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La comunicazione spettacolarizzata: una riflessione pedagogica tra Debord e YouTube
di Emanuele Isidori   

L’obiettivo principale di questo saggio è quello di sviluppare, utilizzando una metodologia ermeneutica, una breve analisi della comunicazione spettacolarizzata prospettata dalla diffusione dell’uso di una piattaforma web come YouTube.

Il punto di partenza di questa analisi saranno le teorie del filosofo, scrittore e regista francese Guy Debord (1931-1994) che ha introdotto per la prima volta nel lessico culturale della comunicazione e della sociologia  il termine “società dello spettacolo”.

 

La società dello spettacolo rappresenta lo scenario principale dell'educazione contemporanea, che è caratterizzata dalla frammentazione e dalla molteplicità all'interno di specifici tendenze culturali. Queste tendenze sono: l'individualismo, il consumismo, la globalizzazione, la tecnofilia, l’egemonia di internet, la democrazia della fama, l’attenzione ai giovani, la prevalenza e il significato dominante attribuito ai mass media. Oggi, di fatto, la maggior parte della conoscenza non deriva dall'esperienza diretta. Televisione, radio, film, musica, internet e carta stampata sono diventati strumenti estremamente potenti in grado non solo di plasmare e influenzare il nostro modo di vivere, ma anche la formazione e l'educazione nelle scuole e nelle università. In questa società dello spettacolo, i media sono a tutti gli effetti rivali e sembrano sopraffare la scuola come fonte di informazione e conoscenza.

Secondo il parere di molti studiosi, la conseguenza di tutto ciò è che stiamo vivendo una crisi della cultura. La società dello spettacolo è caratterizzato da uno specifico modo di comunicazione. Tale comunicazione viene definita "spettacolarizzata”, ed è dominata dall’influenza dei media e dal loro potere di modellare e trasmettere la conoscenza. Come risultato di questo tipo di comunicazione, le persone che vivono nella società attuale sperimentano un degrado dei valori, della cultura, dei gusti, delle aspettative e dei comportamenti. In questa comunicazione e società spettacolarizzata, la linea tra la serietà ed il ridicolo, tra il vero e il falso è molto sfocata. Questo accade perché i principali, più comprensibili e persuasivi valori della comunicazione spettacolarizzata sono modellati e veicolati dall'industria dell'intrattenimento.

Nel nostro saggio sosterranno che YouTube riassume questo processo di cosiddetto "degrado" della cultura, in cui lo stile predomina sulla sostanza, la frivolezza sulla serietà, l’egocentrismo sulla solidarietà, la gratificazione immediata su quella differita, e sono la popolarità ed il valore commerciale a definire i valori. Questo processo tende ad "anestetizzare" le coscienze. Per questo motivo, l’analisi sviluppata in questo articolo sarà l’occasione per elaborare una riflessione pedagogica sulla comunicazione nella società della rete e dell’informazione e per mettere in evidenza le contraddizioni ed i paradossi che tale comunicazione, implicando aspetti egoistici e di manipolazione, prospetta in sede pedagogica perché non permette lo sviluppo di un soggetto-persona socialmente solidale, autonomo e critico-riflessivo.

In conclusione, nel saggio verrà sostenuta l’importanza di aiutare le nuove generazioni a sviluppare, sia nelle scuole che nelle famiglie attraverso una efficace educazione ai media, un autentico pensiero critico in grado di far comprendere le contraddizioni, i paradossi e la superficialità di valori che la comunicazione spettacolare implica e trasmette.

 

The main aim of this study is to carry out, through a hermeneutical approach, a brief analysis of spectacular communication as it emerges from the current diffusion of the use of YouTube, a web platform that allows video sharing. The starting point of this analysis will be the theories of Guy Debord (1931-1994), French philosopher, writer and movie director who wrote the book Society of the spectacle, whose title has become a common term both in sociology and communication studies.

The society of the spectacle represents the main scenario of contemporary education, which is characterized by fragmentation and multiplicity within specific cultural trends. These trends are  individualism, consumerism, globalisation, technophilia, internet hegemony, the democracy of fame, emphasis on youth, the prevalence and significance of mass media. Nowadays, the majority of knowledge no longer derives from direct experience. Television, radio, film, music, the internet and print media have become immensely powerful in shaping and defining not only our way of life but also learning and education in schools and universities. In this society of the spectacle, the media rivals and seems to overwhelm the school as the source of information and knowledge.

In the opinion of many commentators, the consequences of this are that we are experiencing a crisis of culture. The society of the spectacle is characterized by a specific way of communication. This communication is defined as “spectacular communication”, and it is dominated by the influence of media and their power to shape and transmit knowledge. As a result of this kind of communication, people who live in current society are experiencing a degradation of values, culture, tastes, expectations and behaviours. In this spectacular communication and society, the line between seriousness and laughter, between true and fake is very blurred. This happens because the main and most intelligible and persuasive values of spectacular communication are shaped and conveyed by the entertainment industry.

In our study will argue that YouTube sums up this process of  so-called “degradation” of culture, in which style overcomes substance, lightness overcomes seriousness, self-centredness overcomes communal sentiment, immediate overcomes deferred gratification, popularity and financial worth define values. This process tends to “anesthetize” consciences. For this reason, the analysis developed in this study will provide an opportunity to develop a pedagogical reflection on communication in so-called Network/Wired society, and to highlight the contradictions and paradoxes that such a communication, showing selfish and manipulative aspects, implies. Actually, this kind of communication can be a pedagogical risk and not allow the development of socially cohesive, self-reflective and critical persons. To conclude, we will argue the importance of helping new generations to develop, both in schools and families through an effective media education, a real critical thinking capable to understand all the contradictions, paradoxes and superficial values the spectacular communication implies and conveys.

 

1. Introduzione

 

La diffusione di internet quale strumento planetario di interazione e condivisione di informazioni impone, di fatto, non solo nuove pratiche nell’uso e nel consumo della cultura ma anche l’elaborazione di nuovi processi per la ricezione, produzione, circolazione e socializzazione dei contenuti comunicativi. Trasformato in uno strumento di consumo e mercificazione, l’avvento di internet ha determinato la fine della concezione tradizionale dello spettacolo e prospettato una comunicazione basata su tre caratteristiche principali che sono: l’interazione continua; la contingenza; l’istantaneità.

Il tipo di comunicazione prospettato da internet dischiude lo scenario di una società nella quale dominano l’apparenza, il vuoto e la velocità (Vattimo, 2011). Questi tre elementi, ai quali si associa l’istantaneità, impediscono alle persone di soffermarsi a pensare per più di pochi secondi, causando talvolta forme patologiche di interazione con la realtà (Lovink, 2012). Infatti i tempi della televisione, dello zapping, di internet e di tutti i dispositivi elettronici con schermi video integrati hanno accelerato la realtà e la percezione di essa nelle persone (Muscelli & Stanghellini, 2012).

Nel contesto di questa nuova condizione nella quale predominano gli aspetti visivi e più spettacolarizzati della comunicazione legati all’immaginario emotivo ed emozionale delle persone, il caso della piattaforma YouTube appare esemplare. Fondata nel 2005 e diventata in pochi anni il terzo sito più visitato al mondo dopo Google (alla cui società appartiene) e Facebook, la piattaforma YouTube sintetizza le caratteristiche fondamentali della nuova cultura dello spettacolo e della comunicazione nell’era di Internet. YouTube presenta, infatti, due tendenze fondamentali che sono proprie dello spettacolo nella contemporaneità: l’auto-produzione e la commistione tra cultura impropriamente definita “alta” e cultura “bassa”. Come evidenziato dagli studi culturali (Barker, 2003), queste due culture confluiscono nella cosiddetta “cultura di massa” e presentano notevoli implicazioni sul piano dell’educazione contemporanea (Curtis & Pettigrew, 2009).

YouTube, inoltre, non rappresenta solo un esempio delle prospettive che le modalità comunicative tra esseri umani hanno assunto nell’era della società della rete, ma sintetizza anche alcune tendenze e caratteristiche che, con spirito profetico, il filosofo francese Guy Debord (1931-1994) aveva anticipato con il suo libro La società dello spettacolo, pubblicato nel 1967 (1).

 

2. La comunicazione nella società dello spettacolo

 

Debord, intellettuale di formazione anarchica e marxista, era partito da osservazioni di critica sociale e di costume ed era riuscito a presagire lo scenario futuro della comunicazione nelle società occidentali e nell’ambiente umano identificandolo con quello dello “spettacolo”. Egli ha elaborato una filosofia sociale della comunicazione distinguendo tra spettacolo “concentrato”, “diffuso” e “integrato” (Debord, 2013). Mentre la prima forma di comunicazione-scenario si verifica in una società caratterizzata da una dittatura, ed il secondo in una società democratica, il terzo tipo integra i due precedenti e caratterizza di fatto la società contemporanea (Debord, 2012). Il terzo scenario e le modalità di comunicazione che esso implica rappresenta l’ultima fase di un vero e proprio processo di spettacolarizzazione che ha ormai ridotto a sé ogni spazio, tempo e luogo (Stanca, 2005). Questo processo ha trasformato tutto in spettacolo ed ha fatto sì che il mondo diventasse un palcoscenico nel quale le persone, da lavoratori produttivi e consumatori informati quali erano negli scenari precedenti, si trasformassero (talvolta in una illusoria apparenza) in attori creativi (Rifkin, 2001).

Secondo Debord, questo processo era iniziato già alla fine del XIX secolo, quando la produzione industriale aveva cominciato a realizzare prodotti il cui valore non era dato dal lavoro che era servito per realizzarli ma dalla “forma” utilizzata per farli “valere”. Questa forma era stata utilizzata anche per attribuire a tali prodotti un valore all’interno del sistema sociale, simbolico e di consumo nel quale erano stati inseriti. Si trattava di prodotti che non dovevano essere “veri” (ossia riflettere in maniera univoca il dispendio di lavoro che era stato impiegato per realizzarli) o autentici, ma semplicemente apparire secondo il desiderio e la volontà del soggetto, che voleva che tali prodotti facessero spettacolo e rivelassero uno status sociale nel nuovo contesto economico di riferimento.

In questo modo è avvenuto, pertanto, secondo il filosofo francese, quel passaggio dall’essere all’avere e dall’avere all’apparire, che per Debord equivale al “non essere”, il quale rappresenta la condizione ultima dell’uomo occidentale, peraltro trasformata in condizione permanente dell’umanità a causa della diffusione dei mezzi di comunicazione di massa e delle nuove tecnologie dell’informazione create dalla scienza occidentale. La dimensione dell’apparire è diventata ormai parte integrante della vita umana in tutte le sue forme (cultura, educazione, scienza, economia, politica, arte, sport, salute, estetica, etica, morale, ecc.).

Questo scenario prospetta una comunicazione nella quale la finzione ha vinto sulla realtà, la copia sull’originale e la forma sul contenuto. Nella contemporaneità, la mancanza di autenticità domina la comunicazione pubblica ed interpersonale (e anche quella intima ed intersoggettiva delle persone). Tutto viene prodotto, agito, realizzato, vissuto e trova un’esistenza ed un significato solo e soltanto in funzione dell’immagine che sarà percepita dallo spettatore “audio-visivo” esterno, che la percepirà, la fruirà e le attribuirà senso e valore sempre in funzione di altri bisogni e desideri dettati a loro volta da altre ed ulteriori necessità di apparenza.

È questa, in sostanza, la “società dello spettacolo”, che per Debord mette in scena in modo permanente una comunicazione “spettacolarizzata” che finisce per influenzare tutte le forme della vita umana e le sue dimensioni: dalla famiglia, alla scuola, all’università, al lavoro fino ad arrivare ai sentimenti, alle aspirazioni, ai desideri, ai pensieri, all’immaginario. Tutto viene “modellato” – attraverso la comunicazione spettacolarizzata – per conformarsi alle caratteristiche, alle mode ed alle tendenze del momento, soffocando bisogni interiori e autenticità. In questa comunicazione “superficiale”, che sopprime qualsiasi spinta alla spiritualità o all’interiorità autentica, l’esterno – la forma – sembra valere più dell’interno – del suo contenuto –, e tutto viene trattato come se fosse merce esposta in una “vetrina” permanentemente visibile e planetaria.

In una società così spettacolarizzata, dove tutto viene esposto e venduto e vale solo per la sua apparenza, non c’è spazio per i valori dello spirito e anche la morale tradizionale viene riscritta secondo logiche dettate dal relativismo dei valori. Gli stessi valori vengono visti come elementi instabili e comunque percepiti come adattabili ad un sistema di apparenze fluido e sempre indefinito perché privo di un ancoraggio fisso. L’apparenza e la spettacolarizzazione rendono inoltre labile e quasi impercettibile il confine tra la sfera privata e quella pubblica della persona. Si tratta di un confine che comprende un limite difficile da cogliere, definire e fissare in modo definitivo perché esso è ricompresso nello spazio aperto, infinito e cangiante della sua messa in scena, dalla sua condivisione pubblica e spettacolarizzazione.

Reificato – perché trasformato in merce – ed alienato dallo stesso sistema di spettacolarizzazione che ha creato, l’uomo contemporaneo, secondo Debord, ha scelto di diventare, paradossalmente, un oggetto come tanti altri, che vale non per quello che “è” (oppure “ha”, come accadeva nella società prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa) ma per come “appare”. Dinanzi a questa apparenza il sistema axiologico che vedeva la presenza di valori permanenti e duraturi appare finito perché inghiottito dalle sabbie mobili della spettacolarità, che tutto invade e pervade ergendosi a fenomeno di proporzioni senza fine che sconvolge l’uomo contemporaneo. Questa spettacolarità lo getta in uno stato di perenne crisi di identità che rasenta l’incapacità di vivere un’esistenza autentica – sia individualmente che socialmente – e spiritualmente profonda, perché sempre banalizzata e resa superficiale dalla prostrazione alla “deità” dell’apparenza (Menduni, Nencioni & Pannozzo, 2011).

 

3. L’educazione e gli scenari della comunicazione spettacolarizzata

 

Se la società spettacolarizzata rende possibile una modalità esistenziale non più nella dimensione dell’essere o dell’avere ma solo in quella dell’apparire, è anche vero che tale modalità prospetta specifiche implicazioni per l’educazione contemporanea sulle quali è necessario riflettere in sede pedagogica. Al di là dell’individualismo e dell’egocentrismo prospettati dalla comunicazione spettacolarizzata, che spesso si presenta con forme che rasentano l’egoismo (si pensi alla cultura del selfie portata in auge da social network come Facebook o Instagram) e che potrebbero indirizzare verso il pessimismo il giudizio su tutta la società contemporanea, queste implicazioni vanno affrontate con lo spirito di una sfida pedagogica. Vale a dire, prendendo atto della dimensione ormai spettacolarizzata che ha assunto la comunicazione nella società contemporanea. Tale modalità di comunicazione va inserita ormai a pieno titolo nel contesto delle forme “liquide”, “frammentate” e “complesse” che ha assunto la modernità (Bauman, 2011; Giddens, 2000; Morin 2012; Serres, 1992), senza banalizzarne le conseguenze prospettandone una visione pedagogica negativa e pessimistica.

Ciò che possiamo dire è che, senza dubbio, le teorie di Debord sulla società spettacolarizzata sviluppate alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso non sono state solo elaborazioni concettuali di un geniale visionario ma si sono trasformate in situazioni concrete nelle quali, da autentico profeta, egli ha anticipato lo scenario dell’umanità dei nuovi tempi. Uno scenario che, in una società ed in un mondo spettacolarizzato, vede anche l’educazione – in quanto parte della cultura e mezzo di trasmissione dei suoi contenuti – presentare le stesse caratteristiche.

Lo scenario dell’educazione “spettacolarizzata”, che ha la sua sintesi in comportamenti e in azioni dettate dall’apparenza, nella (più o meno tacita) mercificazione dell’istruzione/formazione e dei suoi valori ai fini del profitto in relazione ad un “mercato”, e nel predominio delle tecnologie della comunicazione elettronica di tipo virtuale e audio-visivo, si presenta oggi con caratteristiche e tendenze specifiche. Queste caratteristiche e tendenze sono proprie anche della cultura contemporanea, nella quale anche l’educazione “spettacolarizzata” si colloca. Ne elenchiamo di seguito le principali (Curtis & Pettigrew, 2009) (2).

 

1) L’individualismo. A partire dagli anni Ottanta, le società occidentali si sono sempre più concentrate sugli interessi del singolo. La diffusione delle nuove modalità di comunicazione audiovisiva e digitale nelle diverse sfere della vita umana ha acuito forme di iposocializzazione – talvolta esasperate in forme psicopatologiche antisociali – con la conseguente perdita della coesione sociale, dello spirito di gruppo e del vincolo comunitario, presente semmai solo nella sua forma “virtuale”.

 

2) Il consumismo. La società spettacolarizzata, come già aveva messo in evidenza Debord, si sviluppa come conseguenza della società dei consumi. La comunicazione spettacolarizzata era (ed è) parte di un sistema che serviva a quella società per vendere le merci condizionando i consumatori nell’acquisto. L’obiettivo di un tale sistema è quello di indurre i consumatori a comprare in continuazione, non per necessità, ma inducendo in essi falsi bisogni ed illudendoli di compiere libere scelte secondo i dettami della loro volontà. Questo comportamento, che spesso nelle persone si trasforma in un disturbo patologico e compulsivo, viene alimentato da una “educazione” a forme distorte di consumismo che finisce per influenzare tutti i contesti e le relazioni sociali. In questa “pseudo-educazione”, viene insegnato che il valore delle cose e delle persone è dato dalla loro capacità di generare profitto (sempre economico) sotto forma di rendimento o prestazione (Ritzer, 1997).

 

3) La globalizzazione. La società dello spettacolo, che all’inizio si identificava sostanzialmente con le società occidentali (soprattutto europee e nordamericane), ha finito per diventare una forma ed un sistema di gestione delle relazioni di tipo planetario. La diffusione di questo modello di società, basato sulla comunicazione spettacolarizzata per finalità legate al profitto, è stata acuita dalla globalizzazione, che presenta implicazioni rilevanti sul piano educativo (Bocchi & Ceruti, 2004). Il notevole aumento dei movimenti di scambio e di cooperazione, tuttavia, è stato innescato da una precisa volontà politica di asservimento dei popoli al controllo da parte di istituzioni economiche planetarie (la Banca Mondiale, ad esempio, o le multinazionali) che hanno bisogno di spazi culturali (intesi come spazi mentali di creazione del consenso) e commerciali senza vincoli né frontiere per far circolare le loro merci e massimizzare i profitti. In questo senso possono essere lette anche le iniziative politiche che, nel corso degli anni, hanno dato vita alla creazione di organizzazioni come l’Unione Europea, l’ONU, il G8, ecc., il cui scopo, più o meno mascherato da finalità di pace, convivenza e integrazione sociale e culturale, è spesso in realtà quello di difendere interessi economici ben precisi, nazionali o di specifici gruppi di potere (Dahrendorf, 1997; Rocca, 2005). La globalizzazione, sotto la spinta di interessi economici sempre più stringenti finalizzati a creare un mercato planetario di consumatori (e lavoratori) disposti a consumare ed a produrre acriticamente, ha finito per toccare tutte le sfere culturali (moda, musica, cinema, televisione, alimentazione, attività ricreative e sportive). La globalizzazione ha portato a fenomeni di migrazione costante che stanno configurando le società occidentali come società sempre più “multiculturali”. I processi di globalizzazione, tuttavia, hanno finito per affermare in modo ormai onnipresente il dominio degli Stati Uniti quali esportatori di cultura. Secondo alcuni, la globalizzazione culturale in atto nel mondo rappresenta una nuova forma di imperialismo culturale (Chomsky, 2003a; Giroux, 2006; McLaren, 1995), che veicola i grandi marchi delle corporations planetarie.

 

4) La tecnofilia. Lo sviluppo della tecnologia legata ai nuovi strumenti di comunicazione quali computer portatili e palmari, Tablet, Smartphone o iPod, ecc. ha fatto sì che la loro influenza sia diventata sempre più predominante nella vita quotidiana delle persone finendo per influenzarne e condizionarne i comportamenti e le modalità di comunicazione intrapersonale ed interpersonale. L’uso di queste nuove tecnologie, legate per lo più al Web, considerato ormai uno strumento fondamentale e “vitale” per l’uomo contemporaneo, ha fatto di Internet e delle sue modalità di comunicazione attraverso la rete un vero e proprio stile di vita.

 

5) L’egemonia di Internet. Ormai questa egemonia è diventata talmente predominante che non è più possibile pensare la comunicazione, la cultura e la stessa educazione senza il World Wide Web e gli strumenti di ricerca, raccolta e condivisione comunitaria delle informazione quali Google, Wikipedia, Facebook o YouTube, tutti strumenti che sono stati creati ed hanno cominciato a diffondersi da poco più di dieci anni.

 

6) La democrazia della fama. Un’altra caratteristica della società contemporanea che ha ripercussione sull’educazione del nostro tempo, secondo Curtis e Pettigrew (2009), è il fatto che la comunicazione spettacolarizzata, grazie alla rete, dà a tutti la possibilità di essere conosciuti, di avere una “fama” e di emergere dall’anonimato. Questo è un altro bisogno che la società spettacolarizzata, che trova nello spettacolo e nella spettacolarizzazione la condizione stessa della sua esistenza, induce nelle persone e che gli strumenti della comunicazione in rete rendono possibile. La televisione ed internet, nelle sue modalità di produzione e diffusione di contenuti comunicativi autoprodotti e promossi, dà a tutte le persone la possibilità di essere famose e conosciute. I talent ed i reality show che dominano la scena della televisione contemporanea, dove il pubblico diventa protagonista, trovano la loro massima espressione in siti Internet come YouTube, i blog ed i social network. Internet permette ad ognuno di creare una propria immagine pubblica e di diffonderla ovunque per mezzo della rete.

 

7) La focalizzazione sui giovani. La società spettacolarizzata pone al centro della sua cultura i giovani. Se questo è determinato dal fatto che tale interesse verso i giovani (tra i quali, per semplificare, collochiamo anche i bambini e gli adolescenti) è dettato dal fatto che essi sono tra i migliori consumatori e quelli maggiormente influenzabili se si agisce su di loro con apposite strategie comunicative, è anche vero che i giovani vanno acquistando sempre più potere, possibilità di essere ascoltati ed hanno maggiore influenza sulla società. Basta vedere come le “stelle” della televisione, del cinema, della musica e dello sport siano quasi sempre giovani o giovanissimi. Ciò accade grazie alle modalità di partecipazione e condivisione delle conoscenze che la rete mette a disposizione dei giovani, che permette loro l’articolazione di pensieri e punti di vista sempre più cogenti e pertinenti rispetto all’analisi della realtà e del mondo circostante. La società dello spettacolo richiede forza e dinamismo per seguire i ritmi della comunicazione e per questo i giovani rispondono meglio alle sfide che essa propone. Nei confronti dei giovani, tuttavia, la società dello spettacolo si comporta in modo ambiguo e contraddittorio. Infatti, se da una parte propone il mito dell’adolescenza e della gioventù come punto di riferimento della cultura di massa (Danesi, 2006), dall’altra “insidia” ed “attacca” invece la cultura giovanile con una “guerra” che ha lo scopo di privarla di qualsiasi capacità di giudizio per trasformare i giovani in passivi fruitori e consumatori di beni e servizi prodotti dalle imprese commerciali per finalità legate al mero profitto economico ed al guadagno (Giroux, 2000).

 

8) L’importanza culturale, educativa e sociale dei media. La rete e le nuove tecnologie della comunicazione hanno fatto sì che i media, ossia gli strumenti che hanno dato origine e sviluppato la società spettacolarizzata, siano oggi onnipresenti ed abbiano raggiunto la maggior parte della popolazione del globo terrestre. L’umanità è vincolata ai media al punto da non poterne più fare a meno. I media hanno riplasmato e dato nuovi significati all’esistenza umana, alle relazioni ed alla concezione del mondo, che ormai viene sempre più “guardato” e interpretato quasi esclusivamente attraverso le lenti dei mezzi di comunicazione. Come si diceva, la rete ha acuito e va potenziando sempre di più le possibilità di accumulo ed elaborazione di informazioni, di comunicazione interattiva e partecipazione offerte dalle nuove tecnologie. Ormai la maggior parte della conoscenza umana non deriva più dall’esperienza diretta del singolo, ma da quella collettiva. I mezzi di comunicazione tradizionali e quelli offerti dalla rete sono diventati così potenti nella vita umana al punto da trasformarsi, per certi versi, nella principale fonte dell’educazione e della formazione per l’uomo contemporaneo, contendendo (e contestando) sia alla scuola che all’università il primato stesso dell’informazione e della conoscenza (Serres, 2013).

 

Le nuove tecnologie della comunicazione legate ad internet ed alla rete stanno dunque portando a compimento quelle tendenze che Debord, con una analisi interpretativa di tipo valutativo non pessimistico – a differenza invece di quanto aveva fatto la Scuola di Francoforte – identificava tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso come caratteristica essenziale della società dello spettacolo, determinando una “crisi” continua nella cultura contemporanea.

Questa crisi vede la presenza di una dialettica/contrapposizione che richiama ad una continua sfida etica e pedagogica per poterla risolvere. Questa dialettica vede contrapposti i due principali poli valoriali della società spettacolarizzata: vale a dire, il polo concettuale della “commercializzazione” (non sempre negativo) e quello della “mercificazione” (sempre negativo, invece, perché implica una reificazione ed una de-personalizzazione dell’uomo); poli spesso non compresi nella loro diversità di significato, perché confusi oppure assunti come semplificati.

 

4. YouTube e la logica della spettacolarizzazione

 

L’attuale società spettacolarizzata ha determinato un predominio ormai senza opposizioni né oppositori dei media come strumenti in grado di plasmare le menti delle persone e trasmettere informazioni e conoscenze. Questo predominio sembrerebbe aver “degradato” i valori culturali, le aspettative e i gusti estetici delle persone facendo assurgere, ad esempio, il trash a categoria estetica dominante, (Labranca, 2005), indebolendo per sempre gli standard ed i valori di serietà, come accade nella pubblicità (Ballardini, 2012), e prendendo come tali solo quelli provenienti dall’industria del divertimento e dell’intrattenimento per meglio persuadere le masse.

Secondo alcuni autori (Wood, 1996) la società dello spettacolo ha realizzato, attraverso la forma di comunicazione che la caratterizza, una involuzione intellettuale nella cultura occidentale facendo prevalere la forma e lo stile sulla sostanza; la leggerezza sulla serietà; l’egocentrismo sul sentimento comune; la gratificazione immediata su quella differita; la definizione di qualsiasi valore sulla base della sua popolarità/frequenza/accettazione/gradimento e del suo valore espresso in termini monetari. Nella società dello spettacolo questi valori influiscono su quelli dell’istruzione e dell’educazione, considerati sempre meno importanti rispetto a valori quali la fama, il successo e la popolarità che portano con sé denaro e riconoscimento sociale.

Il caso di YouTube, come si diceva in precedenza, appare significativo per sintetizzare le tendenze, le caratteristiche ed i valori stessi della società dello spettacolo come essa si va configurando nella nostra contemporaneità. YouTube (che ha come slogan commerciale Broadcast Yourself), è una piattaforma per la condivisione di video online che è stata fondata nel febbraio 2005 da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim ed è stata acquistata da Google nel novembre 2006 per circa 1.600 miliardi di dollari. Ha diversi accordi commerciali con aziende come la CBS, BBC, Universal Music, Sony, Warner Music Group, NBA e molte altre.

Attraverso questa piattaforma, chiunque può visualizzare e condividere video originali in tutto il mondo attraverso il Web. Infatti YouTube permette di caricare e condividere video clip attraverso Internet, siti web, dispositivi mobili (telefoni, palmari), e-mail e blog. Il sito ha lo scopo di offrire alle persone una piattaforma nella quale vedere video su eventi, attualità, interessi e hobby personali, e per scoprire l’insolito e l’inaspettato. YouTube offre alle persone la possibilità di diventare loro stessi registi della realtà e di se stessi mandando in onda i propri video (Burgess & Green, 2013).

Lo slogan “YouTube: Broadcast Yourself” ha molti significati. Esso è un’espressione metaforica e altamente polisemica che punta sull’“io” personale che riceve, trasmette e diffonde un contenuto audio-visivo ad un vasto pubblico attraverso un dispositivo dalle apparenze di un televisore (un tube digitale).

Il verbo inglese to broadcast si riferisce generalmente alla comunicazione audiovisiva legata per lo più alla pubblicità, alle previsioni del tempo, agli annunci, ai telegiornali, alla comunicazione delle notizie, alle presentazioni di eventi e spettacoli televisivi e radiofonici, al radiocast. Si tratta di un termine che viene associato al concetto di trasmissione televisiva, di show, di spettacolo attraverso i media. Pertanto, già nel nome, Youtube racchiude concettualmente l’idea di una comunicazione spettacolarizzata auto-prodotta e auto-diffusa. Vale a dire, una trasmissione diretta e spettacolare di un “io” che è contemporaneamente emittente e ricevente, regista, produttore e spettatore, di un contenuto comunicativo audiovisivo che viene diffuso in un contesto di intrattenimento trasformato in spettacolo per mezzo e attraverso media elettronici di condivisione di contenuti.

Infatti in YouTube si trovano diverse caratteristiche spettacolari, tipiche di uno strumento comunicativo di tipo virtuale e interattivo. Infatti la piattaforma permette non solo la registrazione e la trasmissione “asincrona” di contenuti, ma anche la sua fruizione “sincrona” grazie alla trasmissione in diretta live streaming resa possibile anche dall’integrazione nel sistema di Google Hangouts, un sistema di messaggistica istantanea e di voip che può trasmettere in tempo reale chiamate in voce e video. La piattaforma permette, inoltre, la trasmissione differita dei video registrati caricandoli sul proprio canale YouTube, dando alle persone registrate la possibilità di utilizzare una chat per lasciare commenti, suggerimenti o segni di gradimento, condividendo l’opinione con altri social network con i quali la piattaforma è integrata, lasciando quindi tracce del proprio passaggio sull’interfaccia del sito.

YouTube, tuttavia, non solo rappresenta perfettamente le tendenze tipiche del Web 2.5 tendente al 3.0, vale a dire il cosiddetto Web “simbiotico” in cui persone singole ed imprese commerciali si uniscono nella fruizione di servizi di comunicazione individualizzata e integrata con i social network, con libero accesso a patto, però, di una cessione di dati e di informazioni personali da parte dei fruitori (Bernal, 2010). Esso, infatti, come si è già anticipato nei paragrafi precedenti, incarna l’essenza stessa della comunicazione e dell’educazione nella società dello spettacolo come era stata teorizzata da Guy Debord, prefigurando la logica del potere che, nel sistema capitalistico, invade la sfera della vita intima e quotidiana, degli stili di vita e della cultura, mostrandosi come una forma di dominio e di colonizzazione ideologica.

YouTube incarna perfettamente i valori corrispondenti a questa logica: la banalità; la commercializzazione e la mercificazione; l’istantaneità; la fama fugace e casuale; il voyeurismo; la spettacolarizzazione centrata sull’emozionalità, sul ridicolo o sulla violenza; la comunicazione manipolata per fini ideologici (grazie anche alle nuove tecniche di elaborazione digitale dei suoni e delle immagini alla portata di tutti); la costruzione di una comunicazione egoisticamente centrata sull’io e sulla sua gratificazione narcisistica. Insomma, YouTube sintetizza nella sua interfaccia, nei contenuti e nella funzione svolta dagli utenti in un contesto di commercializzazione e mercificazione, la matrice culturale stessa dello spettacolo.

Questa piattaforma di condivisone offre, infatti, la possibilità di un flusso ininterrotto e continuo di informazioni; offre una eternità “effimera” dentro un ciberspazio ed una socializzazione virtuale, dove vi è sempre lo sguardo “dell’altro” come spettatore che accede alle immagini audiovisuali che vengono offerte. YouTube risponde alla logica della cultura come “merce” che offusca la distinzione tra il “vero” ed il “falso”, dato che utilizza spesso la presenza reale del falso come garanzia dell’organizzazione delle apparenze. Utilizza l’inganno, il trucco, l’artificio (reso possibile, come si diceva, dalle nuove tecnologie digitali) per garantire la “verità” delle apparenze e la loro credibilità. In fondo, lo spettacolo non è altro che il venir meno della distinzione tra il sé ed il mondo attraverso la distruzione dell’io assediato dalla presenza-assenza del mondo. Nel processo di questa distruzione, è venuta meno anche la distinzione tra vero e falso per il fatto che ogni verità vissuta è stata repressa a beneficio della presenza reale della falsità che garantisce l’organizzazione delle apparenze (Debord, 2013).

 

5. La rete e la spettacolarizzazione della violenza

 

Nel passaggio dalla società dello spettacolo alla società della rete, la spettacolarizzazione del tragico, ad esempio, ha assunto proporzioni ancora maggiori che rasentano l’obnubilamento e la “narcosi” delle coscienze. L’apparente facilità di decodificazione della comunicazione audiovisiva proposta dalla rete ha permesso a chiunque di poter accedere alle informazioni della produzione culturale. Questa comunicazione si regge, di fatto, su interessi commerciali che vogliono che lo spettatore/fruitore delle informazioni sia quanto più possibile un soggetto passivo (McLaren & Farahmandpur, 2005). La comunicazione che veicola queste informazioni si presenta sempre in forme comunicative e contenuti emozionali semplificati; il loro scopo è quello di fare in modo che l’informazione sia sempre gratificante e non permetta allo spettatore/fruitore di riflettere, di compiere una analisi critica dei contenuti del messaggio e della realtà alla quale quel messaggio rimanda.

Tutta la comunicazione offerta dalla rete (che ormai ha integrato la televisione, come dimostra il caso di YouTube) si va convertendo in qualcosa di piacevole e gratificante, assumendo di fatto sempre le forme della pubblicità commerciale e della propaganda politica (che ha finito per assumere essa stessa la forma di una pubblicità commerciale). Questa comunicazione manipola le coscienze e le obnubila per ottenere il consenso, il conformismo e la sottomissione, tutti atteggiamenti per meglio inculcare i modelli dei valori consumistici. In questa comunicazione tutto è subordinato all’emozione, all’effetto sorpresa. L’unica verità è quella della falsità della logica commerciale che stravolge, come già si è detto sopra, il piano della realtà, al punto che lo spettatore non sa più distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso in quello che sta guardando e ascoltando.

Anche la violenza – secondo alcuni pedagogisti sempre implicita e necessaria allo stesso sistema capitalistico per perpetuarsi (McLaren, 1995; Giroux, 2015) – ed il “tragico” sono funzionali a questa comunicazione commerciale spettacolarizzata. I fatti luttuosi, gli eventi tristi, le gravi disgrazie e le loro conseguenze, siano essi reali oppure costruiti ad arte, vengono utilizzati per colpire gli spettatori e fare leva sulle loro emozioni. Un caso esemplare è rappresentato dagli eventi dell’11 settembre 2001, l’attacco terroristico alle Twin Towers di New York, e dai video delle esecuzioni di prigionieri (occidentali e non) perpetuati da militanti dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), registrati e diffusi in rete attraverso le principali piattaforme di condivisione video (Ballardini, 2015).

Gli attacchi alle Torri Gemelle di New York sono stati ripresi dalle telecamere sotto molteplici angolature ed ora sono presenti in YouTube dove possono essere rivissuti nella loro tragicità da chiunque. Attraverso quel tragico evento, trasformato in eterno spettacolo da condividere infinitamente nella rete dalla telecamera, il popolo americano aveva preso coscienza di una guerra – quella in Iraq ed in Medio Oriente – iniziata già molti anni prima. I video della distruzione delle Twin Towers, quelli delle esecuzioni dell’ISIS in Medio Oriente, visionabili ormai infinitamente nel cyberspazio virtuale di YouTube, confermano che la morte e l’assassinio sono eventi ritenuti assurdi ed intollerabili in alcuni luoghi, mentre sono banali, ordinari, inevitabili e prevedibili in altri. Tutto sembra comunicarci, infatti, che esistono vite più importanti di altre. Sono importanti le vite dei giornalisti occidentali trucidati dall’ISIS o quelle dei pompieri americani (gli “eroi” dell’11 settembre), per i quali si è scelto, per uno scopo ben preciso, di raccontare una storia. Sembrano invece non essere importanti le vite di centinaia e migliaia di esseri umani che ogni giorno perdono la vita, vittime della violenza, del terrorismo e della guerra in Medio Oriente, in Asia, in Africa o nella stessa Europa, nel conflitto russo-ucraino, o nei viaggi della migrazione per scampare a questa violenza ed alla povertà (dei mezzi e delle opportunità).

La società dello spettacolo, diventata ormai la società della rete, ha trasformato il tragico, la sofferenza, la violenza, il dolore e la morte in uno spettacolo routinario e banale per le masse (Giroux, 2013). Uno spettacolo che diventa profitto, attraverso la pubblicità legata al numero di “visitatori” della pagina che accedono alle piattaforme di condivisione dei video.

L’utilizzo del video sharing attraverso Youtube ed altre piattaforme da parte dei militanti dell’ISIS, per documentare con la telecamera e diffondere i filmati delle criminali esecuzioni di prigionieri, appare ancora una volta esemplare della pervasività planetaria della società dello spettacolo e della spettacolarizzazione della comunicazione.

In quelle esecuzioni criminali, in quegli omicidi efferati, in quelle morti che diventano spettacolo, vi è, però, un comportamento contraddittorio. In fondo l’ISIS, con la videoregistrazione e la condivisione in rete dei materiali audiovisivi auto-prodotti, vuole incutere terrore nell’Occidente, mostrando una forza ed un potere che probabilmente non possiede, e che può far valere solo su esseri umani inermi e prigionieri. L’ISIS vuole dimostrare di rifiutare (in realtà solo in apparenza) tutto ciò che è occidentale, e con i suoi video vuole far intendere di resistere ed opporsi – combattendola – alla comunicazione spettacolarizzata che rappresenta l’essenza stessa della società dello spettacolo/della rete, metafora a sua volta della società occidentale capitalistica.

Tuttavia, l’ISIS rivela qui tutta la contraddizione delle strategie comunicative e di propaganda che utilizza per veicolare le sue ideologie. Infatti essa tenta di resistere all’Occidente e distruggerne i valori utilizzando gli stessi mezzi creati da quest’ultimo per perpetuarli: vale a dire, i media, internet, le piattaforme per la condivisione dei video, i social network. Il voler resistere all’invasione della cultura occidentale distruggendone i principali valori attraverso l’utilizzo degli stessi mezzi da essa creati per comunicarli e diffonderli, implica di fatto un’accettazione tacita non solo del valore del mezzo utilizzato ma anche di chi lo ha creato.

Questo sembra avvalorare ancora di più la tesi che oggi non è possibile una “critica” alla società dello spettacolo e della rete fuori da questa stessa società e dai mezzi di comunicazione con i quali essa espande il suo dominio commerciale sul mondo e sulle menti delle persone. Anche l’ISIS, pertanto, rientra pienamente in quella cultura dello spettacolo “commerciale” tipica della società capitalistica. Basta solo pensare alle migliaia di click e di visite giornaliere che ricevono i siti web che ospitano questi brutali video, che vengono “monetizzati” e trasformati in profitto dalla pubblicità. Anche l’ISIS rientra, dunque, nelle strategie messe in opera dalla società capitalistica per generare profitto. La società dello spettacolo ha trovato ancora una volta il modo per trasformare la morbosità delle persone, il loro desiderio intrinseco di vedere l’effetto su altri esseri umani delle diverse forme di violenza e di morte, in uno spettacolo. Si tratta di uno spettacolo destinato anch’esso ad obnubilare le coscienze, a far perdere le persone in quello spazio della mente nel quale realtà e finzione sembrano confondersi e sembra esserci solo spazio per una narcosi della mente che porta con sé come conseguenza, un annichilimento distruttivo dell’educazione stessa per mezzo della passività e dell’accettazione non critica di quanto accade.

 

6. La comunicazione spettacolarizzata in prospettiva critica

 

La passività e la mancanza di criticità sono del resto le maggiori sfide che l’educazione deve affrontare nell’era della società dello spettacolo e della rete. Per Debord, ad esempio, l’instaurazione della verità nel mondo, non può essere attuata da individui che non sono collegati con la storia e la civiltà collettiva, e neppure da esseri dicotomizzati e manipolati. Questi esseri umani/persone, per instaurare la verità, debbono essere in grado di dialogare e di utilizzare il linguaggio come strumento di costruzione sociale.

Forse YouTube può diventare uno strumento di dialogo in un prossimo futuro, date le sue potenzialità tecniche di comunicazione e di socializzazione. A proposito di questa piattaforma si possono fare considerazioni analoghe a quelle dei principali social network. YouTube, infatti, non è un vero strumento di dialogo perché è gestito da imprese commerciali, che esercitano uno stretto controllo sui contenuti, “pilotano” gli utenti coinvolti, li manipolano, e rimangono sempre proprietarie del sito. La libertà che concedono ai loro utenti è solo apparente. La libertà individuale, infatti, la libertà di quel self che la piattaforma propaganda presenta molti limiti morali perché risponde sempre alla logica di un mercato pronto alla mercificazione e alla trasformazione in profitto dei contenuti che intende “comunicare” (nel vero senso della parola communio, vale a dire di una “condivisione” continua). Anche quello della apparente “censura” della violenza e della difesa del copyright, dei diritti d’autore, rientra in una precisa strategia politica e commerciale che rispetta in pieno la logica morale di tipo capitalistico. Questa logica intende mantenere la domanda e l’offerta commerciale sempre nel margine del moralmente e politicamente “corretto”: ciò per non “turbare” gli utenti e non danneggiare la situazione consolidata del progetto commerciale che incarna (fare profitto attraverso la vendita di pubblicità).

YouTube eredita, insomma, i contenuti tematici ed i processi di banalizzazione messi in atto dall’industria culturale e dalla società dello spettacolo per adattare qualsiasi forma di comunicazione ed i suoi contenuti ai fini commerciali: vale a dire per renderli fruibili e “comprensibili” da un pubblico quanto più ampio possibile secondo una logica capitalistica. Il capitalismo utilizza il cinema, la televisione, la radio, la musica, le notizie, internet per perseguire la sua politica di commercializzazione e mercificazione delle persone e del mondo. Pertanto, anche una piattaforma virtuale di comunicazione che sfrutta tutte le possibilità e le potenzialità delle nuove tecnologie collegate con il web, superando i limiti di spazio e di tempo imposti dalle modalità tradizionali della comunicazione umana del passato, utilizza le stesse strategie retorico-testuali e la logica che è propria dell’industria culturale capitalistica contemporanea (Tuncel, 2011).

Tutto ciò fa emergere con urgenza il problema della ricerca di una “soluzione” – o almeno di una strategia pedagogica in grado di sviluppare una riflessione critica ed una comprensione – ai problemi educativi che la comunicazione spettacolarizzata nell’era della rete prospetta. Questa strategia pedagogica deve passare, a nostro parere, attraverso il consolidamento di quella pedagogia critica dei media che il pedagogista americano Neil Postman (1931-2003) auspicava già negli anni Settanta soprattutto nel curricolo scolastico (Postman, 1983).

Nell’era del Web non è importante solo il controllo dei mezzi di produzione ma anche quello dei mezzi di comunicazione. Il potere, infatti, si esercita fondamentalmente a partire dalla produzione e diffusione dei codici culturali, degli atteggiamenti e dei valori contenuti nelle informazioni che vengono diffuse, più o meno tacitamente o subdolamente, dai media (McLaren, Macrine & Hill, 2010). Ma è ormai la rete a rappresentare lo scenario educativo (e diseducativo) della nuova società, ad influenzare lo sviluppo e la crescita delle persone, condizionandone la formazione delle opinioni.

 

7. Conclusioni

 

Le domande che ora ci poniamo a conclusione di questa riflessione sono le seguenti: è ancora possibile, in questo contesto di violenza, obnubilamento e annichilimento delle coscienze, una pedagogia critica (dell’uomo e dei media)? C’è ancora spazio per l’educazione nella società che ha fatto dello spettacolo una forma di violenza (ora non più “morbida” e “tacita” come l’aveva percepita Debord nel suo tempo) che inietta nelle culture la conformità, l’inattività, e la passività necessaria per reprimere l’impegno critico e la resistenza nei confronti della mercificazione dell’uomo, per emarginare o criminalizzare – più o meno apertamente – l’educazione emancipatoria e liberatoria come l’aveva sognata Paulo Freire (1921-1997) o Don Milani (1923-1967)?

Noi siamo convinti che questo spazio ci sia, debba esserci e passare per una educazione che, sorretta teoricamente e metodologicamente da una pedagogia critica dei media “forte”, deve essere avviata già nella famiglia e nel curricolo scolastico sin dalla più tenera età. In questo può essere utile quanto Jürgen Habermas (1983; 1987) sostiene a proposito dei media, ritenendoli strumenti che possono “dannarci” ma anche “salvarci” dalle derive e dalla distruzione della nostra coscienza perpetuate attraverso il condizionamento operato sulle nostre menti quotidianamente per renderci docili e trasformarci in passivi consumatori. La rete oggi, se utilizzata in modo critico, conoscendo i meccanismi con i quali opera e chi li controlla, può essere trasformata in uno straordinario strumento di resistenza e di emancipazione. Essa, infatti, è in grado di creare una straordinaria intelligenza collettiva resa possibile dalla condivisione delle esperienze e delle idee dei singoli.

Una pedagogia che saprà utilizzare i media e la rete in una prospettiva critico-riflessiva e critico-emancipativa salverà le persone sia dall’obnubilamento e dal torpore delle coscienze che dalla possibilità di un fallimento della ragione nelle contraddizioni e i paradossi della società della comunicazione spettacolarizzata (McLaren, 1995). È necessario credere ed avere fiducia sempre nel potere e nella capacità rigenerante ed emancipativa dell’educazione per l’uomo (Chomsky, 2003b). In fondo l’educazione è rinata più forte e viva che mai anche dalle ceneri di Auschwitz e non sarà certo la crudeltà della violenza dell’ISIS nei video di YouTube a fermarne il corso.

 

Note

 

(1) L’opera è stata ampliata da Debord nel 1988 (Commentari alla società dello spettacolo) con aggiunte che avevano lo scopo di completarla con la trattazione delle tematiche emerse sul tema della comunicazione nei venti anni successivi alla pubblicazione del volume.

(2) Queste caratteristiche corrispondono sostanzialmente a quelle individuate da Debord nei suoi Commentari come tendenze della comunicazione nella società come essa si andava configurando già a partire dalla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo (Debord, 2012).

 

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