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L’orientamento delle giovani generazioni: un’emergenza educativa
di Francesco Mansolillo   

Nel nuovo scenario lavorativo che provoca nelle persone un forte disagio per la sua flessibilità i lavoratori si trovano molto in difficoltà nel tentativo di pianificare il proprio futuro,

definire la propria identità e mantenere le proprie relazioni. Non potendo più contare su una situazione professionale chiara e stabile, oggi per le persone è difficile trovare all’esterno un ruolo o un senso e, quindi, sono costrette, in molti casi, a costruirlo ex novo, modificando aspettative, convinzioni, visioni della realtà e di se stessi in questa realtà lavorativa. Se si analizzano i dati sulla condizione di difficoltà dei giovani nell’ingresso del mercato del lavoro, emerge l’importanza del processo di orientamento come strumento conoscitivo che può permettere loro di mettere in campo delle azioni correttive per superare tali difficoltà, ponendosi in maniera critica e attiva rispetto alle scelte da intraprendere. Diventa più che mai cruciale chiedersi cosa può offrire l’orientamento ad un pubblico di giovani e meno giovani a rischio di futuro, che qualcuno ha già definito la nuova emergenza sociale. I risultati del report di Unioncamere, relativi al quarto trimestre del 2014, infatti, fanno emergere che per superare l’inadeguatezza delle competenze di chi cerca lavoro è necessaria non solo l’acquisizione di una completa e complessa formazione culturale che affondi le sue radici nella padronanza del linguaggio, indispensabile per esercitareun pensiero critico e creativo, ma anche e soprattutto l’acquisizione della capacità di pensare, intesa come esercizio critico-riflessivo, indispensabile per far fronte all’ondata impetuosa e destabilizzante della postmodernità. L’orientamento si configura, quindi, non più come semplice supporto alla scelta, quanto come sistematica e qualificata attività di empowerment, il cui termine inglese fa principalmente riferimento al processo “attraverso cui” e ai risultati che è possibile raggiungere se si mettono le persone in condizione di avere successo, di esercitare la capacità di agire su di una situazione per modificarla a proprio vantaggio.

 

 

Workers are much in difficulty to plan their own future, define their own identity and maintain their own reports in the new work environment that causes in people a strong discomfort due to its flexibility. Can no longer count on a professional situation clear and stable, today it's difficult for the people to find outside a role or a sense and, therefore, are forced, in many cases, to build it from scratch, changing expectations, beliefs, visions of reality and of themselves in this professional reality. From the analysis of the data on the condition of difficulty of the youth in the entrance to the labor market, it is clear the importance of the orientation process as cognitive instrument that may enable them to put in the field of corrective actions to overcome these difficulties, putting themselves in a critical way in front of the choices of action. It becomes a crucial question about what can provide the guidance for an audience of young and less young people at risk of future, that someone has already defined the new social emergency. The results of the report of Unioncamere, related to the fourth quarter of 2014, in fact, reveals that to overcome the inadequacy of the powers of those who are looking for a work and needs to be not only the acquisition of a complete and complex cultural formation (that has its roots in the mastery of the language), is essential to exercise a critical and creative thinking, but also and especially the acquisition of the ability to think, understood as an exercise critical-reflexive, indispensable to cope with the wave impetuous and destabilizing of postmodernism. The orientation process is, therefore, not more as a simple support in choosing, as systematic and qualified activities of empowerment. Thisenglish term is mainly referring to the process "through which" and the results that it is possible to achieve if you put people in a condition to be successful, to exercise the ability to act on a situation to change it to your advantage.

 

Durante il primo decennio del XXI secolo, i rapidi progressi nelle tecnologie dell’informazione e l’apertura dei mercati mondiali hanno determinato una globalizzazione che ha condotto le società occidentali a vivere una fase di rottura rispetto alle precedenti forme di lavoro e di occupazione che ha inciso sulla ridefinizione delle forme del lavoro stesso e sulla trasformazione degli stili di vita delle persone.

Nell’organizzazione post-moderna del XXI secolo, sebbene l’impiego a tempo pieno rimanga la tipologia di lavoro prevalente e le carriere a lungo termine esistano ancora, le forme di lavoro flessibilesi diffondono sempre più a seguito del cambiamento delle strutture gerarchiche. Il lavoratore risulta privo di confini e di basi. “La carriera delle persone è spesso frammentata, ‘senza confini’, dove periodi formativi si accavallano a quelli lavorativi determinando disorientamento e necessità di rivisitare i propri progetti professionali e personali per poter rendere pensabile il futuro” (Isfol, 2012, pp. 44-45). Lo stesso concetto di lavoro ha subito delle trasformazioni e il dejobbing ha inciso sulla sua struttura, definendolo nei termini di un incarico che inizia con un progetto e si conclude con un prodotto. Sempre di più vengono utilizzate forme flessibili di lavoro quali: lavoro interinale, occasionale, a progetto, a chiamata, a tempo determinato, part-time; nascono nuove figure di lavoratori: esterni, atipici, freelance, consulenti e autonomi, tutti accomunati da una stessa caratteristica: sono i cosiddetti lavoratori insicuri perché la loro occupazione è scandita da ripetute transizioni da un impiego all’altro e ciò determina vissuti di incertezza ed ansia.

“Il dejobbing o jobless work (lavoro senza lavoro) che ha accompagnato la rivoluzione digitale ha fatto sì che gli impieghi a lungo termine siano diventati progetti a breve termine, rendendo sempre più difficile racchiudere le carriere in teorie che evidenziano la stabilità piuttosto che la mobilità. Il nuovo mercato del lavoro in un’economia instabile richiede di considerare la carriera non come un impegno per tutta la vita che si instaura con un unico datore di lavoro bensì come una vendita di servizi e abilità a vari datori di lavoro che necessitano che quei progetti siano portati a termine” (Savikas, 2014, p. 21).

La rivoluzione digitale richiede alle persone di gestire il proprio percorso professionale piuttosto che di svilupparlo all’interno di un’unica organizzazione. Questo spostamento della responsabilità dall’organizzazione alla persona ha fatto emergere una nuova domanda relativa a come le persone possano affrontare una vita caratterizzata da continui cambiamenti lavorativi.

Al cambiamento della configurazione della carriera deve seguire un cambiamento sia nel modo di concepire l’orientamento al lavoro, sia nella strutturazione del processo di consulenza orientativa che possa aiutare le persone a progettare in maniera più appropriata la loro vita.

La trasformazione che ha interessato, negli ultimi anni, il mondo del lavoro rapidamente e vorticosamente, a ritmi impensabili fino a poco tempo fa, che non accennano a rallentare, sta incidendo inevitabilmente sul sistema delle professioni “storiche”, che stanno attraversando una forte crisi e si stanno trasformando profondamente, per avvicinarsi a nuove esigenze del mercato, a sfide sempre più complesse e clienti sempre più esigenti. Le rendite di posizione e le certezze dello “status quo” stanno via via scomparendo, lasciando spazio ad una sempre più difficile ricerca di nuovi equilibri.

Tali cambiamenti rendono ancora più eclatante il divario con gli schemi che, per quanto opinabili, erano ancora validi fino ad una o due generazioni fa, rispetto alle figure professionali a cui ambire.

Applicare vecchi paradigmi al nuovo scenario è inutile e deleterio: se nel passato si sono formate schiere di lavoratori e professionisti, spesso insoddisfatti ma almeno benestanti, adesso si rischia di crearne di frustrati e precari o disoccupati.

La maggior parte dei lavoratori deve oggi mantenere un’occupabilità flessibile attraverso l’apprendimento lifelong, piuttosto che costruirsi una vita stabile basata su un impiego sicuro. Ed ancora, anziché costruirsi un percorso lavorativo facendo progetti in un contesto stabile, i lavoratori devono gestire il proprio iter professionale identificando le possibilità disponibili in un ambiente in continuo cambiamento (Savikas, 2014).

Questo è quanto teorizzato da Hall (1996) nel momento in cui ha elaborato il concetto di carriera proteiforme, per evidenziarne le caratteristiche divolubilità, versatilità e adattabilità. Proteiforme e senza confini diventano due metafore che contraddistinguono appunto questo nuovo tipo di carriera, gestito dalle persone anziché dalle organizzazioni. Al posto della stabilità vincolata ad un’azienda, la carriera senza confini si distingue per una serie di impieghi caratterizzati da mobilità fisica e psicologica ed è trasversale alle organizzazioni. Le persone con le migliori competenze di carriera, comprese l’identità e l’adattabilità, possono trovare maggiori opportunità di mobilità. La scomparsa di strutture stabili e traiettorie prevedibili ha portato all’individualizzazione del percorso di vita (Beck, 2008). L’individualismo istituzionalizzato della vita post-moderna si è diffuso poiché il lavoro non è più l’asse attorno al quale ruotano le altre dimensioni esistenziali. Il lavoro atipico determina vite atipiche e le persone non possono identificare il loro posto nel mondo attraverso il lavoro che svolgono (Savikas, 2014).

Viviamo in tempi bui (Arendt, 2006), ma ciò non vuol dire che siamo ciechi: vediamo benissimo ciò che ci sta intorno, ma riusciamo a vedere solo ciò che sta immediatamente vicino a noi, non oltre. Abbiamo tante informazioni ma ci manca la consapevolezza e il significato di queste. Viviamo un paradosso: da un lato, abbiamo una quantità enorme di informazioni, dall’altro la nostra capacità di comprendere queste informazioni diminuisce (Bauman, 2015). Nella quotidiana attività di consulenza orientativa incontro molti utenti, la maggior parte dei quali giovani, che hanno perso la direzione, che sono fermi, immobili e non sanno dove andare, si sentono bloccati, incapaci di muoversi in una qualsiasi direzione, o costretti a perseguire la direzione intrapresa, come se la situazione contingente che le ha portate ad usufruire di un servizio di orientamento le inglobasse totalmente, sono completamente demotivati ed incapaci di esprimere nuove idee. Questa “crisi di immaginazione” rappresenta un problema per il consulente e per la persona stessa e pertanto è anche su questo vuoto che è opportuno l’intervento dell’azione di orientamento.

Benchéle organizzazioni continuino a fornire il capitale finanziario, le persone devono produrre il proprio capitale identitario conoscendo, valorizzando e usando la propria storia. Per favorire la produzione di capitale identitario, i servizi di orientamento nel XXI secolo dovrebbero aiutare gli individui a costruire e a utilizzare le proprie storie di vita per compiere scelte e intraprendere azioni mantenendo coerenza interna.La finalità di ogni azione di orientamento è facilitare le persone perché possano progettare, nel modo migliore, le loro vite nella complessità della società in cui viviamo (Guichard, 2005; Savikas et al., 2009).

Nel nuovo scenario lavorativo che provoca nelle persone un forte disagio per la sua flessibilità, come suddetto, i lavoratori si trovano molto in difficoltà nel tentativo di pianificare il proprio futuro, definire la propria identità e mantenere le proprie relazioni. Dunque, l’interrogativo che ci si pone è: “In che modo le persone possono gestire una vita contraddistinta da cambiamenti professionali senza perdere la loro identità sociale e il loro senso del Sé?” (Savikas, 2014).

Una prima risposta è stata una ridefinizione del paradigma dell’orientamento a seguito della quale si è affermato il life designing, i cui presupposti fondamentali sono la biograficità e l’identity work e che presuppone un modello d’intervento focalizzato sull’occupabilità, sull’adattabilità, sull’intelligenza emotiva e sull’apprendimento lifelong (Savikas et al., 2009).

Non potendo più contare su una situazione professionale chiara e stabile, oggi per le persone è difficile trovare all’esterno un ruolo o un senso e, quindi, sono costrette, in molti casi, a costruirlo ex novo, modificando aspettative, convinzioni, visioni della realtà e di se stessi in questa realtà lavorativa. Nel secolo scorso, nel mondo del lavoro, fondamentale era il concetto di personalità, che attualmente è stato sostituito da quello di identità. Si è passati così dalla valorizzazione della maturità professionale alla valorizzazione dell’adattabilità professionale.

Alla luce di tale scenario, è necessario rivedere alcuni archetipi che hanno sostenuto vecchi paradigmi e passare dalla ricerca dello status da conquistare a quella del focus da perseguire, dal conseguimento del prestigio a quella del valore che si offre, dall’ambizione, spesso indotta dall’esterno, all’aspirazione verso la propria unica e personale “mission”. Dobbiamo abbandonare lo schema limitante che imponeva di seguire ciò che era giusto per gli altri e per la società, imparando invece a seguire le nostre reali attitudini, i nostri desideri e le nostre naturali inclinazioni.

La società postmoderna è il nuovo scenario in cui ciascun soggetto è chiamato a pensare, agire, riflettere, lavorare nel corso della propria esistenza, in quanto hanno assunto un ruolo chiave le categorie esistenziali della probabilità e dell’insicurezza, foriere di confusioni, contraddizioni, paure, ironie e nascoste speranze (Beck, 2008).

L’uomo postmoderno è chiamato, pertanto, a fronteggiare nuove sfide caratterizzate dalla multidimensionalità e dalla complessità, in cui è necessario dotarsi di nuovi strumenti metacognitivi e riflessivi. Tali situazioni di transizione richiedono una mente aperta al mutamento e alla contingenza del presente, disposta ad un apprendimento costante (Morin, 2001).

Il soggetto deve essere in grado di “rimanere in piedi” nell’oasi delle incertezze e dei rischi e di acquisire la capacità di essere flessibile, sapendosi adattare alle circostanze senza lasciarsi spezzare e sapendo tollerare la temporanea frammentazione delle esperienze sociali e professionali senza lasciarsi disperdere (Sennett, 2000).

Prendere coscienza di vivere situati in un tempo e in un luogo caratterizzati dalle categorie del rischio e dell’incerto è il punto di partenza per interrogarsi sulla propria condizione umana e sociale.

La condizione di passaggio e la continua necessità di riorganizzare le competenze cognitive e affettive possono portare gli individui a vivere un senso di delocalizzazione spazio-temporale e di spaesamento e a porsi nuovi interrogativi: “Chi siamo? Dove siamo? Dove andiamo?” (Morin, 2001), la cui risposta risiede nel ricercare una direzione orientativa.

L’attuale scenario sociale richiede persone mature che siano allenate a discernere in modo critico tra la molteplicità degli eventi e la polisemicità dei significati sociali, in grado di capitalizzare tutti gli strumenti orientativi in loro possesso in quanto “lo sviluppo e la maturazione personale promossi da questa dimensione orientativa si realizzano durante tutta la vita, non limitandosi alla giovinezza e non perdendo di significato nella fase adulta, investendo olisticamente differenti aree (intellettiva, sociale, affettiva, professionale, etica, ecc.) facenti parte dell’insieme della struttura della persona” (Isfol, 2003, p. 34).

Ogni essere umano, infatti, per gestire la propria vita ha bisogno di dare un senso a sé stesso, a ciò che gli accade, al mondo intorno a sé. La sopravvivenza degli individui è connessa alla costruzione di sistemi di significato, che fungono da modelli di interpretazione della realtà.

Gli esseri umani costruiscono la propria vita in riferimento alle rappresentazioni condivise che la società produce: le scelte intraprese e i percorsi di vita che esse definiscono sono il risultato di un ricorso costante a un universo di senso comune su cui si reggono modi di pensare e di essere, azioni quotidiane, ambizioni, paure (Lo Presti, 2009). Gli orizzonti di significato, definiti dalla propria cultura, danno senso e direzione alla vita degli individui. Nell’età contemporanea, la scomparsa di strutture di significato dal carattere solido ha prodotto e produce, come si è detto, spaesamento e precarietà, caratteristiche che intervengono sui progetti di vita di uomini e donne, “i quali ricorrono in maniera confusa a certezze del passato che non si mostrano più efficaci nel garantire uno sfondo di senso necessario a gestire efficacemente il proprio rapporto con l’esperienza di vita” (Lo Presti, 2009, pp. 22-23).

I sistemi di significato che consentono agli individui di entrare in relazione di fiducia con la realtà sono contenuti, ad esempio, nelle relazioni sociali fondamentali, la cui frantumazione produce fenomeni di disorientamento esistenziale che investono principalmente le nuove generazioni, le quali, bisognose di futuro, “attendono qualcosa o qualcuno che le traghetti, perché il mare che attraversano è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato” (Galimberti, 2008, p. 55); qualcosa o qualcuno che, però, non è in grado di agire.

“La possibilità di costruire una storia personale, l’appartenenza a una famiglia, a un gruppo di amici, ad un luogo sono condizioni fondamentali per lo sviluppo di un senso del sé in grado di decodificare l’esperienza, poiché è all’interno di tali contesti e condizioni che esso interiorizza i sistemi di comprensione del mondo” (Lo Presti, 2009, p. 34).

È chiaro, inoltre, che il soggetto in formazione, investito dalla crisi dei sistemi sociali, si trova in una sistematica assenza delle condizioni formative che costituiscono una guida necessaria a realizzare una percezione stabile del sé e del mondo e si percepisce come gettato all’interno di un tempo affidato ad una causalità senza direzione e orientamento. L’inadeguatezza dei contesti sociali di formazione ha le sue conseguenze sulla costruzione dei soggetti, sulla percezione di sé ed, in particolare, sull’identità. Quest’ultima è “il nucleo centrale su cui l’incertezza lascia i suoi segni, deprivando il soggetto del senso di permanenza e di continuità su cui si fondano il futuro e quindi i margini di ideazione e di realizzabilità di un progetto di vita […] L’ideazione di un progetto di vita è, infatti, fondato sul senso di sé e sull’idea che un individuo ha della propria posizione nei confronti dell’esperienza, la quale può essere più o meno consapevole. Dal grado di tale consapevolezza dipende la possibilità di comprendere e guidare le proprie azioni e scelte” (Lo Presti, 2009, pp. 35-36). Nell’epoca postmoderna, la presenza della molteplicità, della pluralità, di un universo di significati, valori e credenze estremamente frammentato e mutevole rende le identità deboli e provvisorie, poiché viene meno la percezione di un’appartenenza duratura. Ciò incide profondamente sulla capacità degli individui di gestire la propria esperienza, di definire i propri sistemi di scelta, di delimitare e orientare il proprio progetto di vita, di costruire il futuro.

Se, a fronte di questi sentimenti di spaesamento e precarietà che incidono profondamente sull’identità stessa del soggetto e sull’ideazione del proprio progetto di vita, si analizzano i dati sulla condizione di difficoltà dei giovani nell’ingresso del mercato del lavoro, emerge l’importanza del processo di orientamento come strumento conoscitivo che può permettere loro di mettere in campo delle azioni correttive per superare tali difficoltà, ponendosi in maniera critica e attiva rispetto alle scelte da intraprendere.

Sulla base dei dati elaborati da Unioncamere nel Rapporto Excelsior, relativi al quarto trimestre del 2014, nell’ultima fotografia della situazione del mercato del lavoro, attraverso l’analisi sia del trend dei fabbisogni occupazionali delle imprese, sia degli esiti del processo di assunzione, emerge un dato significativo: l’inadeguatezza dei candidati che cercano lavoro. Le imprese prevedono che saranno quasi il 10% del totale le assunzioni per le quali faticheranno a individuare candidati con le caratteristiche ritenute necessarie; le assunzioni considerate di difficile reperimento (12.650 circa) sono dovute per quasi il 51% a mancanza di candidati e per poco più del 49% alla loro inadeguatezza. Rispetto al trimestre scorso questa ripartizione si sposta di alcuni punti a favore delle difficoltà di natura quantitativa, ma la tendenza di fondo, pur attenuandosi leggermente, rimane orientata in senso inverso, vale a dire all’aumento della quota di assunzioni le cui difficoltà di reperimento sono dovute all’inadeguatezza dei candidati. Per quanto concerne la disoccupazione, invece, i record della disoccupazione giovanile, che di mese in mese vengono superati, non sono certo frutto di un eccesso di offerta, la quale sconta anzi il fenomeno che va sotto il nome di “scoraggiamento” (l’allontanamento dei giovani dal mercato del lavoro viste le scarse opportunità occupazionali). Essi sono piuttosto l’altra faccia della medaglia del calo ininterrotto dei giovani occupati, che è ben superiore a quello delle altre fasce di età. Da metà 2008, data d’inizio della crisi, ad agosto del 2014il numero degli occupati totali si è ridotto di quasi 1,1 milioni di persone, delle quali 481 mila (il 44,2% del totale) giovani hanno tra i 15 e i 24 anni. Essi sono quindi diminuiti di quasi un terzo del totale (-32,9%), mentre gli occupati con almeno 25 anni sono diminuiti del 2,8%. Stante un mercato del lavoro quasi bloccato in ingresso, buona parte della riduzione degli occupati in età giovanile (escluse le riduzioni di organico) è dovuta all’aumentare dell’età, per cui una parte di essi confluisce nelle classi di età più elevate senza che nel contempo abbia luogo un corrispondente ricambio (Unioncamere, 2014).

A questi dati è possibile aggiungere quelli relativi agli alti tassi di disoccupazione, di evasione scolastica e la crescente percentuale di inattività dei giovani.

In Italia, infatti, a gennaio del 2015 il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni è aumentato al 41,4% (Istat, 2015). A questo dato si associa quello più preoccupante che identifica nel 22,2%, la schiera dei cosiddetti "neet" (not in education, employment or training), cioè i ragazzi che non studiano e non cercano lavoro. La percentuale italiana di giovani Neet è superiore a quella della media europea di quasi 6 punti percentuali e la situazione peggiora nel Mezzogiorno: in Campania e in Sicilia un giovane su tre è inattivo rispetto alla media nazionale di un giovane su cinque.

Le principali cause che possono spiegare il tasso maggiore di Neet italiani rispetto a quello degli altri paesi europei possono essere rintracciate nel basso livello d’istruzione di una fascia significativa dei giovani, ma anche nel basso livello di occupabilità dei giovani laureati a causa probabilmente dei fenomeni di skillmismatch (1) e dalla bassa richiesta da parte delle imprese italiane di giovani laureati senza esperienza lavorativa.

Il tasso di disoccupazione giovanile, che tocca picchi del 41% circa, è una vera emergenza. Quest'ultima (Benini, Palombo, 2011), rispetto alla disoccupazione sopraggiunta in una successiva fase del ciclo di vita, presenta, infatti, effetti di lunga durata, drammaticamente definiti in letteratura come “scarring”, ovvero sfregianti. La disoccupazione diminuisce l’autostima nei giovani, alimenta sentimenti di marginalizzazione e di impotenza, vissuti che tendono a persistere nel tempo, come il senso di insoddisfazione per la propria vita. In particolare, l’aumento della disoccupazione negli ultimi anni ha visto una concomitante e consistente diminuzione degli “happiness scores” tra i giovani dell’area Ocse (Scarpetta, Sonnet, Manfredi, 2010).

Diventa più che mai cruciale chiedersi cosa può offrire l’orientamento ad un pubblico di giovani e meno giovani a rischio di futuro, che qualcuno ha già definito la nuova emergenza sociale.

Questi dati rappresentano le difficoltà che i giovani incontrano nell’inserimento del mercato del lavoro, rispetto a cui la progettazione di interventi orientativi si rivela necessaria per consentire loro di gestire le transizioni e i passaggi continui che sono costretti ad affrontare nel corso del loro percorso esistenziale e di pianificare, in modo responsabile e consapevole, un progetto di vita professionale concretamente realizzabile nel futuro.

Negli ultimi dieci anni, infatti, le finalità, le pratiche, i metodi e gli strumenti di orientamento sono stati messi in crisi dalle mutate dinamiche del mondo del lavoro, dalla perdita di linearità nei processi di carriera, dalla logica lifelong ormai regolativa dei processi formativi.

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta abbiamo assistito ad un processo attraverso il quale la concezione socialmente condivisa di orientamento è stata rimessa in discussione (Batini, 2011a).

L’orientamento sta, oggi, lentamente uscendo da una crisi di crescita che, come tutte le crisi, ha portato ad una ridefinizione dell’identità dell’orientamento stesso. Oggi all'orientamento si assegna, infatti, anche (e forse soprattutto) uno scopo formativo: riuscire a dotare le persone di tutte quelle competenze che una società come quella contemporanea richiede per gestire e controllare la propria esistenza. Oggi che le scelte si moltiplicano diventa fondamentale che ogni individuo possieda competenze orientative e sappia scegliere (valutare in modo critico le possibilità a disposizione, verificando le informazioni a disposizione, integrandole con quelle mancanti e analizzando vincoli e condizioni), progettare (identificare delle mete, darsi degli obiettivi), monitorare (verificare in forma continua la realizzazione del progetto delineato apportando di volta in volta i necessari adattamenti o modifiche), adottare strategie (elaborare alternative valide di fronte a difficoltà impreviste), essere consapevoli delle proprie competenze e saperle mobilizzare (analizzare le risorse personali a disposizione per realizzare il proprio progetto), al fine di costruire un progetto formativo, professionale e di vita in continua ridefinizione. Le difficoltà che le persone incontrano a mettere in campo livelli di decisionalità, di stabilità e di sicurezza capaci di consentire l’esercizio di una progettualità formativa, professionale, esistenziale ridefiniscono allora la sostanza stessa dell’orientamento, ne interrogano le modalità, le funzioni, le acquisizioni, le professionalità che vi intervengono (cfr. Batini, 2012).

Il sistema formativo integrato ha, oggi, la responsabilità di favorire nel soggetto lo sviluppo di una capacità di scelta formativa e professionale e di renderlo consapevole del proprio ruolo attivo e della propria responsabilità nella costruzione di sé e della conoscenza.

Orientarsi corrisponde alla capacità di costruire strade possibili all’interno di una realtà complessa. Le nostre scelte e il percorso di vita, che esse definiscono, sono formulate in maniera determinante dall’ordine e dall’organizzazione soggettiva delle esperienze nel mondo. Si può concretizzare solo ciò che il soggetto è capace di immaginare, si possono percorrere solo vie pensabili: “più gli strumenti di rappresentazione e quindi interpretazione del mondo in termini culturali sono articolati, più diviene articolata la realtà stessa e il sistema delle strade e delle scelte possibili in essa contenute; la comprensione e la gestione della realtà complessa passa dunque per la definizione di modelli interpretativi costruiti e interiorizzati all’interno di pratiche educative” (Lo Presti, 2009, p. 16).

Quanto detto presuppone un ripensamento del processo di orientamento in termini di percorso educativo finalizzato allo sviluppo di capacità critiche, di responsabilità culturale, di consapevolezza identitaria, nei quali il soggetto accetta il ruolo di attore principale del cambiamento. Pertanto, orientare e orientarsi non sono operazioni generate solo dalla conoscenza delle informazioni, ma “processi formativi finalizzati a una presa in carico da parte del soggetto delle proprie responsabilità costruttive di sé e del mondo, esercitate nell’atto della scelta” (ibidem).

Consapevolezza e responsabilità sono caratteristiche indispensabili per il soggetto nel guidare le proprie azioni e scelte mantenendole coerenti anche nel cambiamento continuo. La capacità di orientarsi va intesa, quindi, come capacità di operare scelte consapevoli fondate sull’esercizio critico del sapere.

L’orientamento non è più inteso come strategia quantitativa e metodo informativo, ma come processo trasformativo e formativo che educa il soggetto a pensare, a sentire, a essere. Un lavoro educativo centrato sulla formazione alla consapevolezza di sé e alla responsabilità culturale per la costruzione di identità critiche. Un processo formativo finalizzato alla consapevolezza di sé è, infatti, fondamentale per la gestione responsabile del cambiamento e per la progettazione critica del futuro.

I risultati del report di Unioncamere, sopra riportati, fanno emergere che per superare l’inadeguatezza delle competenze di chi cerca lavoro è necessaria non solo l’acquisizione di una completa e complessa formazione culturale che affondi le sue radici nella padronanza del linguaggio, indispensabile per esercitare un pensiero critico e creativo, ma anche e soprattutto l’acquisizione della capacità di pensare, intesa come esercizio critico-riflessivo, indispensabile per far fronte all’ondata impetuosa e destabilizzante della postmodernità. A partire da questa condizione si pone una nuova emergenza educativa, cui le istituzioni formative non possono non rispondere: fornire agli studenti, fin dai primi gradi scolastici, gli strumenti per poter far fronte ai cambiamenti repentini della società, consentendo loro, in tal modo, di pensare la propria esistenza non come una meta ormai raggiunta, ma come un percorso in continuo cambiamento.

È questa un’urgenza quanto mai necessaria, che chiama in causa soprattutto la formazione (l’educazione e l’istruzione) per il contributo fondamentale che può apportare allo sviluppo degli individui e delle società attraverso la creazione di adeguati modelli di conoscenza.

Una recente ricerca (2), diretta da Batini nel 2011 e rivolta ai ragazzi iscritti al primo anno dell'Università di Perugia nella Facoltà di Scienze dell'educazione, ha evidenziato che per il 26% dei soggetti, che hanno risposto al questionario, l’orientamento è soprattutto un percorso di “crescita personale” e per il 34% un processo attraverso il quale si “apprende a prendere decisioni”. Si tratta, in ambedue i casi, di formulazioni e convinzioni che riguardano strettamente le finalità dell'orientamento formativo che, oltre a rispondere alle richieste del mondo contemporaneo e delle esigenze evidenziate dalla ricerca sul campo, inizia a rispondere in modo coerente ai bisogni formulati dagli utenti. Particolarmente rilevante appare allora questo processo di cambiamento attraverso il quale l'utenza appare, con una percentuale significativa (complessivamente il 60%), maggiormente consapevole del proprio bisogno orientativo e di cosa chiede ai percorsi, ai processi e alle iniziative di orientamento (Batini, 2012).

In una società in cui non è più sufficiente orientare le persone nella scelta dei percorsi di studio formali, ma è necessario che esse siano sostenute nell’affrontare le continue e ricorsive transizioni professionali e sociali, è indispensabile muoversi nella direzione di un’azione orientativa diacronico-formativa, che garantirebbe a ciascun soggetto l’acquisizione di quella strumentazione cognitiva indispensabile per cogliere le dinamiche del cambiamento, interpretarle e governarle, senza subirle solamente (Domenici, 2001).

“Ecco perché il momento più importante di un orientamento formativo come educazione alle scelte, alla consapevolezza e alla critica del sapere, passa per la formazione culturale, la quale ha lo scopo di consegnare gli strumenti di base per l’esercizio autonomo del pensiero. Prima di esercitare un pensiero critico, devo essere in grado di esercitare un pensiero e l’esercizio di esso si fonda sulla conoscenza della lingua e dei linguaggi che lo sostanziano: a un linguaggio povero corrisponde un pensiero povero, se non riesco a raccontarmi (identità) in maniera complessa, anche l’idea di me stesso non sarà tale. […] Insegnare a orientare se stesso nel mondo è l’esito finale di un processo educativo che parte dall’insegnare a parlare e a pensare” (Lo Presti, 2009, pp. 81-82).

La capacità di vedere più strade e di ipotizzare più vie di uscita rispetto a un problema è legata alla capacità di immaginarle/rappresentarle. Pertanto, l’elemento focale non è dato dalla “unicità” e dalla “certezza” della strada da perseguire, ma dalla possibilità di saper vagliare più ipotesi, prefigurare più alternative, in relazione al contesto e al momento: “perché ciò sia possibile, è indispensabile dunque esprimere [o far esprimere] un livello di eccellenza nella padronanza degli strumenti culturali” (ibidem, p. 83). Nell’orientamento formativo l’individuo interiorizza gli elementi e gli strumenti della sua cultura, giungendo a elaborare una costruzione critica e personale, più raffinata, della cultura in cui vive.

L’orientamento, dunque, si configura quale processo che consente ai soggetti di poter effettuare scelte circa il proprio progetto formativo, professionale ed esistenziale tout court. In tal senso, l’Isfol definisce l'orientamento come un’azione globale idonea ad attivare e a facilitare quei processi di conoscenza attiva del soggetto.

Quello che l’orientatore può e deve fare è aiutare gli utenti a superare la situazione di stallo nella quale possono trovarsi, aiutandoli a trasformare il panico dell’incertezza in azione, perché l’indecisione è solo un’esitazione prima della trasformazione. Per adempiere a questo compito, l’orientatore può lavorare sia a livello cognitivo, ma anche a livello emotivo, aiutando l’utente ad acquisire una consapevolezza maggiore e a costruire il senso del proprio percorso coinvolgendo la persona che ha davanti e tenendo conto della sua complessità” (Tomaroli in Iannis & Tomaroli, 2009, pp. 190-191).

Ad esempio, nella consulenza orientativa, nel bilancio di competenze e nell’orientamento formativo di gruppo la funzione del consulente di orientamento è finalizzata ad attivare il soggetto e a supportarlo nel processo emancipativo, non certo fornendo soluzioni ma aiutandolo nella re-interpretazione critica dei propri vissuti e delle proprie esperienze, indispensabile in un’ottica di riprogettazione esistenziale. Questi percorsi basati sull’approccio narrativo, facilitando il racconto autobiografico e la condivisione delle esperienze, consentono agli utenti di compiere un’approfondita riflessione su se stessi, sugli eventi focali, e sulla comprensione dei momenti di svolta e di cambiamento, mettendo in luce i punti di forza e di debolezza latenti, le paure e i dubbi soprattutto verso il futuro, ma anche nuove progettualità. Nell’orientamento narrativo, l’utilizzo di differenti strumenti narrativi (la fotografia, il film, la poesia, il romanzo), facilita la riflessione, la condivisione, la negoziazione di significati e consente di mettere ordine ai propri vissuti. Nello specifico, l’attività di photolangage prevede che i partecipanti, scegliendo una foto che più delle altre è in grado di fotografare o “mettere a fuoco” vocazioni, aspettative, desideri, si proiettino nel futuro e trasformino i propri desideri e sogni in precisi obiettivi.

Presupposto di qualsiasi intervento di orientamento è che ogni persona dispone delle risorse necessarie per evolvere, raggiungere degli obiettivi e/o risolvere dei problemi. Se una persona non dispone delle risorse di cui ha bisogno, possiede la capacità di acquisirle. L’orientamento si configura, quindi, non più come semplice supporto alla scelta, quanto come sistematica e qualificata attività di empowerment, il cui termine inglese fa principalmente riferimento al processo “attraverso cui” e ai risultati che è possibile raggiungere se si mettono le persone in condizione di avere successo, di esercitare la capacità di agire su di una situazione per modificarla a proprio vantaggio. Orientamento come empowerment può significare la possibilità di “progredire” da uno stato di passività a una situazione di coinvolgimento e partecipazione attiva al proprio processo di crescita, quindi di acquisizione di fiducia nelle proprie capacità e di efficacia rispetto alle azioni intraprese e da intraprendere, sviluppando progressivamente quella “autoefficacia percepita” di cui parla Bandura (Loiodice, 2007). Ciò fa riferimento alla fiducia nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessarie a gestire adeguatamente le situazioni che si incontreranno in modo da raggiungere i risultati prefissati. Tali convinzioni influenzano in modo significativo il benessere psicologico, la realizzazione personale e la direzione che prenderà la propria vita. Infatti, l’autoefficacia è un meccanismo di autoregolazione (cognitiva, emotiva, affettiva, relazionale, ecc.) che influenza significativamente la capacità dell’individuo di agire in situazione in modo adeguato, controllando gli eventi, prefigurando possibili problemi, individuando soluzioni alternative e raggiungendo  il successo.

Il senso di autoefficacia agisce anche sulla determinazione e scelta degli obiettivi personali. La capacità di lettura del contesto o ambiente di riferimento è fondamentale per la scelta degli obiettivi da raggiungere. L’apprendimento di strategie predittive e di regolazione del comportamento, lo sviluppo di competenze di problem solving e decision making, la capacità di valutare criticamente le risorse a disposizione e di comprensione degli eventi da differenti punti di vista appaiono abilità e risorse strategiche indispensabili per elaborare un progetto di sviluppo personale efficace e realmente raggiungibile attraverso un adeguato piano d’azione (tappe, azioni, tempi).

 

Note

 

(1) È il differenziale tra le competenze possedute dai laureati e le competenze richieste dal mondo del lavoro.

(2) La ricerca ha interessato un campione di 200 studenti dei diversi corsi di laurea afferenti alla Facoltà citata attraverso un questionario a risposte multiple.

 

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