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Educare a costruire il futuro al di là del "presente onnipresente"
di Isabella Loiodice   
DOI: 10.12897/01.00080

 

Derivato dal participio futuro del verbo latino esse, il termine “futuro” indica una dimensione costitutiva dell’esistenza, senza la quale la vita dei singoli e delle comunità appare oggi disorientata e dispersa, inibita e bloccata in un “presente onnipresente” più subìto che vissuto.

 

 

La dimensione dell’“adesso”, infatti, blocca sul nascere desideri da realizzare e progetti da costruire, ripiegandoli su occasioni da consumare velocemente e avidamente, secondo una logica che non motiva a costruire futuro ma a godere dell’effimera  possibilità dell’attimo, vivendo nella dimensione del momentaneo come forma di protezione dall’angoscia di una vita priva di prospettive.

Questa condizione, per quanto diffusa, appare però innaturale, nel senso di non conforme all’esistenza stessa e, in quanto tale, va contrastata e “ribaltata” a vantaggio di una progettualità nutrita di futuro, per tutti e per tutta la vita.

Per tutti: il riferimento è all’intera umanità, soprattutto in un momento in cui, al contrario, interi gruppi di persone “disperate”, nel senso di prive di speranza per un futuro nella propria terra, cercano di conquistarselo in altre parti del mondo, esponendosi però a condizioni che per lo più troncano sul nascere qualsiasi progettualità futura. Questi “viaggi della speranza” (che peraltro ci ricordano quelli dei nostri progenitori all’inizio del secolo scorso) naufragano troppo spesso in fondo al mare oppure si infrangono contro barriere materiali e immateriali – la  costruzione di nuovi muri, i presìdi nei quartieri, i blocchi alle frontiere ecc. – che, talune volte, vengono giustificate contrapponendo analoghe situazioni di miseria e di degrado, altre volte, evidenziano semplicemente indifferenza e insensibilità mascherate da ragioni di sicurezza per l’incolumità di persone e beni. In ogni caso, inaccettabili di fronte alle storie tragiche di persone – molte delle quali bambini – private appunto di futuro, proprio lì dove speravano di riguadagnarlo, fuggendo le condizioni disumanizzanti delle proprie terre di origine.

Per tutta la vita: come indicato nella call di questo numero della Rivista, anche se riferita in primis ai giovani, la dimensione del futuro appartiene a tutte le età della vita:

 

- appartiene all’infanzia, la cui “coltivazione e cura” si nutrono di intenzionali percorsi educativi e formativi nella pluralità dei contesti di vita: dalla famiglia alla scuola ai luoghi dell’informale e del non formale;

- appartiene ai giovani, che vanno opportunamente sostenuti e orientati nel trovare la loro giusta direzione, nella consapevolezza che il proprio “oriente” non è più una meta stabile e definitiva ma che va costantemente ridefinita e riprogettata;

- appartiene agli adulti, forse le persone oggi più in crisi di fronte al tramonto di un’idea di adultità stabile e sicura, che rimette in discussione un futuro dato per certo e li espone a inaspettate condizioni di precarietà materiale ed esistenziale ma anche a inedite prospettive di sviluppo e crescita ulteriori;

- appartiene agli anziani, per i quali l’allungamento dei tempi di vita non sempre si accompagna a condizioni adeguate, popolando questa età di solitudini e di abbandoni rispetto a una umanità che consuma freneticamente il proprio tempo e che, proprio per questo, “non ha tempo” da dedicare ai propri anziani.

 

All’egemonia del presente – che occulta sia il passato che il futuro – occorre allora contrapporre un progetto di continuità e di ricomposizione dialettica dei differenti tempi della vita, nella duplice dimensione diacronica (per l’intero corso dell’esistenza) e sincronica (diffusa nella pluralità dei luoghi di vita e di esperienza).

Questo progetto non può che essere un progetto educativo, che affida alla prospettiva della formazione permanente la possibilità di porre le basi concrete per la sua attuazione. Non è un caso che tale consapevolezza − coltivata da tempo nell’ambito del sapere pedagogico – venga fatta propria dalle altre scienze, sì che lo stesso Bauman parla di “una  formazione che, nel quadro della ‘modernità liquida’, non appare più ‘concepibile’ né ‘pensabile’ in una forma diversa dalla formazione incessante, perpetuamente incompiuta e aperta” (Bauman, 2009, p. 87).

Il diritto all’apprendimento e alla formazione permanenti appare, dunque, la vera frontiera dei diritti delle persone, l’unica garanzia di costruzione di un futuro assicurato a tutti, al di là dell’appartenenza geografica, etnica, culturale e sociale. Proprio perché non ci può essere futuro senza democrazia e senza rispetto di quei diritti di cittadinanza planetaria a cui Morin ha fatto esplicito riferimento nei suoi scritti e su cui Nussbaum sta riflettendo nei suoi studi più recenti.

Studiosi che, com’è noto, appartengono a differenti ambiti disciplinari ma che non possono non ricondurre tutte le differenti letture – sociologiche, antropologiche, filosofiche, economico-giuridiche, etiche – all’interno della prospettiva pedagogica, in ragione del suo specifico approccio epistemologico. Il proprium della pedagogia è, infatti, l’essere una scienza che “espone” la sua teoria ai venti impetuosi del cambiamento per poi sperimentarla nella concretezza della realtà e, dunque, rimettersi in discussione, riconfigurandosi e riprogettandosi, traendo alimento dall’esperienza.

La dimensione progettuale è dunque costitutiva del sapere pedagogico così come lo è della vita stessa e, dunque, va assicurata a tutti e per tutta la vita, come poc’anzi ribadito. Spetta a tutti noi, allora, educare a costruire futuro, con uno sguardo preferenziale alle giovani generazioni: perché sappiano ri-apprendere a sognare, a sperare, a progettare una vita proiettata verso il futuro.

Com’è giusto che sia.

 

Bibliografia

 

Bauman, Z. (2009). Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero. Bologna: Il Mulino.