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Prospettiva temporale, giovinezza e nuovi disagi della civiltà: considerazioni pedagogiche
di Tommaso Fratini   

L’articolo sostiene il legame tra l’alterazione della prospettiva temporale e l’incalzare delle nuove forme del disagio della civiltà.

Viene argomentato come l’affermazione delle politiche del neoliberismo in Occidente, fin dagli anni Settanta, intrecciata con altri fattori di crisi della società, sia il principale artefice, negli ultimi decenni, del dilagare di fenomeni di perdita di solidarietà sociale e di deresponsabilizzazione nella popolazione, nella direzione del cinismo, dell’edonismo, del consumismo e di altre patologie sociali collegate. È in questo essenziale tramite tra narcisismo e mutamento della prospettiva temporale che è possibile rinvenire una delle cifre più significative della crisi attuale della società occidentale. Il futuro in quest’ottica non può essere concepito come un luogo di certezza e di rassicurazione, laddove esso tende sempre di più ad essere teatro di angosce da espropriazione e da catastrofe. Tale problematica trova un’importante chiave di lettura nel concetto di mutazione antropologica non solo della società, ma anche del carattere individuale delle persone, secondo un inevitabile incremento di tratti disturbati ascrivibili al campo della patologia narcisistica, con il procrastinarsi di stati mentali adolescenziali nei giovani adulti, di una marca patologica, anche con l’avanzare dell’età, negli anni della maturità e nell’età di mezzo. Di fronte a tali fattori di rischio, il pensiero umanistico e la stessa pedagogia gravitano su posizioni di minoranza. La pedagogia è per statuto legata a una finalità precisa, lungo il sentiero della democrazia, della libertà, della solidarietà sociale, per formare menti libere, autonome, responsabili, criticamente consapevoli. Un simile impianto teorico e ventaglio di impostazioni, connessi per principio alle basi più pure del pensiero umanistico, non possono che opporsi ed essere in contraddizione con quei fattori, che alla radice determinano la crisi di oggi e la alimentano in una condizione di stagnazione, regressione e involuzione sempre più allarmante.

 

This article discusses a link between the alteration of the time perspective and the pressure of new forms of the discontents of civilization. It is argued that the assertion of the policies of neoliberalism in the West, since the seventies, intertwined with other factors of the crisis of society, is the principle architect, in the last decades, of the spread of the phenomenon of the loss of social solidarity and the lack of responsibility in the population, tending instead toward cynicism, hedonism, consumerism, and other linked social pathologies. It is in this essential link between narcissism and a change in the time perspective that it is possible to find one of the most significant culprits of the current crisis of Western society. In this context the future cannot be conceived of as a place of certainty and reassurance where it tends more and more to be the scene of anguish from expropriation or from catastrophe. This issue is an important key to understanding the concept of anthropological mutation not only of society, but also the individual character of the people, according to an inevitable increase in disturbed traits ascribed to the field of narcissistic pathology, with the protraction of the adolescent mental states in young adults, a pathological brand, even with age, in the years of maturity and in middle age. Faced with these risk factors, humanist thought and the same pedagogy gravitate toward minority positions. The pedagogy is bound by statute to a specific aim, along the path of democracy, freedom, and social solidarity in order to form minds that are free, autonomous, responsible, and critically aware. Such a theoretical framework and range of options, connected by principle to the purest bases of humanist thought, cannot do anything but oppose and contradict those factors, that at the root are the causes of today’s crisis and feed into a state of stagnation, regression and increasingly alarming involution.

 

1. Introduzione

 

Vi è un legame preciso, viene sostenuto in questo contributo, tra l’alterazione della prospettiva temporale e l’incalzare delle nuove forme di disagio della civiltà (Freud, 1929). Per mettere a fuoco questa relazione, trovo necessaria una premessa da un punto di vista della normalità e della patologia nella percezione del tempo.

Quello della prospettiva temporale è un costrutto peculiare, che nell’orbita delle scienze umane ha attratto l’attenzione nel corso dei decenni del dopoguerra da parte di sociologi, psicologi e anche pedagogisti (1). Tra le tante considerazioni che si possono svolgere nel merito, già altrove (Fratini, 2006) mi sono riallacciato a una posizione specifica. La percezione della prospettiva temporale di passato, presente e futuro è a tutti gli effetti parte di una capacità di funzionamento della mente, dipendente da quella di sentire le emozioni. È la capacità di stare a contatto con le proprie emozioni in maniera sincera e autentica che consente di sentire appieno anche lo scorrere del tempo, in termini di immagini vivide di passato, presente e futuro.

La persona normale in quest’ottica, che non ha perduto la capacità di amare e di lavorare, per usare un’espressione di Freud, di credere nelle relazioni sociali solidali e nei rapporti affettivi autentici, dovrebbe avere conservato un salutare rapporto con la prospettiva temporale. Ciò dovrebbe essere dato da una mantenuta capacità di sentire il senso di continuità dell’esistenza e di percepire i cambiamenti del proprio Sé attraverso le esperienze; quello che si pone come uno dei fulcri del concetto d’identità personale (Erikson, 1968). Detto in altri termini, in circostanze normali questo significa conservare memoria delle proprie esperienze passate con altri significativi, dai quali si può dipendere con amore e gratitudine, e mantenere una fiducia di base nel futuro, inteso come tempo in cui possano essere gratificati i propri bisogni e possano realizzarsi i propri genuini desideri, progetti e aspirazioni. Questo tipo di processo si condensa poi nella visione di un presente a cui potere guardare con fiducia, aspettativa, partecipazione; un presente tutto da vivere, senza eccessiva angoscia, proprio per un contatto mantenuto con le proprie emozioni più vere e sincere.

Esistono tuttavia condizioni in cui la mente può andare incontro a una alterazione anche profonda del vissuto della prospettiva temporale, su cui soprattutto hanno indagato i clinici di estrazione psicopatologica (Meltzer & Harris, 1983). Se il passato alle proprie spalle è stato troppo pauroso e doloroso, tale da avere determinato dei lutti non elaborati, esso non può essere rimembrato nella sua vera natura, proprio per il dolore che il ricordo inevitabilmente suscita. Nell’esperienza della grave depressione o del vero e proprio breakdown psicotico ad esempio, è del tutto sconquassato e messo a soqquadro il vissuto dell’esperienza del tempo. Il presente appare un tempo morto, immutabile, immanente, quando non addirittura dominato dal terrore. Il futuro è oltremodo temuto, frutto di proiezioni di angosce dal senso di catastrofe imminente. Il passato è come annullato, dietro una cortina di difese che funzionano come un muro impenetrabile, proprio perché il suo ricordo effettivo genera l’esperienza del dolore di una perdita incolmabile; di qualcosa di amato che è vissuto come perduto per sempre e che mai si potrà recuperare.

Tornando al vissuto del futuro, esso diventa inevitabilmente carico di angosce di castrazione per dirla in senso psicoanalitico, quando si compie sul domani la proiezione di una fantasia inconscia ben precisa: quella in cui, alla rappresentazione genuina di un proprio desiderio sincero, non possa che fare seguito la castrazione e la rappresaglia da parte di un persecutore o tiranno interno, che altro non è se non la riedizione ingigantita di figure terrifiche incontrate nel proprio passato, a cominciare dall’esperienza di rapporto con i propri genitori.

Se questa può essere la condizione di vissuto iniziale, ulteriori difese possono essere partorite poi dalla mente per non sentire il dolore della perdita originaria. In tal modo si verificherà una precisa conseguente alterazione della prospettiva temporale, in cui il passato è come cancellato, in quanto troppo doloroso per essere rivissuto, e il futuro diventa teatro di rappresentazioni ambivalenti: quelle di una catastrofe imminente, ma anche di un potenziale trionfo narcisistico compensatorio, in verità per coprire tutta l’umiliazione e la frustrazione che si continua ad esperire nel presente, a causa di un rapporto molto ambivalente con se stessi e con gli oggetti amati, in virtù del lutto non elaborato alla radice circa la morte, la distorsione o l’inacessibilità di quanto di buono offriva il passato.

Se infatti un lutto doloroso circa il proprio passato non è stato degnamente elaborato e portato alle spalle, esso si rifletterà come un’ombra negativa sulla propria rappresentazione del presente e del futuro. È con questo genere di angosce che anche a livello sociale, qui si sostiene, l’uomo di oggi deve tendenzialmente fare i conti.

 

2. Una tipologia dei vissuti temporali

 

Già alla metà degli anni Ottanta, il sociologo Alessandro Cavalli (1985) aveva tracciato un’importante tipologia dei vissuti dell’esperienza temporale, nel contesto di una riflessione e di uno studio più ampi sul tempo dei giovani. È molto importante tenere presente non solo i contenuti di questa ricerca, ma anche il periodo storico in cui fu concepita, che in un certo senso suonava allora da crinale verso il corso di un destino della nostra società, che è parsa poi inevitabilmente e irrimediabilmente avere intrapreso una direzione ancor più negativa, nel momento in cui era implicitamente incapace di dare risposte soddisfacenti a quegli stessi interrogativi che i giovani della ricerca di Cavalli e i suoi collaboratori si ponevano. Per dirla con le parole di Bauman (2008), è stato storicamente quello il tempo dello spartiacque, del definitivo passaggio dalla società solida a quella liquida.

Lo studio di Cavalli tracciava quattro profili di una condizione giovanile, in rapporto alla loro percezione del tempo e al vissuto della prospettiva temporale: il tipo giovanile autostrutturato, eterostrutturato, autodestrutturato ed eterodestrutturato (Cavalli & Calabrò, 1985).

Il primo tipo, autostrutturato, era quello normale, se così lo possiamo definire, del giovane che sapeva avere una percezione sufficientemente corretta del tempo in termini di scopi e obiettivi, sì da perseguirli con convinzione genuina e in autonomia. Era dunque possibile per lui cogliere e vivere se stesso e la propria vita in un senso di fondamentale continuità tra passato, presente e futuro.

Il secondo profilo giovanile, eterostrutturato, si calava già in un contesto un poco più disturbato. Pur non venendo meno la sua capacità di percezione corretta della prospettiva temporale, il soggetto si sentiva già qui in qualche modo più bloccato, inibito, preso in scacco. In accordo con il profilo di una personalità nevrotica, il tipo eterostrutturato aveva mantenuto il contatto con i propri desideri, ma si sentiva incapace di realizzarli. Ciò poteva rispondere all’esempio di un uomo che è capace di amare, ma non di trovare la donna giusta per lui, accontentandosi poi di una compagna non proprio confacente ai suoi desideri genuini, senza tuttavia, per una costrizione interna, trovare la forza di lasciarla. Si tratta del soggetto nevrotico per antonomasia, il carattere masochista, che ha interiorizzato lo scacco edipico, che lo porta, piano piano, nell’imbuto di una malcelata depressione, senza tuttavia che ciò gli impedisca di avere una famiglia, un lavoro, dei figli, non perdendo la capacità di amare e di mantenere pur sempre un buon equilibrio interiore.

Con gli altri due tipi individuati da Cavalli e Calabrò (1985), ci addentriamo in un paesaggio più disturbato, purtroppo negli anni avvenire, fino ai giorni nostri, sempre più diffuso in forma dilagante.

Il tipo autodestrutturato è infatti un soggetto che, dietro un’apparente sicurezza in se stesso, rivela a ben vedere una notevole deformazione. Egli è capace di immaginare il proprio futuro come teatro di importanti obiettivi da realizzare, ma si tratta di obiettivi essenzialmente falsi, inautentici, con un’altra parola narcisistici. Egli ha tagliato i ponti con il proprio passato, ma soprattutto con il suo vero Sé, e percepisce il tempo come una sorta di eterno presente in cui vivere in modo eccitato e maniacale. Il futuro viceversa è teatro di rappresentazioni più ambivalenti: nuovi successi, ma anche catastrofiche sconfitte, quando l’usura del tempo mostrerà le crepe sotto la vernice del maquillage imposto dal falso Sé narcisistico.

Il tipo eterodestrutturato invece ricalca per certi versi la personalità borderline, su cui molto si sono spesi a riflettere gli psichiatri delle ultime generazioni (2). In lui sembra predominare a tutti gli effetti la confusione: tra passato, presente e futuro, ma anche tra obiettivi realizzabili e non realizzabili, falsi e genuini, propri oppure vissuti come fossero eterodiretti da altri. Egli sembra come una barca sballottata in un mare in tempesta, sottoposta ai capricci delle onde; fuor di metafora gli aspetti di sé più angosciati ma anche falsi, insinceri, cinici e opportunistici. Tanti giovani che sbrigativamente sembrano aderire oggi a ben noti movimenti politici antisistema, non me ne vogliano i puristi, potrebbero conformarsi a questo quadro: quello di un giovane incapace di assumersi realmente una responsabilità per il proprio futuro, perché da quel futuro è così spaventato da cedere a un aspetto di sé opportunistico, che sembra desiderare come di vivere alla giornata. “Carpe diem, cogli la palla al balzo, vivi l’ebbrezza del presente e che ti importa del futuro, e anche degli altri e della società”, sembra volere dire questo tipo di personalità giovanile.

 

3. Alcune considerazioni sui nuovi disagi della civiltà

 

La posizione qui sostenuta implicitamente è che la società in cui attualmente viviamo sia prevalentemente quella figlia di una cultura che è venuta delineandosi in Italia negli ultimi trenta, quarant’anni, a partire da una svolta nelle politiche dell’Occidente. È una società, vale a dire, che aveva chiuso i conti con il passato del ’68, della contestazione giovanile, dell’egemonia del pensiero di sinistra. La società di oggi piuttosto è nata da là, da quando sul finire degli anni Settanta prese corpo il progetto neoliberista in Occidente, destinato ad esercitare una fondamentale svolta non solo sulle politiche dei governi occidentali, ma anche nel merito degli effetti che tali politiche hanno, direttamente o indirettamente, avuto sul carattere delle persone e della società.

Altrove (Fratini, 2013, 2015) ho già affrontato il tema degli effetti psichici e sociali delle influenze del neoliberismo sulla personalità individuale (Layton, 2010, 2011, 2014), e dunque non mi ripeterò qui. Giova soltanto fare riferimento al fatto che tale impronta culturale, dipendente da quel retroterra politico, ha prodotto precise conseguenze sulle relazioni sociali e sul processo della formazione umana. Quale modello di società, di uomo, di educazione ha infatti proposto il neoliberismo? Una cultura economica tutta protesa a fare gli interessi della grande industria e della finanza, della classe degli imprenditori e del cosiddetto libero mercato ha di fatto ridimensionato se non quasi neutralizzato la proposta politica del pensiero di sinistra, se non anche la sua precedente egemonia in campo culturale. Come ha scritto Michael Rustin (2014), ciò è potuto avvenire anche perché, negli ultimi due decenni specialmente, una sostanziale pochezza di alternative si sono manifestate dalla parte dell’opposizione al predominio del modello neoliberista.

È possibile sostenere che l’egemonia di questo modello, la grande diffusione di cui ha goduto tra la gente comune, la cosiddetta classe media in Occidente, abbia prodotto specifici effetti in varie direzioni correlate. Una cultura che metteva al primo posto il valore della proprietà privata e la salvaguardia a oltranza dei principi del libero mercato ha partorito l’effetto di propagandare e incentivare al massimo grado fenomeni come l’individualismo, l’egoismo o il narcisismo, nonché l’edonismo e il consumismo.

Di fatto il neoliberismo è riuscito nel formidabile obiettivo di incrementare fortemente le diseguaglianze sociali, ottenendo di nascondere questo scopo recondito ad ampie masse di persone, attraverso l’illusione dell’incontrovertibilità di un credo basato sul successo, il potere, il denaro, teoricamente appetibili per ampi strati della popolazione in Occidente.

Nella storia occidentale degli ultimi tre decenni, intrecciata alle vicende del neoliberismo, possiamo rinvenire l’esistenza di due fasi. Una è stata iniziale, quella del boom economico degli anni Ottanta, dell’esplosione dei consumi, parallelamente all’ultimo periodo della “guerra fredda”, passando attraverso il periodo di transizione degli anni Novanta e il primo scorcio del nuovo millennio. Ma vi è stata poi anche una fase successiva, in piena era della globalizzazione, caratterizzata non solo da una nuova crisi economica senza precedenti, ma anche da preoccupanti fenomeni di esclusione sociale, nuova povertà e incremento delle diseguaglianze sociali, tra una massa di poveri pericolosamente in aumento in Occidente e una minoranza di ricchi sempre più esigua, ma anche sempre più forte e influente sui destini collettivi.

L’affermazione del neoliberismo, che senz’altro si è intrecciata con altri fattori di crisi della società, nel determinare le sue sorti negli ultimi decenni, è il principale artefice, qui si sostiene, del dilagare del narcisismo patologico nella popolazione. Ed è lì fondamentalmente, in questo essenziale tramite tra narcisismo e alterazione della prospettiva temporale che noi possiamo rinvenire una delle cifre più significative della questione affrontata in questo contributo. L’incremento a macchia d’olio della patologia narcisistica nella popolazione (Lasch, 1979) fotografa al meglio una nuova impronta sociale: quella dell’Io minimo (Lasch, 1984), di un nuovo individualismo (Elliott, Lemert, 2006) di marca edonistica, del prevalere della temporalità limitata delle mode (Lipovetsky, 1987), dell’esaltazione del Sé a detrimento dell’amore verso gli altri, ma soprattutto di un nuovo tipo di socialità che non obbedisce ai dettami del bene comune, ma lotta essenzialmente per favorire i tornaconti del proprio Ego, favorendo il familismo (Layton, 2014) e una visione ristretta dei legami sociali, sostanzialmente avulsa da principî di solidarietà.

La riflessione qui proposta si intreccia e sconfina inevitabilmente in quella nel merito dell’attuale crisi sociale e delle nuove forme del disagio della civiltà (Borrelli et Al., 2013; Recalcati, 2010; Benasayag, Schmit, 2003; Rossi Monti, 2008); tematiche sulle quali esiste ormai un’ampia e copiosa letteratura, avendo occupato larga parte del dibattito nel campo delle scienze umane degli ultimi anni. Nonostante sia inderogabilmente l’economia, in questo momento di dura crisi economica e del mercato del lavoro, l’ambito che più tiene banco e investe le cronache e la riflessione dei giornali, se non anche le preoccupazioni ormai di chiunque, anche del cosiddetto uomo della strada, la crisi, come sostengono i suoi critici più autorevoli, viene da lontano, da prima del suo emergere conclamato in termini di emergenza sociale degli ultimissimi anni. È tuttavia il nodo della crisi economica, di quella del mercato del lavoro, e di istituzioni fondamentali come l’Unione Europea, il punto di partenza imprescindibile che agli occhi degli osservatori più navigati appare come il nocciolo più duro della questione; il problema iniziale senza soluzione del quale anche tutto il discorso sulla crisi sociale rischia di diventare asfittico, senza sbocchi o semplicemente utopico.

L’impoverimento delle famiglie, la diffusa precarizzazione e la galoppante disoccupazione giovanile, l’esclusione sociale dal lavoro per ampie fasce della popolazione anche in età adulta matura e nell’età di mezzo avanzata, insieme a una situazione di stallo politico nelle istituzioni nazionali e sovrannazionali come l’Unione Europea, costituiscono di per sé problemi di tale impellenza, da giustificare inevitabilmente un vissuto di profonda trasformazione, alterazione e deformazione della prospettiva temporale.

In quest’ottica il futuro non può essere inevitabilmente concepito come un luogo di certezza e di rassicurazione, laddove esso tende sempre di più ad essere teatro di quell’angoscia da espropriazione e da catastrofe, su cui si sono soffermati autorevoli osservatori (ad. es. Bauman, 2011; Benasayag & Schmit, 2003), ma che, anche a un livello neppure troppo inconscio, occupa ormai le menti dei cittadini europei, oltre che di altre parti del mondo.

Rappresentazioni cinematografiche attuali (3), come quelle che dipingono scenari da fine del mondo, o da lotta per la sopravvivenza, in un pianeta nel quale ampie masse di cittadini vivono ridotti in una condizione che somiglia a una sorta di semischiavitù, di appartheid, o comunque di assoluta povertà, laddove una minoranza ristretta di super ricchi possiede sempre più le redini del gioco e dei destini dell’umanità, fotografano, in modo neanche troppo inverosimile, il rischio che incrocia la percezione dei decenni futuri, se l’umanità, specialmente in Occidente, continuerà a muoversi nella medesima strada.

Un’altra materia di dibattito inoltre, come già accennato, è una riflessione più sottile e penetrante, che dietro lo scenario totalizzante della crisi economica, ha invece acutamente messo in luce i costi psichici, sociali e culturali di questo grave periodo di stagnazione, di crisi e per molti versi di involuzione dell’umanità in Occidente.

La riflessione sui nuovi disagi della civiltà è, come già detto, ampia e taglia trasversalmente settori del pensiero umanistico in campo filosofico, sociologico, antropologico, psicologico, psicoanalitico e anche pedagogico. Ambiti del sapere come quelli volti ad esplorare il tema della biopolitica, inaugurato da Foucault; gli effetti negativi della globalizzazione secondo Bauman (1997), Chomsky (1998, 1999) e altri autorevoli studiosi; la riflessione sulle nuove forme del sintomo, della psicopatologia e della civiltà odierna in chiave psichiatrica e psicoanalitica (Recalcati, 2010) designano tutti insieme un ventaglio di posizioni, che tra loro intrecciate muovono dalla considerazione dell’odierna crisi sociale e le sue fondamentali influenze sul destino della condizione umana. Anche la pedagogia, in particolare italiana, fornisce a tutti gli effetti più di un elemento in aggiunta a questo dibattito. Basti pensare, tra gli altri, alla riflessione sulla crisi del soggetto e la cura di sé (Cambi, 2007, 2010), sulla pop pedagogia (Stramaglia, 2012), sul concetto di persona (ad es. Macchietti, 2010) nell’epoca della nuova crisi.

Il dibattito, come già accennato, è ampio, e dal punto di vista qui sostenuto esso trova un’importante chiave di lettura nel concetto di mutazione antropologica (Pasolini, 1976) non solo della società, ma anche del carattere individuale delle persone, nella direzione di un inevitabile incremento di tratti disturbati ascrivibili al campo della patologia narcisistica.

È proprio il concetto di narcisismo patologico infatti quello più pregnante, quale micidiale fattore di involuzione sociale, ad avere un importante ruolo esplicativo non tanto o non solo per spiegare le radici della crisi sociale, quanto poi i modi con cui essa si riflette sulla vita e l’affettività delle persone, sui loro rapporti affettivi intimi e sociali più ampi.

 

4. Giovinezza, narcisismo e alterazione della prospettiva temporale

 

Tra le varie aree e traiettorie d’indagine, attraverso cui si può tentare di leggere e di comprendere le attuali ricadute della crisi sociale sulla prospettiva temporale, scelgo qui, in queste pagine, di sviluppare quelle che hanno a che vedere con il procrastinarsi di stati mentali adolescenziali, di una marca patologica, anche con l’avanzare dell’età, nella giovinezza e nell’età di mezzo.

In circostanze normali, come già accennato, un rapporto sano con la prospettiva temporale presupporrebbe l’avvicendarsi, a partire dagli anni della giovinezza, di stati mentali adolescenziali con altri più propriamente di marca adulta. Come ha sostenuto Cambi (1999) e come ho ripreso in un mio precedente lavoro (Fratini, 2013), adattarsi ai cambiamenti di una società in rapida trasformazione e tuttavia mantenere una coscienza profonda di un nucleo di valori eticamente onesto, solido e stabile rappresentano uno dei compiti evolutivi centrali dell’età adulta.

L’età adulta comporterebbe in questo senso l’apertura e il consolidamento di un sano rapporto con la prospettiva temporale di passato, presente e futuro. Uscendo dalla cosiddetta moratoria psicosociale tipica degli anni dell’adolescenza, e calmierati gli stati di eccitazione maniacale propri di quella fase, la giovinezza dovrebbe caratterizzarsi per una maggiore apertura verso la prospettiva dell’intero ciclo di vita. Ciò significa una sana capacità di conservare un buon ricordo del proprio passato, una giusta e realistica fiducia nel futuro, che si riflettono in una capacità di affrontare le sfide nel presente in modo idoneo, cioè conservando prima di tutto la capacità di amare e di lavorare, come diceva Freud, di impegnarsi nei compiti della vita, forti di un buon rapporto con le rappresentazioni interiorizzate degli altri significativi. Tutto questo dovrebbe portare nella giovinezza più avanzata nel sentimento della generatività, come sosteneva Erikson (1968), con la capacità di unirsi in un rapporto di coppia e d’amore maturo e stabile, culminando nel desiderio e nel progetto di mettere al mondo dei figli.

Se questo è in linea di principio ancora la fotografia ai minimi termini di un idoneo rapporto con la prospettiva temporale e anche con il proprio Sé in relazione agli oggetti amati, non possiamo tacere come la realtà di oggi si configuri per molti nella giovinezza, ma già prima, nell’adolescenza, nell’infanzia e nella fanciullezza, in maniera assai diversa e ben più patologica.

Partendo dagli anni dell’adolescenza come spartiacque simbolico, possiamo sostenere come la società di oggi prema infatti per favorire precisi meccanismi di difesa dall’angoscia propri del nostro tempo. Quello che dovrebbe essere infatti il normale lutto adolescenziale, dettato dalla separazione simbolica dai genitori e dalle rappresentazioni infantili di sé, si colora oggi di tinte ben più fosche con l’ingresso nell’adolescenza, in base a un nucleo di fantasie precise e ineluttabili: quelle dettate dalla percezione di una grave crisi sociale e di un futuro ben più carico di incertezza del passato, che si riflette in rapporti umani, sociali e affettivi intimi di impronta più disturbata.

Relazioni affettive patologiche dentro la famiglia, in cui il bambino è oggi sempre più apparentemente oggetto di ammirazione da parte dei genitori, quanto frustrato nel bisogno di sentirsi esistere (Vallino, 2009) per il genitore e di essere compreso autenticamente nelle sue esigenze affettive profonde, sono correlate con una maggiore gravità del lutto adolescenziale rispetto a quello delle generazioni passate.

La scelta inconscia che la maggior parte degli adolescenti compiono per difendersi dalla difficoltà di svolgere questo processo di lutto, che si riverbera in un senso di sfiducia disarmante nel futuro, è quello che va nella direzione sostanzialmente di un incremento di stati di eccitazione, come negazione maniacale del lutto, incentivata dalle pressioni sociali patologiche dell’industria dei consumi, che si riflettono negativamente anche sulla tendenziale cultura dei gruppi di coetanei in adolescenza.

Gli adolescenti più fragili dunque, che sono oggi sempre di più la maggioranza, invece di ribellarsi a tale cultura patologica, il che li porterebbe tuttavia a sentire tutto il dolore del lutto verso una strada per molti aspetti solitaria, scelgono invece di aderire a tali pressioni sociali patologiche. È per questo che l’adolescenza, anziché essere l’età del lutto, della ricerca e della sperimentazione di sé (Ferrari, 1992), ma anche della consapevolezza e della ribellione alle pressioni sociali conformistiche, diventa oggi sempre di più l’età di un’autocelebrazione (Ammaniti, 1997) a fini narcisistici, tanto accentuata quanto senza sbocchi.

Il risultato è il prevalere di stati mentali adolescenziali di un’impronta essenzialmente disturbata. Essi procrastinano la moratoria dell’adolescenza (Erikson, 1968), il vissuto di una sospensione nell’esperienza temporale, in una commistione della percezione di un presente e di un futuro caratterizzati da una grande euforia e avidità, che nega la gravità del lutto per la crisi sociale e lo stesso scempio di sé perpetrato. L’avidità si riflette in tipici caratteri narcisistici, quali soprattutto un modo essenzialmente sadomasochistico di vivere le relazioni con i coetanei esterni alla famiglia, sia nelle relazioni d’amore che di amicizia. Tali relazioni, come ho chiarito estesamente altrove (Fratini, 2006), sono oggi sempre più importanti ma anche più frustranti per l’adolescente, e ciò fondamentalmente perché esse diventano teatro e specchio proiettivo di relazioni disturbate già sperimentate nella famiglia, sullo sfondo della crisi sociale. Una grande avidità si traduce in relazioni d’amore caratterizzate da una maggiore voracità quanto da una sottile incapacità di innamorarsi, in rapporti sterili e anaffettivi, e in relazioni di amicizia più ambivalenti, competitive, distruttive, inevitabilmente permeate spesso dallo spettro degli atti di bullismo.

È in questo clima di rapporti affettivi che poi l’individuo, divenuto adulto, si trova ad affrontare gli anni della giovinezza e della maturità. Essi, come sappiamo, si caratterizzano oggi per una centrale perdita di sicurezza (Benasayag & Schmit, 2003; Bauman, 2005; Valcarenghi, 2009). Ciò non è dato soltanto dalla fondamentale perdita di certezze su un piano sociale, quali quelle legate alla disoccupazione, la precarizzazione lavorativa, il procrastinarsi della dipendenza economica dalla famiglia, la crisi e il disimpegno sociale e politico. Dietro questi fattori di indubbia importanza, ritroviamo le conseguenze di una modalità di relazione narcisistica con altri significativi, che lavora inevitabilmente nella direzione di un ritiro dai rapporti sociali e dalle relazioni affettive intime, sotto l’insegna di un crescente egoismo. Con le parole di Massimo Recalcati (2010), le relazioni affettive intime si configurano sempre di più come permeate da un’essenziale ricerca di godimento, a detrimento della valorizzazione del desiderio. Quest’ultimo, per potersi esprimere realmente, presupporrebbe quel sano processo di elaborazione del lutto con il proprio passato che rappresenterebbe poi la via per una rinnovata autentica capacità di innamorarsi, riacciuffando così anche il giusto rapporto, generativo, con la prospettiva temporale.

Come detto, l’incapacità di svolgere il lutto, come elaborazione della perdita della fondamentale speranza e fiducia in un mondo migliore, preme per il mantenimento di stati mentali adolescenziali di marca narcisistica anche con l’avanzare dell’età, nella giovinezza e nell’età adulta. Questi stati lavorano in controtendenza nei confronti dell’impegno nelle relazioni affettive intime, nelle relazioni sociali e lavorative. È nel contesto di questo paesaggio interno che poi molti giovani si ritrovano, a volte inaspettatamente, a divenire genitori.

Ecco allora che l’esperienza della genitorialità non può non recare con sé tutto un fascio e un coacervo di contraddizioni, maturate dalle precedenti relazioni affettive. Il diventare genitori può rappresentare per molti adulti di oggi un’esperienza ancora bellissima, quanto tale da mettere a confronto, come nessun’altra, con le contraddizioni della propria vita.

È a quel punto che, giocoforza, nel momento in cui deve dedicarsi realmente alla presa in carico di un figlio quale oggetto più di ogni altro amato, l’adulto entra per davvero, fino in fondo, in contatto con il senso della propria vita e con quello reale della prospettiva temporale. Affrontare le difficoltà nel presente, per dare ai propri figli tutto l’amore di cui realmente hanno bisogno, presuppone un sano rapporto sia con il proprio passato che con il proprio futuro. Ciò implica l’essere riusciti sufficientemente a elaborare le frustrazioni del proprio passato, così da non avere troppi rimpianti, e l’avere conservato la fiducia di base nel futuro, che fa sì che essa possa essere trasmessa anche ai propri figli, nonostante la percezione realistica della gravità della crisi sociale in atto nel nostro tempo. Solo in tal modo, infatti, in un clima affettivo di essenziale fiducia nel futuro e di curiosità verso il nuovo, un bambino può crescere con delle basi di carattere abbastanza solide per affrontare le difficoltà dei vari stadi del ciclo di vita.

 

5. Il posto della pedagogia e del pensiero umanistico di fronte al disagio

 

Non c’è dubbio che il momento storico in cui viviamo contribuisca potentemente a rafforzare una visione pessimistica del futuro. Il futuro è da sempre il luogo della speranza e dei sogni da realizzare. Quando il presente è dominato dall’incertezza, o peggio da una serie di processi sociali patologici, la percezione del futuro non promette molto di buono. Quella che stiamo vivendo è a tutti gli effetti la più grave crisi sociale dai tempi della Seconda guerra mondiale, e la strada per risolverla sembra ancora lunga, per quanto i meccanismi che l’hanno determinata siano più chiari, nel momento stesso in cui tuttavia continuano a operare, gettando per così dire benzina sul fuoco.

David Harvey, nella sua Breve storia del neoliberismo (2005), faceva notare come alcuni fattori ben precisi avevano preparato la grande stagione di cambiamento degli anni Sessanta. I primi quindici anni del dopoguerra erano stati infatti caratterizzati da un importante patto di stabilità tra impresa e lavoro. Il mondo occidentale era troppo provato dalle conseguenze della Seconda guerra mondiale per imboccare la strada di nuove pericolose avventure in direzione eversiva. Nei primi due decenni circa del dopoguerra, un’alleanza strategica tra America e Europa occidentale, ma anche tra diverse classi sociali prese corpo in Occidente. Harvey sosteneva anche che un fattore centrale emerse da questo patto di stabilità: le diseguaglianze sociali tra diversi strati della popolazione occidentale si assottigliarono e rimasero contenute entro una soglia tollerabile. Fu così che a partire dai primi anni Sessanta, da quelle politiche moderate, si crearono le condizioni per uno spostamento a sinistra del baricentro politico, nella direzione di un processo inclusivo di riconoscimento dei diritti di cittadinanza, che potenzialmente non avrebbe mai avuto fine, rispondendo a ideali di libertà, solidarietà e giustizia sociale.

Sappiamo purtroppo come già dagli anni Settanta la civiltà in Occidente abbia preso poi un’altra strada. La strada delle politiche neoliberiste, dell’incremento delle diseguaglianze, del predominio dell’economia finanziaria, del consumismo sfrenato, ma anche di una nuova ondata di esclusione sociale e restrizione delle libertà democratiche (Crouch, 2000). Orbene, questa fase di crisi è tuttora in corso, e anzi proprio ora ne stiamo vivendo le conseguenze più drammatiche, che lasciano presagire elementi di un futuro ancor più fosco, se una frenata e un’inversione di marcia non verranno in qualche modo messe in atto. Quello della prospettiva temporale è un nodo fondamentale per leggere la natura della crisi, perché indica non solo quanto il presente si rifletta nella percezione del futuro, ma anche quali siano i pericoli di una data situazione, se taluni fattori di rischio non verranno rimossi.

La crisi di oggi, tra le tante radici di spiegazione, appare ancor più incontrovertibile, perché essa sembra sempre di più dominata dal ruolo della tecnica (4). Fintanto che storicamente larga parte dell’umanità era vissuta in condizione di abuso e di sopruso, di tirannide, ma in modelli di società relativamente più semplici dal punto di vista del loro funzionamento, la speranza di cambiamento era più facile da alimentare. Oggi siamo come prostrati di fronte a un’insidia maggiore: una condizione nella quale la tecnica, esaltata al massimo grado performativo, si intreccia con la politica e l’economia, determinando una visione essenzialmente competitiva e non solidaristica tra gli stati, i popoli, i cittadini stessi.

Di fronte a una congerie di simili fattori di rischio, il pensiero umanistico e la stessa pedagogia gravitano su posizioni di minoranza. La pedagogia è per statuto legata a una finalità precisa di tutto il pensiero umanistico: quella che va nella direzione della democrazia, della libertà, della fratellanza, anche dell’utopia, per formare menti libere, autonome, responsabili, criticamente consapevoli. Un simile impianto teorico e ventaglio di impostazioni, connessi per principio alle basi più pure e alle finalità più alte del pensiero umanistico, non possono che opporsi ed essere in contraddizione con quei fattori, che alla radice determinano la crisi di oggi e la alimentano in una condizione di stagnazione, regressione e involuzione sempre più allarmante.

La sfida che impone la crisi attuale è quanto mai dura da affrontare, perché la crisi, come già chiarito, lavora per cambiare il dna, il carattere sociale delle persone. È come se il nuovo profilo di personalità narcisistica oggi dominante godesse anziché allarmarsi di una deformazione nel vissuto della prospettiva temporale. Ciò lo vediamo nei miti della moda, del consumo, della cultura dell’Ego, costi quel che costi.

La posizione della pedagogia è dunque oggi una posizione debole, traballante, a rischio perfino di estinzione, ma non sembra vi siano alternative nei confronti di una sfida e una battaglia che sono tuttora in corso. La pedagogia deve mantenersi sulla propria strada, consapevole che quella strada di minoranza, come hanno detto alcuni di resistenza (5), configura sostanzialmente la posizione giusta da assumere di fronte alla gravità della crisi sociale.

La pedagogia in altre parole deve mantenersi ferma, lavorando perché la nostra società, l’umanità nel mondo ormai sempre più globalizzato ripartano da lì. Ritornino vale a dire in una condizione in cui si possa concretamente riaffermare un discorso che era nato sulle ceneri della Seconda guerra mondiale e che sembrava portare in un’altra direzione: quella dell’emancipazione, dell’inclusione sociale, dell’estensione dei diritti (6), della libertà e della partecipazione, della giustizia sociale.

Se, nonostante tutto, è la ricerca della felicità, come sostiene Bauman (2008), il fine sociale a cui ciascuno di noi tende, e se un tale fine, siamo consapevoli, non è assicurato dalla ricerca e dall’acquisto compulsivo di beni di consumo, ci viene restituita la cifra di quanto coltivare i rapporti umani in modo autentico accresca il significato della nostra vita.

Ci sono due fattori che più di ogni altro rendono conto di un innalzamento della qualità della vita per i singoli e le comunità. Uno è legato al livello d’istruzione, senza il quale le masse di cittadini rischiano di avvizzire sempre più inebetite, in balia di governi populisti, al tempo stesso, come ci ricorda Ilvo Diamanti (2015), qualunquisti e autoritari. L’altro fondamentale fattore dipende dalla riduzione delle diseguaglianze sociali. Uno società in cui le diseguaglianze sono troppo marcate non solo non è una società eticamente giusta, ma anche versa in una condizione di rischio per la democrazia.

Ritrovare un po’ di speranza è il vero motore della prospettiva temporale. Solo ritrovando il senso della giustizia sociale, credendo in rapporti più solidali, riscoprendo la lotta per l’emancipazione, possiamo ritrovare il gusto del presente, la speranza per il futuro e il rispetto per il nostro passato.

 

Note

 

(1) In ambito pedagogico si vedano i classici di Bertin (Bertin, Contini, 2004) e Borghi (1987), ma anche, tra gli altri, Contini, Fabbri (2014). In campo sociologico si rimanda allo studio di Cavalli (1985), mentre in quello psicologico cfr. in particolare gli studi di Ricci Bitti, in primo luogo Ricci Bitti (1993).

(2) Il primo riferimento storico, ancora attuale, è a Kernberg (1975; 1992).

(3) Il riferimento è ad esempio al film Elysium di Neill Blomkamp, che anticipa simbolicamente e metaforicamente la tragedia ancor più attuale e recente delle morti dei profughi africani nei cosiddetti barconi, in fuga dall’Africa e diretti in Europa, lungo le impervie condizioni di viaggio per le rotte del Mediterraneo.

(4) Sul ruolo della tecnica nella società contemporanea vedi Galimberti (1999), ma anche Marcuse (1964).

(5) Sul valore della resistenza in pedagogia vedi,  tra gli altri, Mantegazza (2003), Contini (2009), Ulivieri (2012).

(6) Sul concetto di inclusione sociale cfr. in particolare Loiodice (2013). Sull’emancipazione, tra gli altri, vedi Cambi (2010), Spadafora (2010) e Ulivieri (2001).

 

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