimonio e, diciamo pure, “bene comune”. Quale strumento preferenziale attraverso il quale i metodi ed i processi selezionati per la gestione dello spazio diventano utili per il governo della res pubblica generalmente intesa, la bellezza può determinare il “tragico urbano” nel senso che può concretamente disegnare la città, dettando i modi, i tempi e gli stili di vita urbani in modo da non consentire allo sviluppo di trarre contenuti significativi per attivare pratiche di political engagement.

Negli ultimi anni, la ricerca di un soddisfacente compromesso tra governo del territorio e diritti sociali urbani ha acquisito centralità nell’esperienza giuridica, come confermano i tanti programmi di tipo complesso che hanno provato a realizzare obiettivi d'interesse collettivo attraverso il miglioramento dell’assetto strutturale delle città, specialmente nei centri storici di molte città del Sud Italia. Peraltro, sebbene molti degli interventi abbiano riguardato il recupero dei patrimoni storico-artistici, sovente hanno rivolto specifica attenzione al perseguimento di una funzione sociale connessa con miglioramenti di carattere economico. Di contro, l'interesse del legislatore al tema dell'equità, anche nell'ottica di arginare le conseguenze negative derivanti da un eccessivo sfruttamento di suolo urbano e da una sfrenata esposizione agli effetti della spettacolarizzazione consumistica, induce a riflettere sulla possibilità che lo strumento urbanistico abbia ancora molte potenzialità inespresse. Quasi il legislatore nel corso dell'ultimo decennio avesse acquisito contezza del pericolo, sembra infatti che si stia cominciando ad intendere la pianificazione urbanistica come un'attività propedeutica ad uno sviluppo del territorio organizzato secondo un orizzonte di ripartizione universalistica della qualità delle condizioni di vita.

 

This paper tries to evaluate the outcomes of some urban renewals through the lens of urban spatiality. With specific reference to the concept of beauty, this paper considers it in connection with an alleged pattern of urban utility and/or desirability. This latter means spectacularization that leads to a radical perception of urban space only as a symbolic one.

Assuming the principle of gentrification as paradigm, the development of the old town of Foggia is evaluated in order to determine how the concept of “urban tragic” both declined in land use decisions. It produces considerable effects in the polis, or, more specifically, it determines the ability to practice the citizenship in an authentic way, not spectacularized. The central theme of this article revolves around the relationship between urban space and sharing social practices. Therefore it focuses on the possibility of considering the “expanded” effects of urban planning. In particular it discusses on the function of urban planning in activating mechanisms for recognition of identity. These are extremely important to assign ethical and moral values, especially for the significance of beauty and for the real meaning of “common good”. As a preferred tool through which the methods and processes selected for space management become useful for the government of the res publica generally understood, the beauty determines the tragic if the city is unable to determines ways, times and urban lifestyles by itself. If the city doesn't do it the development of political engagement is not allowed.

In recent years, very often the search for a satisfactory compromise between the territorial government and municipal social rights has become a very important experience, as confirmed by the many european programs of complex type that tried to achieve objectives of common interest through the improvement of 'structural setting of the city, especially in the historical centers of many cities of South Italy: for this reason, many of the targets concerned the recovery of the historical-artistic. These programs have specifically looked to the actual pursuit of a social function, not necessarily linked to economic improvements. Very relevant is the interest of the legislator to the issue of fairness, also in order to curb the adverse consequences arising from over-use of urban land. It would appear that the legislature in the last decade has gained cognizance of the danger. He has began to consider the urban planning as an activity useful to a land development conformed to a high quality urban life.

 

1. Il deformato come tragico ovvero i paradossi nella cultura popolare urbana

 

L'analisi della tradizione urbana del borgo antico della città di Foggia – sede del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Foggia – si ritiene possa rappresentare un caso esemplare di spettacolarizzazione che induce al tragico, nel senso che implica e sottende un rapporto con il tragico determinato da una deformazione, sia del concetto di città, sia di condizione urbana in quanto tale e sia di bellezza urbana. Quest'ultima, soccombendo ai diktat imposti da letture ed interpretazioni totalizzanti e assolutistiche, è diventata la condizione per conseguire dei risultati ad “alto impatto emotivo” e, per tale ragione, ritenuti generalmente validi per affermare forme – più o meno creative e variegate – di leadership.

Prima di entrare nel merito del tema proposto, è opportuno precisare che il richiamo alla bellezza – assunta come categoria urbana – diventa in quest'articolo indispensabile per individuare gli effetti negativi delle rigenerazioni urbane, quelle – per intenderci – che non appartengono alla categoria delle gentrification (Fanizza, 2014) e che, anche ma non soltanto per questo, considerano soprattutto gli esiti spettacolari degli interventi urbani, ovvero quelli variamente ascritti nella categoria dei cosiddetti “interventi di arredo urbano”.

La bellezza urbana, in quanto metrica della desiderabilità spaziale, malgrado teoricamente sia antinomica rispetto alla spettacolarizzazione, ne diventa in questi casi un mero corollario, specie quando il tragico stravolge le forme della realtà, ovvero quando le forme della realtà subiscono un'alterazione con esiti prevedibili sulla percezione simbolica essenzialmente rispetto a:

-        livello e qualità dell'urbanizzazione;

-        occasioni, caratteristiche e proprietà della socializzazione;

-        grado e condizione di accessibilità e fruibilità dello spazio comune;

-        esistenza, rappresentanza e democraticità dello spazio pubblico.

In linea di principio, di ogni intervento di recupero e di rigenerazione urbana andrebbero riconosciuti e salvaguardati non solo i lineamenti architettonici e urbanistici ma, prima di essi, i valori storici e socio-culturali. Per meglio dire, al fine di conferire un'impronta funzionale ai processi di rigenerazione urbana, ogni “segno” dovrebbe essere considerato una manifestazione della cultura materiale da preservare e valorizzare per consentire agli abitanti delle aree interessate, nonché all'intera cittadinanza, di acquisire strumenti per leggere, comprendere e socializzare le trasformazioni e i cambiamenti.

Piuttosto che modelli da emulare, l'attribuzione di significati specifici agli interventi urbanistici dovrebbe comportare l'attivazione di processi relazionali densamente morali, nel senso di adatti a conferire “concretezza democratica” alla conformazione della polis, ovvero alle maniere tramite le quali i cittadini diventano cittadini attivi. Gli interventi urbanistici dovrebbero, in altre parole, essere adatti a configurare la comunità urbana in stretto riferimento con le effettive necessità dei luoghi, degli spazi e delle persone.

In sostanza, tuttavia, l'ambizione ad esprimere il processo di sviluppo così come di riqualificazione, di rigenerazione o di rinnovamento urbano all'interno di una “memoria popolare di quartiere” spesso soccombe, o per ragioni legate a dinamiche e ad aspettative di natura privata, o a causa di eccessive segmentazioni, differenziazioni e determinazioni spaziali che, piuttosto che fare riferimento alla cultura popolare, paiono essere sempre più spesso improntate al bisogno di stupire e sorprendere. Un bisogno tanto più evidente nel caso le riqualificazioni, le rigenerazioni o gli interventi di rinnovamento urbano servano per affermare la presenza di politiche pubbliche, ovvero per testimoniare la presenza di una leadership. Quest'ultima sovente si fregia dell'aggettivo “partecipata”, ovvero trae diretto beneficio dall'apparato simbolico tramite il quale il potere adotta le forme pratiche della gestione della cosa pubblica.

Invero, proprio in vista del conseguimento di scopi di maggiore e più diretta partecipazione civica, le trasformazioni degli ambienti urbani stravolgono i luoghi e persino le abitudini di vita. Tragicamente, quindi, le identità di un territorio vengono sottoposte ad azioni che ne producono uno snaturamento. Di conseguenza, viene a determinarsi una virata della vita sociale verso modelli scarsamente socializzanti e aggregativi: muta il prossimo e il lontano, il pubblico e il privato, il paesaggio e le persone, tanto che, nonostante la consistenza fisica e la portata economica di esse, più che di evoluzione in molti casi riqualificazioni, rigenerazioni o rinnovamenti urbano producono involuzione.

In aggiunta a questo, occorre segnalare che proprio l'evoluzione differenziata dei quartieri determina il “tragico urbano” nel senso che spinge la città a modificare la sua identità e a trasformare la sua realtà, le forme della sua sociabilità e la molteplicità delle letture e dei racconti che si confrontano al suo interno. In altre parole, è allorquando la sostituzione favorisce o determina alterazione, mettendo in discussione la visione complessiva e generale tanto di città quanto di condizione urbana in quanto tale, che il tragico emerge. Il tragico riesce infatti a tramutare la realtà anche per mezzo della parziale idealizzazione della condizione urbana, nonché attraverso l'attenzione puntuale alle esigenze di singoli ceti invece che di tutti i cittadini. Ne consegue, dunque, che quando il concetto di municipio perde consistenza ed efficacia le identità si disperdono e le politiche pubbliche investono in spettacolarizzazione al fine di cercare modelli di sviluppo socio-urbano condivisi e intrinsecamente collegabili alle caratteristiche peculiari dei contesti umani destinatari degli interventi medesimi. In estrema sintesi, perciò, la spettacolarizzazione rappresenta raramente un buon investimento. Proprio alla luce del ragionamento fatto, è dubbia persino la sua funzione per allargare il consenso elettorale. La spettacolarizzazione è un cattivo investimento soprattutto quando manca di attivare una dinamica sociale, ossia di sviluppare un dialogo diretto e permanente tra decisioni politiche, progetti di ingegneria socio-urbana e aspirazioni/contestazioni dei residenti: come dire, rappresenta un cattivo investimento anche se è incapace di tradurre la protesta in rappresentanze qualificate e partecipative, e se nega l'accesso ad un immaginario comune e ad una narrazione collettiva quale risultato dell'equilibrio tra memoria urbana e spazio pubblico.

 

2. La memoria popolare della città e il progetto della “grande Foggia”

 

Attraverso la chiave storiografica è possibile sostenere che l'evoluzione dell'intera città di Foggia è condizionata dalla convenienza di imporne un modello che non ha ritenuto necessario istituire alcun rapporto specifico con il complesso della cittadinanza. Nella sua evoluzione storica a Foggia la città si sostanzia e si manifesta – nelle sue forme spettacolarizzate – limitatamente all'uso dello spazio funzionale allo scambio commerciale, nonché a servizio quasi esclusivo di chi lo ha occupato e lo abita essenzialmente per ragioni di convenienza. Di conseguenza, ancora oggi, le forme della realtà della città di Foggia stentano ad essere assunte come modello desiderabile, e perciò bello. Indubbiamente, proprio l'assenza di uno spazio pubblico qualificato, da vivere e condividere, trasforma e al tempo stesso mortifica la bellezza al rango di una mera aspirazione, ovvero di una condizione desiderabile e non già di una possibilità realizzabile in quanto connaturata all'esigenza di vivere e rendere consolidate abitudini, tradizioni e radicamenti culturali.

A Foggia la dispersione dei caratteri simbolici dello spazio comune determina una obiettiva difficoltà nella socializzazione a causa della mancata costituzione di un orizzonte simbolico sociale espressamente riferito e organizzato rispetto alla spazialità urbana. A sostegno di questa tesi, il tratto costitutivo del progetto della “grande Foggia”, un'idea generata agli inizi degli anni '20 per consentire la conversione da rurale a commerciale della città nonché per permettere al regime fascista di investire nella Capitanata quale fulcro delle produzioni agricole ed agroalimentari a livello nazionale. In estrema sintesi, il progetto della “grande Foggia” si sostanziava nella volontà di fondare una sede comunale con i tipici caratteri borghesi, ovvero un capoluogo di provincia moderno, preparato ad accogliere la sfida della modernizzazione quale chance di futuro per l'intera regione Puglia e per l'intero Mezzogiorno. Per dare consistenza al progetto della “grande Foggia”, l'obiettivo prioritario consisteva nell'assegnare al relativamente piccolo “centro comunale” a vocazione squisitamente agricola uno status politico al fine di valorizzarne il nuovo ruolo amministrativo, specie rispetto agli altri grandi comuni della provincia quali Cerignola, San Severo e Lucera.

i questo progetto, la politica urbanistica diventa l'elemento fondamento. Per tale ragione, a partire dal 1926, nel centro storico di Foggia (cosiddetta “testa di cavallo”) vengono programmate diverse grandi opere pubbliche (foto 1) e molti interventi di riqualificazione ed espansione urbana.

In breve essi consistono ne:

-        l'abbellimento dell'arredo urbano, come dimostrano gli inserimenti di elementi decorativi e di fontane nelle piazze del Lago (foto n. 1) e XX Settembre (foto 2);

-        il completamento del plesso dell'istituto scolastico delle Suore Marcelline;

-        l'istituzione del Museo Civico e della Pinacoteca.

 

Foto 1 – Fontana di Piazza del Lago nei pressi della Cattedrale

 

Foto 2 - Piazza XX Settembre: fontana e Chiesa di San Francesco Saverio, cosiddetta “delle colonne”, accanto a Palazzo Dogana, attuale sede dell'Amministrazione Provinciale

 

Tuttavia, nonostante gli sforzi e la forte determinazione politica, il tentativo di “sprovincializzare” Foggia trova un grosso ostacolo nella concentrazione di popolazione agricola nel centro storico. I “terrazzani” rappresentavano un problema per la loro scarsa disponibilità a “farsi trasferire in periferia”. Poiché la popolazione di contadini e braccianti che viveva stabilmente nelle corti settecentesche del centro storico era stimata nel 1921 intorno al 22% dell'intera popolazione, le resistenze dei “terrazzani” rallentarono la svolta borghese della città e la sua modernizzazione. In particolare, più che opporsi alle aspirazioni neo municipaliste volute essenzialmente dal regime fascista, essi difendevano un modello di urbanizzazione “spontaneo” fondato sulla conquista e la conversione dello spazio comune in “spazio pubblico per uso privato”. Una pratica difensiva e per questo profondamente contraria ad ogni forma di trasformazione, meno che mai in chiave spettacolare, essendo obiettivamente la spettacolarizzazione uno degli obiettivi del disegno fascista della “grande Foggia”.

Nondimeno, la città di Foggia non era nuova a trasformazioni spettacolari. Queste ultime rappresentano una pratica piuttosto radicata che, sotto certi aspetti, aveva qualificato l'evoluzione storico-demografica della città. L'excursus di questa evoluzione, determinata essenzialmente in relazione all'organizzazione sociale del nucleo originario (“testa di cavallo”), presenta aspetti interessanti dal punto di vista della coesione identitaria, culturale ed economica. Aspetti visibili nel loro progressivo sviluppo, con riferimento a luoghi, spazi ed insediamenti umani.

Più nel dettaglio, la storia urbanistica della città evidenzia che via Arpi è la spina dorsale del centro abitato di Foggia, ossia l'epicentro di ogni intervento urbanistico così come di ogni progetto di sviluppo sociale, economico e demografico. E' infatti in via Arpi che sino alla seconda metà dell'800 risiedevano le facoltose famiglie di agricoltori; sempre in via Arpi trovavano sede la maggior parte delle istituzioni d'interesse civile nonché le principali attività d'interesse economico e commerciale. Oltre all'ospedale (attuale sede del Dipartimento di Studi Umanistici), al “Monte di Pietà” (attualmente ospita la Fondazione Banca del Monte) le principali istituzioni religiose come il Convento di Santa Teresa, le chiese di Sant'Agostino, di San Giovanni di Dio, di San Tommaso e la Cattedrale.

In particolare, è la presenza sin dal '600 di ceti benestanti in via Arpi a favorire lo sviluppo urbano, tanto nella “testa di cavallo” – la città “dentro le mura” (vedi figura 1) –, quanto delle aree fuori le mura dove dal '700 in poi sorgono nuovi insediamenti abitativi distinti a seconda delle prevalenti vocazioni produttive (il quartiere dei caprari, via Dante per cestai, borgo Croci dei terrazzani).

 

Fig. 1 – Via Arpi attraversa la cosiddetta “testa di cavallo”, dai confini circoscritti ancora oggi.

 

La condizione baricentrica di Via Arpi produce forme più o meno evidenti di spettacolarizzazione nelle altre zone della città, e persino delle aree immediatamente fuori dal nucleo urbano vero e proprio (borgate rurali) giusto in ragione del fatto che il progetto della “grande Foggia” ruota intorno alla necessità, tanto di costruire nuclei di abitazioni da destinare sia per i ceti medi (ad esempio nei pressi dell'attuale piazza San Francesco e nella zona di Piazza Italia) che per i braccianti e i lavoratori agricoli (case popolari nell'area di via Lucera), quanto di procedere ad interventi di decentramento urbano con l'edificazione di case rurali e di masserie nelle aree rurali limitrofe (edificazione delle borgate rurali e delle case dell'O.N.C, Opera Nazionale Combattenti). Invero la spettacolarizzazione è strettamente connessa ad una questione che acquista rilevanza politica in quanto prende spunto dalla storia urbana, ovvero affonda le proprie radici e trova le sue motivazioni nel processo di espansione urbana dettato ed organizzato in base alle necessità del borgo antico. Proprio le peculiarità e specificità di quest'ultimo sono determinanti per la morfologia dell'intera città, nonché per stabilire le direttrici di sviluppo e di crescita culturale e sociale della città di Foggia nel complesso del territorio provinciale. E' questa la ragione per cui l'attenzione riservata alle questioni urbanistiche non si limita ad interventi di semplice ampliamento, ristrutturazione o di arredo urbano. A Foggia, infatti, primo caso per la Puglia dell’epoca, la necessità di un Piano Regolatore emerge e trova compimento, realizzando la riorganizzazione dell'intera area urbana in chiave de-ruralizzata (1). Nel merito, accanto alla conservazione delle caratteristiche storiche, artistiche ed ambientali, il proposito esplicito del Piano Regolatore constava di:

-        creazione di nuovi nuclei edilizi al fine di dare unità architettonica alla città;

-        collegamento tra i diversi quartieri anche attraverso la costruzione di grandi strade di traffico;

-        costruzione di nuove strade e piazze, con eventuale sistemazione di quelle già esistenti;

-        risanamento dei malsani quartieri settecenteschi del centro storico con svuotamenti e con la sistemazione dei cortili.

La strategia cui l’amministrazione comunale mira mediante il Piano Regolatore è un progetto per la zonizzazione del territorio di Foggia. In particolare, l'elemento qualificante risiede nella rilevanza assegnata al disegno della viabilità, quale matrice comune per procedere ad una più generale impostazione urbanistica (AA. VV., 1992). Più semplicemente, la progettazione di una rete di collegamenti tra nuclei urbani esterni e periferici doveva rappresentare una novità ed al tempo stesso un'invenzione, successivamente teorizzata ed eseguita in altre progettazioni di grande rilevanza nazionale (Valle, 1929).

 

3. Storia urbana e condizioni di vita a Foggia

 

La breve disamina delle modalità attraverso le quali sono stati messi in atto gli interventi di espansione, rigenerazione e riqualificazione urbana per il progetto della “grande Foggia”, naufragato a causa dell'inizio della II guerra mondiale, offre spunti di riflessione per sostenere la tesi secondo la quale l'attuale condizione urbana risente di una generale mancanza di senso, determinata, essenzialmente, da un eccesso di spettacolarizzazione. Quest'ultima è da intendere come l'oggettiva difficoltà che i cittadini incontrano allorquando desiderano avere contatti diretti con lo spazio pubblico, nonché quando sentono il bisogno di interloquire sussidiariamente con la cosa pubblica.

L’idea di fondo del progetto della “grande Foggia” consisteva nel combinare razionalizzazione urbana e sociale attraverso una destinazione urbanistica capace di considerare sia le esigenze produttive della nascente industria pesante (insediamenti vicini alla ferrovia e nei pressi della futura circonvallazione) sia quelle della piccola manifattura, nonché per differenziare, qualitativamente e territorialmente, le tipologie abitative rispetto alle provenienze geografiche e in considerazione dell'estrazione dei diversi ceti sociali (2).

Tuttavia, paradossalmente, l'esplicita volontà di escludere il borgo antico dagli interventi urbanistici conferma la volontà dell'amministrazione comunale di riconoscere alla “testa di cavallo” una specificità identitaria irrinunciabile al fine di consentire alla condizione urbana moderna di istituire il necessario legame con il passato e con le tradizione culturalmente più significative e radicate. Ovvero, in piena coerenza con gli indirizzi provenienti dalla scuola urbanistica tedesca dei primi del ‘900 (Sica, 1996), il progetto concepisce gli interventi nel centro storico allo scopo di preservarlo e proteggerlo dall’incidenza e dalla prossimità delle maggiori e più importanti linee di traffico. Cosicché, proprio per creare una congiunzione tra campagna, periferia e aree di espansione a est e a sud della città, ovvero per facilitare lo scorrimento viario verso la città vecchia e connettere la città vecchia con la città nuova e con la stazione ferroviaria verranno realizzati gli sventramenti di alcuni agglomerati urbani del centro storico, in modo particolare i cortili, il cui sacrificio, se da un dato rispondeva ad una logica razionalista, dall'altro lato decretò la desertificazione della vita sociale del borgo antico.

Alla luce di quanto esposto, è possibile sostenere che è la scarsa attenzione alla definizione del disegno sociale urbano a generare una tensione modernista che trova nella spettacolarizzazione pieno compimento ed esaustiva traduzione. Di conseguenza, gli interventi di rigenerazione, riqualificazione, rinnovamento ed espansione urbana si disinteressano dei processi di frammentazione e polarizzazione sociale, al punto che il welfare urbano diventa una modalità operativa quasi acritica –- un tecnicismo – piuttosto che un indirizzo metodologico per garantire una ridefinizione qualitativa delle forme di organizzazione della vita all'interno delle città. In altre parole, il welfare urbano svanisce, ovvero alimenta il tragico, nel senso che omette la valorizzazione ed il rispetto dei principi legati al concetto di vivibilità, in quanto completamente sopraffatto dalla strumentalizzazione dei principi dell'urbanesimo.

Peraltro anche – o per meglio dire proprio – la banalizzazione del concetto di civitas induce al tragico quando consente agli amministratori pubblici di ritenere che la determinazione dell’assetto del territorio, e quindi degli spazi dell'urbano, possa essere condotta attraverso l'adozione di modelli consumistici. Cioè, per meglio dire, quando le politiche pubbliche si dedicano quasi esclusivamente alla determinazione dei rapporti di connessione materiale tra le diverse zone della città senza assegnare significati e competenze alle diverse aree urbane.

In buona sostanza, la dogmatica assunzione da parte degli urbanisti dell’obiettivo della valorizzazione dei patrimoni e delle rendite immobiliari produce il più delle volte isolamento e disordine urbano: due condizioni che concorrono ad alimentare il desiderio di interventi taumaturgici di spettacolarizzazione.

Questi agiscono di riflesso rispetto alla trasformazione strutturale ed assumono il cambiamento come una pratica asettica. Inoltre, associando valore economico e pratiche sociali, viene a determinarsi una trasfigurazione delle città: un processo che ne mette seriamente a rischio la crescita e, più in generale, il destino. In altre parole, la spettacolarizzazione riforma il rapporto tra la città e i suoi abitanti perché altera l'equilibrio tra la domanda e l’offerta di città. Essa, cioè, turba il rapporto di mutualità e di solidarietà adattando le condizione di vita all'insieme delle relazioni di scambio e di servizio che fanno sì che i ruoli e le funzioni sociali siano soverchiate dalle necessità materiali. In tal senso, la strumentalizzazione della bellezza urbana concorre a disperdere la polis, ossia, paradossalmente, a privare la bellezza della sua stessa funzione estetica, e quindi condannando la bellezza a mero “bene-vetrina”.

L'uso strumentale della bellezza urbana porta alla materializzazione della città, ovvero alla dispersione, prima, e allo smarrimento, poi, del necessario dialogo e processo di scambio tra elementi naturali e culturali: questi ultimi sono indispensabili per la ricerca di condizioni di vita che possano soddisfare sia le legittime libertà personali che gli altrettanto legittimi diritti sociali urbani (Fanizza, 2013).

Mentre le azioni speculative producono la “turisticizzazione” della condizione di vita urbana, la deformazione dell'umano come origine del “tragico urbano” investe la correlazione tra obiettivi di pianificazione territoriale e strumenti di controllo urbanistico. Al contrario, è necessario intendere la città come struttura di cambiamento e di mobilità sociale, opponendo, quindi, all’uso strumentale e narcisistico dei luoghi una visione secondo la quale è attraverso l’organizzazione in chiave sociale e socializzante dello spazio pubblico che è possibile recuperare il valore e la funzione delle identità e delle memorie collettive. Dunque, difendere culturalmente e socialmente una città e una comunità urbana producendo significati al di là del valore effimero prodotto dalla strumentalizzazione del bello e in opposizione all'annientamento della funzione sociale dell'estetica. Significati capaci di elaborare un pensiero urbano come risultato della relazione tra le forme di aggregazione umana e la sistemazione dello spazio e del paesaggio urbano. Significati frutto di un processo storico-sociale volto a riattivare pratiche di comune riconoscibilità sociale. Significati propedeutici all'adozione di un metodo per garantire a tutti i cittadini l’effettivo esercizio del diritto alla città ed allo spazio pubblico.

 

Note

 

(1) Nel 1927 tramite bando pubblico nazionale viene chiesto ad ingegneri ed architetti un progetto circoscritto e particolareggiato nelle richieste in grado di soddisfare le esigenze di 200.000 abitanti, ovvero tarato sul triplo della popolazione al tempo residente. Tale richiesta è motivata dal fatto che, oltre agli abitanti del centro urbano, il Piano deve considerare le borgate rurali. Queste devono essere progettate entro il limite territoriale di una nuova circonvallazione perimetrale all’intero centro cittadino.

Cfr. Comune di Foggia (1930). Concorso Nazionale per il progetto di piano regolatore e di ampliamento della città.

(2) Le zone per le abitazioni vengono così distinte:

1. zone per abitazioni civili a carattere intensivo (centro cittadino);

2. zone per abitazioni a carattere semi-intensivo o villini (aree di ampliamento urbano);

3. zone per case popolari;

4. zone destinate alla popolazione rurale (fuori città), separate dal restante abitato per mezzo di vasti spazi verdi.

Da notare che le case popolari venivano previste anche nelle zone 1 (escluse le vie principali) e 2 al fine di agevolare il risanamento delle stesse, mentre per le zone destinate alla popolazione rurale il bando in maniera esplicita ne prevedeva la costruzione fino all’avvio della edificazione delle borgate.

Cfr. Comune di Foggia (1930). Concorso Nazionale per il progetto di piano regolatore e di ampliamento della città, art. 5.

 

Bibliografia

 

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