Saggi - Essays Stampa Email
Immagini di guerra. Spunti dalla letteratura per ragazzi per una pedagogia dello sguardo
di Ilaria Filograsso   

Nell'attuale contesto di ipervisibilità degli eventi e di immersività della comunicazione, le immagini che testimoniano i conflitti risentono di una estetizzazione pervasiva che rende labile il confine tra testimonianza e voyerismo,

e impone allo spettatore un'operazione riflessiva sulla verità e sull'opportunità della loro produzione e diffusione.

 

Il nostro presente è definito, infatti, dall'ambiguità tra il reale e finzionale, se le immagini dell'orrore dei corpi straziati, delle esecuzioni sanguinarie e dell'infanzia privata dei suoi più elementari diritti, perdono il carattere di condizione reale per farsi icone del circuito mediale, frammenti disponibili alle più diverse manipolazioni e decontestualizzazioni, passando dallo stato di testimonianze alla condizione immaginaria di pretesto, di oggetti estetici.

La letteratura illustrata per ragazzi non semplifica ma complessifica la visione, attivando l'intenzionalità percettiva del lettore, mobilitando competenze metaforiche, inferenziali, narrative, applicabili ad ogni aspetto della lettura della realtà, invitando ad arricchire in direzione problematica lo sguardo, per "vedere il mondo" e  progettarlo con occhi e mente resi più critici e creativi.

Il saggio si sofferma sull'analisi di alcuni libri illustrati dedicati al tema della guerra che, attraverso diverse strategie narrative e scelte stilistiche, spingono chi guarda ad assumere un ruolo attivo, interrogativo, ad andare oltre la mera decifrazione, a formulare ipotesi interpretative, a proiettarsi empaticamente nelle vicende narrate: lo sguardo del lettore è spinto a riflettere sulla complessità dei conflitti, delle motivazioni, delle testimonianze, non solo in funzione della rielaborazione dei fatti storici, ma anche per una più ampia riflessione sull’umano e sul tempo presente.

 

In a current context of over-visibility of events and that of impassive and immersive communication, the images which testify conflicts, suffer a pervasive aesthetic weakening of the border between testimony and voyeurism.  This obligates the spectator to reflect on the truth and on the opportunities of what is produced and as a consequence its diffusion.

Our “present” is actually defined by ambiguity between a real world and that of an imaginary world, if the images of horror of tortured bodies from bloody executions and of an infancy deprived of ones more elementary rights, forgives the character who lives a “real” condition, to become part of a mediatory circuit. Fragments of different kinds of manipulation and decontextualisation as evidenced, pass from a testimonial state to an imaginary condition of aesthetic objects.

Illustrated literature for youth does not simplify but complicates ones vision, stimulating the perceptive intention of the reader, concentrating on metaphoric, inferential and narrative competences which are applicable to every aspect of reality. This is an invitation to enhance the view of how to “see the world” and to plan it with a more critical vision and a more creative mind.

This study reflects on the analysis of several books presented and dedicated to the theme of war. With different narrative strategies and stylistic choices, it encourages those who observe to assume an active and interrogative role to go beyond a mere simple understanding but to formulate interpretative hypothesis in order to project the situations described, with empathy: the expression of the reader is encouraged to reflect on the complexities of conflicts, of motivations and of testimonies, not only in line with historical events, but also for a far broader reflection on man and his “present” time.

1. La responsabilità di vedere

 

Dopo l’orrore dei conflitti mondiali oggi l’incubo della guerra è proteiforme, assume volti e connotazioni ogni volta diversi, e alimenta la paura inquietante che dappertutto “vi siano bottoni, nessuno dei quali provoca da solo la catastrofe totale, ma ognuno dei quali è connesso ad innumerevoli altri, che forse non ci si accorge di schiacciare e che alla fine possono produrre un disastro totale” (Magris, 2005, p. VII).

Alla contrapposizione frontale, alla segnaletica esplicita si è sostituita una sorta di terra di mezzo, guerra continua e terra di nessuno fisica e simbolica dove tutto è lecito, e il limite tra il sopravvivere e il morire si fa sempre più sfumato, autorizzando uno stato di inerte sospensione o, in alternativa, il rilancio scomposto di una divisione manichea del mondo, della necessità di uno scontro tra civiltà, cui si accompagna una visione emotiva e semplicistica delle guerre insieme ad una sostanziale sottovalutazione delle logiche economiche ad esse sottese.

La viralità del conflitto determina uno stato in cui nessuno si sente più al sicuro perché il confine tra guerra e pace, vita e morte, è osmotico e indefinibile: labilità amplificata dalla pervasività della video-guerra, dall’ipervisibilità degli eventi, dall’estensione concettuale del percepibile, dall’immersività della comunicazione, dall’estetizzazione della guerra, in definitiva, che contribuisce a cambiarne in profondità la natura.

Nel passaggio dall’epoca del Simbolico a quella dell’Immaginario (Carmagnola, 2006), nell’intersezione tra evento e racconto, tra cosa e immagine, il nostro presente si definisce nella perdita di realtà o nell'indecidibilità tra il reale e finzionale, se anche le immagini dell’orrore dei corpi straziati, delle esecuzioni sanguinarie e dell’infanzia violentata e annientata nei suoi più elementari diritti, perdono, nel sistema mediale pervasivo della contemporaneità, il carattere di condizione reale per farsi icone del circuito mediale, significanti fluttuanti, frammenti disponibili alle più diverse rappresentazioni, manipolazioni e decontestualizzazioni, passando dallo stato di reperti visibili e testimonianze alla condizione immaginaria di pretesto, di oggetti estetici: “L’aistheis non basta più, e il culmine di questa situazione di incertezza è che pare non esistere un confine definibile tra l’immagine che denuncia l’orrore e il cinismo dello spettacolo che attraverso il pretesto della denuncia si auto-assolve” (Carmagnola, 2007 p. 40).

A partire dall’evento estremo ma reale delle Twin Towers, che secondo J. Baudrillard (2002) ha interrotto improvvisamente lo "sciopero degli eventi", si è intensificata una relazione ambigua tra evento e immagine riprodotta, nel gioco continuo tra l'inimmaginabile e il suo lasciarsi vedere: l’immagine-testimonianza si converte simultaneamente nel cattivo gusto dello spettacolo, nella circolazione infinita e ricorrente dell'insopportabile che, moltiplicato e iper-rappresentato, centro intorno al quale si addensano da subito linguaggi e supporti che ne attivano la riproduzione, non possiamo fare a meno di vedere.

La dissociazione tra l'aspetto estetico e il principio etico, innescata dall’estendersi dello spazio dell'estetica come componente antropologica del nostro presente al di là dei confini classici sanciti dalla modernità, contribuisce a costruire un gigantesco atto di rimozione, di falsa coscienza, di menzogne consapevoli o indotte, favorisce una strategia di disinformazione che, in un'epoca in cui disponiamo di mezzi di comunicazione capaci di raccogliere e trasmettere notizie in tempo reale, rende paradossalmente sempre più distante la verità: in Occidente sembra imperare, spiega Massimo Nava (2005) nel suo splendido libro dedicato alle vittime delle nuove guerre, la democrisia, una democrazia che si fonda sempre più sull’ipocrisia, sull’occultamento e sull’inquinamento della verità, non solo nascosta ma resa talmente inintellegibile da metterne in dubbio persino l’esistenza.

Una rimozione che si basa su un meccanismo che "sospende", precisa Chiodi (2006), la responsabilità dello spettatore, e lo proietta in un non-tempo e in un non-spazio, esente dall’obbligo sociale e dalla coerenza psichica, un contesto di "gioco", contraddistinto dall'incapacità di scelta, dall'annullamento delle conseguenze materiali e morali degli atti volontari, alimentato da una duplice, paradossale richiesta: una trasparenza e insieme un’opacità assoluta delle immagini.

“Si chiede di vedere di più, di vedere più a fondo e per più tempo, di vedere tutto, portando l’acuità visiva al grado massimo di super-senso che aspira a coincidere col mondo stesso, e insieme si chiede a questo stesso sguardo di restare fuori, di non rientrare all’interno, di non trasformarsi in coscienza” (Chiodi, 2006, p. 12).

Immagini consumate, dunque, in un "qui e ora" indifferenziato e infinitamente variato, al di fuori di una possibile trama che ne componga coerentemente la storia per consentire un'attribuzione di senso, oltrepassando la casuale e pulsionale fruizione o la reazione istintiva, slegata da ogni processo di giudizio e di riflessività.

Una deresponsabilizzazione del vedere che, nel labirinto di sangue che caratterizza lo scenario internazionale e nel clima contemporaneo di annebbiamento ideologico di freudiana memoria, risulta inscrivibile tra i fondamenti di una educazione alla guerra che ha acquisito nel tempo caratteri diversi rispetto alle strategie di propaganda messe in atto nel "secolo breve", ma si avvale ancora oggi, nella molteplicità dei canali comunicativi, relazionali e culturali attivi nel processo formativo, non solo del ricorso a valori legati ad una presunta lotta del bene contro il male e all’odio razziale e culturale per il "diverso", ma soprattutto di una sorta di estraneità parziale e di riduzione del coinvolgimento diretto e corporeo: la guerra è presentata come pensabile, legittima, praticabile per la soluzione positiva delle crisi internazionali, un’attività necessaria per le democrazie compiute e mature, che si assumono la responsabilità di mediazione nella comunità internazionale. Un indispensabile strumento, dunque, da accettare con rassegnazione come prosecuzione della politica con altri mezzi, per il bene degli equilibri internazionali: insieme, il sistema guerra inteso come macchina imprenditoriale e professionale, disgiunta dalla popolazione civile, rende concreta la delega, in cambio di un mancato coinvolgimento diretto negli eventi (Tramma, 2007).

Di fronte alle continue sollecitazioni provenienti dal mondo delle immagini e al progressivo instaurarsi di un universo audiovisivo artificiale capace di fondersi senza soluzione di continuità con gli spazi e i tempi del nostro vivere quotidiano, per ricavare una posizione consapevole si rende necessaria allo spettatore, se non urgente, un'operazione riflessiva sulle diverse possibili funzioni del vedere, sulle molteplici forme di rappresentazione a cui si collegano, sulla posizione di enunciazione che sta dietro la costruzione e l'uso delle immagini, dietro il risultato visibile sempre più ambiguo nel suo imporsi alla vista (Somaini, 2005). L'immagine come atto di discorso è una "verita in prova", che impegna chi dice e chi ascolta, chi mostra e chi osserva in una continua e onesta verifica.

Un esercizio etico oltre che estetico, necessario per un’educazione alla pace fondata sulla rimozione delle false credenze della "controinformazione", sulla disamina critica dei conflitti come organismi complessi, sulla formazione di un pensiero indagatore in grado di problematizzare e analizzare in profondità motivazioni, informazioni, testimonianze, dichiarazioni di responsabilità, disvelando le ipocrisie delle guerre in corso e attivando forme di memoria sociale dei conflitti del passato.

 

2. Mettere a fuoco, pensare le immagini

In Fuori fuoco, libro recente di Chiara Carminati (2014), dedicato alla prima guerra mondiale, tredici fotogrammi scandiscono il racconto della protagonista, Jolanda, un’adolescente emigrata per lavoro in Austria con la famiglia, costretta per lo scoppio del conflitto a tornare in Friuli, dove è nata e cresciuta, e a fare i conti con una dura certezza: “la guerra la fanno gli uomini ma la perdono le donne”.

La narrazione in prima persona e una scrittura densa, sfumata, attenta al dettaglio e insieme profondamente evocativa, proiettano il lettore in un'esperienza immersiva che dà visibilità e concretezza agli stati d'animo di una popolazione impreparata e stravolta dalla guerra, privilegiando lo sguardo acuto delle figure femminili di ogni generazione, costrette a ridefinire il proprio ruolo di figlie, madri e mogli, a fronteggiare violenza, solitudine e inedite responsabilità, tra esitazioni e atti di straordinaria resilienza, in grado di capovolgere per sempre gli equilibri personali e familiari.

L’aspetto più sorprendente del libro risiede, tuttavia, nelle tredici fotografie caratterizzate da un particolare fuori fuoco: tredici immagini completamente grigie, di cui è offerta la descrizione in didascalia, lasciando al lettore la possibilità di pensarle e parlarle, in assoluta libertà. Foto di famiglia, foto di emigranti, angoli di città, passeggeri in stazione, la ritirata, vedute aeree, campagne silenziose: questi gli agganci visivi offerti dal testo verbale che rimanda a immagini in realtà del tutto illeggibili, che aprono ad una molteplicità di storie dicibili a partire da quel “potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi”, di “pensare per immagini”, che Italo Calvino (1985) poneva come obiettivo di una rinnovata e auspicabile pedagogia dell'immaginazione.

Dietro alla provocazione dell'autrice, in effetti, è possibile scorgere un'intenzionale operazione di essenzialità, di "ripulitura" delle immagini, come accade nelle fotografie di Gerhard Richter, che già negli anni Sessanta proponeva lo sfuocato fotografico come forma d’arte, e che in seguito ha evoluto la sua tecnica dipingendo le fotografie per dare loro un aspetto ancora più confuso e incerto, fino a rendere tutto ugualmente importante e ugualmente privo d’importanza, in modo che le cose rappresentate non avessero un aspetto artistico o artigianale, ma tecnologico, liscio e perfetto, eliminando l’eccesso di informazioni non necessarie (Richter, 2009).

Il "fuori fuoco", quindi, da una parte è metafora che traduce efficacemente la fragilità di donne e bambini, "combattenti delle retrovie" che già nella Grande Guerra sono spettatori e attori, spesso invisibili, coinvolti a più livelli nell’ingranaggio dell’indottrinamento, della mobilitazione e del sacrificio per la patria, dall’altra spinge a riflettere sulla provvisorietà, sulla precarietà di ogni rappresentazione e sull’incertezza di una realtà che non può mai dirsi fino in fondo, sull’impossibilità di assumere una posizione netta sulle cose, accettandone l’ambiguità e tollerando l’inadeguatezza di cornici interpretative rigide e pre-scritte: mettere a fuoco è allora l'esercizio di chi è miope, consapevole della difficoltà di vedere l’altro nell’eccedenza delle informazioni, e della necessità di accostarsi, chinarsi sulle cose, senza avere fretta di capire.

Le immagini opache di Fuori fuoco assolvono al medesimo compito delle illustrazioni della migliore letteratura disegnata per ragazzi, che non semplifica ma complessifica la visione, attivando l’intenzionalità percettiva del lettore, mobilitando competenze metaforiche, inferenziali, narrative, applicabili ad ogni aspetto della lettura della realtà, punto di avvio di un laboratorio ermeneutico delle rappresentazioni (Dallari, 2005), in cui la ricerca delle peculiarità dei codici, della polisemia di ogni figura e delle suggestioni culturali in essa racchiuse, di ogni ambivalenza intrinseca o estrinseca, non serve a confondere ma a fondere, arricchire, integrare, in direzione critica e problematica lo sguardo, insegnando la continua negoziabilità del senso e, insieme, il valore culturale e morale della trasgressione. Le illustrazioni di qualità si configurano come materiale culturale e didattico in relazione al quale progettare, attivare laboratori, discussioni, giochi, ricerche, al fine di aiutare i soggetti in formazione a "vedere il mondo", a progettarlo, a costruirlo, con occhi e mente resi più critici, curiosi e creativi.

Un invito a non abdicare alla potenza di visione tipica dell'infanzia, a scardinare stereotipie e a non sottrarsi all'avventura di conoscere ed esplorare il mondo: i migliori libri per l’infanzia tematizzano, come precisa Marnie Campagnaro (2015), l’idea del limite e dell’attraversamento della soglia, dello sconfinamento in un territorio altro, che sovverte i parametri del conosciuto e turba, perché il punto di osservazione costruito dall’autore è talmente controverso, elevato, radicale, da sconvolgere pensieri, parole, azioni del protagonista e del lettore, imponendo una scelta, il dilemma dell’oltrepassamento o della rinuncia, della conservazione o della scoperta, al di là delle apparenze dei fenomeni, di verità nascoste e segreti indicibili. Le pagine di Gipi in Unastoria (2013), potente narrazione a fumetti che intreccia il piano temporale del presente di uno scrittore, in piena crisi esistenziale, per il suo sentirsi "fuori dalla natura", con quello della vita in trincea del suo bisnonno, delle sue lettere dal fronte della prima guerra mondiale, che ossessivamente esprimono il desiderio del ritorno, la determinazione a sopravvivere, trasportano il lettore in un universo fitto di immagini, visioni, metafore del disagio e della disperazione dei due protagonisti, sino alla fine, quando cinque pagine di acquerelli "a volo di uccello" su paesaggi naturali preannunciano una nuova inclusione nel mondo, dopo il dolore e la frantumazione delle certezze.

Un libro, impasto sapiente di tecniche e impatti visivi diversi, dagli scarabocchi in bianco e nero ai paesaggi in acquerello, alle dense sequenze con colori accesi, che si interroga e interroga il lettore su come sia possibile rapportarsi, oggi, senza retorica o banalità, ad un evento come la prima guerra mondiale, per certi versi indicibile nella sua disumanità, capace di rilanciare alcuni temi cruciali di riflessione per l’uomo contemporaneo, come il rapporto tra dimensione naturale e "modernità", o tra norma morale ed eccezione, ambivalenze che i soldati hanno scontato in prima persona nella liminarità del campo di battaglia, restituita pienamente nelle tavole del libro: la soluzione di un’apertura di capitolo che, raccontando le fasi di una battaglia, lascia vuoti e muti i balloons, ottiene l’effetto opposto di moltiplicare il rumore e di catturare la concentrazione del lettore, permettendo che il fragore dello scontro bellico sia riempito dei suoni e delle parole di chi guarda.

Anche Joe Sacco (2014), nelle sue tavole dedicate al primo giorno della battaglia della Somme, "punto in cui l'uomo comune dovette abbandonare ogni illusione sulla natura della guerra moderna", rappresenta, con precisione filologica, uno dei più sanguinosi eventi della Grande Guerra in un’opera panoramica muta, straordinariamente dettagliata e documentata, lunga sette metri: dal generale Douglas Haig alle imponenti postazioni di artiglieria dietro le linee, alle legioni di soldati che emergono dalle trincee e vengono abbattuti nella terra di nessuno, fino alle decine di migliaia di feriti in ritirata e ai morti seppelliti in massa. Ancora una volta il lettore è invitato ad esplorare autonomamente lo spazio della narrazione, ad orientarsi nel brulicare di storie evocate da ogni singolo soldato rappresentato, a ricostruire sequenze temporali raccordando ciò che vede con le diverse fasi della battaglia, a formulare ipotesi interpretative sollecitato dalla forza narrativa delle tavole, ad immaginare dialoghi, emozioni, riflessioni delle vittime anonime dello scontro. L’assenza di parole e la rinuncia alle spiegazioni, alle critiche e agli elogi dei soldati, non impedisce di riflettere su ciò che è avvenuto, perché il "cattivo sapore" della sorpresa e della disperazione permeano in profondità lo scenario ricostruito, realistico e simbolico insieme, di una guerra "illimitata" e disumana.

I wordless books come questo, libri senza parole sottratti alla ridondanza e alla "tirata magnetica" del codice verbale, sollecitano risposte ermeneutiche, non invitano a una spiegazione didascalica o alla mera decodifica del libro ma, soprattutto attraverso la mediazione di una lettura condivisa, inducono alla concentrazione, all’attenzione e all’osservazione minuta di dettagli che altrimenti andrebbero persi, pongono interrogativi e favoriscono la co-costruzione di significati negoziati, invitano a rispondere narrativamente alle storie degli altri superando pregiudizi e stereotipi, “rinascendo come lettori e spettatori” (Grilli & Terrusi, 2014, p. 84).

Come precisa Shaun Tan, illustratore australiano di origini malesi, riflettendo sul processo creativo sotteso a L'approdo (2008), uno dei suoi romanzi grafici più suggestivi, racconto universale di migrazione e di integrazione attraverso l’ascolto e la narrazione reciproca, intenzione dell’artista è costruire un’architettura leggera dotata di pareti immaginarie, in cui non dispone che pochi oggetti di arredo, per poi restare in attesa dell’ospite sconosciuto, il lettore che accetterà l’invito ad animare il luogo, a riempirlo di senso, non come puro destinatario di idee, ma come amabile conversatore che ama confrontarsi con le molteplici possibilità che il testo può schiudere, perché non può darsi un’interpretazione data e cristallizzata, ma una continua conversazione tra narratori e lettori, in movimento e cambiamento costanti, sul piano personale e sociale (Tan, 2014).

Le drammatiche vicende del protagonista de L'approdo, sintesi mirabile dell’esperienza del migrante di ogni tempo costretto da guerre, povertà e totalitarismi ad abbandonare il paese d’origine, sono tracciate attraverso un impasto sorprendente di suggestioni pittoriche, culturali, cinematografiche, capace di coniugare sapientemente paesaggi, oggetti, esseri surreali, e immagini realistiche, quasi fotogrammi di un lontano passato, in un contesto insieme familiare e distante, in cui pochi riferimenti certi non bastano ad arginare un senso di profonda destabilizzazione. La dimensione riflessiva attivata dalle immagini, dunque, non è qui un’operazione di concettualizzazione astratta, lo sguardo del lettore non è allontanante, non inquadra ma si riflette letteralmente in uno "specchio attivo", dove guardando si vede anche guardato, un riflettersi costruendo e stabilendo connessioni tra ciò che vede e ciò che ha già visto in precedenza, stando dentro alle immagini, riflettendo con esse e non solo su di esse (Maragliano, 2008).

I lettori si trovano, infatti, subito catapultati empaticamente nel senso di estraneità e impotenza che prova ogni uomo in terra esotica: proseguendo nell’avventura, non è possibile rimanere indifferenti alle inquadrature dei dettagli, alla tangibile espressività dei personaggi, alle miniature ramificate in meravigliose gigantografie, all’inesorabile trascorrere del tempo punteggiato da parentesi narrative che alludono alle diverse e simili esperienze di fuga dei personaggi incontrati dal protagonista, tutti portatori di storie da condividere, grazie alle quali si assiste al riaffiorare del sentimento comunitario e all’emergere di una nuova appartenenza.

L’immersione in una realtà-limite, dunque, che rimanda all’esperimento letterario della scrittrice danese Janne Teller, Immagina di essere in guerra (2014), provocazione della fantasia ed esercizio di empatia, libro-passaporto che è un invito a capovolgere lo sguardo, ad entrare nella vita degli altri, con l’espediente del "tu narrativo" che costringe il lettore italiano a vestire i panni del rifugiato, a scappare da un ipotetico regime nazionalista autocratico in guerra per essere accolto in Egitto, se un Medio Oriente democratico e pacificato può offrire asilo e accoglienza, attraversando tutte le esperienze più dure della lotta per la sopravvivenza e della spersonalizzazione del migrante (rese efficacemente dalle geometrie delle illustrazioni di H. V. Jensen), fino ad una conclusione per nulla pacificante, perché mai si può smettere di sentirsi stranieri e di cercare una casa ormai priva di consistenza, chimerica.

Ne L'approdo il disorientamento prelude più ottimisticamente alla tessitura di trame rinnovate e di relazioni ricostruite grazie al potere delle storie e degli scambi narrativi con l’Altro, e l’infanzia e l’esperienza di migrazione rappresentano due condizioni insieme disagevoli e privilegiate, poiché valorizzano il recupero di uno sguardo primigenio, di uno stadio quasi pre-alfabetico dello sguardo, di un’intelligenza visuale che si traduce nella capacità di dare senso alla realtà, di una ri-costruzione personale e creativa di significati inattesi.

I bambini e i migranti, infatti, insiste Shaun Tan, sanno che non essere in grado di leggere il mondo che li circonda, a causa dell’età o della lingua, allerta i sensi, costringe ad abbandonare le pastoie dell’identificazione forzata del reale, gli automatismi percettivi e l’archiviazione passiva dell’esperienza, attivando uno sguardo esplorativo e interrogativo con cui guardare il mondo e le sue complessità.

 

Bibliografia

 

Baudrillard, J. (2002). Lo spirito del terrorismo. Cortina: Milano.

Calvino, I. (1985/2000). Lezioni americane. Mondadori: Milano.

Campagnaro, M. (A cura di). (2015). La Grande Guerra raccontata ai ragazzi. Donzelli: Roma.

Carmagnola, F. (2006). Il consumo delle immagini. Estetica e beni simbolici nella fiction economy.
Bruno Mondadori: Milano.  

Carmagnola, F. (2007). Perché oggi non può esserci un'estetica della guerra. In S. Tramma (A cura di). Pace e guerra. Questioni culturali e dimensioni educative (pp. 33-45). Guerini: Milano.

Carminati, C. (2014). Fuori fuoco. Bompiani: Milano.

Chiodi, S. (2006). Quel che resta della morte dopo la battaglia. Il Manifesto, 23 luglio 2006, p. 12.

Dallari, M. (2005). La dimensione estetica della paideia. Fenomenologia, arte, narratività. Erickson: Trento.

Gipi (2013) Unastoria. Coconino Press: Bologna.

Grilli, G., & Terrusi, M. (2014). Lettori migranti e silent book: l’esperienza inclusiva nelle narrazioni visuali. Encyclopaideia, XVIII (38), pp. 67-80.

Maragliano, R. (2008). Parlare le immagini. Apogeo: Milano.

Richter, G. (2009). Text. Writings and Interviews and Letters 1961-2007. Thames & Hudson: London.

Somaini, A. (A cura di). (2005). Il luogo dello spettatore. Forme dello sguardo nella cultura delle immagini. Vita e Pensiero: Milano.

Teller, J. (2014). Immagina di essere in guerra. Feltrinelli: Milano.

Tramma, S. (2007). Educare alla guerra, educare alla pace. In Id. (A cura di). Pace e guerra. Questioni culturali e dimensioni educative (pp. 87-114). Guerini: Milano.

Magris, C. (2005). La mondializzazione della menzogna. Prefazione a M. Nava. Vittime. Storie di guerra sul fronte della pace. Fazi Editore: Roma.

Sacco, J. (2014). La Grande Guerra. Rizzoli Lizard: Milano.

Tan, S. (2008). L’approdo. Elliot: Roma.

Tan, S. (2014). Per chi sono questi libri?. Andersen. Il mensile di letteratura e illustrazione per l’infanzia, 309, pp. 11-15.