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La cava di Rosso, la spiaggia di Aylan e l'orsetto dell'Ikea. L'infanzia dalla narrazione consapevole del dolore alla invasività mediatica globalizzata
di Leonardo Acone   

Il saggio ha l’obiettivo di sviluppare una panoramica ad ampio spettro diacronico, che tenda a ricollegare i differenti momenti e le diverse modalità di comunicazione del tragico; dalla letteratura alla cronaca; dal racconto allo scoop; dalla pagina scritta agli schermi collegati alla rete.

 

L'infanzia si rivela quale fulcro di questi termini, opposti e complementari al contempo, in una riflessione sulla ammissibilità di alcune derive mediatiche e sulla doverosa riscoperta di un orizzonte di senso e di racconto da fornire alle giovani generazioni.

 

La narrazione del dolore, nella sua prima declinazione letteraria dell'Ottocento verista, si contrappone alla speculazione mediatica che inghiotte la sensibilità dovuta all'evento e genera, di fatto, assuefazione ad immagini e storie di estrema crudezza ed eccessiva violenza.

La proposta di rileggere alcune tracce riferibili alla letteratura di Verga si basa sulla potente caratura delle sagome fanciulle di alcuni grandi personaggi dell'autore siciliano, capace di ricostruire un'immagine realistica e sofferta dell'infanzia stessa, e di coniugare, al contempo, la regione esistenziale dei bambini e la circostante, tragica realtà che li accoglieva.

L'accostamento della poetica verista alla sovraesposizione mediatica dell'evento negativo, che oggi invade ogni ambito esistenziale, mette al centro della riflessione bambini e ragazzi, troppo spesso soggetti, spettatori e protagonisti di accadimenti tragici, e testimonia l'urgenza di una riconsiderazione dei fattori di divulgazione degli eventi narrati e riportati.

Volendo semanticamente allargare il senso del termine 'comunicazione' e introducendo il conseguente accostamento tra descrizione letteraria della realtà (narrazione) e report giornalistico e mediatico del dato reale, ci si accorge di quanto siano in realtà cambiati i parametri che reggono la 'gestione' del dato comunicativo, della partecipazione diretta o indiretta, del tasso di emotiva empatia che mette in contatto evento e platea di osservatori. Ci troviamo di fronte a distanze una volta incolmabili che, ridotte a una prossimità 'tattile', raggiungono i display di tablet e smartphone, invadono schermi di personal computer e televisori, e si ritrovano a essere schiacciate in una sorta di gigantesco equivoco percettivo: la sovrapposizione tra riproducibilità dell'evento in tempo reale e 'accettabilità confidenziale' dello stesso evento in quanto osservato. Risulta palese il pericolo, facilmente percepibile, di una normalizzazione dell'evento - sorta di pseudo-abitudine - preludio alla più fredda insensibilità.

La potenzialità del comunicabile diventa così possibilità di assuefazione e accettabilità dell'evento. Per cui tutto ciò cui assistiamo all'interno del bombardamento mediatico, cui ci sottopone la galassia elettronica nella quale siamo quotidianamente immersi, diviene sopportabile; e non sempre si avverte la pericolosissima equazione che ne deriva (almeno in termini di autonomia delle coscienze, del pensiero e della traccia biografico-esistenziale che ognuno dovrebbe conservare dentro sé) e che riguarda, in modo quasi automatico e allucinato, una accettazione immediata (in prima o al massimo in seconda istanza) di tutto ciò che viene mediaticamente inviato, comunicato, condiviso, 'pubblicato'.

Lo sguardo educante e responsabile della società contemporanea dovrebbe rivedere, quindi, alcune prospettive per cautelare le menti più giovani e costruire una narrazione del tragico eticamente mediata e più consapevole.

 

The aim of this essay is to develop a broad diachronic view that attempts to connect different moments and modalities of the communication of the tragic: from literature to the news, from narration to scoop, from the written page to the web. Childhood demonstrates itself to be a crux of these terms, contrasting and complementary at the same time, in a consideration of the admissibility of some excesses of mass media and of the rediscovery of a horizon of meaning and of narration to pass down to future generations.

The narrative of pain, in its first literary expression in the realism of the 1800s, is juxtaposed to speculation in the media which devours sensitivity to the event and generates, in fact, an inurement to the images and stories of extreme crudeness and excessive violence.

The proposal to re-read some lines related to the literature of Verga is based on the powerful caliber of the children’s profiles of some of the characters of the great Sicilian writer, who is able to reconstruct a realistic and sad image of childhood itself and to juxtapose in the same moment the existential region of children and the tragic reality which surrounds this region.

The approach of realistic poetics to the media overexposure of negative events, which today invades every angle of our existence, puts at the center of attention children and youth, who are too often spectators and protagonists of tragic events, and gives witness to the urgency of a reconsideration of the factors affecting the spread of narrated and reported events.

If we broaden the meaning of the term “communication” and introduce the consequential link between literary description of reality (narration) and journalistic reporting of real events, we notice how much change has actually taken place in the parameters that support the management of the communicative event, of  direct and indirect participation, and of the amount of emotional impact which connects an event and its audience.

We find ourselves face to face with distances, once insurmountable, which are reduced to the distance of a touch and reach the display of tablets and smartphones, invading screens of computers and televisions, and squeezed into a sort of enormous perceptual misunderstanding:  an overlapping between the reproduction of an event in real time and the “confidential acceptability” of the same event when observed. The danger is clear, and easily perceived, of a normalization of the event, a kind of pseudo-habit, which is the prelude to cold insensitivity.

The potential of what can be communicated becomes the possibility to tolerate and accept the event.  So, everything that we witness in the daily media bombardment to which we are subjected as we are immersed in a galaxy of electronics becomes tolerable, bearable.  We don’t always perceive the dangerous equation which is the result (at least in terms of the autonomy of conscience, thought, and biological/existential traces which all of us should have within us) and which concerns, in an automatic and horrifying way, an immediate acceptance (at once, or later on) of everything that is communicated, shared, and posted via the media.

The educated and responsible gaze of contemporary society should re-examine, therefore, certain perspectives to put young minds on guard, and to construct a narration of the tragic which is ethical and informed.

 

1. L'infanzia tra narrazione di senso e assuefazione mediatica

 

L'elemento che si tenta di mettere al centro della riflessione, e che testimonia l'urgenza di una riconsiderazione dei fattori di comunicazione degli eventi narrati e riportati, è l'infanzia. La stessa infanzia che, purtroppo, diventa oggetto, soggetto, spettatore e – troppo spesso – protagonista dell'evento tragico, essendo, di tutti gli attori in campo, quello meno autonomo, meno capace di dire la sua e muoversi con istintiva modalità difensiva, il più esposto.

Volendo semanticamente allargare il senso del termine 'comunicazione' e introducendo il conseguente accostamento tra descrizione letteraria della realtà (narrazione) e report giornalistico e mediatico del dato reale, ci si accorge di quanto siano in realtà cambiati i parametri che reggono la 'gestione' del dato comunicativo, della partecipazione diretta o indiretta, del tasso di emotiva empatia che mette in contatto evento e platea di osservatori. Ci troviamo di fronte a distanze una volta incolmabili che, ridotte a una prossimità 'tattile', raggiungono i display di tablet e smartphone, invadono schermi di personal computer e televisori, e si ritrovano a essere schiacciate in una sorta di gigantesco equivoco percettivo: la sovrapposizione tra riproducibilità dell'evento in tempo reale e 'accettabilità confidenziale' dello stesso evento in quanto osservato.

È come se il fatto stesso di poter osservare facilmente un evento (per quanto tragico, doloroso, drammatico) agisse da normalizzazione dell'evento; andasse ad attenuare il livello di risposta emotiva finendo per generare quella sorta di desolante pseudo-abitudine o narcosi di coscienza, preludio alla insensibilità.

La potenzialità del comunicabile diventa, così, possibilità di assuefazione e accettabilità dell'evento. Per cui tutto ciò cui assistiamo all'interno del bombardamento mediatico, cui ci sottopone la galassia elettronica nella quale siamo quotidianamente immersi, diviene sopportabile, viene normalizzato dal fatto stesso di essere stato oggetto della comunicazione. La pericolosissima equazione che ne deriva (almeno in termini di autonomia delle coscienze, del pensiero e della traccia biografico-esistenziale che ognuno dovrebbe conservare dentro sé) riguarda, in modo quasi automatico e allucinato, una accettabilità immediata (in prima o al massimo in seconda istanza) di tutto ciò che viene mediaticamente inviato, comunicato, condiviso, 'pubblicato'. Risulta così degno di fruizione tutto ciò che viene comunicato e riportato 'in quanto' comunicato e riportato, in una ricognizione allarmata già oggetto di osservazione da parte di diversi studiosi durante gli anni precedenti la macrodiffusione della rete (Acone, 1995; Piromallo Gambardella, 2001; Watzlawick, Beavin & Jackson, 1967/1971).

Salta agli occhi il rischio di un'etica incrinata, di una sostituzione dei parametri di giudizio comunemente condivisi e, soprattutto, di un ribaltamento paradigmatico di tutti i valori cui la società civile dovrebbe rifarsi in una delicata dinamica qual è quella relativa alla condivisione dei peggiori eventi che la riguardano.

Quale orizzonte educativo forniamo alle nuove generazioni non arginando la glaciale 'normalizzazione', ad esempio, della rappresentazione della violenza? Quale sforzo, le delicate menti giovanili, dovranno o potranno compiere ancora per non adagiarsi sul fluido piano inclinato che, dalla 'ammissibilità della rappresentazione' dell'atto violento arriva facilmente alla 'ammissibilità dell'atto violento'? O, per dirla con Baldassarre (2004), "qual è la linea di demarcazione in grado di farci distinguere tra violenza accettabile e violenza inaccettabile? [...] È possibile in un certo senso misurare l'impatto reale di certe immagini che chiamiamo violente sui giovani telespettatori?" (p. 19).

La sottile linea di confine tra il diritto di cronaca e di fruizione e la delicata gestione di eventi, fatti e – soprattutto – immagini diventa il filo fragile ed evanescente su cui si gioca la coerenza (e la coscienza) di chi deve – suo malgrado – trovare un equilibrio a tutela di entrambe le esigenze: una di natura divulgativa, senz'altro presente e importante, l'altra di natura etico-valoriale ed educativa, a nostro avviso non meno importante, e custode di istanze forse ancor più urgenti, nei difficili tempi e nella società complessa nei quali siamo immersi, con adolescenti e giovani 'sostituiti' da avatar e nickname (Lombardo Pijola, 2009).

 

2. Il racconto come comunicazione etica del reale

 

Tornando all'ampliamento semantico di cui sopra e volendo, a tutela di una giusta ricollocazione della 'comunicabilità' del tragico, mettere in connessione la narrazione e la cronaca (Kaneklin & Scaratti, 1998), dobbiamo necessariamente risalire a quando la letteratura, intesa appunto come prima forma di comunicazione, si è assunta il compito, mediante qualche illuminato protagonista, di raccontare la realtà raccogliendone dinamiche, immagini, eventi e protagonisti, in una 'presa dal vero' che non filtrava più lo scenario della vita reale attraverso le categorie dell'opportuno e dell'accettabile; o attraverso l'edulcorazione 'estetica' affidata all'arte. La scelta di rappresentare la vita in alcune delle sue versioni più 'crude' partiva da una consapevolezza liberatasi dal bavaglio della 'liceità letteraria' e si concretizzava in una posizione di ferma assunzione di 'responsabilità civile': se gran parte della società versa in condizioni di indigenza e disperazione; in condizioni di difficoltà, quando non di disperazione e smarrimento, allora la condizione delle tante esistenze 'normali' che formano una umanità dolente va, senz'altro, raccontata, narrata, messa sulla pagina perché ne resti testimonianza, artistica e storica, in un avvicendamento generazionale che rischia di fagocitarne il ricordo.

Nasceva il Verismo, tra le penne di Giovanni Verga e di Luigi Capuana; e nasceva una nuova interpretazione letteraria della realtà di uomini e cose, la cui normalità diveniva degna di essere raccontata, di essere svelata rispetto allo sguardo uniformante e tendente alla negazione di vicende inaccettabili perché troppo dolorose.

La svolta riguardava, infatti, proprio il registro tragico della negatività del vivere, in agguato dietro ogni vicenda quotidiana e domestica, e che forse diveniva paradigma letterario nobilitante l'esistenza degli ultimi; esistenze che non avrebbero mai avuto dimora letteraria se non si fosse deciso, dalla poetica verista in poi, di rendere letterario il dolore stesso; di trasferire in poetica la sconfitta; di narrare e raccontare il profondo senso di dignità degli uomini rispetto alle sciagure del vivere (Campailla, 1986; Di Martino, 2008; Messina, 2002; Reina, 2012).

Quando, nel cuore degli anni Settanta del XIX secolo, Verga scriveva Nedda, consegnandoci una sorta di manifesto rivoluzionario nella ritrattistica narrativa di ogni tempo, 'apriva' alla sovrapposizione di cronaca, 'presa dal vero' e racconto. L'evento tragico, dalla natura privatissima della vicenda personale, familiare o sentimentale, fino alla forma allargata ad intere comunità, luoghi, classi sociali o altro, diveniva soggetto e oggetto della narrazione, in una sorta di prima condivisione che si concretizzava come empatica partecipazione piuttosto che spettacolarizzazione, portando con sé il senso profondo di un insegnamento, di una sintesi riflessiva, di un monito da non disperdere tra la cenere dell'indifferenza. Verga ci invitava a non nascondere la testa sotto la sabbia dell'ipocrisia benpensante; a non trasformare sempre la lontananza geografica in distanza morale; a non proiettare vicende e cupezze remote nella penombra di una coscienza distratta.

La storia della povera Nedda diveniva la cronaca di una vita fin troppo normale, nella sua desolante sconfitta. Si faceva emblema della sconfitta comune a tante povere anime del meridione d'Italia; e del meridione del mondo.

L'enorme e significativa differenza tra divulgazione artistica del dato realistico e spettacolarizzazione mercificata dell'evento tragico si concretizzava proprio nel tentativo – contrario alla speculazione mediatica – di rendere palese e manifesta una vicenda piccola, umile, lontana dai riflettori della 'macrostoria' di un paese già disinteressato alla vita quotidiana degli 'ultimi'.

Direzione esattamente opposta, ci sembra, alla macroesposizione concessa, oggi, esclusivamente agli accadimenti che, luttuosi o catastrofici, devono essere sempre più 'globali' – quand'anche privatissimi o familiari – per conquistare fette di audience e capillarità, in una degenerazione valoriale in cui la visibilità e la durata della presenza mediatica prendono il posto del senso vero e proprio dell'evento, del significato ultimo di una condivisione. La narrazione, invece, si fa responsabilmente custode dei rapporti – anche difficili – tra dolore e infanzia, laddove "la miglior letteratura per l'infanzia da sempre si occupa – mentre altri discorsi adulti non lo fanno – della tragedia dell'infanzia, dedica spazio e presta voce alla profondità del sentire e alla sofferenza dell'essere bambino in un mondo di grandi in cui si conta poco o nulla, provando a mettersi dal loro punto di vista" (Grilli, 2012, p. 44).

Perché, tornando a Verga, Rosso Malpelo è divenuto, nelle memorabili pagine dello scrittore siciliano, narrazione emblematica della sofferenza dei bambini di ogni tempo? E perché la sfida letteraria della novella può divenire, ancora oggi, esempio di corretta relazione con la faccia dolente della medaglia del vivere?

 

3. Il senso del tragico tra luoghi, simboli, viaggi ed orsetti

 

La cava di Rosso, bambino malpelo (e 'malnato', ci sentiamo di dire), inghiotte la grigia esistenza di chi nasce già vinto; di chi non conosce orizzonti di speranza e, forse per questo, non si dispera neanche più. Rosso racconta la tragedia della povertà, della mancanza degli affetti più necessari, dell'assenza di legami cui l'infanzia e l'adolescenza di ogni tempo dovrebbero aggrapparsi; perché dovrebbero - sempre - averne diritto. Ma Verga ne rivela, invece, il vuoto; lo spettrale senso di smarrimento che relega la sfera dei legami più sacri (genitori, figli, amici) a pochi oggetti carichi di rimpianto e pregni di dolcezze perdute. Rosso, che non conosce giocattoli, si ritrova tra le mani gli abiti e gli strumenti di lavoro del padre defunto e si lega a essi con lo stesso istintivo e ferino legame che lega i bambini di sempre ai balocchi più belli, e alle persone care che li regalano loro: "Malpelo se li lisciava sulle gambe quei calzoni di fustagno quasi nuovo, gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo che solevano accarezzargli i capelli [...]. Quelle scarpe le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, l'una accanto all'altra, e stava a contemplarsele coi gomiti sui ginocchi" (Verga, 1984, p. 172).

Il senso di un oggetto che porta in sé scampoli d'amore si condensa nel rifiuto del piccolo Rosso di fronte alla proposta d'acquisto degli attrezzi del padre, piccone e zappa, fonte di fatica ma anche simbolo di un gioco/lavoro condiviso, quando Rosso assisteva il genitore nelle operazioni di scavo all'interno della cava oscura: "e quando gli aveano chiesto se voleva venderli, che glieli avrebbero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no; suo padre li ha resi così lisci e lucenti nel manico delle sue mani, ed ei non avrebbe potuto farsene degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci avesse lavorato cento e poi cento anni." (Ibidem).

Quante Nedda, e quanti Rosso, hanno solcato i mari a bordo di rottami e gommoni alla ricerca di una speranza? Quanti bambini hanno riempito stive di carrette e pagine di cronaca nera, salvo poi sparire dalla fugace costellazione dell'interesse mediatico? Rosso e Nedda, nella loro 'piccolezza' esistenziale, testimoniavano la gigantesca dignità di bambini e ragazzi di fronte alla nera indigenza, di fronte a sconforto e cattiverie. E la comunicazione letteraria diveniva un faro 'doveroso' e 'necessario' puntato a lumeggiare anche la presente – e potente – dignità di chi è ultimo.

Oggi sembra divenire doverosa la comunicazione, la percezione immediata ed emotivamente 'invadente' che deve raggiungere tutti subito, sorvolando sull'acquisizione di fondo del messaggio, su una sua rielaborazione contenutistica ed etica, su una riflessione di senso.

E allora tutti gli elementi già visti, compresi i piccoli scampoli di concreto riferimento affettivo (giochi, oggetti, abiti), si tramutano in macabri feticci di un rituale luttuoso da mandare in onda, da 'postare', da mettere in rete.

Quasi un secolo e mezzo dopo le novelle verghiane, nell'Ottobre del 2013, una delle più grandi – e disperate – carrette del mare, stipata fino all'inverosimile di anime anonime e perse, naufraga. Nelle onde, sorta di macabra culla ondeggiante, si riversano uomini, donne e bambini a un passo dalla loro più grande illusione, a pochi chilometri dalla speranza.

L'abisso li inghiotte tutti, e non c'è ricordo, memoria, storia o dignità. Non resta quasi nulla, quasi si trovassero a essere inghiottiti nell'oscurità della cava di Malpelo, dove "né più si seppe nulla di lui. Così si persero persin le ossa di Malpelo..." (Ivi, p. 178).

Restano corpi, vuoti di vita e di identità, e la televisione a raccontare, famelica e vorace, i particolari della tragedia.

Nel giorno del funerale, su quattro piccole bare bianche, fa bella mostra di sé l'orsetto dell'IKEA, quello da 99 centesimi, quello che ogni genitore spera di utilizzare quando fa spese per frenare l'impeto desiderante e consumista di figli troppo assuefatti all'abbondanza.

La coscienza di chi guarda trova un nuovo racconto, sdoppiato in due opposte direzioni (o derive) di senso: da un lato i particolari, macabri, agghiaccianti, le più piccole sfumature a solleticare uno sciacallaggio mal celato sotto l'improbabile abito del 'diritto a sapere e a informarsi' (specchio dell'ancor più enigmatico – ormai – diritto di informazione); dall'altro tutta la storia dell'infanzia in quell'orsetto: giocattolo di tutti, giocattolo del mondo; immagine della globalizzazione finanziaria e commerciale di un marchio mondiale in un mondo incapace di globalizzare i disperati e le loro grida d'aiuto. Un orsetto a chi, spesso, non ha mai avuto (o forse neanche conosciuto) un giocattolo; un orsetto che ha un costo simbolico, in tempi di livellamento umano e mortificante mercificazione del vivere. Un piccolo risarcimento post mortem che si fa tanto più amaro quanto più ci rendiamo capaci di comprendere che quei piccoli erano clandestini non rispetto alla terra cui tendevano le braccia immature, ma rispetto all'umanità della società di oggi. Clandestini rispetto a un orizzonte di senso di cui parliamo ma che forse, la comunità degli uomini, non è più capace di estendere in uno sguardo di profonda intenzione. Clandestini rispetto alla vita.

Il giocattolo, più cittadino degli stessi – poveri – bambini, sopravvive e forse ci insegna qualcosa; racconta un destino amaro, per chi se ne va troppo presto, e un destino futuro, per chi vuol guardare al di là di enfasi e attualità da salotto televisivo.

 

4. L'infanzia tra immagine educante del dolore e spettacolarizzazione della violenza

 

Il fattore educante dell'immagine – e del piccolo orsetto – resiste se trova un'immagine di ritorno nelle coscienze che l'accolgono e che riescono a non relegarla tra i dati spettacolari di un evento mediaticamente potente quanto fragile perché cronologicamente superabile in un breve lasso di tempo. Diventa educante se ritorna come racconto, come emblematica metafora dell'infanzia interrotta; del gioco tradito; degli affetti strappati. E diventa racconto se si accomoda, tra le pagine del vivere quotidiano, come una storia da non dimenticare; perché possa insegnare; perché possa servire a donare sorriso – ed orsetti – a chi per televisione non vedremo mai (o almeno si spera).

Troppo spesso la cronaca e la spettacolarizzazione del tragico prendono il sopravvento sulla 'narrazione', in senso lato e profondo, della vicenda. Quest'ultima insegna qualcosa, e va gestita, mediata, 'curata'. La prima serve a sorprendere, ed ha un effetto di 'detonazione mediatica' senz'altro superiore, ma fine a se stesso. E se la sovraesposizione mediatica finisce nell'esaurimento stesso della 'sorpresa' che genera, ha il devastante effetto di creare assuefazione e abitudine nelle coscienze di chi assiste, sempre più distaccato, alla fiera del macabro che ormai, da qualche anno, va in onda o in rete a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il diritto di cronaca è un patrimonio inalienabile del mondo contemporaneo, e sarebbe inaccettabile una posizione – anche solo intellettuale – tendente a volerne limitare il respiro. Qui si ragiona della possibilità di limitare il surplus di accanimento mediatico che cavalca la 'facile' risposta emotiva in nome dell'audience.

Le torri gemelle che nel 2001 si sbriciolavano, insieme ai mattoni più solidi della nostra libertà, ci hanno lasciato negli occhi l'immagine di corpi che si lasciavano cadere nel vuoto da centinaia di metri d'altezza; corpi di persone che lavoravano, messi di fronte alla scelta peggiore: come morire. Quei corpi che, come in un videogame, impiegavano un tempo infinito per sparire nella polvere dei detriti, hanno segnato – o così dovrebbe essere – le coscienze di una generazione. Il mondo doveva osservare. Certo. Per capire; per comprendere quanto larga fosse la ferita inferta alla nostra civiltà in nome dell'odio ottuso e fanatico.

Quelle persone inghiottite dalla polvere di Manhattan sono divenute, nella migliore 'gestione' di un macro-evento tanto tragico, racconto foriero di insegnamento; spinta per una presa di coscienza condivisa; ricordo indelebile per un'intera civiltà. In alcune derive peggiori, invece, sono divenute oggetto di talk-show pomeridiani, scavo morboso di particolari personali e/o privatissimi; parassitismo emozionale da gara d'ascolti.

La stessa strategia del terrore utilizzata dagli estremisti di folli compagini come Isis o Al-Qaeda sfrutta il potenziale di morboso interesse che la rappresentazione orrorifica della violenza proietta nelle obnubilate coscienze occidentali; ed ecco la promozione video in alta definizione delle decapitazioni, dei linciaggi, delle violenze su donne e bambini. E noi, passivi osservatori, ad abituarci in nome della già citata equazione per cui se qualcosa si vede, se viene trasmesso, vorrà dire che 'si può' trasmettere e vedere, arrivando ad essere quasi normale.

La forzata (e voluta) divagazione riguardante le sfere più violente della riproposizione mediatica della realtà (terrorismo, esecuzioni) viene fatta proprio per portare il ragionamento su quanto non si possa pensare ad una corretta reinterpretazione del dato comunicativo senza prendere in considerazione tutti gli aspetti del complesso prisma che lo rappresenta, ivi compresi i più eclatanti, eccessivi e dolorosi. Il ripensamento di cosa (e come) sia giusto, in termini di condivisione mediatica, gestire e riconsiderare è una sfida ad ampio spettro che riguarda gran parte degli elementi che la società di oggi si trova ad osservare.

Tornando a una connessione con il dato più 'sensibile' e delicato relativo all'infanzia, ci si chiede quanto sia utile la promozione di immagini riguardanti il pestaggio di una povera ragazzina ad opera di un'altra ragazza – bulla e teppista – e quanto non possa divenire pericolosa la divulgazione delle immagini affidata a tutti i network possibili, laddove spesso gli spettatori – come diversi studi ci hanno indicato nel corso degli anni – sono soggetti altrettanto fragili o psicologicamente deboli e immaturi, capaci di passare in un attimo dal ruolo di indignati (quanto poi?) spettatori a quello di freddi e spietati emulatori in nome della noia e dell'assenza di valori minimi cui riferirsi (Laneve, 2004; Popper, 1994/1996; Rivoltella, 1998).

 

5. Il bimbo sulla sabbia e il dovere della storia. Riflessioni e prospettive

 

E l'infanzia arriva ancora, potente, ad alimentare dubbi e a produrre domande, interrogativi, riflessioni. E lo fa tornando, purtroppo, ad essere protagonista del più crudo e violento degli eventi mediatici, del più inaccettabile dei racconti; della più crudele delle immagini.

Settembre 2015: Aylan Kurdi sale, con la sua famiglia (o parte di essa) su uno scafo della disperazione, tra profughi, clandestini, gente in fuga e disperati. Il problema di fondo, che dovrebbe restare l'unica, vera chiave di lettura del senso di tutto ciò, è che Aylan non è un profugo, né un clandestino, né un rifugiato; Aylan è soltanto un bambino. Una società incapace di riconoscere questo puro e intoccabile status fino a quando non arrivano la tragedia, il lutto e la disperazione, è una società che deve, per forza, interrogarsi e ripensarsi.

Aylan arriva sulla spiaggia, sulla 'sua' spiaggia, sulla sabbia che evoca, in molti di noi, spensieratezza, estati, corse, giochi, svaghi e risate; ma ci arriva morto. Ben vestito, sistemato, quasi curato; ma morto.

E l'immagine di un corpicino così piccolo e incolpevole riverso sulla battigia a respirare (in realtà a non farlo più) sabbia e spuma di onde fa, in tempo reale, il giro del mondo.

Lo 'scandalo' della morte che investe l'infanzia diventa iconografia del male, immagine dell'inconcepibile, colpo allo stomaco alle coscienze del pianeta, troppo abituate ai bollettini di guerra in Medio Oriente con bambini morti e feriti, magari ascoltati tra un primo piatto e un contorno al telegiornale delle 13.

L'immagine di Aylan sembra divenire il monito estremo oltre il quale non si può andare. Sembra gridare al pianeta: "Davvero può accadere ciò?".

Sotto questo punto di vista, la diffusione dell'immagine (e raramente la diffusione di un'immagine è stata tanto dibattuta, divenendo a sua volta oggetto di sovraesposizione mediatica, in una sorta di meta-mediazione – o mediatizzazione - della comunicazione stessa) (Acone, 2002; Caune, 1999) è servita per indicare, quindi, un punto di non ritorno, un margine estremo all'indifferenza del mondo rispetto alle vicende degli 'ultimi', e può essere stata utile. D'altro canto, però, siamo costretti a notare quanto, a posteriori, l'immagine certifichi il suddetto status infantile come degno di rispetto, cura, premura, affetto e dolore soltanto post mortem.

Quell'immagine – e la sua diffusione virale, mediatica e telematica – restituisce ad Aylan ciò che forse la società di oggi, fredda e 'lontana', non gli avrebbe mai concesso se non fosse morto: il suo essere bambino. Il grido soffocato di dolore che viene dalle braccia di quel soccorritore che alza, lievemente, il corpo senza vita di Aylan, riconsegna però a noi tutti il dovere di riconfigurare uno sguardo consapevole sulle cose di un mondo troppo occupato a 'divorare' l'immagine delle cose stesse, senza fermarsi ad esaminarne il senso. È un gesto naturale, istintivo, protettivo che, a prescindere da chi lo compia, si rivela ultimo, profondo tentativo 'materno', poiché, come afferma Recalcati (2015), "la madre è il nome dell'Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto, che la trattiene nelle proprie mani impedendole di precipitare; è il nome del primo 'soccorritore'" (p. 24). Purtroppo abbiamo conosciuto, della breve storia di Aylan, solo l'ultimo, premuroso quanto inutile, soccorritore; e la sua scomparsa ci lascia, insieme allo sgomento, la possibilità di riflettere sul senso del racconto, della cronaca, della partecipazione condivisa e degli eccessi che, troppo spesso, da questa derivano. Con la doverosa consapevolezza di donare un taglio di maggiore e più matura 'mediazione' al rapporto tra eventi (con l'importanza che hanno in quanto tali) e comunicazione/spettacolarizzazione degli stessi (con limiti, riflessioni e ponderata 'umanità' di fondo).

 

Bibliografia

 

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