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Dai MOOC alle recenti forme di consumo collaborativo: nuove sfide della pedagogia in tempi di crisi
di Mario Salcuni   

Questo articolo intende illustrare, mediante  una lettura di fenomeni economici e sociali contestualizzati in un periodo di forte recessione,

la progressiva diffusione della cosiddetta “sharing economy” e dei benefici ad essa connessi, in termini sia economici che di benessere sociale.

 

Analizzando in primo luogo la rivoluzione presente negli ambienti formativi per eccellenza, come le università, attraverso la diffusione dei MOOC (Massive Open Online Courses), si valuteranno i benefici derivanti dalla condivisione di esperienze realizzate in ambienti virtuali con costi marginali prossimi allo zero.

Successivamente, abbandonando gli ambienti formali di educazione per uno sguardo verso la società civile, attraverso un percorso trasversale di esperienze, dal coworking al crowdfunding, si cercherà di evidenziare la trasformazione di carenze finanziarie in opportunità condivise in cui il soggetto non è più “homo oeconomicus” dominato da una solipsistica forza di soddisfare i propri desideri, ma diviene “homo empaticus”, in virtù di una  condivisione sinaptica di spazi o idee.

Proprio all’interno di questi cambiamenti paradigmatici si inserisce una nuova mission per la pedagogia che, a partire dagli ambienti formali di apprendimento, deve necessariamente coinvolgere  la società civile per favorire la crescita di una nuova coscienza collettiva.

 

This article aims to provide, through a reading of economic and social phenomena in context of deep recession, the gradual spread of the so-called "sharing economy" and the benefits associated with it, in terms of both economic and social well-being.

Analyzing first the present revolution in learning environments for excellence, such as universities, through the dissemination of MOOC (Massive Open Online Courses), we will evaluate the benefits of the sharing of experiences in virtual environments with marginal costs close to zero.

Later, abandoning environments formal education for a look to civil society, through a cross experiences, from coworking to crowdfunding, we will attempt to highlight the transformation of financial shortcomings in shared opportunities in which the subject is no longer "homo oeconomicus "dominated by a solipsistic force to satisfy their desires, but becomes "homo empaticus ", pursuant to a share of the synaptic space or ideas.

Just within these paradigm changes a new mission for pedagogy insert, that, since the formal learning environments, have to involve civil society to promote the growth of a new collective consciousness.

 

1. La formazione in tempi di crisi. La filosofia open e l’accesso all’istruzione a costo marginale zero.

 

Open è divenuta una parola chiave nell’ultimo periodo, tanto che alcuni studiosi sostengono che come per gli anni Novanta la lettera “e” (electronic) ha segnato il passaggio dal mondo della carta stampata al digitale, questo ultimo decennio potrebbe essere caratterizzato dalla lettera “o” (open).

Nell’ultimo periodo infatti si sono moltiplicate le iniziative sul tema dell’Open Learning e sulle Open Educational Resources (OER) che si inquadrano nel contesto delle digital openess.

I materiali scientifici disponibili mediante licenze gratuite possono essere di due tipologie : Open Access e Open Content. L’Open Access consente il copying dei materiali, ma non la loro modifica; al contrario, nell’Open Content è permesso di modificare ed adattare i materiali messi a disposizione ed eventualmente distribuirli.

La filosofia open in ambito educativo si può esplicare mediante alcuni principi fondamentali:

 

- il primo principio è che la condivisione della “conoscenza è una cosa buona da fare” (“sharing knoledge is a good thing to do”, OCED, 2007);

- il secondo principio è che “educational institutions should leverage ‘taxpayers’ money by allowing free sharing and reuse of resources” (OCED, 2007), ovvero che le tasse pagate dai contribuenti per l’istruzione pubblica dovrebbero garantire agli stessi un libero accesso alle risorse prodotte dalle istituzioni;

- il terzo principio, quasi logica conseguenza del precedente, asserisce che i costi sarebbero notevolmente più contenuti se ci fosse una libera condivisione delle risorse, ovvero “by sharing and reusing, the cost of content developement can be cut, thereby making better use of available resources” (OCED, 2007);

- il quarto principio introduce una variabile di marketing, ovvero “it is good for public relation and it can function as a showcase to attract new student” (OCED, 2007);

- infine, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, introduce un principio cardine, soprattutto nei periodi di progressiva stagnazione economica, ovvero la sostenibilità. “need to look for new business models, new ways of making revenue (OCED, 2007).

 

La filosofia dell’Open Access sta orientando nel contempo altri movimenti che appartengono alla stessa categoria, come l’Open Source e l’Open Knowledge, che a loro volta sono diventati i principi ispiratori delle recenti evoluzioni in campo formativo come i MOOC (Massive Open Online Course).

Tuttavia è utile ricordare che l’open learning o l’open education sono termini che non nascono in periodo contemporaneo con i MOOC, ma hanno come precursori i movimenti della scuola nuova di Montessori e, precedentemente, di Dewey i quali hanno cercato di aprire l’educazione e la formazione a nuovi orizzonti di apprendimento mediante filosofie e pratiche nuove, anticipando notevolmente i tempi. Un apprendimento cooperativo si sviluppa in classi composte da studenti di diverse età, all’interno di un gruppo orizzontale in cui compito peculiare dell’insegnante è di promuovere discussioni e approfondimenti. Queste idee hanno radici storiche nella filosofia e pedagogia marxista (Makarenko, 1975), nel pensiero progressista di Dewey (1984) e nella psicologia dello sviluppo di Piaget.

Il MOOC può essere visto come una naturale evoluzione del concetto di e-learning, rappresentando un particolare “corso open” che usa materiali principalmente dell’OER.

Le basi teoriche dei MOOC sono rilevabili nella filosofia connettivista in cui si inserisce il pensiero di Stephen Downes (2011) che pone alla base dell’insegnamento quattro principi fondamentali che corrispondono alle fasi di un processo didattico:

 

  1. aggregation: un corso MOOC non fornisce unicamente materiale ad hoc per lo studio, ma fornisce altresì una varietà di risorse esterne di diversa forma: dai blog, alle immagini, video, registrazioni, raccolte di tweet. Queste risorse vengono aggregate mediante una newsletter per facilitarne l’accesso;
  2. remixing: la fase successiva alla raccolta dei materiali è, attraverso delle sintesi o valutazioni, la unione dei dati raccolti in modo da condividere i propri contenuti;
  3. repurposing: per partecipare attivamente alla disciplina, agli studenti è richiesta una fase creativa, che Downes preferisce definire come riproposizione, dal momento che si lavora su materiali già esistenti;
  4. feeding forward: obiettivo di questi corsi, in linea con la filosofia open, è portare i partecipanti a condividere i propri lavori con una rete virtuale. Tuttavia il processo di condivisione in rete non è sempre facile, poiché espone il proprio lavoro ad eventuali critiche o a rielaborazioni, che in ogni caso favoriscono la nascita di circoli virtuosi.

 

La rivoluzione dei MOOC è iniziata nel 2011, quando un professore della Stantford University, Sebastian Thrun, ha offerto gratuitamente on line un corso sull’intelligenza artificiale molto simile al ciclo di lezioni che teneva all’università. In breve tempo gli iscritti on line da tutti i paesi del mondo divennero 160.000 di cui ben 23.000 avrebbero seguito il corso fino alla fine e si sarebbero laureati.

Due colleghi di Thrun coinvolti nell’esperimento, gli informatici Andrew Ng e Daphne Koller, sulla base del successo riscontrato nel ciclo di lezioni, hanno costituito un modello di università commerciale on line denominato Coursera, riunendo le più importanti istituzioni accademiche in un consorzio collaborativo che attualmente vanta la partecipazione di più di 100 università, con circa 800 corsi attivi e più di 10 milioni di utenti nel mondo [1].

Il modello Coursera si basa fondamentalmente su tre cardini principali:

 

- in primo luogo il corso è formato da segmenti di video della durata massima di dieci minuti presentati dai docenti, intervallati da espedienti grafici o visivi al fine di rendere più vivace l’esperienza;

- il secondo cardine è costituito dalla pratica e dalla padronanza dell’argomento, attraverso un sistema di valutazione con domande al termine di ogni segmento video;

- infine ultimo principio è la formazione di gruppi di studio virtuali e reali, che possano andare al di là di ogni frontiera geografica.

 

Il modello dei MOOC sviluppatosi soprattutto nel continente americano, attualmente, è in progressiva diffusione in ambito europeo; anche l’Italia ha attuato nell’ultimo periodo, in recepimento delle linee guida del Programma Quadro di Ricerca e Innovazione dell'Unione Europea "Horizon 2020", delle strategie ministeriali per la promozione e la diffusione dei MOOC. Il bando “Talent Italy – MOOC” pubblicato nel 2015, finanziato dal sopraccitato programma comunitario “Horizon 2020”, è stato realizzato proprio per promuovere delle proposte di MOOC da progettare, sviluppare e distribuire gratuitamente su piattaforme on line già esistenti [2].

Il passaggio dall’era capitalistica a quella collaborativa sta producendo dei cambiamenti alla pedagogia scolastica: il modello di istruzione autoritario e verticistico sta cedendo il passo ad un’esperienza di apprendimento maggiormente basata sulla collaborazione (Rifkin, 2010).

In questo modello gli insegnanti si stanno trasformando in facilitatori, dove la mission nozionistica viene soppiantata dalla promozione della ricerca, mirata allo sviluppo di uno spirito critico per favorire un approccio di stampo quasi olistico.  Una rivoluzione pedagogica che si concretizza attraverso il passaggio da un potere gerarchico consegnato nelle mani del docente, ad un potere laterale sviluppato all’interno di una comunità.

Obiettivo diviene il progressivo concepimento della conoscenza come un’esperienza condivisa all’interno di una comunità di pari, attraverso la stimolazione di una creatività di tipo collaborativo, esperienza che di fatto già i giovani vivono all’interno dei tanti spazi sociali di internet, mediante un processo di crowdsourcing in cui la conoscenza diviene un bene condiviso pubblicamente.

Tuttavia, per quanto siano in fase di ascesa e di proliferazione nei vari territori, i corsi MOOC al momento non hanno ancora avuto una definitiva consacrazione in ambito accademico soprattutto a causa delle principali criticità riscontrate nelle varie esperienze didattiche, come le frequenti casistiche di plagio (ovvero fenomeno di copia/incolla) da parte dei discenti, che suscita molte perplessità nelle ipotesi di accreditamento dei corsi,  ma soprattutto a causa dell’alto indice di drop  out.

Una ricerca condotta dal Dipartimento di Economia dell’Università della Pennsylvania su un corso di “Principi di Microeconomia” tenuto dalla Coursera nella primavera del 2013 ha riscontrato un indice di drop out quasi del 98%; infatti, a fronte di 35819 iscritti, solo 739 studenti hanno superato l’esame finale [3].

Anche se la didattica e la partecipazione ad un MOOC può essere simile a quella dei corsi universitari tradizionali e possono sicuramente essere utili per alcune discipline, tuttavia alcuni settori restano in ogni caso preclusi come ad esempio la medicina, la chimica o l’ingegneria poiché in genere richiedono infrastrutture ed attrezzature che non possono essere adoperate in un ambito virtuale.

Ulteriore aspetto problematico dei MOOC è sicuramente la valutazione e l’accreditamento. Se da un lato è possibile verificare la conoscenza mediante delle valutazioni oggettive come i test somministrati, dall’altro lato in alcune aree tematiche più soft, dove elementi determinanti risultano la discussione ed il confronto, il sistema dei MOOC risulta fallibile.

Allo stesso tempo il sistema di accreditamento è molto difficile per questi modelli, anche se la Coursera ha annunciato di voler sperimentare l’accreditamento mediante un sistema di controllo a mezzo webcam per garantire che gli studenti non copino durante lo svolgimento delle prove. Tuttavia un sistema del genere dovrebbe garantire un complesso di commissioni giudicatrici e di controllo che porterebbe il modello di business distante dall’originario costo marginale prossimo allo zero, snaturando in parte la mission originaria.

 

2. Verso la Terza Rivoluzione Industriale. L’ascesa del Commons collaborativo e l’avvento dell’homo empaticus

 

Il trait d’union tra la filosofia open, che ha aperto gli orizzonti a nuovi modelli formativi quali i MOOC e l’ascesa del cosiddetto consumo collaborativo nella società civile si può individuare nella nuova definizione di Prosumer.

La parola prosumer è un neologismo coniato per la prima volta dal saggista americano Alvin Tofler (1980) che mixando le parole consumatore e produttore (con-sumer e pro-ducer) definisce coloro i quali non si limitano a fruire passivamente di informazioni (consumer), ma ne producono essi stessi (producer).

Nei modelli formativi quali i MOOC, i discenti divengono prosumers poiché non si limitano ad accettare dei contenuti preconfezionati, ma divengono dei protagonisti creativi e collaborativi dei processi di conoscenza. (Guntram, 2007).

Tuttavia il processo creativo non si limita ad una produzione di conoscenza o di esperienze, ma attraverso alcuni strumenti, come ad esempio le recenti stampanti 3D, i cui software conservano la peculiarità dell’open source, si reifica in un vero e proprio procedimento produttivo.

Il Dott. Behrock Khoshnevis, direttore del Center for Rapid Automated Fabrication Technologies della University of South California, sta sperimentando un procedimento di stampa 3D chiamato contour crafting (costruzione per contorni) pensato e progettato per stampare edifici, attraverso l’infusione nell’ugello della macchina di una fibra di cemento composita e modellante [4], prefigurando un futuro nel quale sarà possibile per l’uomo edificare in proprio, a costi molto esigui.

È evidente che l’asset economico, che sinora ha dominato la società contemporanea, è in progressivo cambiamento anche considerando che, ad esempio attraverso gli incentivi alle green economy, i Paesi stanno spingendo sempre più le istallazioni di produzioni di energia rinnovabile dove all’occasione l’utente può cedere al mercato il surplus di energia prodotta per il fabbisogno familiare, si promuove sempre più il passaggio dalla posizione di consumer a quella di prosumer.

Il paradigma capitalistico, a lungo accettato come il miglior meccanismo per promuovere un’organizzazione efficiente dell’attività economica, vive in questo periodo uno dei momenti più critici poiché osteggiato su due principali fronti.

Da un lato la teoria economica classica con le sue metafore attinte dalla fisica newtoniana è messa a dura prova da una nuova generazione di studiosi votati all’interdisciplinarità (si pensi ad esempio alla “finanza comportamentale” di Daniel Kahneman, Nobel nel 2002 per l’economia).

Dall’altro lato la fusione tra l’Internet delle comunicazioni, la neonata Internet dell’energia e l’Internet della Logistica in un’unica grande infrastruttura integrata, definita da Jeremy Rifkin (2014) “Internet delle cose”, sta spingendo la produttività al punto in cui il costo marginale di produzione di beni e servizi è quasi zero.

Lo stesso Rifkin (2011) individua cinque pilastri fondamentali su cui si fonderà la terza rivoluzione industriale, che dovranno essere interdipendenti gli uni dagli altri, ovvero:

 

  1. passaggio alle energie rinnovabili (fine dell’età dei combustibili);
  2. trasformazione degli edifici adibiti a magazzini in centrali produttive;
  3. distribuzione dell’idrogeno e altre “storage tecnologies” in tutti gli edifici e nelle infrastrutture per avere delle energie immagazzinate;
  4. creazione delle “smart grid”, ovvero applicare all’energia gli stessi principi regolatori di internet (ovvero condivisione tramite rete dell’energia con possibilità di vendere il surplus prodotto ai vicini continentali);
  5. utilizzo di flotte di veicoli green per la distribuzione di energia, abbandonando definitivamente l’uso di carboni fossili.

 

I prosumers non solo producono e condividono a costo marginale prossimo allo zero all’interno di un Commons collaborativo (Rifkin, 2014) informazioni, energia verde o materiali realizzati mediante stampa a 3D, ma condividono ad un costo marginale basso anche case, automobili, vestiti o addirittura idee progettuali sostenibili mediante i crowdfunding.

Rachel Botsman (2010) individua i principi basilari che devono regolare il consumo collaborativo: in primo luogo è necessaria la creazione di una massa critica per scardinare talune abitudini. Ed è proprio in questo contesto che si può inserire una nuova sfida pedagogica atta a promuovere differenti stili di vita. Per illustrare come non sia impossibile creare una massa critica al fine di modificare delle abitudini radicate nel tempo dagli adulti, l’autrice racconta di un esperimento promosso dall’azienda Zip car, leader nel settore del car sharing (Botsman, p. 165). Nel luglio 2009, 250 utenti provenienti da diverse parti del mondo, sedicenti “drogati d’auto”, fruitori abitualmente della propria autovettura, hanno rinunciato per un mese al possesso della stessa in cambio di un abbonamento mensile al servizio di car sharing. L’indagine condotta ha mostrato che vi sono stati molteplici effetti benefici sugli utenti, sia economici che funzionali: hanno in media aumentato l’uso dei mezzi pubblici il 98%, riducendo del 67% le miglia percorse col proprio veicolo; sono aumentate del 93% le miglia percorse a piedi e del 132% quelle percorse in bici. Tutto l’esercizio ha prodotto una perdita di peso stimata di circa 1kg per il 47% dei soggetti. Ma soprattutto ha evidenziato che, preso atto dei benefici ottenuti dopo un mese, il 61% degli utenti avrebbe proseguito questo nuovo stile di vita [5].

Altro principio basilare del consumo collaborativo secondo la Botsman è l’individuazione della “idling capacity” (Botsman, p. 180), definita anche da Yochai Benkler come “over capacity” [6], che potremmo tradurre come capacità inespressa di un oggetto. Ad esempio un’autovettura che viene usata mediamente due ore al giorno ha una “idling capacity” di 22 ore giornaliere, oppure le medesime caratteristiche possono essere viste per uno spazio inutilizzato in un locale (funzionale ad esempio per un couch surfing o un coworking).

Per la promozione del consumo collaborativo è inoltre determinante la fiducia nel prossimo all’interno del Commons nel quale questa nuova tipologia di economia si inserisce.

La Terza rivoluzione industriale, quella fondata sull’Internet delle Cose, pone infatti le sue fondamenta più sul capitale sociale che sul capitale di mercato, ed è un’economia a scala laterale, organizzata in modo distributivo e collaborativo (Rifkin, 2014, p. 268).

Discendenti diretti dell’economia a scala laterale sono i prestiti sociali paritari ed il crowdfunding, che utilizza piattaforme web per illustrare un progetto e raccogliere il capitale finanziario tra la gente comune. Una delle più grandi piattaforme di crowdfunding, Kickstarter, nata nell’aprile 2009, ha finanziato fino ad oggi un numero di 84000 progetti, per un ammontare di investimenti pari a 1,7 miliardi di dollari [7].

Diverse piattaforme di crowdfunding offrono più forme di ricompensa, ovvero i finanziatori possono donare denaro a titolo gratuito, oppure ricevere, salvo buon fine del progetto, un controvalore in beni o servizi di quanto versato; fino a dare il proprio contributo in vera e propria forma di prestito.

La novità costituita da questo tipo di investimento è la diretta partecipazione del piccolo investitore in un progetto in cui, grazie alla creazione di un rapporto fiduciario con il proponente, diventa in qualche modo parte attiva per la creazione di start up, in contrasto con le classiche forme di investimenti azionari che, esclusi i benefici economici, non promuovono nell’investitore un rapporto empatico con il prodotto, favorendo un coinvolgimento diretto dello stesso investitore nel progetto.

Il mutamento del paradigma economico modifica in parte la consapevolezza dell’uomo dilatando l’impulso verso l’empatia sociale all’interno di metaforiche famiglie allargate interdipendenti; tale da contrapporre al desueto “homo oeconomicus”, espressione emblematica della società capitalistica, un inedito “homo empaticus”, simbolo della nuova coscienza biosferica dell’era collaborativa (Rifkin, 2010) .

La pedagogia assume una funzione determinante di facilitazione dell’utilizzo di nuovi strumenti, all’interno di questa nuova dimensione empatica dell’individuo, per superare delle problematiche da sempre al centro del dibattito formativo- educativo.

Ed è in questo scenario che, ad esempio, i luoghi di coworking diventano non solo delle opportunità di contaminazione di saperi, da sempre promossi dalla pedagogia, ma al contempo possono trasformarsi in spazi per poter conciliare i tempi di vita con i tempi di lavoro.

Il recente “Piano C Partner Network” [8], ad esempio, promosso dalla azienda milanese “Piano C” raccoglie, attraverso una rete di networking, una serie di esperienze di coworking presenti nel territorio nazionale. La piattaforma, nata per sperimentare nuovi servizi organizzativi attraverso attività di co-progettazione sociale  (per costituzione di partenariati da utilizzare per i fondi destinati a start up e attività di coworking) e di co-storytelling (per diffondere nuovi modelli attraverso uno scambio di rete), mira, attraverso una serie di attività promozionali come la recente piattaforma dedicata per l’Expo (www.coworkingforexpo.com), alla creazione di una sorta di advocacy per la diffusione di modelli di sviluppo e buone prassi finalizzate alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle donne.

 

3. Uno sguardo pedagogico verso i nuovi cambiamenti paradigmatici.

 

Questa trasformazione in chiave collaborativa degli ambienti formali ed informali dell’individuo indubbiamente, all’interno di una prospettiva pedagogica, è un terreno congeniale per sollecitare nuovi confronti e sperimentare metodologie inedite.

Per quanto concerne gli ambienti formali di apprendimento, come in parte già evidenziato, ultimamente in Italia ci sono stati numerosi investimenti, mediante fondi comunitari, per favorire la diffusione dei MOOC.

Tra le proposte più significative in questo senso possiamo ricordare l’iniziativa di una realizzazione di piattaforma MOOC federata di otto atenei italiani partecipanti (Politecnico di Bari, Aldo Moro di Bari, Ferrara, Foggia, Genova, Modena e Reggio Emilia, Parma, Salento), con capofila progettuale l’Università di Foggia, presentata lo scorso 30 aprile 2015 tramite il Network delle Università aderenti al progetto Eduopen (finanziato dal MIUR).

Apparentemente più complesso come intervento è raccogliere la sfida che investe gli ambienti non formali ed informali di apprendimento, per coinvolgere gli operatori territoriali nella operazione di destrutturare le abitudini radicate nel tempo tra gli individui e ricostruire nuove forme di condivisioni sociali.

Occorre pianificare efficaci strategie e definire una politica di intervento, affinché la pedagogia possa accompagnare l’individuo verso questo nuovo rivoluzionario modus operandi, con l’ausilio degli enti pubblici, delle associazioni e di tutte le realtà territoriali, ponendosi obiettivi come:

- riuscire a trasformare la rinuncia agli spazi lavorativi dettati da esigenze economiche, in opportunità di contaminazioni di saperi all’interno di locali di coworking;

- promuovere un’impronta ecologica e sociale nei servizi connessi alla sharing economy, sottolineando i benefici derivanti dalla rinuncia alla proprietà esclusiva di un bene, per favorire un consumo collaborativo;

- contrastare l’impotenza appresa, tipica dei periodi di stagnazione economica, sostenendo progetti di sviluppo e apertura di nuove start up attraverso la valorizzazione del capitale sociale; favorendo l’uso di strumenti come le piattaforme di crowdfunding;

- sostenere la necessità di un rapporto empatico tra tutti i soggetti facenti parte di questo nuovo Commons Collaborativo, più attento verso le problematiche relative alla sostenibilità che all’utile economico. 

 

Note

 

[1] www.bloomberg.com/bw/articles/2014-10-27/coursera-ceo-richard-levin-plans-to-expand-the-company-in-china

[2] http://www.horizon2020news.it/bando-talent-italy-mooc

[3] http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2505028

[4] http://singularityhub.com/2012/08/22/3d-printers-may-someday-construct-homes-in-less-than-a-day/

[5] http://www.autoblog.com/2009/08/25/zipcars-low-car-diet-results-save-money-lose-weight/

[6] http://digitalcommons.law.yale.edu/fss_papers/3129/

[7] https://www.kickstarter.com/hello

[8] http://www.pianoc.it/partner-network-it/

 

Bibliografia

 

Botsman, R. (2010). What’s mine is yours: how collaborative consumption is changing the way we live. New York: Harperbusinessed.

Dewey, J. (1984). Democrazia e educazione. Firenze: La Nuova Italia.

Downes, S. (2011). Connectivism and Connective Knowledge. Huffpost Education, 5 gennaio 2011.

Guntram, G. (2007). Open Educational Practies and Resources: The OlcOs Roadmap 2012. Revista de Universidad y Sociedad del Conoscimento, rusc vol. 4 n. 1.

Makarenko, A. (1977). Poema Pedagogico. Roma:  Editori Riuniti.

OCED, (2007). Giving Knoledge for free: the Emergence of Open Educational Resources. Paris: OCED.

Rifkin, J. (2010). La Civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi. Milano: Mondadori.

Rifkin, J. (2011). La Terza Rivoluzione Industriale: come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo. Milano: Mondadori.

Rifkin, J. (2014). La Società a costo marginale zero. Milano: Mondadori.

Toffler, A. (1980). The third wave. New York: Bantam Book.

 

Sitografia

 

Carole Cadwalladr, “Do Online Courses Spell the End for the Traditional University?” in The Guardian, 10  novembre 2012,  http: theguardian.com/education/2012/nov/11/online-free-learning-end-of-university [consultato il 4 maggio 2015].

Christina Larson, “Coursera’s Plan for Online Education: Expansion in China”, in Bloomberg Business, 27 ottobre 2014, http://www.bloomberg.com/bw/articles/2014-10-27/coursera-ceo-richard-levin-plans-to-expand-the-company-in-china  [consultato il 4 maggio 2015].

http://design.unifg.it/index.php/it/news/item/595-eduopen [consultato il 7 maggio 2015].