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Orientarsi nella società liquido-moderna. Ripensarsi e riprogettarsi per donare nuove forme e direzioni al futuro
di Severo Cardone   

Nella postmodernità la liquefazione dei legami sociali ha dato origine a un individualismo forzato con la conseguente gestione in solitudine del rischio

e delle insicurezze esistenziali che ne sono derivate. Il rischio “dinamico” della prima modernità si è trasformato in un rischio “statico” e improduttivo, tanto che la vita sembra appiattirsi in un presente infinito arido di prospettive future tra dubbi e perplessità sempre più pesanti. In questo clima d’incertezza l’impotenza, il fallimento, il vittimismo, il disimpegno hanno preso il sopravvento tanto da produrre nelle nuove generazioni una rinuncia nel progettare il futuro. La “defuturizzazione” è strettamente connessa anche ad una eccessiva frammentazione e precarizzazione del lavoro. In questo scenario l’educazione e l’orientamento diventano risorse strategiche indispensabili per consentire agli individui di attivarsi e rendersi autonomi nella capacità di prendere decisioni (auto-orientamento), di sviluppare competenze trasversali e strategiche, a partire dalla resilienza, e di allenarsi nel costruire e ricostruire continuamente il personale progetto di vita. Occorre diventare degli artisti della vita che non si limitano nel porsi continue sfide, nell’osservare il mondo da differenti prospettive, nel prefigurare e accogliere il cambiamento, nel tendere con sguardo utopico verso nuovi orizzonti, conferendo sempre nuovi colori e sfumature al percorso esistenziale.

 

In postmodern society the liquefaction of social ties it has resulted in a forced individualism with the consequent risk management in loneliness and existential insecurity that ensued. The "dynamic" risk of early modernity became in a “static” risk and unproductive, so that life seems to flatten in this endless present arid future prospects between doubts and misgivings increasingly heavy. In this climate of uncertainty, helplessness, failure, victimization, the emotional disengagement have taken over so as to produce in the future generations a waiver in designing the future. The lack of future is also closely related to excessive fragmentation and job insecurity. In this perspective, education and lifelong guidance become strategic resources necessary to allow individuals to take action and become independent in their ability to make decisions (self-orientation), to develop soft and strategic skills, like resilience, and to train in build and reconstruct the personal life project. It must become an artist of life who are not limited in addressing continuing challenges, observing the world from different perspectives, in prefigure and embrace change, in tending with utopian look to new horizons, giving always new colors and shades to existential journey.

 

Edward Hopper, People in the sun (1960), Smithsonian American Art Museum

1. Disintegrazione sociale e processo di individualizzazione

Secondo il sociologo Zygmunt Bauman, “liquido” è il tipo di vita che si tende a vivere nella società contemporanea o “liquido-moderna” caratterizzata dall’incertezza e dall’instabilità, dalle trasformazioni infinite ma anche dal disorientamento esistenziale: “Una società può essere definita “liquido-moderna” se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo” (Bauman, 2010, p. VII).

Bauman afferma che in realtà la “liquefazione" è una caratteristica permanente della modernità.

Per consentire allo spirito moderno di colonizzare il futuro era necessario compiere un’operazione imprescindibile: liquefare i “corpi solidi” della tradizione e “liberare” l’individuo dal peso del vincolo con la collettività che di fatto non consentivano la transizione verso il tanto auspicato cambiamento. La progressiva liquefazione dei legami sociali e dell’insieme delle credenze, dei valori e delle tradizioni che di fatto ancoravano e vincolavano l’individuo alla propria comunità di riferimento, rappresentava pertanto il primo passo da compiere per consentire allo stesso di diventare più libero, felice e in grado di raggiungere progressivamente un maggiore benessere.

Purtroppo una volta fusi i tradizionali modelli di  interazione e dipendenza reciproca, la fluida e caotica libertà fu prontamente imbrigliata e solidificata nelle classi sociali e nelle rigide strutture gerarchiche rappresentative del nuovo ordine economico (il capitalismo pesante), costruito per dominare e orientare ogni aspetto della vita umana moderna (Bauman, 2002). In nome di una maggiore libertà di azione individuale, l’uomo moderno decise di abbandonare la rotta “sicura” e consuetudinaria dell’epoca dei gruppi di riferimento per arenarsi, successivamente, nell’opulente ma rischioso porto della società “individualizzata” postmoderna, del consumo veloce, della presunta maggiore libertà e ricchezza, della globalizzazione, del capitalismo flessibile, dove la ricerca di un maggiore benessere si trasforma da impresa collettiva in un compito da affrontare in forma individuale, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei rischi, delle minacce e delle sofferenze connesse.

Ulrich Beck (2000) distingue la modernità in due fasi, la “seconda modernità” non riconoscendo limiti al progresso scientifico e al possibile benessere perseguibile è sempre pronta a sposare il cambiamento e ad assumersi i molteplici rischi connessi a tale dinamismo, a questa ferrea volontà di colonizzare e controllare il futuro sottraendolo dalle mani del fato, della religione, della tradizione. D'altronde il termine ‘rischio, probabilmente coniato nei secoli XVI e XVII dagli esploratori portoghesi e spagnoli, era utilizzato proprio per indicare la navigazione in acque ignote, non segnate sulle carte nautiche del tempo e quindi potenzialmente insicure. Il concetto di rischio era pertanto strettamente connesso ad una dimensione ‘spaziale’, il viaggio in acque incerte perché sconosciute, ma anche ad una ‘temporale’: non potendo pianificare  una rotta precisa non era possibile stabilire in anticipo il tempo di percorrenza necessario per raggiungere la meta prefigurata.

All’interesse comunitario la modernità fluida ha sostituito “l’individualizzazione”, da intendersi non tanto in termini positivi come “scelta” individuale, come possibilità di “dirigere” autonomamente la propria vita verso una maggiore felicità e libertà, bensì, in termini negativi, come “individualismo forzato”, come affrancamento da ogni possibile legame sociale e conseguente gestione solitaria del rischio, dell’incertezza e delle paure che ne derivano, tanto che il modo in cui si vive nella contemporaneità liquida diventa una soluzione biografica a contraddizioni sistemiche presenti nella società in grado di generare solo sfiducia, smarrimento, anomia, insicurezza esistenziale.

Alla fine il processo di individualizzazione ha mostrato il suo lato più oscuro e “disorientante”, l’individuo postmoderno ricercando una maggiore libertà di azione e una gratificazione sempre più effimera e veloce (strettamente legata al consumismo) ha progressivamente perso sicurezza nelle proprie capacità e fiducia nella società, che non è più in grado di proteggerlo e aiutarlo adeguatamente come in passato. Alla fine il rischio “dinamico” della prima modernità si è trasformato nella seconda modernità in un rischio “statico” e improduttivo, in grado di schiacciare l’individuo in un presente infinito e paludoso sempre più difficile da fronteggiare, privando lo stesso di quel pensiero utopico indispensabile per prefigurare e raggiungere un futuro migliore. In questo clima d’incertezza “individualizzata”, l’impotenza, il fallimento, il vittimismo, il disimpegno hanno preso il sopravvento tanto da produrre nelle nuove generazioni una rinuncia nel progettare il futuro.

2. Capitalismo leggero e frammentazione dell’Io

 

Con il passaggio dalla prima alla seconda modernità e con la transizione dal capitalismo pesante a quello flessibile, si sono create le condizioni definitive per la sottomissione dell’individuo ad un “regime” dell’insicurezza, che si nutre quotidianamente della pervasività in ogni ambito e settore delle categorie dell’incertezza e della sfiducia verso un futuro che appare sempre più nebuloso e sempre meno persuasivo anche e soprattutto attraverso la messa in discussione di quel “perno”, di quel “faro” in grado di illuminare il viaggio esistenziale: il lavoro.

La “defuturizzazione” - come arroccamento eccessivo sul presente e mancanza  di una progettualità responsabilmente orientata al futuro (in grado di abbracciare la formazione, il lavoro, gli affetti e la vita privata) - è strettamente connessa ad una eccessiva frammentazione e precarizzazione del lavoro. La stabilità riscontrabile nell’era del capitalismo pesante, dovuta all’esistenza di interessi contrapposti ma comunque conciliabili in un patto di fiducia e fedeltà reciproca tra capitale e lavoro, aveva prodotto nel lavoratore una sicurezza psicologica essenzialmente dovuta alla presenza di una prospettiva a “lungo termine” ma anche condizioni di lavoro fin troppo alienanti e routinarie. Con l’avvento del lavoro “flessibile”, figlio del capitalismo leggero, la stabilità riscontrabile durante il capitalismo pesante è stata “sacrificata” in nome di una maggiore libertà di movimento e di una competitività globale, sposando quella prospettiva “a breve termine” che, se non correttamente gestita, è in grado di produrre solo forme croniche di precarietà e sfruttamento, tanto da generare quel fenomeno definito da molti studiosi come “post-fordismo”.

Come ci ricorda il sociologo statunitense Richard Sennett (2001), la parola flessibilità è entrata nella lingua inglese nel Quattrocento ed era utilizzata per indicare la capacità dei rami degli alberi di flettere senza spezzarsi, resistendo elasticamente alla forza esercitata su di loro dal vento. Il termine flessibilità era pertanto utilizzato per rappresentare una qualità “positiva”: l’elasticità, la malleabilità, la duttilità, da contrapporre alla rigidità. Per analogia il termine è stato successivamente esteso anche ad alcune caratteristiche umane acquisendo il significato di estrema “capacità di adattamento” (Barbier & Nadel, 2002, p. 10).

Il concetto di flessibilità ha dunque mutato la natura e il significato del lavoro e la relazione tra lavoro e lavoratori, ai quali oggi viene richiesta una maggiore versatilità, la capacità di svolgere "pezzi" di mansione, di essere pronti a cambiamenti continui e con breve preavviso di contesto, settore e organizzazione, di consentire al lavoro stesso di “sconfinare” nella dimensione privata e di sposare quindi l’incertezza e il rischio come dimensioni costitutive del nuovo paradigma flessibile. Accogliendo questa prospettiva, gli “uomini flessibili” devono sviluppare la capacità di essere  sempre più “resilienti”, non devono farsi troppi problemi per la naturale incapacità di prevedere il proprio futuro, di programmare la personale carriera, di conciliare adeguatamente il tempo del lavoro e quello da  dedicare alla famiglia. La flessibilità e i suoi dogmi richiedono una notevole capacità di autogestione, lavoratori sempre pronti a rimettersi in gioco, sempre meno dipendenti e sempre più partner o collaboratori delle organizzazioni presso le quali mettono a disposizione le loro competenze, sempre più disponibili a sacrificare la propria vita privata in nome delle esigenze del lavoro.

Logicamente non tutti sono pronti al “cambiamento flessibile”, a questa rivoluzione che ha investito l'organizzazione del lavoro e la vita di milioni di lavoratori, anche perché non tutti potranno godere della presunta maggiore libertà di scegliere e cambiare continuamente azienda, occupazione e contesto lavorativo. E’ facile ipotizzare  che in seguito alla sempre maggiore pervasività dell’ideologia flessibile, vi sia la concreta possibilità che non pochi individui possano andare eticamente e psicologicamente alla deriva.

Nella società liquida la vita sembra adagiarsi ed appiattirsi in un eterno presente arido di prospettive future, simile alle sabbie mobili, tra dubbi e perplessità sempre più pesanti e immobilizzanti, ancorato a certezze legate ad un passato che non esiste più e che invece persiste con nostalgia nei ricordi degli uomini flessibili, indebolendone le capacità trasformative della realtà. Per adattarsi al cambiamento continuo e ai rischi strutturali della seconda modernità, l’uomo ha preferito abbandonare il pensiero dell’introspezione sposando una mentalità della “sopravvivenza” che si nutre di un pensiero “veloce” tipico delle macchine. Un pensiero che non consente nessuna riflessione profonda dei proprio vissuti, che non prevede la possibilità di prendersi cura autenticamente del proprio sé e che si mostra attraverso la costruzione di una biografia “patchwork”, composta da tanti piccoli e fragili frammenti, spesso privi di legami e connessioni, che non sono in grado di conferire un senso e significato al percorso esistenziale.

Siamo continuamente alla ricerca della felicità ma nessuno ci insegna che una gratificazione autentica presuppone l’attesa, la dedizione, l’impegno, la capacità e invece nella società postmoderna abbiamo perso la capacità di attendere, di riflettere prima di agire, di valutare con attenzione le diverse variabili in gioco, di progettare responsabilmente il futuro. In questo presente stagnante che non consente di creare connessioni significative con il passato, anche l’identità diventa precaria e oggetto di consumo: si frammenta, si fonde e diventa liquida, mutando continuamente forma e contenuti. Come sottolinea Bauman (2010), “l’identità è diventata, da progetto di ‘tutta la vita’, un attributo del momento. Una volta progettata, essa non viene più ‘costruita perché duri per sempre’, ma deve essere continuamente montata e smontata” (p. 18), così come dei bravi giocolieri o prestigiatori dobbiamo essere sempre pronti a rielaborarla e trasformarla, adattandola alle mutate condizioni della società del rischio.

Christopher Lasch (1996), nel suo libro intitolato “L'io minimo”, ci parla di un individuo in continuo stato d'assedio che per sopravvivere e fronteggiare le continue avversità della vita, pur di difendere un equilibrio psichico assai precario, è disposto ad una contrazione difensiva del proprio io, ad "indossare" sempre nuove identità, a nutrirsi del rischio, del disimpegno emotivo, di un atteggiamento vittimistico, evitando legami affettivi e sociali duraturi e impegnativi. L’io minimo è dunque un io contratto e sacrificato: “Gli uomini vivono alla giornata; raramente guardano al passato, perché temono d’essere sopraffatti da una debilitante ‘nostalgia’, e se volgono l’attenzione al futuro è soltanto per cercare di capire come scampare agli eventi disastrosi che ormai quasi tutti si attendono. […] In stato d’assedio l’io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità” (Lasch, 1996, p. 7).

Nella società fluida del tutto “adesso e di fretta”, del pensiero veloce, caratterizzata dall’assenza di legami stabili e impegnativi, dalla ricerca di una gratificazione istantanea, dobbiamo tornare a comprendere cosa rende davvero la vita meritevole di essere vissuta. Ci affanniamo quotidianamente nel ricercare il benessere ma alla fine non sappiamo più cosa vuol dire essere felici: “si è perso qualcosa che un tempo costituiva la felicità per molti e probabilmente era essenziale per la felicità di tutti: l’orgoglio per un ‘lavoro ben fatto’, per la propria abilità, bravura e destrezza, per essere riusciti a fare qualcosa di difficile e aver superato un ostacolo formidabile. A lungo andare si dimenticano e si perdono le abilità precedentemente sviluppate, e la stessa capacità di apprendere e padroneggiare nuove abilità; e con ciò se ne va anche la gioia di gratificare l’istinto di operosità, quella condizione vitale dell’autostima tanto difficile da sostituire, e con essa svanisce la felicità data dal rispetto di sé” (Bauman, 2010, p. 10).

3. Impotenza appresa ed educazione alla scelta

 

La metafora del labirinto è in grado di fotografare compiutamente l’incapacità dell’individuo di orientarsi efficacemente tra le strette, oscure e spesso impenetrabili vie della postmodernità. Alla mancanza di una direzione da seguire e di una rotta precisa da tracciare si deve aggiungere il dover tollerare la frammentazione eccessiva del percorso professionale ed esistenziale e anche la necessità di muoversi freneticamente e con disinvoltura all’interno di una rete di possibilità e relazioni non del tutto prefigurabili che spesso si traduce in un vitalismo eccessivo, disperato che non porta ai risultati attesi: “I segnali stradali che accompagnano le traiettorie dell’esistenza appaiono e svaniscono quasi all’improvviso, le mappe dei territori che in qualche momento futuro si dovranno probabilmente attraversare vanno aggiornate quasi quotidianamente, e lo sono, sia pure senza continuità o preavviso. […] quale sia la mappa che decidi di usare per orientare i tuoi spostamenti, tuo è il rischio e tua la responsabilità della scelta” (Bauman, 2010, p. 99).

L’assenza di regole preordinate, di punti di riferimento, di segnali stradali, alimenta l’incertezza, l’insicurezza, la paura nel futuro traducendosi nelle nuove generazione nell’immobilismo, nell’incapacità di proiettarsi con fiducia ed ottimismo nel futuro ma anche nell’accettare passivamente un’impotenza che spesso si apprende culturalmente e socialmente (Seligman, 1996) da amici, parenti, genitori, figure di riferimento. Un’impotenza che lentamente, giorno dopo giorno, parola dopo parola, rende incapaci di controllare gli eventi della vita e di agire con motivazione ed autoefficacia (Bandura, 1996) per il raggiungimento dei personali obiettivi esistenziali, anche quando vi sono vocazioni, capacità, talenti o potenzialità inespresse. Come ci spiega Martin Seligman (1996): “L’impotenza è lo stato psicologico in cui niente di ciò che decidi di fare ha un effetto su ciò che ti accade. […] Molte cose nella vita sfuggono al nostro controllo: il colore degli occhi, la razza, la siccità nelle campagne vicine…tuttavia, c’è un vasto campo d’azione sul quale possiamo esercitare il nostro controllo, oppure cederlo agli altri o al fato. Si tratta del modo di condurre la vita, di gestire le relazioni interpersonali, di guadagnarsi da vivere: tutti aspetti dell’esistenza per i quali esiste una concreta possibilità di scelta” (pp. 16-17). Questo “controllo” sugli eventi della vita può essere potenziato con un allenamento quotidiano, considerando le caratteristiche del contesto di riferimento e lavorando sui propri punti di debolezza, oppure indebolito semplicemente dando troppo spazio ad atteggiamenti passivi, ascoltando continuamente pensieri eccessivamente negativi o catastrofici, osservando e imitando comportamenti orientati sempre alla rinuncia, tanto che alla fine le profezie dei pessimisti si autoavverano.

Eppure, come evidenzia Bauman (2006),“in nessun’altra epoca, si può dire, la necessità di compiere scelte è stata avvertita in modo così profondo. In nessun’altra epoca come nell’attuale l’atto di scegliere è stato tanto acutamente consapevole di sé, ed è stato mai compiuto in simili condizioni di dolorosa e insanabile incertezza, sotto la costante minaccia di ‘restare indietro’ e di essere esclusi irrevocabilmente dal gioco per non aver tenuto testa alle nuove esigenze” (p. 134).

Probabilmente oggi non è più possibile fare scelte infallibili o prendere decisioni che possano raggiungere obiettivi totalmente pianificabili a priori, tuttavia indugiare eccessivamente, attendere passivamente, restare eternamente bloccati nelle “sabbie mobili” del presente, starsene con le mani in mano nella speranza che qualcosa possa accadere, o che qualcuno possa indicarci la giusta direzione, può significare comunque non scegliere o meglio delegare ad altri le nostre decisioni. Questo atteggiamento di rinuncia e impotenza non serve a nulla se non a piangersi addosso per quello che poteva essere e non è stato, ad accettare la rinuncia come stile di vita, a ritenere che la causa degli eventi della vita sia sempre e comunque “esterna” al nostro volere -  il riferimento è al concetto di locus of control teorizzato da Julian Rotter (1966) - e quindi non direttamente influenzabile dal nostro modo di pensare ed agire quotidiano, a non percepirsi come agenti di cambiamento nel contesto di riferimento e pertanto non in grado di contribuire attivamente nel modificare i modelli culturali attraverso un processo di negoziazione e co-costruzione di significati.

Parafrasando Pierre Bourdieu, “colui che non comprende il presente non può pensare di controllare il futuro”. L’ignoranza come non conoscenza e incapacità di ricercare le informazioni, l’impotenza appresa, l’attribuire la causa degli eventi sempre a fattori esterni, la frammentazione dell’io, l’insicurezza esistenziale producono smarrimento e disorientamento, soffocano le vocazioni e le motivazioni, generano passività e immobilità, sbiadiscono lentamente il futuro.

In questo scenario l’educazione e l’orientamento diventano risorse strategiche insostituibili per consentire agli individui di attivarsi in prima persona nel processo formativo, di sviluppo ed emancipazione indispensabile per acquisire ed allenare la capacità di fare scelte e saper prendere decisioni in modo autonomo e consapevole (auto-orientamento), soprattutto quando gli scenari possono improvvisamente mutare o non si possono prevedere in anticipo tutte le variabili in gioco.

Occorre dunque imparare a prendersi cura di se stessi e acquisire maggiore consapevolezza e padronanza del sé e dei personali vissuti (metaconsapevolezza), sviluppando la capacità di saper “leggere” i contesti, “reinterpretare” le principali tappe che hanno determinato il cambiamento personale, “mettere ordine” e intrecciare continuamente le esperienze realizzate, soprattutto quando fortemente caratterizzate da transizioni e cambiamenti, individuando anche nelle esperienze negative quelle competenze trasversali riutilizzabili in altri contesti e settori. Un’attività metacognitiva (Savickas 2005) indispensabile per collegare il passato al presente, comprendere meglio il significato del presente, mettere a fuoco meglio i possibili scenari futuri e iniziare a progettare il personale percorso esistenziale. Secondo la “teoria della costruzione di carriera” di Savickas (2014), l’identità è un costrutto psico-sociale che si forma e si modifica dinamicamente attraverso una continua interazione tra Sé, contesto e cultura, si mostra e si alimenta attraverso le narrazioni (micro e macro) che sono in grado di conferire sempre nuovi significati e scopi al personale percorso esistenziale.

In tal modo, la differenza risiederà sempre più nella capacità di costruire e ricostruire continuamente il personale “progetto di vita”, di apprendere come scegliere, di allenarsi nel prendere decisioni anche non preventivate valutando di volta in volta i punti di forza e di debolezza, le risorse da mettere in campo, gli ostacoli e le criticità da superare, i rischi potenziali che sarà necessario assumersi e che determineranno una “ri-progettazione” periodica dei nostri obiettivi (a breve, medio e lungo termine) e del nostro piano d’azione (tappe, azioni, tempi). Questa forma mentis presuppone la capacità di sviluppare un pensiero laterale e creativo (de Bono, 1998), un “abito mentale” che comporta l’osservazione di un problema da differenti punti di vista, la produzione di nuove idee e soluzioni percorribili, l’ampliamento e ristrutturazione di vecchi modelli e la stimolazione di nuovi. Secondo Edward de Bono (1998), il pensiero laterale è da considerare un processo intenzionale che “riguarda anche la liberazione dalle prigioni concettuali delle vecchie idee e da luogo a cambiamenti di atteggiamenti e approccio, a uno sguardo diverso sulle cose che sono sempre state considerate dallo stesso angolo visuale” (p. 10).

 

4. Diventare artisti della vita per modellare e trasformare il futuro

 

Se la nostra vita è paragonabile ad un’opera d’arte in perenne stato di mutamento di forma, per viverla come esige “l’arte della vita” dobbiamo imitare gli artisti (Bauman, 2010, p. 27) che non si limitano nel porsi continue sfide, nell’osservare il mondo da differenti prospettive, nel prefigurare e accogliere il cambiamento, nel fornire interpretazioni differenti della realtà, nel tendere con sguardo utopico verso nuovi orizzonti e quindi verso il futuro. Dobbiamo dunque porci delle sfide difficili, obiettivi impegnativi, che siano in grado di metterci seriamente alla prova, solo così riusciremo ad apprendere come si naviga nelle acque turbolenti, scoprire se è possibile camminare sulle sabbie mobili, allenarsi nel trovare nuove e possibili uscite dal labirinto esistenziale e magari tentare di raggiungere la felicità dando forma a noi stessi e alle nostre progettualità, attribuendo senso e significati sempre diversi al nostro agire quotidiano. Essere artisti della propria vita significa innanzitutto impegnarsi consapevolmente nel “diventare se stessi”, nel formarsi in modo autentico, nell’aver cura di sé con responsabilità, nel saper scegliere e prendere decisioni con “carattere” mettendo in campo e testando continuamente alcune competenze personali e sociali, come le life skills, e altre competenze trasversali e strategiche indispensabili per saper fronteggiare e non subire il cambiamento postmoderno.

I personaggi e l’ambientazione presenti nell’opera People in the Sun (1960) dell’artista americano Edward Hopper sono in grado di ben rappresentare l’atteggiamento “riflessivo” e “critico” che dovrebbe precedere l’azione trasformativa di colui (l’uomo che legge) che attraverso le leve strategiche della formazione e dell’orientamento sviluppa progressivamente la capacità di “auto-orientarsi” e “auto-dirigersi” consapevolmente e autonomamente verso il futuro, sottraendosi a quel pensiero unico ed omologante - rappresentato metaforicamente nell’opera da una luce accecante che rende gli sguardi vuoti e inespressivi - che la società postmoderna intende veicolare. Sempre più consapevole delle proprie conoscenze, competenze, risorse ma anche dei rischi, degli ostacoli, delle criticità, dei labirinti che continuamente incontrerà durante il suo percorso esistenziale, l’uomo raffigurato seduto e intento a leggere, sembra volersi isolare dalla massa eterodiretta - direbbe David Riesman nella “Folla solitaria” (1999) – per sviluppare  attraverso l’educazione e la cultura una visione critica della società indispensabile per comprendere meglio il presente e tracciare nuove direzioni in grado di raggiungere un futuro meno incerto e insicuro: “Un uomo soltanto siede da una parte, immerso nella lettura di un libro. Nella sua assorta concentrazione, egli esprime l’esigenza di isolarsi dal gruppo per cercare, forse, rifugio nella cultura” (Zambon, 1998, p. 58).

Se il successo, la capacità di realizzare i nostri obiettivi, la possibilità di raggiungere la felicità dipenderà dalla possibilità di “incontrare o meno il Fato” non ci è dato saperlo in anticipo, ma se ci attiviamo con perseveranza nel progettare e riprogettare con consapevolezza e metodo il nostro progetto di vita e quindi il nostro futuro “abbiamo ragione di sperare, e persino di attenderci, che la fortuna ci venga incontro, e faremmo bene ad aiutarla, espandendo al massimo la nostra creatività individuale e impiegando abilmente tutte le risorse che siamo in grado di raccogliere. In altri termini, non lasciando intentata alcuna possibilità”(Bauman, 2010, p. 89).

L’arte della vita deve vederci sempre e comunque protagonisti nella capacità di disegnare nuovi orizzonti, nel saper modificare la rotta in presenza di nuovi bivi e incroci non segnalati, nel gestire gli imprevisti e superare gli ostacoli, conferendo sempre nuovi colori e sfumature al nostro percorso esistenziale. Solo percorrendo la nostra strada, inseguendo la felicità, portando avanti con determinazione e coraggio i nostri sogni, le nostre ambizioni e vocazioni, potremo un giorno sorprenderci positivamente delle opportunità non preventivate o pianificate, che improvvisamente busseranno inaspettate alla nostra porta consentendoci di accogliere positivamente e con entusiasmo il cambiamento senza essere “risucchiati dalla corrente” (Calvino, 1993, p. 164).

Nelle “Citta Invisibili” di Calvino (1993), Marco Polo, pensando alla rotta che lo avrebbe condotto un giorno verso il porto della Repubblica di Utopia o magari verso la Città del Sole, alle perplessità espresse dal Gran Kan rispose con ottimismo e fiducia: “Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”(Calvino, 1993, p. 163). In effetti visitando la città di Smeraldina con uno sguardo diverso e accogliente verso il cambiamento, molte perplessità, paure e incertezze che assediano l’uomo postmoderno potrebbero essere comprese, svanire definitivamente e magari trasformarsi in opportunità da cogliere: “A Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali e un reticolo di strade si sovrappongono e s’intersecano. Per andare da un posto a un altro hai sempre la scelta tra il percorso terrestre e quello in barca: e poiché la linea più breve tra due punti a Smeraldina non è una retta ma uno zigzag che si ramifica in tortuose varianti, le vie che s’aprono a ogni passante non sono soltanto due ma molte, e ancora aumentano per chi alterna traghetti in barca e trasbordi all’asciutto. Così la noia a percorrere ogni giorno le stesse strade è risparmiata agli abitanti di Smeraldina.[…] Una mappa di Smeraldina dovrebbe comprendere, segnati in inchiostri di diverso colore, tutti questi tracciati, solidi e liquidi, palesi e  nascosti […]” (Calvino, 1993, pp. 89-90). 

 

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