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Ridare voce al desiderio di realizzazione attraverso la cura di sé: un possibile antidoto al tempo di crisi
di Laura Selmo   

Il desiderio di realizzazione diventa fondamentale per sopravvivere in una società in cui tutti siamo schiacciati dal peso dell’incerto.

Risvegliare il desiderio di realizzazione significa saper educare ad aver cura di sé (Mortari, 2006; 2015). Questo infatti sembra essere un possibile antidoto per una società che spesso relega la soggettività all’interno di percorsi precostituiti, senza offrire alcuna possibilità di cambiamento. Allora per ridare speranza, soprattutto ai giovani, diventa fondamentale allargare gli orizzonti e riflettere sul come promuovere questa cura e come porla al centro delle azioni educative.

 

 

The desire of realization is fundamental to survive in a society where we are all crushed by the weight of the doubt. To encourage  this desire means to encourage the individuals. The education has to promote the “care of themselves” (Mortari 2006; 2015) and desire to be. For this reason it becomes crucial and the desire of realization becomes the challenge of this present time and it calls us more than any other. This is essential for young people. They need to be supported in their life and their future through an education that helps  them to take care of themselves and their desires.

 

1. Ridare voce al desiderio per trovare il proprio posto nella società

 

Nell’antico latino de-siderare deriva da sidera che significa osservare le stelle e rimanda a ciò che non si possiede e che attrae lo sguardo. È uno spingersi della persona verso qualcosa che l’affascina e l’attira. Il desiderare è il non accontentarsi, è ciò che va contro la consueta linearità della logica quotidiana in cui spesso si è trascinati. Il desiderio si manifesta spesso come qualcosa che travolge il piano della consuetudine esistenziale e che introduce nel mondo della sfida e della possibilità. L’apertura al desiderio supera la realtà finita e la volontà a sua volta diventa ciò che lo muove e lo rende attivo nel concreto.

In una società come quella attuale in cui la crisi su tutti i piani ha eliminato la possibilità di sognare e di desiderare, tentando di dirigere spesso ogni possibile sogno e desiderio in percorsi obbligati, facilmente controllabili da chi gestisce il potere, in una sorta di imposizione “al desiderio dell’Altro di una misura” (Recalcati, 2010, p. 310),  si ha la necessità di ridare voce all’individuo attraverso il sognare, il desiderare e l’aver cura di sé. Infatti in primo luogo “nascere significa trovarsi subito vincolati alla responsabilità del dover divenire il proprio poter essere, un dovere drammatico che ci chiede di azzardare continuamente mosse esistenziali che non hanno garanzia di dare corpo ai nostri desideri” (Mortari, 2006, pp. 199-200). Dare corpo ai propri desideri significa saper cogliere l’essenza di noi e del nostro essere nel mondo. Il desiderare fa parte dell’uomo senza il quale nessuna azione potrebbe avere senso. L’uomo è mosso dal desiderare, cioè dal tendere verso qualcosa che lo possa arricchire, migliorare o trasformare. Il desiderio ha a che fare con il cambiamento, in quanto lo spingersi verso un altrove nasce dal fatto che l’essere umano è in continuo divenire e segue sempre un processo di trasformazione e cambiamento.

Non può rimanere statico e inerme, l’individuo ha la necessità vitale di andare, cercare e fare. La vita stessa segue un ciclo perpetuo scandito dal tempo e dal suo continuo avanzare inarrestabile. Così l’uomo, da parte sua, non può nulla di fronte al suo divenire incessante. L’unica cosa che può realmente fare è quella di sfruttare al meglio quel tempo che gli è dato, cercando di realizzare se stesso attraverso la realizzazione dei suoi desideri. Non accontentarsi di vivere una vita ordinaria, spesso decisa da altri, ma afferrare la sua esistenza prendendosene cura. “La grandezza, infatti non consiste nell’essere questo o quello, ma nell’essere se stesso, e questo ciascuno lo può se lo vuole” (Jevolella, 2010 p. 34). Un vita sensata, è una vita in cui non si tralascia ciò che la ragione e il cuore ci dicono e l’avere cura dell’esistenza significa ascoltare la ragione e il cuore. I desideri nascono proprio dalla mente e del cuore, per questo non si può non ascoltare la loro voce. L’acquietarsi senza lottare per la propria esistenza significa vivere nella quieta disperazione, di chi non potendo o volendo, non prende in mano la propria vita e non la fa diventare un viaggio straordinario. Il desiderio pertanto alimenta l’esistenza dell’individuo e lo sostiene nella ricerca della sua realizzazione piena. Cercare il proprio posto all’interno del mondo significa saper cogliere ciò che il desiderare mostra. Senza desiderio non c’è speranza di realizzazione: “Trovare la direzione di senso del proprio divenire significa individuare ciò che è irrinunciabile e solo sapendo questo si possono decidere le priorità e, dunque, i criteri necessari per un uso ragionevole del proprio agire”  (Mortari, 2006, p. 150).

 

2. Coltivare il desiderio di sé attraverso la cura

 

Per uscire da un sistema che è stato creato per omologare l’uomo dentro logiche altrui e dentro un potere che annienta la soggettività e la possibilità della sua realizzazione, occorre ridare voce ai sogni e ai desideri di ognuno. I sogni e i desideri passano attraverso la cura di sé che “significa prendersi in mano il problema dell’esistenza” (Mortari, 2006,  p. 149).

Occorre riprendere il senso dell’esistere per comprenderlo e realizzarlo. Non si può tralasciare questo compito perché significherebbe tralasciare la vita stessa e il suo lento divenire sarebbe soltanto una delusione e un rimpianto. Non si può lasciare questo dovere essenziale ad altri, ma occorre riprendere in mano le sorti del proprio viaggio, affinché guardandosi indietro si possa essere certi di aver fatto tutto il possibile. E fare tutto il possibile significa innanzitutto ascoltarsi per conoscersi e far emergere i propri sogni e desideri (Selmo, 2012). Il desiderio primario di ognuno è quello di realizzarsi dove realizzarsi significa sentirsi pienamente se stessi in quello che si è e si fa. Una vita in cui ci si ritrova a vivere un ben-essere interiore tale da riuscire a percepire appieno la gioia di esistere. La vita deve essere qualcosa di positivo, di bello e soprattutto di significativo per ognuno di noi. Per coltivare i propri desideri bisogna conoscersi cioè: “pensare la propria esperienza, esaminare i propri modi d’essere nelle differenti situazioni, capire quali credenze orientano le deliberazioni nelle situazioni pratiche, comprendere quali tonalità emotive tendono a fare da sfondo ai nostri vissuti in certe situazioni, e come queste tonalità emotive esercitino una sensibile forza performativa sull’agire” (Mortari, 2006, p. 151). Il conoscersi e il desiderare hanno entrambi  a che fare con il sentire, il sentire ciò che siamo e ciò che vogliamo. E come ci si può conoscere, se non attraverso una riflessione su di sé e sul proprio pensiero e sentire? Avere cura di sé significa saper leggere ciò che il nostro pensiero ci dice e ciò che il nostro cuore sente. La cura passa attraverso l’attenzione e il rispetto verso di sé e verso i propri desideri. La cura di sé fa emergere i desideri e li coltiva come piante rare e preziose. Il desiderio nasce dentro di noi ed è la spinta verso l’andare, il fare, il mettersi in gioco. Senza desiderio non c’è esistenza vera, ma solo una mera esistenza fatta di una forzata andatura non scelta, ma subita. Desiderare significa vivere e vivere significa desiderare. In una realtà in cui il desiderio individuale è quasi bandito per un desiderio imposto da un sistema culturale e sociale in cui troppo spesso la questione economica prende il sopravvento su tutto il resto, occorre poter riappropriarsi del proprio desiderio per ridare senso e valore alla propria esistenza. La società attuale infatti annienta il prendersi cura di sé, come riflessione su di sé e sul proprio esistere a favore di un tempo accelerato in cui non poter dare voce ai desideri e spazio a se stessi. Per avere cura di sé occorre tempo e spazio e in un mondo che corre troppo veloce, non si riesce a fermarsi per riflettere e capire. Capire il proprio andare e coglierne l’essenza reale che questa vita può offrirci significa aver cura di sé. Essa infatti “costituisce una risposta alla chiamata singolare alla responsabilità di dare forma etica ed estetica al tempo della propria esperienza” (Mortari, 2006, p. 150) e “significa lavorare su se stessi al fine di trovare la forma migliore, e questo impegno ha senso poiché è proprio della ragione umana poter assoggettarsi a continue trasformazioni” (Mortari, 2006, p. 152). Lavorare su se stessi significa andare in profondità per scoprire quali sono i nostri desideri e capire come realizzarli. Ridare voce a questo desiderio che è desiderio di realizzazione significa riconoscere che “il mio presente contiene la possibilità di un essere attuale futuro e presuppone una possibilità nel mio essere precedente” (Stein, 1950/1998, p. 75).

Pertanto significa poter vivere con maggior intensità l’esistenza. Occorre allora imparare a essere partecipi del proprio percorso attraverso una riflessione che si prenda cura e che sappia orientare nelle scelte. Occorre essere artefici del proprio divenire attraverso un auto-educazione che agevoli la scoperta, la ricerca e l’azione verso la propria realizzazione. Questo parte da una postura interiore in cui il riflettere si accompagna ad una cura e attenzione verso quei segnali che manifestano il proprio sentire cognitivo ed emozionale.

 

3. Educare a coltivare il desiderio

 

L’educazione diventa strumento essenziale per aiutare a coltivare il desiderio di un’esistenza che abbia un senso per se stessi, soprattutto per i giovani. Come ci ricorda Mortari (2006) “educarsi […] è lavorare a una continua realizzazione di sé” (p. 152) e dei propri desideri. Il compito dell’educazione è quindi quello di far emergere in primo luogo questi desideri e poi, accompagnare l’individuo nella ricerca della loro realizzazione. Quindi occorre lasciare che l’individuo scopra dentro di sé i suoi desideri e li porti alla luce per dargli compimento. Da qui è importante sottolineare che nel processo educativo occorre “sostenere il desiderio dell’altro di esistere pienamente, […] senza per questo imporre all’altro il proprio desiderio, il proprio modo di dare senso alla vita” (Mortari, 2006, p. 132).

Il desiderio è di ognuno nella sua singolarità e originalità e l’educazione deve tenerne conto e deve dare spazio alla voce di realizzazione di ognuno (Selmo, 2012).  Non la mortificazione del desiderio di essere, ma la valorizzazione attraverso la sua cura e la sua presa in carico. Un’educazione che offre la possibilità della scoperta e della ricerca attraverso la riflessione. È un’educazione che pone al centro il soggetto e le sue peculiarità. E’ un’educazione che offre gli strumenti per poi camminare da soli all’interno della società in cui si vive, con la consapevolezza della necessità di realizzare il proprio desiderio di esistenza. Il tempo allora dell’educazione diventa tempo prezioso in cui coltivare il desiderio di sé e del proprio modo di stare nel mondo. La bellezza dell’educazione sta infatti nel riconoscere la singolarità e l’eccezionalità dell’avere desideri differenti proprio in relazione dell’individualità di ognuno. Un’educazione che attraverso il “far fiorire le capacità” (Nussbaum, 1997/1999; 2010/2011) coltiva il desiderio di porre queste al servizio della realizzazione piena dell’individuo. Per poter avere una vita piena non si può smettere di desiderare la realizzazione di se stessi in ogni momento dell’esistenza. E questo desiderio non potrà mai tacere dentro di noi, ma continuerà ad anelare per tutta la nostra vita alla ricerca del suo appagamento attraverso la perpetua ricerca del suo divenire. Il desiderio di realizzazione nel momento in cui si compie, diventa reale e non è più qualcosa a cui tendere, ci trasforma e cambia e ci apre a nuovi orizzonti di senso. Esso allora si tramuta in un desiderio di miglioramento continuo in una perenne ricerca attraverso le diverse situazioni ed età, ciò che invece rimane permanente, è quell’essenza originale e unica dell’essere se stesso rispetto ad ogni altro individuo. “Prendersi cura dei propri saperi e della propria capacità di ricercare e utilizzare conoscenze per poter pensare e sentire con maggiore profondità ed intensità il proprio vivere: […] per trovare costantemente alimento per il proprio Sé desiderante, in particolare con quella dimensione identitaria che chiede di definirsi ed essere riconosciuta come soggettività culturale” (Cunti, 2015, p. 348).

Nussbaum (2005) ricorda che secondo Aristotele  “[…] il soggetto  deve possedere una capacità tale [che gli permetta] di diventare in futuro pienamente capace di realizzarsi come essere umano, una volta che abbia ricevuta adeguata istruzione e sufficienti risorse esterne” (p. 67). Pertanto l’obiettivo dell’educazione deve essere “in un’ottica aristotelica quella di fornire [ l’opportunità] di realizzarsi compiutamente” (Nussbaum, 2005, p. 59). E per fare questo occorre mettere in atto un’azione educativa “che coinvolga studenti e docenti e li induce a fare le cose insieme in maniera più appassionata, dando spazio alla riflessione” (Nussbaum, 2010/2011, p. 133). Ampliando gli orizzonti verso un’idea più ampia, in un’ottica di un’educazione orientata al lifelong, learning,  si rende necessario sviluppare le capacità e abilità utili per saper scegliere e agire nei diversi contesti di vita in cui l’individuo si trova ad operare, ma anche promuovere un pensiero critico e riflessivo che supporti il soggetto nelle diverse situazioni. L’uomo oggi ha bisogno di un’educazione che lo aiuti a rispondere ai cambiamenti repentini che il tempo attuale gli impone e che lo  sostenga nel dare significato all’esperienza che vive.

L’educazione attraverso un’azione di accompagnamento nei processi di apprendimento deve saper tenere in considerazione le capacità di ognuno integrandole con le componenti emotive e cognitive dell’individuo, permettendo di “far dialogare quello che già sono con quello che potenzialmente vorrebbero/potrebbero divenire” (Cunti, 2015, p. 352). Questo ridà spazio alle “spinte desideranti spesso velate da sensi di impotenza, di incertezza  e di precarietà” (Cunti, 2015, p. 352).  Occorre favorire un’educazione che ponga al centro la cura del proprio desiderio come strumento essenziale per poter ridare speranza al vivere. Mortari (2006) richiama alla memoria che già “Socrate indica il compito primo dell’educatore nell’aver cura dei giovani, affinché essi apprendono la capacità di aver cura di sé, intesa come cura dell’anima attraverso la ricerca della saggezza e della verità” (p. 13) e quindi “educare significa […] educare ad aver cura di sé  (epimeleia eautou)” (Mortari, 2006, p. 13).

La cura come momento essenziale per andare in profondità del proprio essere e scoprire quello di cui necessita per vivere pienamente la sua esistenza. La cura come strumento per coltivare se stessi e il proprio desiderio. Il tempo attuale domanda sempre di più al nostro corpo e al nostro spirito, senza darci la possibilità di chiedere una sospensione per poter curare il nostro essere. La società attuale spesso snatura l’essenza delle cose, a favore di una visione asettica e tecnicistica del vivere, che non appartiene all’umano. La frenesia ci pone come in un vortice, dove il tempo per prendersi cura di sé diventa inesistente. Occorre allora riprendersi spazi di riflessione in cui ritrovare slancio per continuare nella ricerca di sé. Occorre trovare un equilibrio che consenta di riporre la vita nella naturalezza del suo divenire. Per fare questo occorre riportare lo sguardo sul soggetto e sul suo desiderio di realizzazione. In una società dove l’uomo con la sua specificità è spesso o relegato in un angolo a favore di una logica che vuole accomunare senza discernere in base alle singolarità, oppure dove l’individualismo viene esaltato grazie a una visione edonistica della realtà, occorre riposizionare il soggetto nella dimensione dell’umano. Ricollocarlo all’interno di una cornice di questo tipo significa ritrovare i punti di contatto comuni in tutti gli individui e al contempo valorizzare la singolarità. Una vita che sia realmente tale è quella che sa tenere in relazione l’individualità di ognuno con gli elementi che accomunano tutti gli esseri umani. “Si può parlare della cura come di una necessità universale della condizione umana” (Mortari, 2006, p. 31). In questa visione la cura di sé si lega all’educazione ed è parte essenziale di essa in quanto “aver cura di sé significa assumersi il compito di dare forma alla propria esistenza” (Mortari, 2006, p. 13) e l’educazione è ciò che accompagna e sostiene nella ricerca di questa forma. Inoltre “l’espressione ‘divenire se stessi’ o, meglio, divenire il proprio poter essere […] va interpretata nello spazio ermeneutico aperto all’ontologia relazionale, dove assume il significato di chiamare l’altro a disegnare il profilo unico e singolare del proprio essere nel bel mezzo della tessitura di relazione in cui il proprio divenire viene annodandosi” (Mortari, 2006, p. 36). La realizzazione allora passa attraverso l’educare alla cura di sé e del proprio desiderio di poter essere attraverso un’andata e un ritorno fra l’io che sta dentro di sé e il mondo che sta fuori. Passa quindi attraverso una sorta di relazione con se stesso e con gli altri allo stesso tempo. Non un rinchiudersi dentro di sé, ma un aprirsi al mondo per fare esperienze per poi tornare con la riflessione a comprendere il proprio desiderio di realizzazione.

 

4. Educare al desiderio di realizzazione di sé attraverso laboratori riflessivi

John Dewey (1933/1986) sosteneva che la riflessione nasce dalla percezione dell’incertezza e del dubbio da parte del soggetto e fa scattare in lui la necessità di superarlo e risolverlo. Da qui vi è l’esame analitico della situazione con la conseguente elaborazione delle ipotesi, a cui segue la decisione del conseguente agire. Il pensiero diventa riflessivo nel momento in cui elabora concettualmente la pratica. La riflessione allora è da considerarsi come un approccio problematico all’esperienza e come una sorta di costruzione di significati utili alla gestione dell’esperienza stessa (Dewey, 1933/1986). Donald Schön (1983/1999), riprendendo le idee di Dewey, nel testo Il professionista riflessivo teorizza  tre tipi diversi di riflessione. Il primo tipo riguarda la riflessione nel corso dell’azione, il secondo la riflessione sull’azione, il terzo descrive una meta riflessione. Jack Mezirow (2003/1991) invece sostiene che il soggetto attribuisce senso e significato alla propria esperienza e in questo atto generativo la mente è dotata di una particolare processualità che porta alla riflessione. La formazione scolastica e universitaria quindi devono essere in grado di sviluppare le capacità riflessive sul fare, ma soprattutto sull’essere. Attraverso la rielaborazione interiore della propria esperienza, il giovane deve essere sostenuto nel fare chiarezza su se stesso e su ciò che desidera, cioè a fare del proprio vissuto terreno di esplorazione e di analisi. Occorre pertanto dare ai giovani strumenti utili per la propria vita così che possano sempre trovarsi pronti e preparati nell’affrontare il nuovo e lo sconosciuto. Infatti il sapere precostituito e formulato da altri spesso non copre tutte le necessità che il caso e l’imprevedibilità possono metterci davanti. E proprio per questo occorre sviluppare la capacità di riflessione che aiuta nell’avere cura di sé e nel far maturare scelte consapevoli e soggettive. Edmund Husserl attribuisce alla riflessione “un’universale funzione metodologica” (Husserl, 1965, p. 163). “La riflessione è un atto cognitivo che coglie il vissuto nel suo dispiegarsi nel mondo” (Mortari, 2004, p. 54) e dal punto di vista fenomenologico inoltre “cerca di mettere in mostra i diversi significati che i diversi soggetti attribuiscono all’esperienza. Prendere l’esperienza vissuta come campo d’indagine privilegiato significa mettere al centro la soggettività, cioè il senso interno delle cose” (Mortari, 2004, p. 57).

Logicamente il significato che nasce dall’esperienza propria del soggetto è una verità soggettiva che non vale per tutti gli altri ma “a partire dalla verità soggettiva si può costruire una verità intersoggettiva, che passa attraverso il confronto del significato che ciascuno ha costruito dalla propria esperienza” (Mortari, 2004, p. 57). Da qui la necessità di contesti educativi in cui confrontarsi e dialogare per poter accrescere e condividere il proprio sapere esperienziale e imparare ad aver cura di sé. Questo serve a dare maggior valore alla riflessione come strumento per la cura di sé. E proprio decostruendo l’esperienza vissuta si può comprendere ciò che serve alla costruzione della propria identità e della propria realizzazione.

Bisogna pertanto potenziare all’interno dei contesti scolastici e universitari la didattica del laboratorio riflessivo, che affiancando gli insegnamenti disciplinari, può offrire spazi di condivisione e di sviluppo di un pensiero critico attorno a se stessi, ai propri desideri e alla vita futura. Lo studente in questo modo può lavorare alla costruzione di sé e al dare ascolto al proprio desiderio di realizzazione attraverso un ruolo attivo che si attua nella messa in comune dei propri pensieri ed emozioni e nella riflessione insieme attorno ad essi. Sperimentando quest’attività il giovane può imparare a riflettere e a prendersi dei momenti in cui ragionare attorno a cosa vuole fare, ma soprattutto essere nella sua vita. In questo modo potrà comprendere l’importanza del prendersi cura attraverso la riflessione su di sé e del proprio desiderio di realizzazione. Per questo la Scuola e l’Università devono aprirsi a nuove modalità di fare educazione e saper guardare all’unicità di ogni studente valorizzandola in un’ottica di realizzazione individuale e sociale. La costruzione dell’uomo che passa attraverso un’educazione di questo tipo genera processi di crescita e di impegno nella costruzione di sé. Occorre allora favorire un’educazione che apra i giovani al futuro e alle possibilità con ottimismo e soprattutto sia anche in grado di offrire strumenti che favoriscano una continua auto-educazione di se stessi lungo tutto l’arco della vita.

 

5. Conclusioni

 

A conclusione di quanto detto finora, si può affermare che il desiderio di realizzazione diventa fondamentale per sopravvivere in una società in cui tutti siamo schiacciati dal peso dell’incerto. Risvegliare il desiderio di realizzazione significa risvegliare l’io dal torpore e sbandamento in cui la crisi lo ha posto. Allora è necessario aprirsi alla scoperta e all’andare in cerca della propria strada.  Il non ascoltare questo desiderio alla lunga logora e porta all’insopportazione e al non vivere. La noia come malattia dell’esistenza, dove nulla trova senso perché svuotato del valore e del piacere del vivere. Quella voce interiore che grida il desiderio di sé spesso non viene ascoltata. Eppure parla dentro di noi, ma troppo spesso non ci si preoccupa di lei. L’ascolto attivo e la riflessione aiutano allo sviluppo di sé  e del proprio desiderio. Il desiderio di essere ciò per cui si è nati allora diventa una priorità, non assecondare ciò che la società vuole da noi, ma ciò che noi vogliamo essere per la società. La crisi ha portato lo sconforto e ha annientato la speranza di realizzazione in quanto ci chiede solo di accontentarsi senza via d’uscita. Il desiderio non si accontenta, scalpita, vuole essere la guida che orienta il nostro andare e ci rassicura dalle nostre preoccupazioni. Saldi nei nostri pensieri e nel nostro sentire dobbiamo riappropriarci del nostro divenire in quanto è l’unico modo che abbiamo per vivere pienamente la nostra esistenza.

 

Bibliografia

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