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Un futuro liquido per giovani postmoderni?
di Furio Pesci   

I giovani sembrano oggi soffrire della fragilità della loro prospettiva futura e della mancanza di “sicurezza” sul proprio destino a lungo termine.

Gli aspetti negativi presenti in questa situazione possono essere riconosciuti attraverso un'analisi critica degli eventi che li hanno determinati. Questi cambiamenti hanno avuto principalmente motivazioni economiche; l'articolo si basa su alcune celebri analisi al riguardo per una più specifica riflessione pedagogica sulla condizione giovanile contemporanea. Le trasformazioni che studiosi come Bauman hanno proposto per mettere fine alla disgregazione sociale derivante dalle politiche neoliberistiche sono la conseguenza pratica dell'analisi della società e della vita “liquida” postmoderne.

 

L'avvento dell'epoca postmoderna è coinciso con la crisi del capitalismo occidentale negli anni Settanta. Lo sviluppo iniziato circa trent'anni prima si fermò a causa della crisi del modello fordista di produzione, la saturazione dei mercati e le prime speculazioni finanziarie. Secondo alcuni analisti la stessa crisi economica iniziata nel 2007 in corso ha le sue origini in ciò che avvenne quarant'anni fa circa.

La risposta politica ed economica alla crisi è stata il neoliberismo, una teoria che pone la riduzione del debito pubblico e della spesa sociale, insieme al maggior ampliamento possibile della libertà d'azione degli imprenditori, come condizioni necessarie della crescita economica. L'applicazione attuale delle ricette neoliberistiche in tutto il mondo non sembra portare i risultati sperati; molti dati e ricerche indicano un impoverimento complessivo di nazioni intere e, soprattutto, una diffusa precarietà delle giovani generazioni.

Una prospettiva pedagogica che punti a mettere in discussione l'attuale modello di relazioni economiche e sociali e che proponga soluzioni come il reddito minimo, o di cittadinanza, può contribuire a trovare soluzioni per superare la crisi e porre basi più solide per il futuro dei giovani. La teoria dell'educazione e le pratiche educative potrebbero risultare, attraverso questi stessi cambiamenti, più efficaci.

 

Contemporary youth seems to suffer from the weakness of its future and the lack of "safety" on its long-term fate. The negative aspects of such a situation have to be recognized through a critical analysis of the events that have determined it. Such changes have had mainly economic motivations; this article is based on some famous analysis about a more specific context for pedagogical reflection on youth today. The transformations that scholars like Bauman proposed to put an end to the social disruption caused by the neoliberistic policies are the practical consequences in the analysis of the so-called “liquid” society and life in Postmodern times.

The advent of Postmodernity coincided with the crisis of Western capitalism in the Seventies. The  economic development, which started about thirty years before, ceased because of the crisis of the Fordist model of production, the market saturation and the beginning of contemporary financial speculation. According to some analysts the same economic crisis that began in 2007 had its origins in what happened about fourty years ago.

The political and economic response to that crisis has been neoliberalism, a theory that places the reduction of the public debt and social spending, along with the largest freedom of action for entrepreneurs, as the necessary conditions for economic growth. The current application of the neoliberistic prescriptions worldwide does not seem to bring the desired effects; many findings suggest an overall impoverishment of entire nations and, above all, a widespread condition of precariousness for all youth.

A pedagogical perspective, aiming at challenging the current model of economic and social, relations suggests measures such as the so-called “minimum income” (or “basic income”), in order to find useful solutions to overcome the actual crisis and to put a more solid basis for the future of young people. The theory of education and the educational practices may be more effective through these very changes.

 

1. La “perdita” del futuro

 

Quella che si potrebbe chiamare la “perdita del futuro” (con molte variazioni di forma – come, per esempio, lo stesso termine “defuturizzazione” -, ma indicando sostanzialmente lo stesso fenomeno) è un elemento costitutivo della condizione contemporanea, analizzato con minuzia dai maggiori studiosi della postmodernità, in particolare dal celebre sociologo Zygmunt Bauman (tra i suoi numerosi interventi al riguardo, cfr., almeno, Bauman, 2005; Bauman, 2007) .

Bauman sostiene che l'uomo postmoderno, ovvero, per usare un'espressione famosa da lui coniata, l'uomo “liquido”, non è più in grado di esercitare un controllo sulla propria vita, né tantomeno di esercitare un'influenza sugli avvenimenti che interessano la società nel suo complesso. Si potrebbe certamente domandare se questo controllo sia mai stato effettivo in epoche precedenti, ma le osservazioni di Bauman per quanto riguarda la nostra epoca appaiono comunque fondate.

D'altra parte, il pessimismo che pervade l'analisi del celebre sociologo polacco è suffragato in primo luogo da quella che può essere l'esperienza quotidiana di ciascuno di noi; per spiegare la situazione odierna, talvolta, si osserva che persino gli Stati non sono più in grado di esercitare un controllo sulla propria situazione, condizionati come sono al presente da una miriade di variabili che sfuggono a qualsiasi programmazione (Arrighi & Silver, 1999; Bauman, 1998).

Se ciò vale per gli organismi sociali apparentemente più potenti, a maggior ragione si può constatare la perdita del controllo sulla propria esistenza da parte dei singoli individui. Nessun uomo è in grado di affermare con sicurezza assoluta ciò che lo attende nel futuro; talvolta questa condizione è stata persino teorizzata come positiva, nel senso che il cambiamento delle prospettive esistenziali sarebbe in grado di produrre effetti benefici nella vita delle persone, ma questa interpretazione della condizione esistenziale contemporanea lascia perplessi.

Le giovani generazioni, soprattutto, appaiono colpite dalla “defuturizzazione” in atto nella società contemporanea. Il contesto entro il quale si sta determinando il fenomeno è la società globalizzata; ed è la stessa globalizzazione ad accentuare la perdita del futuro, nel senso almeno che essa è legata ad un più ampio fenomeno di disorientamento identitario che genera la problematicità del tempo vissuto e la mancanza di orientamento nella prospettiva futura.

Già nel periodo del cosiddetto boom economico si erano manifestate problematiche sociali analoghe a quelle dei giorni nostri; per esempio, è in quegli anni (da cui ci separa ormai oltre mezzo secolo) che si constata il “vuoto” esistenziale nei giovani di tutto l'Occidente, a cui darà voce a suo modo una cultura fatta di prodotti di consumo (musica, soprattutto) di scarsa consistenza artistica, ma comunque significativi per il loro valore di testimonianza di una condizione e di un atteggiamento diffusi (cfr. Frankl, 1959).

Le folle di giovani che oggi popolano le discoteche o i rave non sono molto dissimili dai giovani di mezzo secolo fa; l'uso delle droghe (ovviamente, anch'esse cambiate con il “progredire” delle tecniche di lavorazione) è analogo – ciò che è, semmai, cambiato, e profondamente, è il rapporto tra pubblico e privato nella vita di ciascuno; un atteggiamento intimistico, ma in realtà si dovrebbe dire piuttosto individualistico, sorretto dall'uso di massa delle tecnologie digitali, dilaga ormai tra tutte le generazioni, specialmente le più giovani, meno difese di fronte all'insidia di quello che Frankl, alcuni decenni fa, cominciò a chiamare “vuoto” esistenziale (cfr. Frankl, 1980).

La società individualizzata di cui ancora parla Bauman (cfr. soprattutto Bauman, 2001a; Bauman, 2001b) è tipicamente quella dei giovani adulti e degli adolescenti, nativi digitali, come si suol dire, ma non tanto nel senso che possiedono particolari competenze in ambito informatico e telematico, quanto piuttosto nel senso che la loro vita di relazione passa attraverso i social network e altri strumenti tecnologici che ampliano il mondo disponibile nella dimensione virtuale a discapito di quella reale.

L'esito di questa trasformazione è la perdita o l'indebolimento delle relazioni umane, sempre più fragili e aleatorie, soggette ad una sorta di serializzazione governata dalle regole degli stessi network; l'ironia amara di Bauman a proposito delle trasformazioni di significato che ha subito la parola “amico” da quando si è cominciato ad usarla anche per indicare i contatti nei social (Bauman, 2004) è emblematica a questo riguardo.

Tutto ciò influenza la prospettiva esistenziale dei giovani, rendendola quanto mai debole, percepita dagli stessi interessati come priva di un centro, in balia degli eventi, senza che si possa stabilire e conservare saldamente il carattere delle scelte fondamentali che la rendono ciò che è. Se oggi è diffuso un modo di concepire l'uomo come un essere amorfo e privo di senso, ciò si deve a questa situazione. La diffusione nella letteratura e nelle arti del cosiddetto minimalismo è un fenomeno coerente con la condizione postmoderna e significativo anche sul piano della paideia contemporanea.

 

2. Le radici economiche del malessere

 

La prospettiva del lavoro flessibile, la rarefazione del lavoro in generale, l'impossibilità pratica di coltivare progetti d'ampio respiro che implichino una lunga durata, hanno posto davanti ai giovani d'oggi un'alternativa radicale tra una vita impegnata ed una disimpegnata, talvolta tra una cupa disperazione ed una nuova visione della vita all'insegna del gioco e del rischio. I giovani, non senza una logica comprensibile, scelgono spesso la seconda, sulla base della sua paradossale ragionevolezza.

Esattamente come, in ambito economico, avviene il fenomeno, solo in apparenza sorprendente, di un aumento delle spese di scarsa consistenza nei momenti di crisi, in cui le persone non riescono a mettere da parte i soldi necessari per quelle di maggiore impegno, così, in ambito esistenziale si assiste (almeno così sembra) alla messa tra parentesi delle grandi scelte (l'amore, la famiglia, il lavoro durevole, ecc.) in una situazione che oggettivamente lascia spazio solo a situazioni e ad impegni a breve termine.

Anche le persone finiscono per essere “trattate” così; basta osservare quanto accade nell'ambito economico-produttivo, in cui la logica della trasformazione continua, spesso coincidente con l'innovazione, domina i cicli produttivi e il destino delle persone, considerate semplicemente come produttori o come consumatori ( o come un miscuglio di entrambi – la condizione ideale per vivere nella società individualizzata).

Il tono di queste considerazioni non è moralistico, a meno che non si definisca tale lo stesso sguardo critico di Bauman sulla postmodernità (Bauman, 1992a; Bauman, 1995). L'ancoraggio ad una considerazione dell'aspetto economico e strutturale della condizione esistenziale odierna permette di evitare qualsiasi rischio a questo riguardo. Forse, sarebbe bene ricuperare i dati che alcune organizzazioni sindacali internazionali hanno elaborato in occasione di manifestazioni concomitanti con i grandi summit istituzionali di questi ultimi anni, dal G8 alle conferenze della FAO, ecc. (si possono confrontare al riguardo, tra le molte disponibili, le opere di Harvey, 2007; Arriola & Vasapollo, 2005; Vasapollo, 2013).

Ciò che emerge da quelle analisi è che, ad un mondo di povertà, diffuso nella gran parte del pianeta e che domina interi continenti, corrisponde un “altro” mondo caratterizzato addirittura da un'opulenza ostentata e relativamente diffusa; ma in entrambi i casi le aspettative sulla vita e gli atteggiamenti di fondo verso di essa appaiono all'insegna della precarietà e della frammentazione. La metafora della frammentazione è, in effetti, uno degli elementi a cui Bauman riserva più spazio nella sua critica dell'attitudine postmoderna, come indica lo stesso titolo di una delle sue opere più celebri (Bauman, 1995). Anche la stessa “defuturizzazione” della vita e dell'esperienza rientra in questa complessiva frammentazione che sembra rendere la vita niente di più che una sorta di “collezione” di esperienze, il cui orizzonte è chiuso nei limiti di una prospettiva assai corta.

In questa contraddizione si insinua la consapevolezza che la possibilità del fallimento è sempre dietro l'angolo e la vita comincia ad apparire una grande fatica, in cui la maniera migliore per affrontare lo stress è darsi da fare il più possibile per il sostentamento e l'affermazione personali, riservando la quota più ampia possibile al tempo libero e alle passioni. La prospettiva dell'individualismo si afferma in questo modo, attraverso le intime contraddizioni del mondo adulto.

Occorre, allora, verificare quali eventi abbiano determinato questa condizione.

 

3. Dal Welfare al neoliberismo

 

Dalle analisi degli storici dell'economia emerge una dinamica peculiare del capitalismo, come sostiene Fernand Braudel (Braudel, 1985; si possono confrontare, a sostegno della tesi del grande studioso, le documentatissime storie economico-sociali di Leon, 1997 e di Bairoch, 1977), per cui esisterebbe una concezione ciclica del processo economico produttivo e, ogni cinquanta-sessant'anni circa, si può dire che si completi una sorta di parabola. Noi ci troviamo nel punto più basso di questa parabola, che include tutto il periodo dagli anni Cinquanta fino ad oggi. In particolare, si può parlare di crisi proprio a partire dal momento in cui finì il cosiddetto boom economico.

Alla prosperità economica, in quel periodo, si accompagnò anche un'armonia sociale che non ha molti precedenti nella storia, perché gli interessi contrastanti di lavoratori e imprenditori trovarono una conciliazione attraverso la contrattualizzazione periodicamente aggiornata dei rapporti di lavoro e di produzione. La condizione di queste profonde trasformazioni, vantaggiose per tutti i lavoratori fu l'aumento, in quegli stessi anni, della produzione, costantemente in crescita in un mercato che si espandeva, ed una fetta consistente di profitti potè essere ridistribuita sotto forma di garanzie sociali,  in particolare di stabilità dei posti di lavoro, e di servizi.

Gli anni Sessanta furono un decennio sotto molteplici aspetti sconvolgente per l'Italia e per tutta l'Europa occidentale. Il periodo d'oro degli anni Cinquanta e Sessanta è caratterizzato dalla diffusione di nuove pratiche di vita, dall'uso di nuovi oggetti, come le automobili, il frigorifero, dalla diffusione di nuovi costumi (per esempio, cominciò allora la consuetudine estiva delle vacanze di massa, una pratica limitata agli strati più abbienti della popolazione fino agli anni precedenti la seconda guerra mondiale ed ora, invece, diffusa tra tutti gli strati sociali).

Il grande sviluppo economico finisce, tuttavia, alla metà degli anni Settanta, perché lo sviluppo economico si ferma; al grande potenziale produttivo raggiunto dall'Europa e dagli Stati Uniti non corrisponde più una dinamica di crescita dei mercati, ormai saturi: il più importante mercato, quello  dell'automobile, si satura già all'inizio del decennio, così come quello dei grandi elettrodomestici e della televisione. È, peraltro, questo periodo che segna la nascita della pratica, ormai diffusa ovunque, di creare nuovi oggetti attraverso l'innovazione tecnologica per creare nuovi mercati; si cerca, così, di spingere i consumatori ad acquistare qualcosa di diverso da ciò che già possiedono per sostituirlo. Le variazioni tecnologiche sono determinate dalla speranza di creare questi nuovi mercati, laddove quelli  tradizionali si saturano (si pensi ai telefonini che incorporano funzionalità tipiche del computer).

Si arriva ad una situazione paradossale: chi tra i consumatori tende ad atteggiamenti conservatori danneggia sostanzialmente un sistema che richiede invece la continua crescita dei consumi attraverso bisogni indotti dall'innovazione tecnologica. A metà degli anni Settanta, inoltre, si affacciano fenomeni che conosciamo bene, ormai, oggi: la speculazione monetaria, quella finanziaria e quella sulle materie prime, insieme ad aspre guerre commerciali combattute a suon di ritorsioni economiche riguardanti soprattutto la circolazione delle materie prime.

Il sistema che aveva retto tanto bene l'economia, grazie agli investimenti degli Stati occidentali, e l'aveva portata ad uno sviluppo eccezionale, si blocca e comincia una recessione prolungata che mette in evidenza la necessità, secondo alcuni, di cambiare radicalmente le regole del gioco politico ed economico; infatti, alla logica dell'investimento statale per promuovere tutta l'economia ed anche la spesa sociale si sostituisce la logica del contenimento delle spese pubbliche, che viene messa in atto dai Paesi più forti, in quel periodo anche i più colpiti dalle nuove guerre finanziarie e per il controllo delle materie prime.

In particolare, gli Stati Uniti e l'Inghilterra, governati in quegli anni da due figure famose, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, si fanno promotori di una nuova politica economica, detta significativamente “neoliberistica”, caratterizzata da questi punti essenziali: 1) il contenimento del deficit pubblico, 2) la riduzione delle spese dello Stato e, in particolare, la riduzione delle spese sociali, per la sanità, la scuola, le pensioni, ecc., 3) la deregolamentazione dell'economia, vale a dire la riduzione delle norme che governano il mercato del lavoro, soprattutto la defiscalizzazione dei profitti, la riduzione delle tasse. Questi provvedimenti sono messi in atto dai governi americani e inglesi a partire dalla seconda metà degli anni Settanta e le conseguenze saranno notevoli anche sugli altri Paesi dell'Occidente - in definitiva, sul mondo intero (Harvey, 2005).

Sul piano storico il forte consenso acquisito all'epoca da Reagan e Thatcher trovò un corrispettivo favorevole nella crisi concomitante del Welfare socialdemocratico e del sistema sovietico. La spinta degli eventi indusse molti a credere che le alternative al capitalismo e al liberismo “puri” fossero tutte fallite e che non vi fosse nemmeno la possibilità di alternative teoriche sufficientemente solide. Questo stato di cose ha indotto per oltre quarant'anni al perseguimento di politiche economiche e sociali ispirate da quella che emerse come la teoria “forte”, l'unica in grado di fornire ai governi gli strumenti per gestire la difficile situazione dell'epoca, vale a dire, appunto, il cosiddetto “neoliberismo”.

L'insieme delle proposte neoliberistiche divenne, a partire dagli anni Ottanta, la base teorica ispiratrice dei governi dei maggiori Paesi industrializzati e, soprattutto, di organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, influenzando, attraverso questi enti, tutta l'economia mondiale e stabilendo le forme più aggiornate dei rapporti tra i Paesi creditori e quelli debitori, a livello planetario (Harvey, 2005; Arrighi, 2007).

 

4. Le conseguenze del neoliberismo

 

I risultati delle politiche neoliberistiche attuate da circa quarant'anni a questa parte sono oggetto di una controversia molto accesa tra gli esperti. I sostenitori del neoliberismo ne mettono in evidenza i pregi per quanto riguarda l'equilibrio dei conti nazionali e la solidità finanziaria che consegue al rigido controllo del bilancio pubblico, su cui si poggia l'insieme della “ricetta” neoliberistica (Friedman, 1962; Hayek, 1973-1979); i critici, invece, rilevano come questi risultati, di carattere esclusivamente finanziario, non servono a sostenere lo sviluppo e provocano un impoverimento complessivo delle popolazioni, contestualmente ad un incremento delle disuguaglianze tra i ceti alti ed il resto della società (Vasapollo, 2012).

Il dato di fatto è che il neoliberismo, per quanto controverso appaia nel dibattito contemporaneo, resta, nonostante tutto, il punto di riferimento dell'azione dei governi, quasi a prescindere dal loro indirizzo politico; in effetti, l'avvicendarsi in quasi tutte le nazioni occidentali di maggioranze di destra e di sinistra non sembra sia stato accompagnato da cambiamenti significativi delle politiche economiche. La ragione è da trovare nel consenso che il neoliberismo ha trovato tanto nella destra conservatrice o liberale (in effetti, i suoi ideatori e promotori erano uomini di destra), quanto nella sinistra socialdemocratica e, persino, in quella ex-comunista (che hanno abbandonato, entrambe, i loro presupposti tradizionalmente keynesiani o marxisti).

Al di là di quelle che furono le vicende politiche dei singoli Stati, si può dire che l'insieme combinato delle tendenze dei mercati e dell'agire dei governi e degli organismi sovranazionali abbia dato vita ad una nuova epoca, nella quale siamo immersi, e che è caratterizzata da una serie di elementi, tra i quali appaiono particolarmente rilevanti, dal punto di vista di una riflessione pedagogica e storico-educativa, i limiti posti alla solidarietà sociale e all'intervento statale in economia.

Questa trasformazione è avvenuta attraverso la duplice direzione degli interventi riformatori, rivolti, da un lato, allo Stato, dall'altro, alle realtà produttive e ai mercati; il neoliberismo si configura, infatti, come una teoria economico-politica che intende rivoluzionare i rapporti tra pubblico e privato a tutto favore di quest'ultimo, ricorrendo, peraltro (e in questo consiste la sua rilevanza “pedagogica”), alla creazione di un consenso sociale attorno alle sue “ricette”, imposto attraverso la diffusione nell'opinione pubblica di una mentalità favorevole a parole d'ordine quali “flessibilità”, “efficienza”, “meritocrazia”, ecc.

Inoltre, il neoliberismo si prefigge l'intervento sulle finanze statali attraverso la riduzione delle spese sociali, considerate alla stregua delle spese improduttive, ed il mantenimento della parità di bilancio, sacrificando, nel caso di Stati fortemente indebitati, qualsiasi programma d'investimento all'esigenza primaria del pagamento dei debiti, con il ricatto del disimpegno degli investimenti finanziari esteri negli Stati che non ottemperino ai loro impegni.

Questa politica è stata attuata nei confronti dei Paesi del Terzo Mondo (espressione curiosamente caduta in parziale disuso proprio con l'affermazione del neoliberismo) e, in anni più recenti, anche di Paesi sviluppati; il quadro delle politiche economiche dell'Unione Europea stessa segue oggi il cliché neoliberistico.

A fronte di uno snellimento dell'impegno statale negli investimenti e nei servizi, il neoliberismo punta su una profonda ristrutturazione dei mercati e delle attività produttive; la riduzione delle garanzie sociali (dagli “ammortizzatori” alla struttura stessa del rapporto di lavoro, reso sempre più “debole” di fronte all'interesse prioritario del massimo profitto possibile), la “deregolamentazione” delle attività economiche (con l'ampliamento della facoltà di licenziare, per esempio), e la volatilizzazione delle strutture portanti dell'economia, subordinate alle esigenze dei mercati finanziari.

Il neoliberismo ha ottenuto un grande successo, anche nel consenso popolare, perché ha rappresentato la risposta teorica ad un cambiamento epocale avvenuto nell'economia dei Paesi sviluppati dopo la grande crisi degli anni Settanta. A partire da quel periodo, infatti, la risposta imprenditoriale alla crisi dei mercati e alle incertezze crescenti del quadro politico internazionale è passata attraverso  una ristrutturazione delle attività, fatta di “delocalizzazioni” (termine con il quale si intende il trasferimento della produzione da un luogo ad un altro, in genere da Paesi in cui il costo del lavoro è elevato a Paesi in cui è, invece, estremamente basso) ed “esternalizzazioni” (altro neologismo con cui si indica il trasferimento delle fasi di produzione ed anche di commercializzazione all'esterno, da un'azienda ad un'altra, instaurando un rapporto di vera e propria committenza). Le conseguenze che queste trasformazioni hanno avuto anche sul piano educativo, sulle risorse investite nel sistema scolastico e, in genere, nella cultura e nella formazione, sono ben note e non serve dilungarsi in proposito.

 

5. Nuovi modi di vivere e di lavorare

 

Occorre dire che queste trasformazioni hanno, com'è facile intuire, peggiorato notevolmente la condizione dei lavoratori, specialmente nei Paesi avanzati. Le nuove tecnologie di comunicazione e trasporto hanno consentito che le delocalizzazioni avvenissero addirittura da un continente all'altro; i lavoratori delle aziende delocalizzate si sono ritrovati, quindi, all'improvviso senza lavoro, ma ad avvantaggiarsene non sono stati, se non in parte, i lavoratori dei Paesi nei quali le industrie sono state trapiantate, perché la finalità di ridurre il costo del lavoro, quasi sempre mantenendolo al livello più basso possibile, è stata rispettata, consentendo alle aziende di incamerare il grosso delle risorse così liberate.

Zygmunt Bauman ha descritto nelle sue opere (Bauman, 2004) queste trasformazioni e le contraddizioni della società e della vita contemporanea, peraltro con accenti che lo distinguono dagli altri studiosi della postmodernità. Si potrebbe dire che, al di là della crisi che il marxismo ha attraversato negli ultimi trent'anni circa, della quale il sociologo polacco è ben consapevole, l'impianto metodologico con il quale egli stesso legge la “liquidità” del nostro tempo sia ancora sostanzialmente “fedele” alla teoria critica francofortese e ad una certa concezione “dialettica” dei rapporti tra le varie componenti della società.

La distinzione tra “turisti” e “vagabondi” è, da questo punto di vista, illuminante: i “turisti” viaggiano comodamente e possono permettersi qualsiasi viaggio, quale che ne sia il costo, mentre i “vagabondi” sono coloro che affollano i barconi che li dovrebbero portare clandestinamente dall'Africa all'Europa, pagando a carissimo prezzo un viaggio privo di certezze e che potrebbe concludersi tragicamente.

Al di là dell'efficacia di questa distinzione in sé, utile a rappresentare fenomeni di estrema ricchezza e di estrema povertà e disperazione che osserviamo continuamente intorno a noi, si tratta piuttosto di un'immagine emblematica, volta a mettere in rilievo non soltanto una differenza radicale nei modi di “viaggiare” a disposizione oggi, ma la sostanza di un sistema socio-economico tuttora fondato sulla dicotomia irriducibile tra oppressori ed oppressi (secondo l'espressione efficace di Freire, 1970), tra capitalisti e proletari, in un'epoca in cui l'offensiva del capitalismo è riuscita ad aver ragione della coscienza di classe dei lavoratori e a stemperare tutte le appartenenze valoriali nell'indistinzione, appunto, della “liquidità” postmoderna.

Bauman è, insomma, un critico severo della società e dell'epoca contemporanea; per lui il postmoderno è una trappola esistenziale, un ambiente ostile alla vita umana, nella misura in cui alla distruzione dei legami sociali e comunitari operata dall'onnipotenza del capitale (specialmente nella sua versione attuale, in cui la finanza impone i suoi diktat su tutta la società e sullo Stato) non si sostituisce null'altro che una crescente “individualizzazione” (Bauman, 2001b) della società stessa nel suo insieme. L'ossimoro adottato dal sociologo per descrivere efficacemente il fenomeno della dissoluzione dei legami interpersonali (integenerazionali, comunitari, ecc.) vuole significare l'imposizione come unico modello di vita e di comportamento, tanto dei singoli, quanto dei gruppi, di un atteggiamento esasperatamente individualistico in tutti i campi della vita umana.

Occorre indagare le ragioni di questa situazione, per molti aspetti del tutto nuova e priva di analogie con il passato. La “liquidità” di cui parla Bauman è, infatti, una condizione che ha radici non soltanto nel mutare delle mentalità, ma concrete “cause” d'ordine economico e sociale; se l'analisi di Bauman è corretta, l'individualismo che ne emerge, con tutte le conseguenze negative da esso comportate, non è un mero fenomeno culturale, ma un elemento necessario per il funzionamento dell'intero “sistema” sociale.

In effetti, la ricostruzione della storia economica e sociale degli ultimi cinquant'anni circa consente di individuare alcune trasformazioni profonde che sembrano aver influenzato fortemente, come è inevitabile che accada, gli atteggiamenti valoriali ed i comportamenti pratici delle persone. Così, il riferimento all'importanza delle trasformazioni economiche e sociali può essere rilevante anche sul piano di un'analisi pedagogica e storico-educativa.

 

6. Le ripercussioni culturali ed educative

 

Non è il caso di registrare soltanto la necessità di continui adeguamenti della cultura scolastica e, più in generale, dell'educazione diffusa alle esigenze del sistema economico, della scuola e del sistema formativo nel suo complesso alle richieste dell'apparato produttivo e dei servizi, ma di approfondire come gran parte delle trasformazioni avvenute in ambito educativo, nel rapporto tra le generazioni, nel modo di concepire la vita proprio delle generazioni più giovani, sia da collegare con le trasformazioni avvenute nella vita economica di interi continenti, con le trasformazioni del rapporto tra capitale e lavoro e con le inevitabili ripercussioni che queste trasformazioni hanno avuto sulla vita concreta di tutti gli uomini di questo tempo enigmatico.

Tra le trasformazioni che hanno caratterizzato il passaggio dalla modernità “solida” a quella “liquida”, secondo le espressioni di Bauman, ovvero dal “fordismo” al “toyotismo”, come altri preferiscono dire (ma si tratta soltanto di formule che indicano la stessa sostanza – cfr. Vasapollo, 2012) si devono ricordare, per la loro valenza “pedagogica”, le innovazioni nella comunicazione, in particolare nel settore ormai vastissimo delle tecnologie digitali. L'insieme di ciò che chiamiamo colloquialmente il web o Internet ha rivoluzionato tanto le tecniche produttive quanto la vita quotidiana di intere popolazioni.

Anche al di là del marxismo, che ha fatto della teoria della crisi del capitalismo un elemento costante della sua analisi economico-politica, si è messo in evidenza la situazione di caos che regna oggi nel sistema economico ed in quello delle relazioni internazionali, leggendo talvolta addirittura in ciò che sta avvenendo oggi la prefigurazione di una crisi globale ben più grave e distruttiva (Arrighi, 2007).

Le conseguenze della globalizzazione neoliberistica sui modi di vita, e sulla qualità stessa della vita, sono state considerevoli, a partire dal venir meno di alcune strutture della vita materiale che avevano caratterizzato la modernità “solida”: il legame della produzione e del lavoro con il territorio locale è stato spazzato via dalle delocalizzazione, mentre le esternalizzazioni hanno fatto venir meno la stabilità del rapporto tra imprenditori e lavoratori che, secondo un paradosso solo apparente, messo adeguatamente in evidenza da Bauman, aveva contrassegnato, attraverso la contrattazione periodica, i rapporti tra le classi specialmente nei sistemi di Welfare più sviluppati.

La finanziarizzazione dell'economia, del resto, se è stata la risposta alla crisi di valorizzazione dei profitti che aveva segnato l'ultima fase del boom postbellico, ha creato i presupposti di una nuova crisi, dato lo squilibrio che si è venuto a creare tra la speculazione finanziaria e gli investimenti effettivamente produttivi.

Il declino del Welfare State, che a detta di alcuni studiosi sarebbe stato sostituito da un vero e proprio Profit State, ha peggiorato sensibilmente la condizione degli strati sociali più deboli, sommando il proprio effetto negativo sul complesso della vita sociale al declino della classe media, messa in difficoltà dalla crescente concentrazione delle risorse economiche e imprenditoriali nelle mani dei grandi capitali.

Se mi sono dilungato, fin qui, nella considerazione di fenomeni ed eventi di carattere prettamente economico, è perché ciò che si intende con i termini “globalizzazione”, “liquidità”, postmodernità”, al di là delle necessarie precisazioni di contesto, appare oggi descrivere, in sostanza, una sola e medesima realtà, nella quale le forme dell'educazione rischiano spesso di finire schiacciate in un processo di omologazione e di ideologizzazione indesiderabile.

La problematicità del “futuro” emerge, insomma, dalle contraddizioni della vita materiale e le analisi di studiosi come Bauman aiutano ad andare al di là delle mere apparenze per cogliere la sostanza di quelle contraddizioni stesse. Per quanto le analisi di altri studiosi (come Beck, 1999; Morin, 2000; Nussbaum, 2010; Sennett, 1998) condotte su più versanti disciplinari e metodologici, siano preziose per integrare la conoscenza che abbiamo del nostro tempo, uno sguardo “critico” sulle aporie del presente costituisce ancora un'esigenza essenziale per un agire educativo liberato da ingenuità e pregiudizi.

 

7. In conclusione

 

Così, la proposta di una “testa ben fatta” (Morin, 1999), o di nuovi studi umanistici improntati all'approfondimento non soltanto di “una” cultura, per quanto vasta quanto quella “occidentale”, ma di più culture (Nussbaum, 1997), al di là dei loro pregi rispetto alla fondazione teorica di un'adeguata critica del curriculum scolastico esistente, in vista di quello stato di “riforma permanente” che sembra orientare le politiche dell'educazione e della formazione nel nostro tempo, non sembra bastare di fronte alle difficoltà del presente, alle sofferenze di tanti esseri umani e all'esigenza, oggi prioritaria, almeno a mio avviso, di abbattere le sperequazioni che impediscono di dare concreto seguito all'enunciazione teorica del “diritto” all'istruzione e allo sviluppo armonico delle potenzialità personali.

La questione del reddito di cittadinanza dovrebbe trovare spazio anche nella riflessione pedagogica, perché la crisi attuale potrebbe essere l'occasione per quelle riforme sociali volte ad invertire la tendenza alla crescita del divario tra la minoranza, spesso esigua, degli agiati (i “turisti”) e la grande maggioranza di poveri (“vagabondi”, ma mai per scelta) che popola il mondo globalizzato.

Se negli anni Settanta la sociologia di Bourdieu (Bourdieu & Passeron, 1970) aveva messo bene in evidenza il fatto che la mobilità sociale era estremamente limitata anche nelle nazioni più progredite all'epoca “d'oro” della crescita, è facile intuire che il nostro tempo di crisi non farà altro che renderla ancor più problematica e difficoltosa.

Eppure, la mobilità sociale è uno degli elementi principali di una società democratica in grado di conservarsi e di svilupparsi; la sua mancanza costituirebbe, viceversa, un sintomo di debolezza strutturale e di un destino avverso in un'epoca in cui le grandi sfide mosse dai totalitarismi e dai fondamentalismi di ogni tipo alla società democratica, che l'Occidente ha avuto il merito storico di concepire sul piano ideale nella maniera più piena, sollecitano risposte adeguate, soprattutto sul piano educativo.

 

Bibliografia

 

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