Saggi - Essays Stampa Email
A scuola di teatro. Teoria degli affetti e pratica degli effetti (speciali)
di Grazia Maria Masselli   

La ‘visualizzazione’ della comunicazione, in funzione della mozione degli affetti (permotio adfectus), raggiunta un tempo tramite l’ars rhetorica che è anche ars scaenica, viene attualmente affidata ai canali mediatici (più rapidi, più diretti, apparentemente più obiettivi):

dalla notizia alla sua rappresentazione e drammatizzazione. Le telecamere entrano nell’emozione, nella violenza, nella morte, nel dolore, proiettandoli nell’immaginario collettivo mondiale, che si auto-rappresenta nella sua realtà e nella sua fictio. Dall’evidentia alla chironomia, alla mimica, all’orchestica: lo stesso ‘spettacolo della giustizia’, teorizzato nella Roma antica, attraversa oggi le dinamiche processuali, che spettacolarizzano l’evento tragico secondo strategie che ‘incrociano’ i processi recitativi, affidandosi a una retorica che dal probare passa al movere. Ed è proprio la sfera delle emozioni a farsi luogo di ‘contatto’ tra ars rhetorica e ars scaenica. Ciò era assicurato attraverso la mediazione della scuola, nel momento in cui essa apriva le porte all’insegnante-attore: il giovane imparava a ‘spettacolarizzare’ la sua eloquentia (ars dicendi), affidandosi al sermo corporis; imparava a ostentare teatralmente i sentimenti e a trasferirli sull’uditorio; imparava a ricorrere all’iconografia teatrale (Andromaca è la disperazione, Atreo l’ira, Medea la crudeltà, etc.); imparava a recitare una parte (a subire personas: padri, figli, soldati, matrigne, pirati, vecchi e giovani, poveri e ricchi, miti e burberi, etc. avrebbero attinto a Euripide, Menandro, Plauto e Terenzio). La pratica teatrale si faceva stadio preparatorio, in un processo di appropriazione e di affrancamento dalla scaenica ostentatio, che avrebbe sancito la perdita di autorità e credibilità. Innegabile tuttavia era ed è la parentela culturale - sotto il segno dell’actio - tra retorica e gestualità.

 

Il ‘trattamento’ moderno di casi che occupano oggi la ribalta trova le sue radici nel trattamento di casi analoghi, che nella schola del rhetor di 2000 anni fa erano oggetto di themata, tra  fictio e realtà, prima di essere affrontati dai futuri politici, oratori, storici o poeti come casi di racconto drammatizzato. In tale prospettiva, se volessimo ad esempio seguire il fil rouge della “fuga”, inevitabilmente il pensiero andrebbe dalle antiche guerre (di conquista o civili) ai nostri conflitti politici e sociali: al dramma dei migranti in fuga, bloccati, accolti, respinti. Potrebbe essere interessante isolare una ‘topica’ che segna il passaggio - mediato dal declamatore antico - dalla problematizzazione del caso scolastico, sollevato da chi, spinto da una necessitas superiore, ‘si allontana’ dalla propria patria, provocando problemi di ospitalità nella civitas di arrivo, alla attuale, allarmante, urgente, accesa questione umanitaria relativa all’accoglienza. Si tratta di un thema, quello dell’emigrazione e dell’apertura delle ‘frontiere’, affrontabile in utramque partem da parte di chi deve far fronte all’emergenza immigrazione. Oggi la quaestio che ha per oggetto i migranti si propone a noi con l’impressionante sussidio dei Realien. Tramite i mass media, questa realtà viene partecipata alla vista del mondo: un mondo che osserva un dolore e una disperazione che penetrano in profondità nei sentimenti; un mondo che vedrà crollare ogni pur valida argomentazione fondata su solidi argumenta tecnico-razionali di fronte ad Aylan, il bimbo siriano senza vita sulla spiaggia di Bodrum (2 settembre 2015). Un bimbo in fuga dalla guerra: un’immagine emblematica, che suggestiona e si insinua atrocemente nella psiche, scuotendo inesorabilmente le coscienze.

 

Considered as a function of the motion of affection (permotio adfectus) and reached once upon a time by means of ars rhetorica which is also ars scaenica, the visualization of communication now a days relies on the media channels (which are faster, more direct, apparently more objective): from the news to its representation and dramatization. The cameras enter emotions, violence, death, pain, projecting them onto the world’s collective imagination which represents itself in terms of its reality and fictio. From evidentia to chironomia, to gesturing, to orchestica: today the same ‘show of justice’, which was theorized in Ancient Rome, passes through the processual dynamics. Thus, tragic events turn into a sort of show according to some strategies that ‘intersect’ dramatic practices, drawing on rhetorical devices that move from probare to movere. It is precisely the sphere of emotions that becomes a point of ‘contact’ between ars rhetorica and ars scaenica. This was ensured through the mediation of schools, actually opened to the teacher-actor: young students learned how to ‘dramatize’ eloquentia (ars dicendi) relying on sermo corporis. They learned also how to show off theatrically their feelings and transfer them to the audience; they learned how to use the theatrical iconography (Andromaca represents the despair, Atreo the anger, Medea the cruelty, etc.). Then, they learned how to play characters (subire personas: roles such as fathers, sons, soldiers, stepmothers, pirates, old and young people, poor and rich, mild-mannered and angry persons etc. could be drawn from Euripides, Menander, Plautus and Terentius). The theatrical practice used to be a preparatory phase throughout a process of appropriation and then ‘emancipation’ from the scaenica ostentatio, that would have determined a loss of authority and credibility. However, the cultural kinship - with a view to the actio - between rhetoric and gestures was (and is) undeniable.

The modern treatment of cases, that occupy the scene today, finds its roots in the treatment of similar cases in the 2000 years old schola of rhetor. Here they worked as subjects of themata between fictio and reality, before future politicians, orators, historians or poets dealt with them as cases of dramatized stories. From this prospective, as an example, if we wanted to follow the fil rouge of ‘escape’, our thoughts would unsurprisingly go from the ancient wars (for conquering or inspired by civil purposes) to our both political and social conflicts, to misfortune of immigrants fleeing from their countries and being blocked, received or rejected. It could be interesting to focus on some ‘patterns’ that mark the passage - throughout ancient declaimers’ speeches - from the treatment of some scholastic cases, raised by somebody who gets away from his own country provoking problems of hospitality within the civitas where he arrives, to the actual, alarming, urgent, pressing humanitarian issue related to receiving immigrants. This is an issue (that of migration and opening of the ‘borders’) that would possibly be faced in utramque partem by those who have to deal with the emergency of immigration. Now the quaestio, that has migrants as its subject matter, comes to us with the terrific support of Realien. Through mass media, this reality is participated to the view of the world: a world that observes pain and despair that penetrate deeply the feelings; a world that will see every effective argument based on solid technical and rational argumenta crumbling in the face of Aylan, the Syrian child lying lifeless on the shore of Bodrum (2 September 2015). He was a child that was escaping the war: an emblematic image that hits and atrociously insinuates itself into mind, shaking inexorably our consciousness.

 

“Io sento nel cuore dolori antichissimi,

pure ancora pungenti

Mi trovai tra le centurie di Cesare e le

mura di Alesia, respinto dalle due parti?”

G. Pascoli (1)

 

1. Lo spettacolo della giustizia: dal probare al movere

 

È fin troppo risaputo che il fenomeno della visualizzazione ‘efficace’ della comunicazione, in funzione della mozione degli affetti (permotio adfectus), segue oggi sofisticati mezzi, al passo con l’evoluzione della tecnica. La ‘vividezza della pittura’, raggiunta un tempo tramite l’ars rhetorica che è anche ars scaenica, viene attualmente affidata a canali mediatici più rapidi, più diretti, apparentemente più obiettivi. Ci viene proposto infatti di  ‘osservare’ la storia / le storie, come se fossimo presenti (gli Antichi avrebbero parlato di evidentia = visibilità della descrizione, efficacia rappresentativa del linguaggio, dal verbo video) (2) e di essere ‘spettatori’ di una realtà vivente, quasi palpabile: una questione sociale o culturale, un problema di giustizia, in generale un caso di cronaca nazionale e internazionale - restituiti attraverso l’immagine ‘filtrata’ da chi usa i mass media per produrre il tessuto della storia che vuole raccontare - slittano inopinatamente dalla notizia alla sua ‘morbosa’ rappresentazione e drammatizzazione.

Al centro di tali vicende balzano agli occhi vite umane, anzi, a voler essere più precisi, le vite di vittime inermi (per condizione anagrafica, sociale, economica, politica, etc.). Le telecamere entrano in quell’emozione, in quella violenza, in quella morte, in quel dolore, attraversandoli e proiettandoli nell’immaginario collettivo mondiale, un immaginario che finisce per auto-rappresentarsi nella sua realtà e nella sua fictio. Così, tramite le telecamere, il ‘delitto di Avetrana’ (3) - incentrato sul caso di Sarah Scazzi, una ragazzina barbaramente uccisa e perfidamente occultata in un pozzo, all’interno di dinamiche familiari che non garantiscono più sicurezza e tutela, ma disvelano dissapori antichi che sfociano nel crimine - viene portato alla vista dell’intera società umana, la nostra società, che partecipa e si schiera: una intera collettività viene ‘condotta per mano’ prima sul desolato luogo del ritrovamento, poi sul presunto luogo del delitto e infine in tribunale; un intero universo di passioni morbose e violente è messo in scena dalle parole (degli avvocati, dei protagonisti, dei testimoni), sì, ma anche dai luoghi, dagli oggetti, dai signa doloris (le lacrime in primis: quelle della madre della bambina, Concetta Serrano, o quelle delle principali imputate, Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano, rispettivamente cugina e zia della vittima, o di Michele Misseri, lo zio), in un insieme complesso e spettacolare qual è quello della performance oratoria, che induce a forme di condanna o di assoluzione emotiva.

Si potrebbe cioè parlare, pur a distanza di millenni, di ‘spettacolo della giustizia’ (4), quello stesso teorizzato dagli Antichi e che attraversa oggi le dinamiche processuali, quelle che per l’appunto spettacolarizzano l’evento tragico secondo strategie che ‘incrociano’ i processi recitativi, affidandosi a una retorica che dal probare passa al movere. Quale l’obiettivo ultimo? La persuasione di un giudice che auspicabilmente sarà ‘contagiato’ da uno spettacolo allestito in uno spazio ‘teatrale’, che è luogo dell’ascolto e della vista, luogo dominato dall’orator (5). A tal fine, chi ‘rappresenta’ la giustizia sulla scena, chi su quella scena discute per far trionfare il suo punto di vista su una quaestio su cui si può discutere in utramque partem sa già per tempo di dover  ‘sforare’ nella dimensione visivo-teatrale (6). Dal ricorso alle tecniche dell’evidentia - che, con la sua pretesa di portare l’interlocutore al centro della scena, si adegua alla formula dello spectaculum, quasi conducendo ‘sul campo’ chi ascolta, prima di indurlo a ‘vedere’ oculis mentis (Quint. inst. 8,3,62) ciò che è accaduto e a partecipare emotivamente all’evento - all’utilizzo delle tecniche della chironomia, della mimica e perfino dell’orchestica (7) il percorso è ben ‘studiato’: la retorica, del resto, giunge inevitabilmente ad aprirsi ai linguaggi non verbali perché la comunicazione sia più efficace (8), perché gli adfectus partecipati si trasferiscano sul pubblico e sui giudici da movere, docere, delectare, da perturbare e persuadere con perizia (9). Ed è proprio la sfera delle emozioni a farsi luogo di ‘contatto’ e anche di mediazione tra ars rhetorica e ars scaenica, tra il causam agere e il gestum agere (10), tra orator e actor (11): il tutto di fronte all’uditorio spectator, di fronte a una ‘platea’ che assiste e ha gli occhi fissi su qualcosa/qualcuno [spectaculum si collega al verbo specto (che a sua volta viene da specio = guardo, vedo) ed era il luogo da cui si osservava], una platea che osserva intensamente, orientata verso qualcosa che si rende a sua volta visibile e si arricchisce di tutte le risorse tipiche della drammatizzazione e della teatralizzazione.

 

2. A scuola di retorica e di teatro

 

Che nella Roma antica il dramma potesse farsi ‘spettacolo’ era assicurato attraverso la mediazione della scuola. In questa sede, le capacità logico-argomentative del futuro avvocato e/o politico erano puntualmente messe alla prova da una exercitatio finalizzata all’apprendimento e all’acquisizione di quei precetti dell’ars rhetorica che avrebbero poi portato il giovane all’autonomia e all’originalità di scrittura. Il giovane si sarebbe cimentato in esercitazioni retoriche, le declamationes, veri e propri discorsi compiuti, impostati intorno a casus ficti e distinti in suasoriae, di tipo deliberativo, e controversiae, di tipo giudiziario (12): quel giovane, alle prese con i complicati casi proposti dal suo docente/rhetor (casi limite, a volte inverosimili, a volte paradossali, basati su conflitti irrisolti e problematiche giuridicamente complesse, che si prestavano a un dibattito incerto e contraddittorio), avrebbe appreso come inquadrare ‘giuridicamente’ la causa, come impostare le linee di accusa e di difesa più coerenti, come recuperare e utilizzare la topica più utile, come strutturare la sua oratio, etc., al fine di sostenere le ragioni della propria parte e renderle credibili. Ma la stessa scuola offriva a quel giovane un utilissimo banco di prova, nel momento in cui apriva le sue porte all’insegnante-attore, che avrebbe dovuto progressivamente indirizzare lo studente verso la messinscena di un processo, passando per l’actio: nella prospettiva della sua presenza un giorno sulla scena del foro (cfr. Quint. inst. 7,4,11), del tribunale e della politica, quel giovane avrebbe così imparato a ‘spettacolarizzare’ la sua eloquentia, la sua ars dicendi, affidandosi al sermo corporis (13), in vista della mozione degli affetti di un interlocutore da sollecitare, scuotere, coinvolgere nella sua adesione sentimentale.

Non a caso, i retori si impegnarono a disciplinare la precettistica in materia: rispettivamente nel I sec. a. C. e nel I sec. d. C., Marco Tullio Cicerone (teorico della retorica e avvocato egli stesso) e Marco Fabio Quintiliano (maestro di retorica) si dilungarono nell’analisi degli aspetti drammatici della retorica, su quell’imprescindibile actio (14) che è eloquentia corporis, così com’è fondata sulla gestualità espressiva di un corpo parlante, riflettendo sull’efficacia psicagogica del gesto, che, nel suo silenzio (eloquente), quale parola muta, ma terribilmente ‘parlante’, traduce ed esprime gli stati interiori, parla un linguaggio universale (15), immediato, diretto, e, così come la pittura (la fotografia, diremmo oggi, o la ripresa filmica), agisce sugli adfectus più prepotentemente della parola (16): “Quanto il gesto sia importante nell’oratore” - afferma Quintiliano nella sua Institutio oratoria (11,3,65-67), finalizzata alla formazione retorica del futuro civis Romanus - “è evidente dal fatto che esso esprime la maggior parte dei significati anche senza le parole. Effettivamente, non solo le mani, ma anche i cenni del capo indicano la nostra volontà, e nei muti svolgono la funzione del linguaggio verbale; spesso la danza […] ci emoziona in assenza della parole; lo stato d’animo si riconosce dall’espressione del viso e dall’andatura […]. E non è strano che questi gesti che consistono in un movimento del corpo abbiano un tale effetto sugli animi, quanto un dipinto, che è un’opera silenziosa e che mantiene sempre lo stesso atteggiamento, penetra nei sentimenti più intimi al punto che a volte sembra superare persino la potenza della parola [tantum in animis valent, cum pictura, tacens opus et habitus semper eiusdem, sic in intimos penetret adfectus, ut ipsam vim dicendi nonnumquam superare videatur]. Al contrario, se il gesto e l’espressione del volto non si accordassero con il linguaggio, se parlassimo di cose tristi con un atteggiamento allegro, se affermassimo con un cenno di diniego, le parole sarebbero prive non solo di autorevolezza ma anche di credibilità [non auctoritas modo verbis, sed etiam fides desit]” (17).

Dunque, le potenzialità drammatiche delle declamazioni di scuola e delle orazioni del foro passano attraverso l’ostentazione teatrale dei sentimenti che si trasferiscono sull’uditorio, in un ‘corto circuito’ di emozioni che parte da chi - l’oratore - si immedesima a tal punto nella ‘parte’, da ‘accendere’, come fosse una fiaccola (18), l’interlocutore, in un processo di comunicazione patemica, che sapeva di poter ricorrere all’iconografia teatrale: a maschere e a ruoli noti e riconoscibili (Andromaca è la disperazione, Atreo l’ira, Medea la crudeltà, etc.) (19). Lo studente imparava a recitare una parte, a ‘indossare’ un ruolo, quello di turno, quello che gli veniva affidato, e ad adattare il suo discorso al personaggio. Lo stesso Quintiliano (inst. 10,1,71) usa l’espressione subire personas (impersonare una parte) per definire il compito del declamatore (20): padri, figli, soldati, matrigne, pirati, contadini, vecchi e giovani, poveri e ricchi, supplici, miti e burberi, etc. (21) avrebbero attinto ai greci Euripide e Menandro (22), rispettivamente tragediografo e commediografo, così come, evidentemente, ai commediografi latini Plauto e soprattutto Terenzio (23), ‘contattati’ quali ‘serbatoio’ di paradigmi, caratteri, affetti, ruoli, pezzi a confine con situazioni da tribunale (cfr. Quint. inst. 1,11,12), ampiamente e felicemente funzionanti a teatro, a livello di sistema di attese e di sympatheia. Si tratta di trasformare la pratica teatrale (quella scenica ‘contemporanea’ per Cicerone, quella soprattutto letteraria per Quintiliano) in stadio preparatorio (24), in un processo di appropriazione e al contempo di separazione e di affrancamento dalla scaenica ostentatio e da quegli slittamenti pericolosi, che avrebbero presentato un oratore actuosus e voltuosus, sancendone la perdita di autorità e credibilità (banditi gli eccessi anti-virili e anti-aristocratici, i gesti troppo vistosi, volgari, istrionici, etc.) (25).

Innegabile tuttavia la contiguità tra i due mondi (distanti, eppure simili): verificabile la parentela culturale - sotto il segno dell’actio - tra retorica e gestualità, tra realtà (lo spazio in cui si muove l’oratore, veritatis auctor: Cic. de orat. 3,214) e finzione (lo spazio dell’attore, veritatis imitator: ibidem). Per riportare solo alcuni aneddoti, si tramanda che, nel IV sec. a. C., il grande e noto oratore greco Demostene, modello di eloquenza, avesse l’abitudine di preparare i suoi discorsi di fronte a uno specchio, a sottolineare la cura decoris (26), la dignità dei gesti, l’eleganza e la compostezza, la coerenza e l’armonia tra le parole e il loro ‘effetto visivo’: “La convenienza [decor] proviene anche dal gesto e dai movimenti. Per questo Demostene aveva l’abitudine di preparare l’azione oratoria guardandosi in un grande specchio: a tal punto, per quanto nel riflesso dello specchio l’immagine risulti capovolta, affidò solo alla vista la valutazione dell’effetto prodotto” (Quint. inst. 11,3,67-68) (27). Così, nel I sec. a. C., Quinto Ortensio Ortalo, dopo Cicerone il più grande oratore della tarda età repubblicana, “credendo che la perfezione oratoria risiedesse in massima parte nel gestire con eleganza, vi si dedicò con impegno quasi maggiore che nel desiderio di diventare facondo. E così non si sarebbe potuto sapere se accorrevano più volentieri a udirlo o a vederlo: a tal punto il suo atteggiamento si armonizzava con le parole e, viceversa, le parole si armonizzavano con l’atteggiamento. Si sa che Esopo e Roscio, maestri nell’arte scenica, più di una volta si confusero nella folla dei suoi ascoltatori per assimilarne i gesti e trasferirli dal Foro sulla scena” (Val. Max. 8,10,2). E, dulcis in fundo, appunto Cicerone, ‘gareggiava’ con l’amico Roscio, famosissimo e benvoluto attore, grande maestro di comunicazione: “È noto che egli soleva fare a gara con questo attore se nell’esprimere lo stesso pensiero riuscisse più efficace l’uno con vari modi di gestire oppure l’altro con diverse forme di discorso usando tutte le risorse dell’eloquenza. Ciò conferì a Roscio tanta fiducia nella sua arte da indurlo a scrivere un libro in cui metteva a confronto l’eloquenza con l’arte dell’attore” (Macr. Sat. 3,14,12).

 

3. Il thema “Il dramma di chi fugge”: tra fiction e realtà, tra scuola e mass media

 

Per ironia della sorte, proprio Cicerone, il sommo oratore, l’uomo che aveva raggiunto l’apice della carriera politica, mantenendo il suo prestigio in quel Senato che controllava e guidava la politica romana, finì per entrare nel ‘temario’ della scuola nella sua dimensione più umana, quella della sua eclatante morte, ormai agli sgoccioli del regime repubblicano. ‘Un uomo in fuga’ (28): il 7 dicembre del 43 a. C., i sicari di Marco Antonio raggiungono il vecchio Cicerone sulla spiaggia di Gaeta e gli mozzano la testa e le mani, poi esposte a Roma, in quel Foro che l’aveva visto brillare… Un uomo in fuga: un nome nelle liste di proscrizione, redatte dal secondo triumvirato (l’alleanza del 43 a. C. tra Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido); una verità inquietante e scomoda, se quella morte - fortemente voluta da Antonio, stando alla vulgata - era pur sempre stata sottoscritta da Ottaviano, il futuro Augusto; un tema storico da sottoporre agli studenti (29), con prudenza, per lo meno sotto alcuni profili (30).

Cicerone, un uomo in fuga… e volessimo seguire il fil rouge della “fuga”, inevitabilmente il pensiero andrebbe dalle antiche guerre civili ai nostri conflitti politici e sociali: agli attuali profughi, al dramma dei migranti in fuga, bloccati, accolti, respinti. Oggi la quaestio migranti si propone o viene proposta al mondo con il conturbante e impressionanante sussidio dei Realien. Si tratta di un thema, quello dell’emigrazione e dell’apertura delle ‘frontiere’, affrontato e affrontabile evidentemente in utramque partem - in una fase ‘critica’ come quella che attraversiamo, fase in cui simili quotidiane vicende ruotano intorno  alla mancanza di lavoro, al disagio sociale, alla povertà, alla criminalità - da parte di chi deve far fronte all’emergenza immigrazione, tra sbarchi e tragici naufragi, da parte di chi sente la responsabilità di dare concrete risposte di giustizia sociale a una grande questione sociale, da parte di chi assiste criticamente alla globalizzazione delle migrazioni (tale da incidere sull’andamento economico, politico e sociale dei paesi), vivendo l’incontro come una risorsa, invitando a una riconsiderazione dell’etica pubblica centrata sulla solidarietà, ovvero costruendo barricate contro l’uomo, minacciosamente percepito come lo straniero nemico (l’hospes che si fa malus hospes e dunque hostis, per tornare agli Antichi e al loro problematico rapporto con il bàrbaros, ovvero con il diverso, lo straniero distante dalla civiltà, dalla società, dalla cultura, addirittura in-fans, incapace di parlare).

Sembra incredibile, ma il ‘trattamento’ moderno di simili casi, che al nostro tempo purtroppo occupano la ribalta, trova le sue radici nel trattamento di casi analoghi, che nella schola del rhetor di 2000 anni fa erano oggetto di themata, tra fiction e realtà, prima di essere affrontati dai futuri politici, oratori, storici o poeti come casi di racconto drammatizzato: dalle aule di scuola alle ‘aule’ mediatiche. Mutatis mutandis, come non trovare ad esempio analoghi elementi di riflessione nella Declamazione minore pseudo-quintilianea 255 “Transfugae excludendi” (I disertori vanno cacciati indietro)? In quella sede, tra la fine del I sec. d. C. e il II sec. d. C., il tema proposto era il seguente: “Fra due città era in corso una guerra. In una delle due cominciarono ad arrivare molti disertori. Viene allora proposta una legge che vieta di accoglierli”. Di seguito la proposta di discussione: “Questo tipo di declamazione si avvicina molto alle suasorie: infatti è proprio delle suasorie anche l'invito ad adottare o a respingere una legge. Dunque, colui che propone la legge affermerà che non è onorevole accogliere i disertori, che non procura alcun vantaggio, che forse può essere addirittura di danno alla conclusione delle ostilità. In sintesi: la ragione per cui la legge viene proposta contiene i presupposti di un futuro pericolo”. Non intendo qui soffermarmi sulla condizione del transfuga nel mondo antico: una condizione oggetto di censura, dato il tradimento della civitas di appartenenza, nel momento in cui costui sceglieva (cfr. Fest. p. 236,10-13 Lindsay) di passare dall’altra parte, quella del nemico; un atto turpe, degno di disprezzo e di condanna (cfr. ps. Quint. decl. 255,3); una colpa ignominiosa che fa del trasgressore del codice bellico e dei valori condivisi un individuo ai margini, egli stesso hostis da cui ci si può aspettare di tutto; un modello comportamentale negativo, che, eventualmente ‘premiato’ da generosità, sarebbe di esempio per altri nel futuro (cfr. ps. Quint. decl. 255,3). Davvero si potrà fare affidamento su chi ha gli occhi rivolti alla patria, ai suoi legami, al suo passato, su chi ha fatto una scelta costretto solo dalla necessità (cfr. ps. Quint. decl. 255,5)? Si tratta di forze assolutamente inutili (cfr. ps. Quint. decl. 255,6). Si tratta di persone che tradiscono non per amore di chi le accoglie, ma a causa della propria difficile sorte (cfr. ps. Quint. decl. 255,6). Si tratta di estranei che, una volta penetrati nel tessuto di una disponibile civitas, virtualmente possono fare del male (cfr. ps. Quint. decl. 255,8): nemici accolti ad occhi aperti (cfr. ps. Quint. decl. 255,9). Si tratta di individui capaci di lasciare i loro cari ‘esposti’ al ludibrio e alla contumelia a causa della loro azione (cfr. ps. Quint. decl. 255,10). Si tratta di esseri da temere (cfr. ps. Quint. decl. 255,11). Infame la scelta di chi apre le porte a costoro (cfr. ps. Quint. decl. 255,4). Magari, proprio respingendoli, si può sperare che essi si facciano promotori di pace (cfr. ps. Quint. decl. 255,7). Fin qui gli Antichi. Ai nostri fini, però, più interessante mi sembra isolare una ‘topica’ che segna il passaggio - mediato dal declamatore antico - dalla problematizzazione del caso scolastico, sollevato da chi, spinto da una necessitas superiore, ‘si allontana’ dalla propria patria, provocando problemi di ospitalità nella civitas di arrivo, alla attuale, allarmante, urgente, accesa questione umanitaria relativa all’accoglienza, con l’inevitabile opposizione di chi addita il periculum nascosto tra poveri disgraziati, la cui realtà viene oggi tramite i mass media partecipata alla vista del mondo: un mondo, il nostro, quasi a contatto fisico ed emotivo con quella povera gente; un mondo che osserva un dolore e una disperazione che penetrano in profondità nei sentimenti (in adfectus penetrare: Quint. inst. 8,3,67); un mondo che vedrà crollare ogni pur valida argomentazione fondata su solidi argumenta tecnico-razionali di fronte ad Aylan, il bimbo siriano senza vita sulla spiaggia di Bodrum (2 settembre 2015). Un bimbo in fuga dalla guerra…: un’immagine emblematica, che suggestiona e si insinua atrocemente nella psiche, scuotendo inesorabilmente le coscienze.

Per restare sul tema degli ‘esclusi’ e della loro pericolosa accoglienza, chiudo con la notizia (improntata - si direbbe oggi - allo stile  ‘ANSA’)  riferita da Gaio Giulio Cesare scrittore (grande retore!) nei suoi Commentarii de bello Gallico circa la morte degli innocenti Mandubii: “I Mandubii, che li avevano accolti nella loro città, sono obbligati a uscire con figli e mogli. Giunti nei pressi delle trincee dei Romani, piangendo li supplicavano di prenderli come schiavi e dare loro del cibo. Ma alle sentinelle di guardia lungo la palizzata Cesare diede ordine di non farli entrare” (Caes. Gall. 7,79; trad. it. di G. Cipriani). È il 52 a. C.: l’anno dell’insurrezione generale dei Galli sotto la guida dell’arverno Vercingetorige, la cui ultima resistenza si sarebbe concentrata intorno ad Alesia, nel cuore della Gallia transalpina, laddove ebbe luogo l’evento bellico che decise delle sorti della più ampia e sofferta rivolta delle popolazioni della Gallia, le cui speranze lì si frantumarono irrimediabilmente, determinando la vittoria di Roma e della sua ‘giusta’ causa. Dunque, poco prima della fine, nel momento in cui la tensione e la fame ‘assediano’ Alesia assediata, a farne le spese sono i Mandubii, sbattuti fuori dalla loro roccaforte Alesia, insieme con mogli e figli, bocche superflue, nonostante proprio loro avessero accolto e ospitato nella propria Alesia i difensori delle tribù galliche. Prostrati, essi chiederanno vanamente ai Romani di essere sfamati: vanamente, perché Gaio Giulio Cesare-imperator (l’altra veste dello stesso Cesare-auctor, che ‘celebra’ se stesso in terza persona, arrogandosi il diritto di essere estraneo ai fatti), diede ordine di non accoglierli. D’altronde, il lettore romano avrebbe compreso: accogliendoli, il comandante Cesare avrebbe appesantito la precaria situazione dei suoi soldati; respingendoli, il comandante Cesare avrebbe fiaccato psicologicamente la resistenza degli avversari, costringendoli alla vista del terribile spettacolo di una inevitabile morte per fame. Ma Cesare scrittore sceglie di lasciare all’immaginazione le motivazioni e la fine di quella storia. A ‘colorare’ quella immaginazione contribuirà lo storico greco Dione Cassio (II-III sec. d. C.), che nella sua Storia romana alla laconica e asciutta resa cesariana sostituirà una tragica e impressionante variatio sul tema (già evidentemente ‘predisposto’ in senso drammatico), proponendo al lettore-spettatore la sua severa e amara ‘lettura parallela’, dipendente da fonte anti-cesariana: Vercingetorige “fece uscire dalla città i bambini e le donne e tutti coloro che non potevano dare alcun aiuto, sperando (ma risultò una vana speranza) che essi, catturati dai Romani, si sarebbero salvati, e i soldati rimasti in città sarebbero sopravvissuti più a lungo, usufruendo del cibo a quelli dovuto. Ma Cesare scarseggiava di vettovaglie, e quindi non poteva pensare a nutrire altri; inoltre sperava che col ritorno di costoro sarebbe divenuta più forte negli assediati la scarsezza di cibo (infatti non dubitava che essi sarebbero stati riaccolti in città). Perciò li rimandò tutti indietro. Così costoro, stando nel mezzo tra la città e l’accampamento romano, respinti dagli uni e dagli altri, morirono miseramente” (D. C. 40,40,2-4;). Per valutare meglio gli effetti di questa così impressionante relazione dei fatti non occorre ‘lavorare di fantasia’: Giovanni Pascoli si approprierà di quel dramma antico (cfr. la citazione in epigrafe) e sancirà così da par suo la vittoria di una memorabile drammatizzazione rispetto allo scarno resoconto del pur tragico evento.

 

Note

 

(1) Leggo la citazione - tratta da un appunto di Castelvecchio - in Traina (1984), p. 9.

(2) Cfr., e. g., Rhet. Her. 4,55,68; Cic. de orat. 3, 202; part. 20; Quint. inst. 4, 2, 63-64; 6, 2, 32; 8, 3, 61-81; 9, 2, 40.

(3) Per l’omicidio di Sarah Scazzi, verificatosi il 26 agosto 2010 ad Avetrana (Taranto),in primo grado (20.4.2013) e poi in appello (27.7.2015) sono state condannate all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Taranto Sabrina Misseri e Cosima Serrano; a Michele Misseri, padre di Sabrina e marito di Cosima, è stata inflitta la pena di otto anni di carcere per concorso in soppressione di cadavere.

(4) Lo spettacolo della giustizia è il titolo di un convegno svoltosi a Palermo (7 e 8 marzo 2006) e del volume che ne comprende gli atti: Petrone e Casamento (A cura di) (2006; stamp. 2007).

(5) Cfr. Cic. Brut. 290 (trad. it. di E. Malcovati): “Questo dovrebbe essere l’effetto prodotto da un vero oratore: che quando si sia diffusa la voce che egli parlerà, tutti i posti vengano occupati, il tribunale sia al completo […], numerosa la cerchia degli uditori, attento il giudice; e quando si alza in piedi colui che deve parlare, dal pubblico stesso venga intimato il silenzio, e poi frequenti siano le approvazioni, le esclamazioni di meraviglia; e risa quando l’oratore vuole e, quando egli vuole, pianto: sicché chi vede questo spettacolo anche da lontano, pur non sapendo di che si tratta, capisca tuttavia che c’è qualcuno che piace, che è di scena un Roscio [scil. un attore]”.

(6) Quint. inst. 2,15,7; 6,1,30-55: “Non solo con le parole, ma anche con le azioni si provoca il pianto; di lì l’abitudine di presentare in tribunale gli accusati stessi malconci […] insieme ai loro figli e genitori; si vedono gli accusatori esibire spade insanguinate, ossa estratte dalle lacerazioni e vestiti tutti macchiati di sangue […]. Generalmente, l’efficacia di questi espedienti risulta notevole: è come se conducessero gli animi sulla scena mentre questa si svolge; così, la pretesta insanguinata di Cesare, messa davanti al corteo funebre, spinse il popolo a un’ira rabbiosa. […] Quella veste madida di sangue rievocò la scena del delitto in modo tale da dar l’impressione non che Cesare fosse stato ucciso, ma che venisse ucciso in quel momento” (6,1,30-31; trad. it., qui e altrove, di S. Corsi).

(7) Cfr. Cic. de orat. 1,156 (trad. it. di M. Martina, M. Ogrin, I. Torzi & G. Cettuzzi): “E veniamo alla voce, al respiro, ai gesti e alla lingua stessa: […] a questo riguardo vanno scelti con attenzione i modelli da imitare, i modelli cui vogliamo assomigliare. Dobbiamo guardare non solo agli oratori, ma anche agli attori”; Quint. inst. 1,11; 11,3. Sul tema della voce nel teatro e nell'oratoria antichi, rinvio a Petrone (2007).

(8) L’oratore non esperto nell’actio è infans, incapace di parlare (Cic. orat. 56).

(9) Cfr. Cic. orat. 131 (trad. it. di G. Barone): “Né però bisogna muovere soltanto a pietà l’animo dei giudici […] ma bisogna anche far sì che il giudice senta ira o clemenza, avversione o favore, disprezzo o ammirazione, odio o amore, interesse o fastidio, speranza o timore, gioia o dolore”.

(10) Nella giornata dei ludi in cui il Senato revocò esilio di Cicerone (57 a. C.), l’attore tragico Esopo, grazie alla sua straordinaria interpretazione dell’Eurysace di Accio, mise allusivamente in tragedia i casi di Cicerone attraverso la mediazione del paradigma tragico rappresentato da Andromaca, emozionando fortemente il pubblico a vantaggio di Cicerone, la cui causa in fondo l’attore seppe difendere meglio di quanto avrebbe potuto fare Cicerone stesso (Cic. Pro Sest. 120: Egit apud populum Romanum multo gravioribus verbis meam causam quam egomet de me agere potuissem). Rinvio, a questo proposito, a Petrone (2011), pp. 134-138, e alla bibliografia di riferimento.

(11) La teatralità e la spettacolarità dell’oratoria, che si espone all’ascolto e alla vista e che deve ‘emozionare’, permettono di ‘assimilare’ la causa a una performance teatrale (forum... quasi theatrum: Cic. Brut. 6): cfr. Cavarzere (2002); Idem (2011); Desbordes (2006); Dupont (2000); Fantham (2002); Gastaldi (1995); Narducci (2009), pp. 57-82; Nocchi (2013); Petrone (2004a-b); Eadem (20052), spec. pp. 11-77; 113-131.

(12) Cfr. Berti (2007), spec. pp. 16-18; 149-154.

(13) Cic. de orat. 1,128; 3,222; orat. 55: “L’azione è quasi una certa eloquenza del corpo, poiché consta della voce e del gesto”; Quint. inst. 11,3,1.

(14) Cic. de orat. 3,213: “L’actio, intendo, è il fattore preponderante nell’oratoria; senza questa il migliore degli oratori può non valer nulla, mentre un oratore mediocre, abile in questa, spesso può superare i migliori. Si racconta che, quando fu chiesto a Demostene quale fosse l’elemento fondamentale dell’oratoria, egli abbia assegnato il primo posto, il secondo e il terzo all’actio”; Brut. 142; orat. 56; Quint. inst. 11,3,5-6.

(15) Cfr. Petrone (2004b), p. 136. Si legga Cic. de orat. 3,223: “Le parole infatti influenzano solo chi ha in comune con l’oratore la lingua; e le idee brillanti spesso oltrepassano la comprensione di chi non è brillante; invece l’actio, che manifesta l’emozione dell’animo, influenza tutti, perché le emozioni sono uguali per tutti”; Quint. inst. 3,11,85-87 (trad. it. di S. Corsi): “Per quanto riguarda le mani, poi, […] non è forse vero che con esse chiediamo, promettiamo, chiamiamo, congediamo, minacciamo, supplichiamo, […] neghiamo, esprimiamo […] misura, quantità, numero, tempo? […] Non svolgono forse la funzione degli avverbi e dei pronomi nell’indicare luoghi e persone? - al punto che […] mi sembra che questo sia l’unico linguaggio comune a tutti gli uomini”.

(16) Cfr. Rhet. Her. 3,11,19-15,27; Quint. inst. 11,3,2-3: “È inevitabile che tutte le emozioni languiscano se non sono infiammate dalla voce, dall’espressione del viso, quasi dall’atteggiamento di tutto il corpo. Dopo aver fatto tutto questo, saremo fortunati se il giudice si sarà lasciato contagiare dal nostro entusiasmo; tanto meno potremmo commuoverlo, se siamo passivi e indifferenti”; 11,3,156.

(17) Cfr. Cic. de orat. 1,251; 3,30; 3,214; Brut. 141-142.

(18) Cic. de orat. 1,60; 2,189-194: “È impossibile che l’ascoltatore provi dolore, avversione o rancore, che senta un timore, che venga trascinato al pianto o alla misericordia, se tutti quei motivi dell’animo che l’oratore intende suscitare nei giudici non si mostreranno come impressi a fuoco nello stesso oratore […]. Come infatti nessun materiale è tanto infiammabile da poter prendere fuoco se non gli viene accostato il fuoco; così, non c’è mente tanto disposta a farsi influenzare dalla forza dell’oratore che possa infiammarsi se egli non le si avvicina infiammato e ardente” (2,189-190); 3,214-216; Quint. inst. 6,2,34-36: “Io ho visto spesso attori tragici e comici allontanarsi ancora in lacrime dopo che avevano deposto la maschera […]. Ma se la semplice recitazione […] a tal punto infiamma di sentimenti fittizi, che cosa faremo noi, che dobbiamo pensare quel che diremo in modo da poterci commuovere al posto del nostro cliente? Anche a scuola conviene del resto lasciarsi coinvolgere dai fatti e immaginarseli veri […]; facciamo il cieco, il naufrago, la persona in pericolo; ma, se non ne assumiamo i sentimenti, a che serve vestirne a parte?” (6,2,35-36); 11,3,61-62.

(19) Cic. de orat. 3,217-219; Quint. inst. 11,3,72-74. Cfr. Petrone (20052): “L’oratore in fondo ritrova sulla sua strada l’attore perché questo possiede la conoscenza degli affetti quali si sono depositati nelle maschere” (p. 51).

(20) Per uno spaccato sulla pratica scolastica declamatoria a Roma, con particolare attenzione alla contiguità tra le realtà della declamazione e della tragedia, si legga Casamento (2002); Idem (2012). Circa lo slittamento delle controversiae trasmesseci da Seneca il Vecchio verso forme e atteggiamenti propri del teatro, cfr. Pianezzola (2003). Sul teatro comico come referente immediato per i declamatori, rinvio a Casamento (2007). Per il rapporto tra declamazione e commedia in Quintiliano, cfr. Calboli (2010), pp. 19; 24-26.

(21) Quint. inst. 3,8,51: “In effetti, devono considerare che cosa s’attagli a ogni persona soprattutto i declamatori […]: generalmente essi diventano figli, padri, ricchi, vecchi, acidi, miti, avari, perfino superstiziosi, timidi, schernitori, così che a stento gli attori di commedie devono assumere più atteggiamenti nel recitare di quanti ne assumano costoro nel declamare”; 6,2,17; 10,1,71. A proposito del declamatore ‘illusionista’ e del tirocinio scolastico orientato ad assumere e rappresentare identità fittizie, alle quali ‘prestare la voce’, rinvio a Lentano (2013-2014) e alla bibliografia citata. Per le declamazioni pervenuteci, tra realtà e finzione, cfr. van Mal-Maeder (2007); Eadem (2013).

(22) Quint. inst. 10,1,65-61 (trad. it. di C. M. Calcante): “La commedia antica […] ha grandezza, eleganza e grazia, e forse nessun genere (dopo Omero […]) si avvicina maggiormante all’oratoria o è più adatto alla formazione degli oratori. […] Euripide sarà molto più utile [rispetto a Eschilo e a Sofocle] a chi si prepara all’avvocatura, perché nello stile […] si avvicina maggiormente al genere oratorio […]; nelle emozioni, poi, è straordinario in tutte, ma sovrasta facilmente tutti gli altri in quelle che consistono nel suscitare la compassione. Menandro, come spesso dichiara, l’ha ammirato in modo particolare e l’ha imitato, pur nell’ambito di un genere diverso […]. Io però penso che [Menandro] apporterà ancor più benefici ai declamatori, perché essi devono di necessità assumere numerosi ruoli a seconda del carattere delle controversie: padri, figli, celibi, sposati, soldati, contadini, ricchi, poveri, adirati, supplici, miti, duri. In tutti questi caratteri questo poeta rispetta mirabilmente la convenienza”. Largo fu l’impiego didattico delle commedie menandree: Nocchi (2013), pp. 183-200.

(23) Cfr. Quint. inst. 1,8,7-8 (trad. it. di S. Corsi): “La commedia può molto giovare all’apprendimento dell’eloquenza poiché comprende ogni tipo di personaggi e di sentimenti [...]. Parlo della commedia di Menandro, ma non escluderei altri autori: anche i Latini, infatti, porteranno qualcosa di utile”; Eugraph. Ter. Andr. praef. 3,1-3 Wessner. Circa i rapporti di osmosi tra teatro (plautino in particolare) e retorica, cfr. Bianco (2004); si veda inoltre Hughes (1997). Sulla presenza costante di Terenzio nell’insegnamento, rinvio a Cupaiuolo (2014), pp. 36-41.

(24) Sen. contr. 3, praef. 13 (trad. it., qui e altrove, di A. Zanon Dal Bo): “La scuola è stata sempre considerata una palestra, il foro un’arena”.

(25) In un mondo, quello romano, in cui il rapporto con il teatro era vissuto in tutta la sua ambiguità e problematicità, nel momento in cui il civis era senz’altro homo spectator, ma non poteva assolutamente esibirsi sulla scena teatrale, pena l’infamia, la cultura in materia avrebbe dovuto essere assimilata e altresì tenuta a distanza, assunta con misura, moderazione e sobrietà. Cfr., e. g., Cic. de orat. 3,220-222; Qint. inst. 1,11,3; 11,3,71; 76; 79-83; 88-91; 103-104-149; 184. Si legga, inoltre, Sen. contr. praef. 1,16; praef. 3,3; Gell. Noctes Atticae 1,5.

(26) Cfr. Apul. Apologia 15, che ne cita il caso.

(27) Per gli aneddoti relativi a Demostene a scuola di recitazione, rinvio a Nocchi (2013), pp. 14-18.

(28) Cfr. Lentano (2008), pp. 7-20.

(29) Cfr. Lentano (2008), pp. 26-33.

(30) Cfr. il ‘resoconto’ di quegli esercizi di scuola in Sen. contr. 7,2 (“Si può essere processati per condotta riprovevole. Cicerone difese Popillio accusato di parricidio. Lo fece assolvere. Poi, quando Cicerone fu proscritto, Popillio, mandato da Antonio, l’uccise e ne portò ad Antonio la testa. Viene accusato di condotta riprorevole”); suas. 6 (“Cicerone delibera se chiedere la grazia ad Antonio”); 7 (“Cicerone delibera se bruciare i suoi scritti, avendogli Antonio promesso in cambio l’incolumità”).

 

Bibliografia

 

Berti, E. (2007). Scholasticorum Studia. Seneca il Vecchio e la cultura retorica e letteraria della prima età imperiale. Pisa: Giardini.

Bianco, M. M. (2004). Optumus sum orator. La ‘retorica’ di Plauto. In G. Petrone (A cura di). Le passioni della retorica (pp. 115-132). Palermo: Flaccovio Editore.

Calboli, G. (2010). Quintilien et les déclamateurs. In P. Galand, F. Hallyn, C. Lévy, & W. Verbaal (Eds.). Quintilien ancien et moderne (pp. 11-28). Turnhout: Brepols Publishers.

Casamento, A. (2002). Finitimus oratori poeta. Declamazioni retoriche e tragedie senecane. Palermo: Flaccovio Editore.

Casamento, A. (2007). I declamatori a lezione di teatro. La retorica e i luoghi comuni della commedia. In G. Petrone, & M. M. Bianco (A cura di). I luoghi comuni della commedia antica (pp. 135-150). Palermo: Flaccovio Editore.

Casamento, A. (2012). ‘Ignosce, non possum’. Modelli declamatori e topoi a confronto: padri e figli tra declamazione e tragedia. Pan, n.s. 1, 95-107.

Cavarzere, A. (2002). L’oratoria come rappresentazione. Cicerone e la eloquentia corporis. In E. Narducci (A cura di). Interpretare Cicerone. Percorsi della critica contemporanea (pp. 24-52). Firenze: Le Monnier.

Cavarzere, A. (2011). Gli arcani dell’oratore. Alcuni appunti sull’actio dei Romani. Roma-Padova: Antenore.

Cupaiuolo, G. (2014). L’ombra lunga di Terenzio. Napoli-Catania: Paolo Loffredo Iniziative Editoriali srl.

Desbordes, F. (2006). L’orateur et l’acteur. In G. Clerico, & J. Soubiran (Eds.). Scripta varia. Rhétorique antique & Littérature latine (pp. 129-147). Louvain-Paris-Dudley, MA: Éditions Peeters [già in M. Menu (Ed.). (1994). Théâtre et cite (pp. 53-72). Toulouse: Presses Universitaires du Mirail].

Dupont, F. (2000). L’orateur sans visage. Essai sur l’acteur romain et son masque. Paris: Presses Universitaires de France.

Fantham, E. (2002). Orator and / et actor. In P. Easterling, & E. Hall (Eds.), Greek and Roman Actors: Aspects of an Ancient Profession (pp. 362-376). Cambridge: Cambridge University Press.

Gastaldi, S. (1995). Il teatro delle passioni. Pathos nella retorica antica. Elenchos, 16, 57-82.

Hughes, J. J. (1997). Inter tribunal et scaenam: comedy and rhetoric in Rome. In W. J. Dominik (Ed.), Roman Eloquence. Rhetoric in Society and Literature (pp. 182-197). London-New York: Routledge.

Lentano, M. (A cura di). (2008). Seneca il Vecchio, Cicerone è stato assassinato!. Bari: Palomar.

Lentano, M. (2013-2014). L’etopea perfetta. I declamatori e il prestito della voce. QRO, 6, 66-77.

Narducci, E. (2009). Cicerone. La parola e la politica, Prefazione di M. Citroni. Roma-Bari: Editori Laterza.

Nocchi, F. R. (2013). Tecniche teatrali e formazione dell’oratore in Quintiliano. Berlin-Boston: Walter de Gruyter GmbH.

Petrone, G. (A cura di). (2004a). Le passioni della retorica. Palermo: Flacconio Editore.

Petrone, G. (2004b). L’oratore allo specchio. I gesti delle passioni secondo Quintiliano. In G. Petrone (A cura di). Le passioni della retorica (pp. 133-146). Palermo: Flacconio Editore.

Petrone, G. (20052). La parola agitata. Teatralità della retorica latina. Palermo: Flacconio Editore.

Petrone, G. (2007). L’ampolla tragica (Hor. ‘ars’ 97). Stili di voce tra teatro e retorica. Aevum(ant), n.s. 7, 3-58.

Petrone, G. (2011). Lo spazio delle emozioni teatrali, tra storiografia e politica, secondo la testimonianza di Cicerone. Hormos, n.s. 3, 130-139.

Petrone, G., & Casamento, A. (A cura di). (2006, stamp. 2007). Lo spettacolo della giustizia: le orazioni di Cicerone. Palermo: Flacconio Editore.

Pianezzola, E. (2003). Declamatori a teatro. Per una messa in scena delle ‘controversiae’ di Seneca il Vecchio. In I. Gualandri, & G. Mazzoli (A cura di). Gli Annei. Una famiglia nella storia e nella cultura di Roma imperiale (pp. 91-99). Como: Edizioni New Press.

Traina, A. (A cura di) (1984). Giovanni Pascoli, Poemi cristiani. Milano: Biblioteca Universale Rizzoli.

van Mal-Maeder,  D. (2007). La fiction des declamations. Leiden-Boston: Brill.

van Mal-Maeder, D. (2013). Fiction et paradoxe dans les Grandes déclamations du Pseudo-Quintilien. In Ch. Bréchet, A. Videau, & R. Webb (Eds.). Théories et pratiques de la fiction à l’époque impériale (pp. 123-135). Paris: Editions Picard.