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A scuola di politica. Resoconto critico di una esperienza pedagogico-politica
di Raffaele Mantegazza   

La politica sembra oggi qualcosa di molto lontano dagli interessi dei giovani, per discutere e criticare questo truismo, ad Arcore (MB) è stata aperta una scuola di politica.

Circa 40 giovani tra i14 e i 25 anni studiano le parole, le rappresentazioni, le idee della politica in un gruppo aperto guidati da un mentore adulto.  Il metodo è ispirato alla pedagogia di Paulo Freire e alle esperienze di peer-education. Questo articolo studia criticamente la struttura e i primi risultati di questa esperienza.

 

 

Politics today seems to be something very far from young people’s interest. In order to discuss and criticize this truism in Arcore (MB) a school of politics has been opened. Almost 40 youngsters between 14 and 25 study the words, the representations, the ideas of politics, in an open group guided by a grownup menthor.   The methods is inspired by Paulo Freire’s pedagogy and by peer-education experiences. This article studies critically the structure and the first results of this experience.

 

 

 

Tu vuoi SAPERE, da noi: anche se non chiedi

o chiedi tacendo, già appartato e in piedi,

o tenti qualche domanda, gli occhi vergognosi,

ben sentendo in cuore ch’è vano ciò che osi,

se di noi vuoi sapere ciò che noi ai tuoi occhi

ormai siamo, vuoi che le perdute notti

del nostro tempo siano come la tua fantasia

pretende, che eroica, com’è eroica essa, sia

la parte di vita che noi abbiamo spesa

disperati ragazzi in una patria offesa.

 

Pier Paolo Pasolini

A un ragazzo

 

1. Introduzione

 

Il presente contributo cerca di evidenziare le basi teoriche e i primi risultati dell’esperienza “Scuola di politica” in atto ad Arcore (MB) grazie al contributo e al patrocinio della Casa della Cultura di Monza e Brianza. La scuola, rivolta a ragazze e ragazzi dai 15 ai 25 anni (anche se il presidio dell’età non è rigido, soprattutto per quanto riguarda i giovanissimi), prevede laboratori e incontri tematici sui temi della politica e sul senso che essa può avere nella vita quotidiana dei giovani partecipanti. Gli incontri avvengono in orario serale, dalle ore 20.30 alle ore 23.00 circa, in una sede fissa fornita gratuitamente da una cooperativa di solidarietà sociale (“Lo sciame” di Arcore). Gli incontri preparatori sono riservati ai ragazzi e al coordinatore mentre gli incontri con gli esperti sono aperti alla cittadinanza. L’iniziativa è completamente gratuita. È prevista una iscrizione per realizzare una mailing-list. Non è richiesta continuità di partecipazione. La scuola agisce sul territorio dal mese di gennaio 2015.

 

2. Uno spazio da occupare

 

Uno dei segni del carattere profondo e purtroppo non congiunturale della crisi attuale è dato dalla profonda disaffezione che i cittadini, e in particolare la componente giovanile della popolazione, nutre nei confronti della politica, soprattutto di quella attiva e partecipata. La politica è passata dall’essere, negli anni 60 e 70 del Novecento, luogo elettivo di formazione e di confronto degli entusiasmi giovanili, al presentarsi come attività noiosa e poco entusiasmante negli anni 80 e in parte degli anni 90, fino a recuperare un senso di fascino ai tempi nostri ma solamente in una dimensione massmediatica, legata alla chiacchiera, al gossip, all’esibizione qualunquistica dello scandalo o alla pratica del vituperio e del turpiloquio.

Quando si studia la Germania pre-hitleriana, soprattutto se lo si fa con un’attenzione pedagogica, a colpire è soprattutto l’indifferenza delle giovani generazioni nei confronti della politica, delle istituzioni e della democrazia; in una situazione che è per questo verso drammaticamente simile a quella attuale, i ragazzi e le ragazze che popolavano la Germania nel primo dopoguerra erano intimamente convinti che “la politica è una cosa sporca” e soprattutto che si trattava di una cosa ben poco affascinante; potremmo dire che ai giovani e agli adolescenti la politica non seppe parlare; non seppe cioè pronunciare quelle parole profonde che vanno a toccare la dimensione emotiva dei giovani, risvegliando così il loro desiderio di identità e di appartenenza a un progetto comune. Uno dei risultati della politica nazista fu proprio la conquista dei giovani e dei giovanissimi, che vedevano nella NSDAP un partito nuovo, giovane, vigoroso, entusiasmante.

Se i giovani non si sono interessati di politica nel 1930 è stato anche perché la politica dei partiti democratici non ha fatto nulla per rendersi interessante e seducente nei confronti dei giovani; almeno finché qualcuno, dalla destra estrema antisemita e criminale, non ha scorto proprio nei giovani una sorta di territorio vergine da colonizzare e l’ha investito con una serie di dispositivi pedagogici di conquista del consenso soprattutto a livello simbolico, emotivo ed affettivo. La leadership politica è infatti strettamente legata a un complesso dispositivo simbolico, segnico, spaziotemporale, comunicativo che la fa emergere e la sostiene, al punto che è facile immaginare che un personaggio come Adolf Hitler, in altri contesti e in altri momenti, sarebbe stato solo un patetico urlatore da deserti comizi domenicali (Reich 1933/1974).

Tutto questo per dire che la politica deve essere resa appetibile ai giovani: non nel senso di farla diventare una farsa da talk-show ma esattamente al contrario: non si tratta di abbassare la politica ai livelli dei “circenses” popolari ma di partire dai giovani elevandone le emozioni, le paure, i desideri al livello politico. Occorre collocarsi allora al livello di una forma di esperienza addirittura prepolitica, la sola che dà l’accesso alla politica intesa nel suo senso più alto e nobile di scienza del cambiamento e adeguamento di quell’oggetto artificiale e mutevole che è la polis. Posizionarsi dunque in quelle regioni dell’indignazione e della non sopportazione della sopraffazione e dell’ingiustizia che colgono lo stomaco e la pelle degli esseri umani degni di codesto nome, e che a loro volta spingono verso la dimensione della politica: qui si colloca la giuntura tra dimensioni prepolitiche e spazio della politica, il buco bianco (non più solo emozione, non ancora solo politica) nel quale l’eco della nostra ricerca inizia a risuonare. Presidiare tale giuntura, tale snodo, ci sembra urgente e ineludibile proprio perché è stata la lotta per l’appropriazione di tale spazio bianco ad essere stata decisiva per l’affermazione della nuova tipologia di dominio che conosciamo e che presiede al nostro assoggettamento: la colonizzazione degli spazi del prepolitico ha infatti caratterizzato negli ultimi decenni la fisionomia di un potere che ha bisogno, per perpetuarsi, di quella che appare come la complicità dei soggetti da assoggettare. In questa regione è possibile ancora, ne siamo sicuri, appassionare i giovani e le giovani alla straordinaria avventura della politica.

 

3. Questioni di metodo

 

A partire da queste considerazioni è nata l’iniziativa di una scuola di politica in un territorio come quello brianzolo, caratterizzato da un diffuso benessere intaccato però dalle prime avvisaglie della crisi, da una disaffezione dei giovani nei confronti della politica istituzionale, da una proliferazione di enti di volontariato ai quali i giovani partecipano senza però connettere questo loro impegno con nulla che abbia a che fare con la dimensione politica. È come se ad essere interrotto fosse il legame tra i concetti di “servizio” e di “politica”: il primo, sentito ancora come una esigenza molto forte da parte dei ragazzi e delle ragazze, viene vissuto appunto nelle attività di volontariato; la seconda viene connessa con la dimensione dell’“interesse”: non si tratta necessariamente di quello privato, ma comunque parlare di interesse/i da tutelare è qualcosa di differente rispetto all’idea di cambiamento di costruzione di una società nuova, di utopia e speranza che avevano caratterizzato altre stagioni nel rapporto tra politica e giovani.

Come detto sopra, l’iniziativa della quale parliamo mette a confronto 15enni e 25enni, il che significa anzitutto prevedere due differenti codici, sia dal punto di vista storico (soprattutto con l’accelerazione dei cambiamenti politici e partitici nel nostro paese, per cui un personaggio come Antonio Di Pietro è conosciuto dai ragazzi più grandi ma è del tutto ignoto ai giovanissimi) che ovviamente da quello pedagogico. I ragazzi più giovani (sono una decina su un totale di circa 40 partecipanti) portano certamente la freschezza e la timidezza della loro età ma anche il primo affacciarsi delle questioni relative alla rappresentanza, tipicamente negli organi collegiali della scuola secondaria, anche solo come rappresentanti di classe. I giovani più adulti invece hanno qualche esperienza di militanza nei partiti politici locali (pochi) o di partecipazione agli organi collegiali universitari (molti di più). La provenienza scolastica dei ragazzi a livello di secondaria superiore frequentata o completata è quasi esclusivamente liceale, e questo costituisce un limite (sarebbe assai interessante la partecipazione di ragazzi degli istituti tecnici o di drop-out), così come è un limite il fatto che tutti i ragazzi e le ragazze sono di origine italiana. Limiti che andrebbero studiati però a fondo, anche rispetto alla composizione sociale della possibile futura classe dirigente del nostro Paese.

Il metodo proposto ai ragazzi e alle ragazze della scuola è mutuato dall’idea di educazione partecipata di Paulo Freire (cfr. Freire 1969/1971). Contro l’idea di una educazione depositaria, nella quale chi “sa” riempie la testa di chi “non sa” di contenuti da sentirsi poi ripetere, la scuola fa propria la scelta di partire dalle rappresentazioni, dalle emozioni, dalle cognizioni e dai vissuti dei partecipanti: i ruoli del coordinatore (il sottoscritto) e degli esperti non è dunque quello di proporre relazioni già predisposte ma di mettersi prima di tutto in ascolto di quanto nasce dai ragazzi e dalle ragazze cercando poi di creare piste di riflessione e di attraversamento del materiale emerso.

In questo senso dunque ogni incontro con gli esperti è preceduto da un incontro dei ragazzi tra loro: insieme al coordinatore essi preparano la lezione successiva producendo materiale, domande, ipotesi di lavoro sulla parola-chiave che verrà affrontata dall’esperto.

 

Lo snodo emozione/ragione è il fulcro attorno al quale ruota la concezione pedagogica della scuola di politica: se ovviamente la politica, come ogni altro contenuto, non può non passare attraverso la dimensione emotiva ed essere affettivizzata per poter essere appresa, è anche vero che occorre temperare questa dimensione con l’aspetto cognitivo; il rischio, altrimenti, è quello di lasciare la politica totalmente nell’ambito emotivo, mentre invece è proprio la dimensione razionale a dover subentrare per arginare impulsi ed emozioni che rischiano di compromettere il campo della politica. È dunque necessario un distanziamento, a proposito del quale condividiamo quanto è stato detto da una studiosa della Shoah: “il distanziamento non impedisce di provare empatia per le vittime né orrore per un sistema complesso che ha prodotto la morte di massa. Restituisce, invece, dignità all’uomo pensante, proprio quella dignità che il nazismo aveva spazzato via giocando sulle emozioni, specialmente durante i raduni di massa, o sui sentimenti, come l’odio” (Wieviorka, 1998/1999, p. 103).

 

4. I risultati emersi

 

Dopo sei mesi circa di attività è possibile tracciare qualche linea di valutazione dell’esperienza.

Anzitutto è interessante qualche osservazione sul rapporto tra i ragazzi: ci sembra che le due fasce d’età presenti nel gruppo (under- e over-20) abbiano dato luogo a un mix estremamente interessante dal punto di vista pedagogico; se non c’è stato un vero e proprio tutoring dei più grandi nei confronti dei più giovani, se non in senso sporadico, ci sembra che da parte dei ragazzi over-20 si manifesti spesso una preoccupazione affinché i più giovani possano seguire e capire le discussioni. Dal canto loro i preadolescenti seguono le medesime con estrema attenzione, intervenendo a volte senza alcuna soggezione e portando nella discussione una “verginità” rispetto a determinati temi che costringe positivamente il gruppo a non dare nulla per scontato ma anzi a ristrutturare i discorsi proprio a partire da osservazioni solo apparentemente ingenue.

Ci sembra che emerga con forza da parte dei ragazzi una alta idea della politica: i giovani la definiscono quasi platonicamente come la forma più alta di servizio che un essere umano possa pensare per il suo prossimo e proprio su questa altissima immagine vanno poi a valutare, con estrema severità, la pratica quotidiana della politica “reale”.

Giovani che non credono alla politica? Non è così per questo gruppo, ma certamente possiamo parlare di giovani che si sentono traditi dalla politica perché essa non è fedele a se stessa. Possiamo quasi dire hegelianamente che per questi giovani la politica è deludente perché il confronto tra l’oggetto e il suo concetto è frustrante. Sarebbe decisamente ipocrita liquidare il tutto dicendo che è il concetto ad essere troppo elevato e che crescendo i ragazzi capiranno il valore del compromesso, della tattica, del comportamento quotidiano. Significherebbe ancora una volta rifiutarsi di modificare il mondo limitandosi a (male) interpretarlo.

Anche le categorie di sinistra e destra non sono affatto date per perdute da questi ragazzi; lunghe discussioni hanno cercato di stabilire le definizioni e le differenze odierne tra queste posizioni, ma comunque è emerso il bisogno di un posizionamento, di criteri sufficientemente netti per definire gli schieramenti, addirittura di qualcosa di simile a una Grande Narrazione (“ideologia” per questi giovani è una parola ancora impronunciabile grazie all’azione demolitoria dei tristi epigoni di Lyotard); non basta dunque l’onestà, l’impegno, il programma, occorre anche un progetto di uomo e di società per potersi schierare politicamente.

L’estremo bisogno di concretezza dei ragazzi va a braccetto con quella che potremmo definire una difficoltà a concedersi il lusso del sogno. È difficile pensare che questi giovani possano fare proprie idee di società migliori o di mondi utopici: basta loro un mondo nel quale vivere serenamente, a volte sembra di vedere il desiderio di una situazione nella quale “ognuno si fa i fatti propri” (intesa nel senso di non vessare inutilmente gli altri). Ma anche coloro che lottano per i diritti degli omosessuali, degli immigrati o delle donne hanno in mente una situazione futura auspicabile nella quale ognuno vive la sua vita senza essere troppo disturbato, sotto il suo fico per usare una immagine biblica. E quando si chiede ai ragazzi perché non osano di più la risposta è bruciante: “voi avete osato di più e si sono visti i risultati”.

Forse in realtà le cose non stanno così, forse aveva ragione Gaber a dire “non fa male credere/fa molto male credere male”; ma occorre comunque riflettere su questa provocazione.

La scuola di politica continua i suoi lavori affrontando il vocabolario della politica (rispetto al quale i ragazzi chiedono estrema precisione). Essa interseca il desiderio di alcuni adulti di esercitare una timida magistralità su questa dimensione essenziale per la democrazia e la voglia dei ragazzi di un mentore che li guidi in uno degli ambiti del non-detto nei quali noi adulti siamo così abili a nasconderci. È il “voler sapere” di questi ragazzi che, pasolinianamente, ci guida a continuare la ricerca e il percorso insieme a loro; forse verso una nuova narrazione politica che sarà soprattutto compito loro provare a inventare.

 

Bibliografia

Allen, W.S. (1975). Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città, Torino: Einaudi.

Freire. P., (1971). Pedagogia degli oppressi. Milano: Mondadori (original publishing: 1969).

Mantegazza, R., (2007). La parte del torto. Lessico essenziale di educazione alla politica. Torino: Tirrenia.

Reich, W. (1974). Psicologia di massa del fascismo. Roma: SugarCo (original publishing: 1933).

Wieviorka, A. (1999). L’era del testimone, Milano: Cortina (original publishing: 1998).