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Crisi e formazione: dai mutamenti del sistema produttivo al rinnovamento dei sistemi formativi
di Giuliano Franceschini   

La lunga crisi economica e sociale che colpisce l’Europa è destinata ad avere profonde ripercussioni sul mercato del lavoro

e sul sistema formativo. Nel presente contributo si tenta di evidenziare il nesso tra le modificazioni interne al sistema produttivo e l’organizzazione dei sistemi formativi, con particolare attenzione alla necessità di operare un cambiamento programmatico e paradigmatico della formazione istituzionale.

 

 

The long economic and social crisis that strikes Europe is meant to have important consequences  on the labour market and the training system. The purpose of this paper is to try to put in evidence the link between the internal changes to the production system and the organization of the training system.

 

1. La crisi economica

 

L’estate del 2007 segna una svolta nella storia economica mondiale, i cui effetti sono ancora ben visibili soprattutto nel panorama europeo. L’epicentro della crisi può essere ravvisato nella crisi immobiliare statunitense che proprio allora sconvolge in poche settimane l’intero apparato economico occidentale, con pesanti ricadute su tutte le piazze affaristiche. Il sistema bancario e assicurativo statunitense crolla sotto il peso dei mutui immobiliari inevasi da milioni di cittadini cui erano stati incautamente concessi; mutui che le stesse banche hanno trasformato in titoli o derivati immessi poi nel mercato azionario internazionale, in particolare in quello europeo, infettando così il sistema economico del Vecchio Continente, nel quale la crisi avrà un effetto ancor più virulento.

Come è noto la risposta politica ed economica a tale crisi è stata, almeno in parte, diversa nelle due sponde dell’Oceano Atlantico. Gli Stati Uniti hanno optato per una politica monetaria espansiva inondando il mercato interno di liquidità e, pur tra mille difficoltà, tentando una timida riforma dell’assistenza sociale pubblica, con l’estensione dell’assistenza medica a milioni di cittadini incapienti e con investimenti consistenti nell’istruzione pubblica. In Europa invece ha prevalso la logica dell’austerità con pesanti tagli allo stato sociale, soprattutto nei Paesi mediterranei, i più colpiti dalla crisi, e con una politica monetaria restrittiva che ha ulteriormente indebolito la domanda interna, gli investimenti pubblici e il credito bancario. Solo nel 2015 è iniziato un programma monetario espansivo, il Quantitative easing, per opera della BCE il cui fine dovrebbe essere quello di facilitare il credito all’impresa e al consumo da parte delle banche e innescare la ripresa economica, produttiva e occupazionale.

In realtà, dietro questa descrizione superficiale di un fenomeno economico e sociale molto complesso, è possibile individuare una profonda ristrutturazione del sistema produttivo globale assimilabile in parte a quello provocato dalle rivoluzioni industriali moderne europee. Una ristrutturazione destinata ad avere una grande influenza sulle condizioni di vita di milioni di cittadini occidentali, in particolare per le generazioni prossime all’età occupazionale.

I milioni di europei disoccupati segnano il definitivo tramonto del modello industriale taylorista e fordista che aveva contrassegnato il Trentennio d’oro del capitalismo occidentale (1945-1975); un tramonto in realtà già ben visibile nel trentennio successivo, caratterizzato da una successione di bolle o crisi di settore che per tutti gli anni Ottanta e Novanta del Novecento ha seminato il panico nelle principali Borse europee e americane. In particolare è in quest’ultimo periodo di tempo che si assiste a una crescita vertiginosa delle disuguaglianze economiche a livello planetario, con una concentrazione di ricchezza enorme nelle mani di un numero sempre più limitato di persone e un complementare impoverimento di sempre più vasti strati di popolazione; “Nel nostro pianeta 85 uomini d’oro hanno in tasca un patrimonio equivalente ai redditi di 3,5 miliardi di persone. Al contempo la grande maggioranza della popolazione (68%) possiede il 3% appena della ricchezza complessiva. Ultimi fra gli ultimi, un miliardo e 100 milioni di individui vivono con un euro al giorno; 2,7 miliardi possono spendere 2 euro. E in conclusione il 10% più ricco fra gli europei o gli americani supera 10 mila volte il reddito del 10% più povero fra gli abitanti dell’Europa” (Ainis, 2015, p. 28). All’impoverimento della classe media si tenta di reagire con l’espansione di uno stile di vita fondato sul credito bancario ai consumi, da quelli quotidiani, con la diffusione delle carte di credito, a quelli immobiliari, con la concessione facile dei mutui prima accennata. È il capitalismo finanziario, che, è bene ricordarlo, non sostituisce quello industriale, ma lo affianca e in certi casi lo domina, piegando le esigenze dell’economia reale a quelle dell’economia finanziaria, ovvero delle Borse, del marcato azionario. Nello stesso arco di tempo, l’ultimo trentennio del Novecento, il sistema produttivo subisce l’onda lunga della terza grande rivoluzione industriale, quella elettronica, che completa la globalizzazione del mercato e modifica profondamente l’organizzazione e la divisione del lavoro, eliminando intere squadre di figure professionali, sostituite da macchine sempre più efficienti: “gli anni Ottanta del Novecento vedono la cristallizzazione delle nuove tecnologie in un nuovo sistema tecnico e lo smantellamento delle istituzioni volte alla protezione della società. Lo Stato deregolamenta, scioglie la briglia al collo dei mercati e alla regolazione attraverso la crisi, pronto a riprenderla in mano nei momenti di crisi per evitare che diventino sistemiche. Il metacapialismo, che nel periodo precedente era stato largamente confinato nei limiti nazionali, si espande su scala transnazionale” (Dockès, in Vercellone, 2006, p. 113).

 

2. I mutamenti politici internazionali

 

Un rapido cenno deve essere riservato alla situazione economica planetaria, poiché è in questa dimensione che possiamo ritrovare i fondamenti della situazione attuale. Le politiche economiche regionali, infatti, ancorché di grandi dimensioni, come possono essere quella europea o quella statunitense, subiscono gli influssi dei mutamenti economici planetari. In particolare assistiamo oggi a una profonda modificazione degli equilibri economici e politici stabiliti all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Se allora veniva definitivamente decretata la fine della supremazia europea, a favore di quella statunitense e russa, oggi, dopo l’implosione della Russia sovietica e l’emergere della Cina al rango di superpotenza globale, sono gli Stati Uniti a vedere fortemente compromesso il loro primato. L’era delle politiche statunitensi unilaterali successive al 1989 è ormai un lontano ricordo, agli Stati Uniti resta il primato militare, ma su tutti gli altri fronti è l’Impero Celeste a fare la parte del leone. Da quando la Cina ha iniziato l’apertura al libero mercato, 1979, la sua ascesa internazionale è stata ininterrotta. In una prima fase il motore del successo cinese è stato dovuto alla forte produttività del suo sistema industriale, la cosiddetta ‘fabbrica del mondo’, caratterizzato da bassi salari, scarsa attenzione alla tutela ambientale e un sistema tayloristico spinto agli estremi. Tutto ciò ha consentito alla Cina di inondare il pianeta di prodotti a costi bassissimi rispetto a quelli occidentali e, conseguentemente, di accumulare riserve di liquidità enormi, al punto da renderla il più grande possessore di titoli di stato americani, legando così a doppio filo le due economie. Nella seconda fase dell’espansione economica cinese l’attenzione dei dirigenti del partito comunista si sposta invece sulla necessità di stimolare la domanda interna, migliorare le condizioni di vita di operai e contadini, ridurre l’impatto ambientale delle grandi industrie, modificare la politica culturale ed economica estera. I primi punti determineranno un rallentamento della capacità produttiva, passata da un tasso di crescita a due cifre nel passaggio tra i due secoli al più modesto 7% attuale, mentre sul terreno della politica estera l’espansionismo cinese non ha precedenti nella storia antica e moderna. Oggi la Cina è un player finanziario mondiale, con interessi e partecipazioni in ogni parte del pianeta. Non solo è dotata di istituzioni bancarie e commerciali nazionali in grado di competere con i colossi occidentali ma si è stabilmente insediata nel commercio energetico internazionale, entrando nei Cda delle più importanti società energetiche grazie ad un potere di investimento senza paragoni nelle asfittiche economie occidentali, e nei settori strategici delle infrastrutture e delle materie prime, fondamentali per chi deve il proprio successo al commercio e alla grande industria.

Si tratta di un mutamento geopolitico epocale, paragonabile solo al declino dell’Inghilterra coloniale, in grado di rimescolare completamente le carte della politica e dell’economia internazionale. Si pensi al caso dei paesi denominati BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, e a tutti gli stati sudamericani e africani in via di sviluppo, ebbene la Cina è presente in ognuno di tali contesti, attraverso investimenti finanziari e l’impiego diretto di manodopera cinese nella costruzione di infrastrutture. È una sorta di colonialismo economico e finanziario del tutto indifferente alla politica locale, l’importante è il business, il resto non ha nessuna importanza.

L’esito di questi processi economici e politici è ancora imprevedibile, ma lo scacchiere internazionale è ormai definitivamente mutato. L’Europa, compresa la Russia, è ormai ridotta a potenza regionale, dilaniata da una disuguaglianza interna economica tra stati continentali e paesi mediterranei e dalle turbolenze del fronte orientale, dalla crisi Ucraina alla mai sopita questione balcanica. Tutto ciò rende l’espressione Unione Europea un vuoto simulacro, destinato a sbriciolarsi del tutto a seguito di un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione sulla quale Cameron ha promesso un referendum popolare; sarebbe il colpo di grazia a un’istituzione già duramente provata dall’affaire Grexit. Non meno rilevante la mancanza di una prospettiva comunitaria in politica estera, ferma com’è alla dipendenza militare dagli USA legata allo sviluppo inarrestabile della NATO anche, paradossalmente, dopo il crollo dell’URSS contro le cui mire espansionistiche era stata ideata. Già, la Russia, europea geograficamente ma in fondo mai pienamente tale, soprattutto dopo l’avvento di una nuova forma di zarismo, quella imposta da Putin (Politkovskaja, 2004), ambizioso e spregiudicato personaggio politico proveniente dai servizi segreti sovietici che ambisce a un’egemonia euroasiatica, nella speranza di ricavarsi un ruolo internazionale non solo regionale, stringendo accordi economici e militari bilaterali con Cina, Iran e anche con la Grecia o, sul piano più strettamente politico, finanziando con 9 milioni di euro il partito francese di ultra destra della discussa dinastia Le Pen.

Infine un cenno alla questione mediorientale, altro tassello fondamentale per la comprensione dello scenario planetario. L’indebolimento della pressione militare statunitense ed europea e gli errori, militari e politici, postcoloniali, hanno di fatto alimentato e poi incendiato lo scenario nordafricano e mediorientale. L’esportazione militare della democrazia in Iraq e Afghanistan, un vero paradosso, e l’imposizione di una logica nazionale di stampo europeo, come in Libia, a contesti del tutto diversi culturalmente, hanno riportato la situazione ai livelli precedenti lo scoppio della Prima guerra mondiale. Anche oggi come allora quelli che erano i possedimenti del Grande Malato d’Oriente, l’Impero Ottomano, sono in fiamme, dalle coste marocchine al Libano, dalla Siria all’Iraq. Turchia, Arabia Saudita e Iran si contendono quel che resta dell’ordinamento postcoloniale deciso a tavolino dagli europei alla fine del Secondo conflitto mondiale, mentre la questione israelo-palestinese è ormai considerata irrisolvibile e un nuovo soggetto politico, questa volta interno al mondo arabo, sparge sangue e terrore anche ben oltre i confini arabi. Unico elemento comune in questo disastroso scenario è la povertà in cui versano milioni di persone, anche quelle residenti nelle zone ricche di giacimenti petroliferi, per non parlare di quelle subsahariane, lasciate al loro destino dopo secoli di sfruttamento intensivo. In queste condizioni il fondamentalismo religioso, strumentalmente attento alle condizioni di chi si sottomette ai dettami religiosi, fiorisce senza incontrare ostacoli, attirando persino giovani adepti provenienti dal ricco e laico Occidente. La storia non si ferma e tutti i nodi prima o poi vengono al pettine, come le migliaia di persone che tentano di arrivare dalle coste nordafricane nella ricca Europa sui barconi, pagando salati compensi a scafisti senza scrupoli che non esitano a farli affogare chiusi nelle stive o, se riescono a toccare terra in Italia, Spagna o Grecia, a essere imprigionati nei centri di identificazioni e poi rinviati nei paesi di origine. Ancora una volta è bene ricordare che non si tratta affatto di un conflitto culturale o religioso, o di uno scontro di civiltà, i processi migratori di massa esprimono sempre conflitti di classe, economici, politici: si fugge dalle dittature, dalle guerre, dalla povertà.

Il ruolo dei sistemi formativi

Questa breve e dunque incompleta incursione nella situazione economico-politica internazionale consente di affrontare in una visione critica e consapevole le finalità e il funzionamento dei sistemi formativi contemporanei, in particolare di quelli europei.

In primo luogo è importate riconoscere l’indebolimento se non la fine delle politiche formative nazionali le quali, al pari di quelle economiche, sono ormai in larga misura decise a livello comunitario. I punti della politica della formazione europea sono così riassumibili:

1) la diffusione di obiettivi educativi comuni a tutti gli stati nazionali, attraverso le Raccomandazioni europee in ambito formativo, consistenti in una serie di competenze ritenute essenziali per lo sviluppo economico e sociale, in particolare quelle inerenti il pensiero logico-scientifico e l’apprendimento di almeno due lingue comunitarie;

2) l’individuazione di standard di apprendimento e di qualità dell’istruzione misurati anche attraverso la somministrazione di prove oggettive simili in tutto il continente e attraverso l’assunzione di protocolli in grado di valutare la qualità dei processi didattici;

3) la diffusione della mobilità di studenti e docenti nell’area euro e non solo;

4) lo sviluppo di processi di ricerca internazionali nell’ambito della formazione;

5) la diffusione, anche negli stati tradizionalmente più centralistici, dell’autonomia formativa;

6) la diffusione della formazione universitaria per i docenti di ogni ordine di scuola;

7) l’attenzione al rapporto tra mondo del lavoro e sistema formativo, in particolare tramite il potenziamento dell’orientamento formativo e dell’apprendistato (1).

Questi, e molti altri, gli indirizzi principali di un fenomeno impensabile solo qualche decina di anni fa: la costruzione di una politica della formazione comunitaria. Un‘utopia? Forse; tutto dipende dal seguito che tali intenzioni politiche avranno sui contesti educativi reali e così il discorso slitta sulla questione propriamente didattica. È necessario un cambiamento paradigmatico non più solo programmatico, come auspica da tempo E. Morin, ripreso in Italia da M. Baldacci (2006). Il paradigma che possiamo definire dell’industria della formazione, quello tipico del dopoguerra, con un segmento di base per l’alfabetizzazione strumentale, un ordine secondario per la formazione liceale e professionale e l’istruzione universitaria destinata alla ricerca e alle professioni più redditizie è ormai imploso. I mutamenti economici e politici prima accennati lo hanno reso obsoleto e improduttivo. Il sistema produttivo contemporaneo non garantisce più un lavoro per tutta la vita ma richiede manodopera disposta a mutare, spesso radicalmente, il proprio profilo professionale; l’ingresso e l’uscita dal mondo del lavoro si posticipano, le attitudini verso un solo campo professionale possono risultare un limite sui tempi lunghi, gli aspetti relazionali diventano sempre più rilevanti soprattutto nelle occupazioni più redditizie. Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente nelle dinamiche interne al sistema parentale; “Il procrastinarsi nella famiglia della dipendenza economica dei figli dai genitori ha avuto realmente degli effetti nefasti per le generazioni più recenti di giovani adulti. Tale dipendenza ha inevitabilmente assunto connotati patologici; il che significa, tradotto in riscontri clinici, un allentamento del senso si separatezza tra figli e genitori, un maggiore senso di impotenza e di rabbia reciproco, una fuga verso uno stato mentale di deresponsabilizzazione, di marca per molti versi adolescenziale, nei figli, con il risultato di un’alterazione del vissuto della prospettiva temporale nelle giovani generazioni” (Fratini, 2013, p. 85).

Anche dal punto di vista non strettamente occupazionale è auspicabile un mutamento paradigmatico nell’organizzazione dei sistemi formativi; la vita quotidiana tende a diventare sempre più impegnativa per il singolo cittadino, che necessita di un livello sempre più elevato di formazione di base, non finalizzato immediatamente all’occupazione ma indispensabile per interpretare e gestire le tante incombenze quotidiane che altrimenti sono destinate a generare ansia e/o sentimenti di inadeguatezza. Non meno rilevante, la necessità di formare dei cittadini in grado di decifrare criticamente le tante stimolazioni provenienti dall’industria culturale e dei consumi di massa, che altrimenti rischia di trasformarsi in industria della coscienza, un apparato in grado di formare completamente, sia dal punto di vista cognitivo che emotivo, il cittadino-spettatore-consumatore. Ma cosa intendiamo precisamente con mutamento paradigmatico dei sistemi formativi? In primo luogo un mutamento globale, non dei singoli settori ma dell’intero sistema e, in particolare, delle relazioni con l’ambiente extrascolastico.

 

3. I servizi per l’infanzia

 

Il periodo prescolare è un tassello fondamentale della formazione europea, in particolare di quella italiana, con più del 90% dei bambini di età compresa tra gli zero e i sei anni frequentanti nidi educativi e scuole dell’infanzia. I fattori specifici di questo delicato momento educativo sono principalmente due: lo sviluppo delle abilità di autoregolazione e delle competenze spontanee o emergenti (2). Le prime rappresentano le basi per lo sviluppo dell’autonomia e dell’identità personali, due dimensioni che non possono essere più considerate come elementi statici della personalità bensì come fattori dinamici dello sviluppo. Autonomia e identità non come espressione di onnipotenza narcisistica nei confronti del mondo e dell’altro ma come variabili relative ai contesti di vita quotidiana, nei quali entrambe le dimensioni mutano in relazione ai mutamenti di status, ruolo e posizione occupati di volta in volta dal soggetto. Un conto è essere autonomi a scuola, in famiglia, nel gruppo amicale così come è diversa la percezione della propria identità nel rapporto con i genitori, gli insegnanti, gli amici, ecc.

Le competenze emergenti o spontanee invece riguardano il complesso intreccio che lega i bambini contemporanei alle tante stimolazioni provenienti dall’ambiente culturale nel quale vivono, competenze nella letto-scrittura, logico-matematiche, storiche, naturalistiche, ecc. Fermo restando il primato delle attività ludiche, si tratta di organizzare tali preconoscenze in forma critica e consapevole, altrimenti il rischio che si corre è quello di lasciare i bambini in balia di tali stimolazioni, e di utilizzarle per avviare quel processo di apprendimento di conoscenze e competenze formali, disgiunte dalle stimolazioni dell’industria culturale, che poi caratterizzerà l’intero percorso di istruzione successivo. Sul piano dell’organizzazione dei curricoli per la fascia 0/6 l’Europa e, come già accennato, in particolare l’Italia, non temono concorrenti, tuttavia è bene registrare un dato che invece spesso si trascura. La qualità della formazione infantile è dovuta non solo alla qualità delle proposte didattiche e dell’organizzazione dei contesti educativi ma anche e soprattutto alla qualità delle relazioni parentali e qui è necessaria una precisazione. Se l’educazione prescolastica svolge un ruolo esclusivamente assistenziale, ancorché di qualità, il suo valore educativo diminuisce anzi, tende a trasformarsi in una variabile in grado di segnare in modo negativo l’esperienza scolastica successiva. In particolare è necessario trovare un equilibrio tra i tempi dedicati alle relazioni parentali e i tempi trascorsi all’interno dell’istituzione educativa. Stiamo, infatti, trattando di bambini molto piccoli, che necessitano di tempi adeguati per sviluppare in modo armonico la propria personalità e in questo il rapporto con i genitori resta fondamentale. Non a caso in molti contesti nazionali nordeuropei da alcuni anni si preferisce incentivare, accanto alla disseminazione di nidi e scuola dell’infanzia, anche l’astensione dal lavoro di entrambi i genitori nei primi tre anni di vita dei bambini, cercando di raggiungere un equilibrio tra esigenze degli adulti e diritti dei bambini. Ecco che si presenta subito l’importanza del fattore economico; per assicurare un servizio educativo infantile di qualità è necessario disporre di un welfare state in grado di assicurare un reddito ai genitori in astensione dal lavoro nei primi anni di vita del bambino, proprio quel welfare state che a seguito della crisi economica descritta in apertura è stato selvaggiamente tagliato in buona parte dei paesi più colpiti dalla crisi, al punto che anche in Italia è ormai un problema assentarsi anche un solo giorno del lavoro per accudire i propri figli oppure non c’è disponibilità di strutture educative o ancora le famiglie non hanno i soldi necessari a pagare le rette, sempre più costose, dei nidi comunali o delle scuole dell’infanzia private, confessionali o laiche.

La ricca tradizione pedagogica europea in merito all’educazione infantile rischia così di disperdersi a causa di fattori economici esogeni al sistema formativo, derivanti da scelte politiche operate in una logica di austerità che in questi ultimi sette anni non ha fatto che aumentare le disuguaglianze economiche e sociali.

 

4. La scuola primaria

 

La scuola di base o primaria, in Italia detta primo ciclo di istruzione, del tutto svincolata da urgenze occupazionali dirette, rappresenta quel lungo periodo, finalizzato all’avviamento delle conoscenze disciplinari e alla formazione di abitudini mentali, atteggiamenti e comportamenti duraturi necessari all’integrazione consapevole di ogni alunno nella società. Anche in questo caso il cambiamento richiesto è paradigmatico e programmatico insieme; non solo è necessario intervenire nell’ambito dell’organizzazione curricolare, scardinando l’organizzazione per classi chiuse per favorire quella per laboratori ma è altrettanto necessario aggiornare i contenuti dell’insegnamento alla situazione sociale contemporanea, mettendo la specie e le altre forme di vita al centro del curricolo e alternando riferimenti locali a sguardi planetari. Ancora una volta dobbiamo guardare all’esterno della scuola per capirne le esigenze. L’aggiornamento dell’organizzazione, dei contenuti e delle metodologie dell’insegnamento, un’urgenza anche per il secondo ciclo di istruzione, non rappresenta solo una questione interna ai sistemi formativi; indipendentemente dalle proposte scolastiche, infatti, i bambini entrano precocemente in contatto con le dimensioni culturali extralocali, sovranazionali, per esempio attraverso i fumetti o la musica o le tante trasmissioni televisive per l’infanzia che affollano i canali dedicati alla scuola e all’intrattenimento infantile. Purtroppo però, a parte alcune lodevoli eccezioni, si tratta di proposte che tendono a trasferire pregiudizi culturali oggi ampiamente presenti nella cultura di massa: xenofobia, sessismo, indifferenza se non ostilità e paura per le altre forme di vita. In altre parole, mentre il curricolo interno alla scuola rischia di fossilizzarsi quello esterno si adegua velocemente ai mutamenti sociali contemporanei con il rischio di trasmettere pregiudizi anziché conoscenze critiche e fondate; questa situazione modifica profondamente il ruolo della scuola: “Per acquisire singole competenze tecniche e ben delimitate non c’è bisogno dei contesti scolastici. Lo può notare chiunque abbia a che fare con le performance informatiche o musicali di molti adolescenti. Ma, proprio per questo, alla scuola e all’università spetta un compito, enorme, di natura differente: il compito di filtrare e di interconnettere molteplici esperienze eterogenee, squilibrate” (Bocchi & Ceruti, 2004, p. 2).

 

5. L’istruzione secondaria

 

Il nodo fondamentale da sciogliere in merito all’istruzione secondaria può essere così definito: quando è utile optare per una specializzazione curricolare? L’esempio tedesco suona in questo frangente come luogo comune; è noto, infatti, che nelle scuole tedesche, peraltro molto diversificate in chiave locale, la scelta del corso di studi è molto precoce e proprio questo elemento è spesso indicato come l’elemento determinante del successo economico germanico. In realtà la questione è molto più complessa, la verità è che la Germania ha provveduto a riformare il proprio sistema produttivo ben prima dello scoppio della crisi economica in modo tale da favorire l’occupazione quasi totale dei suoi cittadini, ma si dimentica spesso che si tratta di un’occupazione molto particolare i cosiddetti mini-Job, con salari molto bassi compensati dall’intervento dei Comuni e dalle tante agevolazioni assicurate dall’assistenza statale, dalla gratuità delle spese mediche alle facilitazioni per gli affitti, alle innumerevoli occasioni formative gratuite e, per i non occupati, obbligatorie. Insomma ancora una volta è il welfare state a fare la differenza tra paesi virtuosi e paesi con alti tassi di disoccupazione. Non dimentichiamo poi che il successo economico tedesco non è dovuto alla ripresa della domanda interna, ma all’attivo della bilancia economica con l’estero, in primis con gli altri stati della zona euro, poi con Russia e Cina. Inoltre la specializzazione precoce poteva avere una ricaduta positiva ai tempi del capitalismo industriale, almeno fino ai primi anni Ottanta del Novecento, ma con la progressiva riduzione dell’occupazione a tempo indeterminato, abbiamo già visto come per il lavoratore diventi molto più importante essere in grado di adattarsi a un mondo del lavoro ormai perennemente in trasformazione. Precarietà e flessibilità occupazionali sono dettate dalla nuova configurazione del sistema produttivo tardo industriale, caratterizzato dalla produzione di merci sempre nuove per un mercato ormai saturo e volatile come quello occidentale e soprattutto esposto alla concorrenza dei paesi emergenti. In assenza di opportune politiche di sostegno alle famiglie e ai giovani, esse possono rivelarsi elementi fatali per il benessere e la coesione sociale mentre opportunamente gestite, controllate e disciplinate, potrebbero addirittura trasformarsi in un motivo di profondo rinnovamento sociale. La possibilità di cambiare professione all’interno di un ciclo di vita sempre più lungo potrebbe, infatti, costituire un motivo di benessere mentre nelle condizioni attuali, nei paesi in difficoltà economica che hanno tagliato lo stato sociale, costituisce spesso un trauma con effetti individuali e sociali devastanti.

Ad ogni modo l’istruzione secondaria e ancora di più quella terziaria non possono eludere la questione del rinnovamento organizzativo e curricolare, soprattutto in Italia, dove la scuola secondaria nonostante alcuni ritocchi di facciata, tra cui spiccano l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino al biennio di scuola secondaria e il rinnovamento delle Indicazioni nazionali per i curricoli liceali, tecnici e professionali, sembra non avere minimamente scalfito l’impianto gentiliano del 1923. Lo confermano i forti tassi di dispersione scolastica che si concentrano nel passaggio dalla scuola del primo ciclo a quella del secondo ciclo e al termine del primo anno di scuola secondaria di secondo grado, non solo nei licei ma anche nell’istruzione professionale, dati che testimoniano lo strappo tra istruzione di base e formazione secondaria. E così arriviamo alla questione del rinnovamento organizzativo e curricolare dell’istruzione secondaria che di fatto è rimasta la scuola dell’insegnamento disciplinare tradizionale, nella quale i docenti non sono tanto responsabili dei gruppi di alunni ma soprattutto degli insegnamenti disciplinari.

Mentre nella scuola dell’infanzia e nella scuola del primo ciclo i docenti sono soprattutto attenti e responsabili del successo formativo di un gruppo definito di alunni, non solo nell’ambito degli apprendimenti disciplinari ma anche in quello delle relazioni sociali, nella scuola secondaria il singolo docente è, per motivi culturali e organizzativi, prioritariamente legato all’insegnamento della disciplina. Si tratta dunque di trovare un giusto equilibrio tra responsabilità degli apprendimenti disciplinari e responsabilità della gestione del gruppo classe, del rendimento e del comportamento dei singoli alunni. L’idea di elaborare progetti didattici personalizzati introdotta in Italia dalle Indicazioni per tutti gli ordini di scuola è assolutamente condivisibile, ma può essere realizzata solo all’interno di un contesto educativo organizzato in modo da consentire ai docenti di occuparsi di piccoli gruppi di alunni per tempi sufficientemente lunghi da potere attivare interazioni pedagogiche e didattiche significative. Il modello di istruzione secondaria ‘a pettine’ nel quale uno stesso docente insegna la propria disciplina in forma individuale in numerose classi di alunni è ormai del tutto inadeguato, la successione degli insegnamenti disciplinari secondo un rigido orario giornaliero caratterizzato dalla successione di lezioni del tutto scollegate tra loro non è compatibile con una didattica personalizzata e interdisciplinare. Se lo scopo principale dell’istruzione secondaria è quello di formare una solida cultura disciplinare, all’altezza del contesto culturale attuale, e di aiutare a formulare, almeno a grandi linee, un progetto di vita da parte degli studenti, è necessario organizzare il curricolo per gruppi di lavoro fissi e mobili intorno a tematiche affrontabili da più punti di vista disciplinari e soprattutto attente ai mutamenti culturali contemporanei; “La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l’infermità cognitiva. L’era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale […] In effetti vi è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra, da una parte, i nostri saperi disgiunti, frazionati, compartimentati e, dall’altra, realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari” (Morin, 2001, p. 35).

 

6. L’istruzione terziaria

 

L’istruzione terziaria ha conosciuto in Europa una rapida espansione a partire dalla seconda metà del Novecento, sebbene con ritmi diversi tra i vari paesi. Essa si differenzia nell’istruzione professionale post-obbligatoria, spesso gestita da istituzioni locali pubbliche e/o private e nell’istruzione universitaria. Nel primo caso risulta fondamentale la pratica dell’apprendistato e della continuità scuola-lavoro, per consentire ai ragazzi di sperimentare un primo ingresso guidato nel mondo del lavoro e apprendere quelle competenze professionali che possono essere apprese solo all’interno di contesti lavorativi opportunamente organizzati in chiave pedagogica e didattica, con il coinvolgimento di tutor formativi impegnati nell’elaborazione, insieme a ragazzi, scuola e imprese, dei progetti didattici personalizzati. Per quanto riguarda l’istruzione universitaria è utile qualche precisazione iniziale. Nel giro di pochi anni, la formazione universitaria ha subito un processo di secondarizzazione, assumendosi la responsabilità della formazione di tutta una serie di profili professionali un tempo a carico dell’istruzione secondaria, dagli infermieri agli educatori per l’infanzia, dalle tante professioni legate al mondo della cultura agli esperti in scienze motorie. Tale processo comporta uno slittamento verso l’alto, le lauree magistrali e i dottorati di ricerca, dell’istruzione universitaria orientata alla ricerca, alla produzione di cultura e alla preparazione delle professioni più esclusive e redditizie. Il rischio insito in questo modello è quello di riproporre, in modo ancora più accentuato, la distinzione tra istruzione professionale, ancorché di natura universitaria, e istruzione di eccellenza, orientata alla ricerca e all’analisi dei contesti culturali contemporanei. Come per gli ordini di istruzione trattati in precedenza risultano fondamentali i fattori politici ed economici. L’aumento vertiginoso delle tasse universitarie, la riduzione drastica dei servizi gratuiti per gli studenti, alloggio, mensa, mobilità, sono di certo in grado di assecondare i programmi di austerità economica per drenare risorse necessarie a colmare le voragini provocate dalla corruzione e dalla inettitudine dei politici locali e nazionali, ma il conto che tali scelte comportano sui tempi lunghi può essere molto salato. A tal fine consideriamo le previsioni del Cedefop, Centro europeo per lo sviluppo e la formazione professionale, sullo sviluppo del mercato del lavoro italiano. Il tasso di occupazione tornerà ai livelli precedenti la crisi (2008) solo nel 2020 e crescerà almeno fino al 2025 (3). Interessante però l’analisi settoriale della prevista ripresa occupazionale, essa interesserà soprattutto il settore dei servizi, in particolare quelli finanziari e quelli legati alla distribuzione e ai trasporti; stabili i comparti edili e manifatturieri, in calo l’agricoltura. In questa nuova configurazione del mercato del lavoro crescerà la domanda di personale con qualifiche medio-alte, in particolare di tecnici esperti nelle scienze applicate, economia, medicina, ingegneria, ma anche in quelle sociali e artistiche. Dovrebbe rispondere a questa domanda l’offerta formativa delle attuali lauree magistrali, dei master e dei dottorati di ricerca, purché l’impianto didattico universitario riesca velocemente a modificarsi affiancando l’insegnamento tradizionale con moduli formativi sperimentali in grado di facilitare la trasformazione delle conoscenze in competenze professionali. In questo senso si collocano le tante esperienze di sostegno e formazione all’impresa, comprese le start-up, che ridefiniscono profondamente il rapporto tra università e sistema produttivo. La prima tende a diventare non solo un bacino di forza lavoro qualificata ma anche un luogo di apprendimento e formazione per le aziende, che in tempo di crisi non possono permettersi gli alti costi legati all’innovazione e alla ricerca. Questo mutamento è particolarmente importante in Italia, dove predominano la piccola e la media impresa, tradizionalmente restìe a investire grandi risorse nell’innovazione mentre le grandi aziende hanno in genere un settore interno dedicato alla formazione continua del personale e alla ricerca (11).

Verso un curricolo evolutivo

Dall’analisi del rapporto tra i mutamenti economici, sociali e produttivi e il funzionamento dei sistemi formativi, emerge la necessità speculare di attivare, dal lato del sistema produttivo, nuove politiche industriali ed economiche di ampio respiro alternative a quelle elaborate in termini di austerità, dal lato del sistema formativo, delle politiche dell’educazione in grado di rinnovare un impianto organizzativo ormai obsoleto, elaborato nell’era del capitalismo industriale novecentesco. Soffermandoci su questo secondo punto è importante sottolineare la necessità di superare l’idea di un curricolo rigidamente separato in ordini e gradi, nel quale ci si limita ad applicare i Programmi o le Indicazioni nazionali. Lo scenario macroeconomico dimostra la necessità di formare uomini e donne fortemente istruiti ma non eccessivamente e precocemente specializzati per rispondere alla progressiva e perenne richiesta di mutamento professionale espressa dal sistema produttivo contemporaneo; lo scenario politico internazionale evidenzia invece l’importanza di formare cittadini ancorati sì alle dimensioni culturali locali, siano esse nazionali e/o continentali, ma capace di collocarsi criticamente nelle dinamiche culturali planetarie per evitare il ripetersi, questa volta su scala ancora più grande, degli errori novecenteschi.

Queste esigenze potrebbero essere soddisfatte da un impianto curricolare evolutivo, che non si modifica nel tempo in base ai passaggi istituzionali bensì in relazione alle esigenze e alle caratteristiche degli alunni e del contesto sociale e culturale esterno alle scuole. La scuola dell’autonomia potrebbe rappresentare lo strumento adatto alla realizzazione di curricoli evolutivi sebbene il rischio di trasformare l’autonomia scolastica in un’ennesima trovata politica di stampo neoliberista non siano poche. Se le scuole e le università autonome trasformeranno la loro autonomia in uno strumento di competizione e conflitto per accaparrarsi risorse in un contesto economico e sociale caratterizzato da politiche restrittive, allora la distribuzione della conoscenza e della cultura ritornerà a diffondersi su base censuaria. Se invece, in un contesto caratterizzato dalla ripresa de politiche economiche e della formazione espansive, l’autonomia consentirà lo sviluppo su base solidale di curricoli evolutivi, allora la possibilità di formare attraverso l’istruzione le competenze professionali e il senso di cittadinanza in chiave planetaria può veramente rappresentare un obiettivo a portata di mano.

 

Note

 

(1) Sulle politiche della formazione europee, cfr., Franceschini & Russo, 2011; Capperucci, 2013.

(2) Sull’organizzazione dei servizi per l’infanzia in Europa, cfr., Franceschini & Borin, 2014, pp. 21-46.

(3) L’Istat con una nota del 31 marzo 2015 fotografa la situazione italiana: 12,7% il tasso di disoccupazione (14,1% per le donne e 11,7% per gli uomini), la disoccupazione giovanile, 42,6% gli italiani tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro, è il doppio di quella nella zona euro (22%).

(4) Sulla condizione delle imprese italiane cfr. Brancati, 2015.

 

Bibliografia

 

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