Ex ordium Stampa Email
Orientare e orientar-si "fiabando" in ospedale
di Rossella Caso   


L’ospedale è un luogo attraversato da tante storie: del paziente, della famiglia, ma anche del medico, dell’infermiere, dell’educatore, del volontario. Proprio le storie possono diventare strumenti di

orientamento rispetto alle esperienze della malattia e dell’ospedalizzazione. Se il paziente è in età pediatrica, può essere utile avvalersi dell’insostituibile strumento della fiaba, che può svolgere la duplice funzione di orientare il malato rispetto alle esperienze che sta vivendo, ma anche l’adulto curante (medico, infermiere, educatore, volontario, genitore, ecc.) al cospetto del bambino malato.

The hospital is the cross-roads of many stories, coming from different people: the patient, the family, the doctor, the nurse, the educator, the volunteer. These stories may become instruments of guidance for disease and hospitalization. If the patience is a child, it may be helpful to make use of fairy-tales, an irreplaceable instrument, which may play the double role of helping the little patient in understanding the experience her/he is living, and helping the doctor (and the nurse, the educator, the volunteer) in dealing with her/him.

 


“Io sono una tale quantità di favole…”
Peter Pan,  J. M. Berrie

“Un bimbo cresce cadendo e rialzandosi”
vecchio proverbio turco


1. Un incontro di storie

Quante storie si intrecciano nelle corsie, nelle ludoteche, nelle camere di degenza, persino nelle sale mediche di un ospedale? Tante. Semplificando se ne possono identificare almeno cinque: quella del paziente, quella della famiglia, quella del medico, quella dell’infermiere e quella dell’educatore. Il numero sale se si considerano tutti i medici che, oltre al primario, si prendono cura del paziente – anzi, dei pazienti, ciascuno con la propria storia –, tutti gli infermieri che, oltre al caposala, li assistono, tutti i papà, le mamme, i nonni, i fratelli e le sorelle, gli amici che condividono con lui la difficile esperienza della malattia e del ricovero, tutti gli educatori e i volontari che prestano la propria opera per migliorare la qualità del tempo ospedaliero non solo per il paziente, ma anche per la sua famiglia. L’ospedale, dunque, luogo di cura delle affezioni del corpo, è anche spazio privilegiato di incontro di storie di vita. Storie che chiedono di essere ascoltate, narrate e ri-narrate, per conferire senso a un’esperienza difficile da gestire, e per imparare a orientar-si nel labirinto, reale e metaforico, che spesso è la scatola ospedaliera per colui che la vive.

2. Essere bambini in ospedale

Che le esperienze della malattia e dell’ospedalizzazione siano difficili per tutti è noto. Per un bambino, però, lo sono ancora di più. Prima di tutto, rappresentano un’interruzione del quotidiano e dell’autonomia che egli va conquistando proprio nella fase della crescita.
Non ci sono più la sua casa e la sua stanza, i suoi giochi e i suoi libri, gli amici e la scuola, che vengono meno in una fase, quella, appunto, della crescita, in cui proprio questi elementi sono vitali per la costruzione della personalità. La giornata si riempie, invece, di azioni e di sentimenti che incutono paura a qualunque bambino: la visita del dottore, le analisi da fare dentro macchine che ai suoi occhi possono apparire mostruose e infernali, le medicine da prendere, le pratiche mediche e terapeutiche a volte dolorose, l’idea che la mamma o il papà possano non tornare più, se si allontanano anche solo per un momento da lui.
Le esperienze della malattia e del ricovero, dunque, possono rappresentare la concretizzazione delle ansie e delle paure che il bambino vive quotidianamente, ma soprattutto la materializzazione dei lupi cattivi che egli incontra nei suoi sogni più angoscianti: la malattia e la morte (Kanizsa & Dosso, 1998).
Un universo di sentimenti e di emozioni che si trova, spesso, a dover gestire da solo, perché per un bambino malato è più difficile sentirsi protetto e al sicuro accanto alla mamma e al papà. Da una parte continua ad avvertire il bisogno del loro sostegno, dall’altra ne percepisce la sofferenza e la fragilità e per questo tende a non menzionare nulla della propria condizione e a non fare domande sulla propria malattia, anche quando sa o ha intuito qualcosa dalle parole e dai volti intorno a lui. Non parlare e non chiedere può essere il tentativo di proteggere i genitori e i parenti, che non sarebbero in grado di reggere il fatto di sapere che egli sa e che per questo soffre, oppure un modo per difendersi dalla paura di sapere quale sia effettivamente il suo male.
Non di rado si sente addirittura colpevole per la preoccupazione che il suo stato può causare  in loro e per il timore di averne deluso le aspettative. Fino a una certa età, poi, non ha neppure ben chiara la distinzione tra cause scatenanti la malattia e la malattia stessa e ciò può indurlo a ritenere di essere lui stesso causa della propria affezione, con le sue disubbidienze alla mamma e al papà, che più volte gli avevano raccomandato di non sudare, di non prendere freddo, di non correre, di non mangiare troppi dolci, ecc (Ibidem).
Lo stato di precarietà che avverte, la consapevolezza della propria fragilità, il sentirsi dipendente dalle decisioni altrui, l’essere costretto a vivere, per pochi o per molti giorni, in ambienti diversi da quelli abituali, popolati da persone a lui ignote, con gente che piange e che urla, il non riuscire a comprendere una comunicazione a volte troppo difficile, rende l’ospedale un luogo a forte rischio di dis-orientamento e di perdita dell’identità da parte del bambino (Maccheroni, Guerra & Montella, 2011). La percezione di essere un numero, esemplificata da domande del tipo: “Che temperatura ha il numero 30?” oppure “È stata cambiata la terapia al numero 18?”, che sente rivolgere dal medico all’infermiere, il sentirsi diverso dal solito, può avere il dannoso effetto di minacciare la certezza del Sé del piccolo paziente, in un momento in cui già il corpo rappresenta un elemento di incertezza, perché minacciato e minato da un trauma o da una patologia e perché continuamente esposto al dolore e al disagio, manipolato con pratiche invasive da adulti sconosciuti [1].
“Sono ancora io?”, si chiede il bambino. La risposta, se negativa, può portarlo a quei fenomeni di regressione che non sono poi tanto rari tra i pazienti in età pediatrica e che gli impediscono di vivere le esperienze della malattia e dell’ospedalizzazione come dei momenti di crescita e di educazione.

3. Orientar-si bambini in ospedale: le bussole di carta

Se orientare, secondo la risoluzione del Consiglio d’Europa del maggio 2004, significa mettere in grado i cittadini di ogni età, in qualsiasi momento della loro vita, di identificare le proprie capacità, le proprie competenze e i propri interessi, di prendere decisioni e di gestire i propri percorsi personali di vita (Loiodice, 1999), tale pratica in un reparto pediatrico può assumere una rilevanza del tutto particolare.
L’importanza di orientare il bambino a vivere e a gestire in maniera adeguata l’esperienza che sta affrontando è sancita da alcuni documenti internazionali, quali la Carta europea dei bambini degenti in ospedale (1986) e la Carta di Leida (1998), nei quali si fa esplicito riferimento alla necessità di informare il paziente pediatrico circa la sua condizione e le cure mediche alle quali è sottoposto in maniera adeguata all’età, al suo sviluppo mentale, al suo stato emotivo e psicologico, utilizzando un linguaggio chiaro ed accessibile. Ciò nella convinzione che un paziente informato sia nelle condizioni di comprendere il proprio stato, e quindi di rispondere meglio alle terapie e di reagire alla malattia, diventando soggetto attivo nel proprio percorso di guarigione, anche in un contesto altamente spersonalizzante quale può essere un reparto ospedaliero.
Comprendere e attribuire senso alle esperienze che vive è per il bambino, ci ricorda Bruno Bettelheim, «la necessità più forte e l’impresa più difficile» (Bettelheim, 1977, p. 44), ma è un percorso indispensabile per trasformare anche la situazione più critica in un momento di crescita: soltanto se l’adulto, senza mai nascondergli la verità, aiuterà il bambino a trovare un senso coerente al tumulto dei suoi sentimenti egli potrà dominarli e trasformarli in risorsa per guarire.
La fabbrica di senso dell’esistenza umana è, sostiene Bruner, nelle storie: più che le esperienze che viviamo conta il significato che noi attribuiamo a quelle esperienze (Bruner, 2002). Raccontare assume in questa prospettiva una tale importanza da giustificare l’esistenza di un orientamento narrativo, che eleva le storie e le narrazioni, lette o ascoltate, a strumenti finalizzati a promuovere l’autonomia dei soggetti ed un loro ruolo attivo nella gestione e nella costruzione della propria esistenza (Batini, 2008; 2009). La narrazione, infatti, è elaborazione di un disegno sensato sugli accadimenti della vita, per possederli e non esserne più posseduti, è interpretazione, è tessitura di trame, è attribuzione di nuova forma, è riappropriazione della propria esperienza (Jedlowski, 2000; Scardicchio, 1998). È, ancora, il luogo del possibile, nel quale ci si sente sufficientemente sicuri, perché tutelati dalla finzione, per affrontare anche la situazione più difficile ed eccezionale. È, infine, il luogo delle ipotesi, nel quale è possibile prefigurare il futuro e cercare delle soluzioni per costruirlo attivamente.
Se raccontare influenza in maniera molto forte l’atteggiamento nei confronti delle cose della vita, orientare con le storie il bambino in ospedale può fungere da potente strumento terapeutico, intendendo la parola terapia nell’accezione tutta pedagogica di cura: l’orientamento dovrebbe essere finalizzato ad aiutare il piccolo paziente a mantenere un’immagine di sé autentica nonostante l’esperienza che sta vivendo, a raccontargliela con le parole e con i gesti più appropriati, a fornirgli gli strumenti adeguati per comprenderla, a favorire l’esteriorizzazione dei propri vissuti rispetto ad essa, a contenere le ansie, le paure e le sofferenze, a vivere le proprie emozioni e ad esprimerle, a rassicurarlo e a confortarlo, trasmettendogli l’idea che da essa possa uscire vincitore, perché in grado di lottare e di sconfiggere il male. In questo modo gli si restituirà il senso di integrità del proprio Io, pesantemente minacciato dalla malattia – per crescere il bambino ha bisogno di sentirsi intero – gli si darà la consapevolezza delle proprie risorse e lo si farà sentire partecipe del suo stesso processo di guarigione.
Un bambino adeguatamente orientato è un bambino empowered, ovvero attrezzato emotivamente e cognitivamente per fronteggiare la malattia; un bambino orientato con le storie, in più, ha nelle mani delle bussole di carta che possono fungere da strumenti di opposizione e di difesa per sconfiggere i mostri – la paura della malattia, dell’ospedalizzazione, nei casi più gravi della morte – contro i quali si ritrova suo malgrado quotidianamente a lottare.

4. L’avventura del lector in fabula e della sua storia, tra mostri e paure

Il libro, sostiene Emy Beseghi, è un serbatoio inesauribile di storie: storie delle quali l’infanzia ha un enorme bisogno per crescere (Beseghi, 2008). Ognuno di noi può ricordarne una, la sua storia, che in un momento particolare della vita lo ha aiutato a fare luce su un evento, a disvelarne la trama, ad affrontarne i mostri nascosti, e nel contempo ad acquisire gli strumenti per inserirsi nel mondo.
Il legame magico tra infanzia e racconto e tra infanzia e fiaba, esemplificato dalla tanto innocente quanto significativa domanda: “per favore, mi racconti una storia?”, che spesso i bambini rivolgono agli adulti, risiede nel potere di incantamento che una storia capace di sintonizzarsi con quello che un bambino o una bambina sta vivendo in un particolare momento della sua vita può esercitare sul suo animo.
Non sono rari gli esempi di bambini di carta che hanno sperimentato questo potere magico e salvifico al tempo stesso della letteratura: dalla Matilde di Roald Dahl, al Bastiano di Michael Ende, al Nat di Rebecca Dautremer, all’Andrea di Emanuela Nava (Dahl, 1997; Ende, 2010; Dautremer, 2010; Nava, 2008). Ciascuno di loro riesce, in modo diverso, a entrare dentro la storia che sta leggendo, ad incontrarne i personaggi, a viverne le avventure, superando i propri limiti per diventare egli stesso un eroe, e poi di nuovo un bambino o una bambina normale – solo un po’ più cresciuto o cresciuta – una volta chiusa la copertina del libro. Questi piccoli lectores in fabula lasciano intendere il potere che le storie hanno di entrare nella vita, offrendo uno spazio per cercare se stessi e per crescere.
Tutto comincia dall’eroe, un bambino piccolo, indifeso, gracilino, bruttino – tali sono i protagonisti delle fiabe – che  a un certo punto si trova costretto a partire per un viaggio per risolvere una situazione problematica. Molto probabilmente dovrà attraversare una selva intricatissima, piena di insidie e di pericoli, che saranno tanto più grandi quanto più lui è piccolo, e che dovrà affrontare con tutte le forze che ha dentro e a volte con l’aiuto di altre persone, o di animali, o di oggetti magici, ma sempre avendo in testa la meta da raggiungere: la principessa da salvare, il regno da conquistare, il tesoro da vincere. Durante il viaggio avrà spesso paura, ma al cuore che batte e al fiato che si spezza cercherà di non dare troppa importanza, perché la meta da raggiungere è ciò che conta davvero. Viaggerà per giorni il piccolo eroe, fino a che non arriverà di fronte al nemico, il drago o l’orco – il mostro –, per lo scontro finale: quello che gli consentirà, se vincitore, di sposare la principessa o di diventare un re o un ricco signore. Di nuovo la paura, di nuovo il cuore che batte, ma chiamando a raccolta tutte le proprie risorse interiori e usando l’amuleto o la pietra magica donata da un folletto lungo il cammino, riuscirà a ucciderlo. Il piccolo eroe vincerà e da quel giorno vivrà felice e contento, perché di quel mostro si sarà per sempre liberato. Nessuno lo avrebbe detto mai, ma quel bambino brutto, sporco, gracile e sbagliato alla fine vincerà proprio sfruttando a suo vantaggio la propria divergenza, i propri «pregiati difetti» (Bernardi, 2008, p. 88). Il piccolo lettore o ascoltatore si riconosce sin da subito in lui, vive le sue stesse esperienze ed avventure, ne condivide le ansie, prova le medesime emozioni, paura e orrore compresi, fino a diventare la stessa persona dell’eroe, e nella storia ritrova i complessi strutturali della vita. Entra con la mente e con il cuore nella trama – perché, come ci insegna Bruner, l’esperienza del raccontare si può vivere pienamente soltanto se componente cognitiva e componente emotivo-affettiva vanno di pari passo (Bruner, 2002) – e, affrontando nella dimensione dell’incantamento le situazioni terrificanti, giocando con la paura, con il pericolo, con la morte, con la magia, poiché «si tratta di favole e lo sa» (Dallari, 1980, p. 20), esorcizza questi elementi e se ne appropria, rendendoli dicibili (Cambi, 2002; Thomas, 2003). Da questa passeggiata inferenziale tornerà con un bagaglio di emozioni e di significati inespressi, ma soprattutto con un senso di  positività e di fiducia – il “posso farcela” della pedagogia della riuscita - determinato dalla risoluzione positiva della vicenda: il piccolo eroe ha battuto il mostro, ha superato la paura e l’orrore.
È proprio dal confronto con queste situazioni e con i sentimenti che da esse derivano che, avverte Marco Dallari, il bambino trarrà «il maggior insegnamento possibile» (Ivi, p. 5): un bagaglio di conoscenze cognitive ed emotive che utilizzerà per organizzare il proprio Sé, che in ospedale, come si è visto, è duramente compromesso dalla malattia [2].
Gli studi della tradizione psicopedagogica e psicoanalitica sin qui riportati hanno trovato conferma anche nel campo delle neuroscienze, che hanno da tempo dimostrato come il meccanismo di identificazione con il protagonista della storia che stanno leggendo o ascoltando, meccanismo che fa si che essa possa incidere positivamente sul loro percorso di crescita, scatti nei bambini in maniera naturale ed immediata sin da quando sono piccolissimi: ogni storia è raccontata in prima persona, ogni storia è autobiografia. Tale processo favorisce lo sviluppo di un’empatia allocentrica funzionale a rendere più elastici i meccanismi neuro-cognitivi di apprendimento e a incrementare le abilità di mind reading, che consentono di imparare a leggere la realtà come gli altri la leggono e di elaborare dei controfattuali – ovvero ciò che non esiste, ma che sarebbe potuto esistere, o che potrebbe esistere, se ne fossero date le condizioni – ma anche mondi possibili, alternativi rispetto ad essa (Calabrese, 2011).
Nutrire la mente dei bambini di storie, specialmente quando abbiano bisogno di dare un senso a un’esperienza difficile che stanno vivendo e di intravederne delle possibili soluzioni – di orientar-si –, si rivela così particolarmente utile perché se è vero, come proprio le neuroscienze avvertono, che scienza e fantasia non sono da considerarsi in netta contrapposizione, poiché le stesse abilità che garantiscono ai bambini l’apprendimento consentono loro anche di cambiare la realtà, di far nascere nuove ipotesi e di prefigurare dei mondi mai esistiti, alternativi rispetto al reale, è vero anche, come sostiene Alison Gopnik (2009, p. 20), che «il cervello dei bambini [è capace di creare] teorie casuali del mondo, mappe del suo funzionamento».
Quelle che la studiosa chiama mappe noi chiamiamo bussole di carta, che possono aiutare il bambino ospedalizzato a trovare i fili per ri-tessere la trama della propria malattia e quindi della storia del proprio ricovero, attribuendo ad esse un senso, ma anche a cogliere la potenzialità eversiva di cambiamento che può nascere proprio da una situazione di disagio fisico ed esistenziale (Marcoli, 1993; 1996; 1999), e quindi a immaginarsi, a fare progetti, a cercare tattiche e strategie da utilizzare per raggiungere i propri obiettivi, recuperando le proprie emozioni (Varano, 1998).
L’adulto, medico, infermiere, educatore, può perciò avvalersi della fiaba come strumento intenzionale – nell’accezione fenomenologica bertoliniana del termine – di una relazione che può e deve essere educativa, per orientare il piccolo paziente rispetto all’esperienza dell’ospedalizzazione (secondo le modalità delineate nei paragrafi precedenti), ma anche per orientare se stesso al cospetto del piccolo paziente, perché, come ricorre nelle testimonianze dei medici e degli infermieri, il dolore del paziente, specialmente se è un bambino, è il più delle volte insostenibile prima di tutto per colui che se ne prende cura (Kanizsa & Dosso, 1998).

5. Le parole per dirlo

Una fiaba può essere utile all’adulto per raccontare cose difficili con parole leggere: può prestargli “le parole per dirlo”. La moderna editoria per l’infanzia è ricca di storie che parlano di malattia e di ospedalizzazione, fantastiche e realistiche al tempo stesso. Storie che possono trasformarsi per il bambino in vere e proprie bussole di carta, come le abbiamo definite,  perché, collocando le parole malattia e ospedale in una dimensione fantastica e molteplice, riescono a tracciare un percorso detto, narrato e quindi controllabile dell’esperienza vissuta.
La casa editrice Carthusia, nella collana Ho bisogno di una storia, pensata apposta per fornire ai grandi le parole per raccontare ai bambini le esperienze importanti della vita, ha pubblicato una fiaba, La casa con tante finestre, scritta da Beatrice Masini e illustrata da Donata Montanari (2003), che racconta di un bambino, lo scudiero Guy, alle prese con un «un dolore forte che gli pesa sul cuore e gli strappa il respiro» e che per questo è sempre triste e silenzioso (fig. 1) [3].



(fig. 1)


Soltanto il cavaliere Hector si accorge del suo stato e decide di condurlo alla Casa con tante finestre, che nella storia rappresenta l’evidente proiezione fantastica dell’ospedale, dove certamente avrebbero saputo trovare un rimedio per il suo male. Quando insieme a Hector il piccolo Guy vi giunge in groppa al cavallo, quel luogo gli fa tanta paura: la casa, con le mille luci che vi ardono dentro, appare al bambino come “un animale con mille occhi”, minaccioso. È quello che accade, come raccontano numerose ricerche sull’infanzia ospedalizzata (Capurso & Trappa, 2005), alla maggior parte dei bambini veri: è la facciata stessa dell’ospedale a fare paura, ancora prima che il bambino vi faccia l’ingresso. Quando però Guy entra nella Casa con tante finestre, con Hector sempre vicino, si accorge che quel luogo non è poi così spaventoso, ma che anzi è popolato da tante persone buone, Dama Amabile, l’infermiera e Ser Ippolitus, il medico, per esempio. Di infermieri e medici, dunque, non bisogna aver paura, perché sono lì per prendersi cura dei bambini e per farli guarire. Ma il percorso di guarigione, suggerisce tra le righe la storia, va intrapreso individualmente, perché solo così può far crescere: “Sai, Guy, viene sempre un momento in cui bisogna andare. E bisogna andare da soli. Anche se si ha paura”, gli dice Hector. Anche Guy parte allora per la sua avventura, che altro non è che l’operazione, non prima però di aver preso il suo amuleto magico: una lacrima di drago, che è lo stesso Hector a donargli (fig. 2). Come in ogni fiaba che si rispetti, anche il piccolo eroe di questa storia ha un oggetto magico che lo aiuterà ad affrontare e a sconfiggere il suo mostro, il drago che tiene prigioniera la principessa che Guy è chiamato a liberare, e che simbolicamente rappresenta la paura dell’operazione.



(fig. 2)


Alla fine della battaglia Guy si ritrova nel suo letto. Accanto a lui il cavaliere Hector, che non lo ha mai lasciato solo. Dalla battaglia contro il drago – contro la malattia – è uscito più forte e coraggioso. In ogni bambino, sembra suggerire Beatrice Masini, esiste un piccolo Guy che può lottare contro la malattia e sconfiggerla. Mentre torna al castello insieme a Hector, il piccolo scudiero gli dice: “La sai una cosa? […] Ho capito che le finestre sono tanti occhi per vedere il mondo. Adesso quegli occhi guardano noi, e ci proteggono, ovunque andiamo” (fig. 3). Nelle fiabe accade sempre che un personaggio piccolo e indifeso alla fine si trasformi in eroe forte e coraggioso e, soprattutto, vittorioso sul male.

(fig. 3)


“Posso farcela” dicono insieme l’eroe e il piccolo paziente, che adesso ha tra le mani la sua bussola per non perdersi nella scatola ospedaliera e per ritrovare poi, una volta uscito, la strada di casa.

Note

[1] Il riferimento è alla definizione del Sé fornita da Racaimer: “Il sé è la funzione per mezzo della quale l’essere umano è in grado di provarsi come un’entità individuale, differenziata, unificata, reale e permanente”. La citazione, tratta dal volume De Psychanalyse en Psychiatrie, è riportata da Alba Marcoli nel testo Il bambino nascosto, Oscar Mondadori, Milano 1993, (p. 26), al quale si rimanda.
[2] Secondo gli studi cognitivisti la tendenza a utilizzare le storie come principio di organizzazione del proprio Sé sembrerebbe essere molto precoce. Fondamentali in questo processo sono tutte le componenti di una storia: i contenuti, la struttura del racconto, il linguaggio, i legami con il contesto e con la tradizione. I bambini abituati a leggere e ad ascoltare storie allenano il pensiero a rapportarsi con eventi legati da relazioni diverse da quelle causali, a cercare spiegazioni senza ricorrere alle leggi della logica e della fisica, a dare ordine e forma simbolica alle proprie esperienze, tanto da poterle condividere. Si vedano in proposito  Bruner (2002);   Levorato (1988); Bernardi, in Beseghi, 2008, pp. 69-93.
[3] Le immagini inserite nel presente articolo sono tratte da Masini & Montanari, 2003.

Bibliografia

Batini, F. (2008). L’Isola Sconosciuta. Un progetto di orientamento narrativo. Metodi e risultati. Lecce: Pensa.
Batini, F. (2009). L’orientamento narrativo. Le narrazioni per rispondere al bisogno orientativo odierno. In Loiodice, I. (A cura di). Orientamenti. Teorie e pratiche per la formazione permanente (pp. 137-156). Bari: Progedit.
Bernardi, M. (2008). Dietro le quinte del racconto. In Beseghi, E. (A cura di). Infanzia e racconto  (pp. 69-93). Bologna: Bononia University Press.
Beseghi, E. (2008). La passione secondo Montag. In Beseghi, E. (A cura di). Infanzia e racconto  (pp. 1-21). Bologna: Bononia University Press.
Bettelheim, B. (1977). Il mondo incantato. Milano: Feltrinelli.
Bruner, J. (2002). La fabbrica delle storie. Roma-Bari: Laterza.
Calabrese, S. (2011). Le narrazioni nelle menti dei bambini. Liber, 90, 18-24.
Cambi, F. (2002). (A cura di). Mostri e paure nella letteratura per l’infanzia. Firenze: Le Monnier.
Capurso, M. & Trappa, M. (2005). La casa delle punture. Roma: Magi.
Dahl, R. (1997). Matilde. Milano: Salani.
Dallari, M. (1980). La fata intenzionale. Per una pedagogia della fiaba e della controfiaba. Firenze: La Nuova Italia.
Dautremer, R. (2010). Nat e il segreto di Eleonora. Roma: Gallucci.
Ende, M. (2010). La storia infinita. Milano: Tea.
Gopnik, A. (2009). Il bambino filosofo. Torino: Bollati Boringhieri.
Jedlowski, P. (2000). Storie comuni. Milano: Bruno Mondadori.
Kanizsa, S. &  Dosso, B. (1998). La paura del lupo cattivo. Roma: Meltemi.
Levorato, M. C. (1988). Racconti, storie, narrazioni. Bologna: il Mulino.
Loiodice, I. (2009). Apprendimento permanente per orientarsi nella società della conoscenza. In Loiodice, I. (A cura di). Orientamenti. Teorie e pratiche per la formazione permanente (pp. V-XXV). Bari: Progedit.
Maccheroni, G., Guerra, M. & Montella M. T. (2011).  Il bambino in ospedale e il suo spazio di vita. Infanzia, 2, 127- 131.
Marcoli, A. (1993). Il bambino nascosto. Milano: Oscar Mondadori.
Marcoli, A. (1999). Il bambino arrabbiato. Milano: Oscar Mondadori.
Marcoli, A. (1999). Il bambino perduto e ritrovato. Milano: Oscar Mondadori.
Masini, B. & Montanari, D. (2003). La casa con tante finestre. Milano: Carthusia.
Nava, E. (2008). Andrea e Lu e la zuppa di pesce stellare. Roma: Fanucci.
Scardicchio, A. C. (1998). La formazione degli operatori sanitari. Una questione…di storie. In Loiodice, I. (A cura di) Bambini in ospedale. Tra cura e formazione (pp. 109-135). Bari: Adda.
Thomas, H. (2003). Il dolore infantile nel mito. Roma: Magi.
Varano, M. (1998). Guarir con le fiabe. Roma: Meltemi.