Ex ordium Stampa Email
Orientamento: sfida pedagogica della contemporaneità
di Laura Selmo   


L’individuo, di fronte alla società attuale, si trova disorientato e alla ricerca continua di una definizione di se stesso e del proprio ruolo. Prendendo a prestito dal mondo organizzativo il modello di consulenza di processo di Schein e concentrandosi su alcuni strumenti metodologici, quali la

riflessione e la narrazione, si sono elaborate alcune considerazioni utili alla progettazione di interventi di orientamento formativo rivolti ad adulti.

 

 

The society is very critical around us, so it is necessary to offer an orientation training with the goal to make people able to decide and plan their lives. Some methodological tools, such as reflection and narrative approach, help to do this. So in this article we use Schein’s process consulting model and we try to draw some relevant considerations to plan adults orientation training.

 

1. Per un’educazione che orienti

Nel contesto sociale e culturale in cui siamo immersi l’individuo si sente spaesato e smarrito. Non vede più davanti a sé alcuna certezza, ma tutto è caratterizzato dall’ineffabile ed evanescente. Ognuno di noi si trova di fronte alla continua necessità di costruire e ricostruire se stesso e il proprio ruolo in una realtà che richiede ritmi frenetici e accelerati. L’uomo contemporaneo è alla ricerca di nuove certezze e nuovi pilastri solidi su cui fondare il proprio futuro e il proprio progetto di vita. Lo smarrimento è la principale sensazione che si respira nella contemporaneità e il senso di vuoto connota ulteriormente il mondo attorno a noi. La “crisi paradigmatica” (Kuhn, citato da Lo Presti, 2009) ha investito tutto e tutti, minando le strutture portanti della società, ma anche rendendo incapace l’individuo di trovare la propria identità all’interno di essa. L’emergere dei problemi economici, politici e sociali che hanno indebolito i sistemi organizzativi, hanno avuto anche una grossa ricaduta sulla vita personale e professionale di ogni individuo, che ora si ritrova a dover affrontare dei cambiamenti radicali a cui si sente impreparato (Lo Presti, 2009). Di fronte a queste nuove sfide le persone non sanno cosa fare, le loro prospettive spesso mutano, e con esse anche il loro progetto di vita. Viene meno quella “sicurezza ontologica” (Lo Presti, 2009, p. 29) che consente di costruirsi e di realizzarsi. L’uomo perde la capacità di trovare la propria identità in quanto comprende che essa non è più qualcosa di definito, ma un qualcosa che si ricostruisce di continuo sia per far fronte alla mutevolezza sia per poter cogliere le opportunità che la contemporaneità può offrire.
L’individuo infatti si trova davanti a un bivio: da un lato non sa come comportarsi dinnanzi alla società che gli chiede un’accelerazione continua di azioni, idee, pensieri e di vita stessa e dall’altro ha la possibilità di vedere il tempo di oggi come ricco di opportunità per potenziare e migliorare se stesso. Non tutto quindi va visto negativamente, ma occorre saper anche cogliere ciò che di buono vi è nell’attualità. Occorre ridare fiducia e speranza alle persone, sostenendole nella ricerca di sé e del proprio ruolo all’interno del mondo, aiutandoli a comprendere che il cambiamento e la trasformazione non hanno solo un’accezione negativa, ma offrono anche la possibilità di andare oltre i confini che la società aveva fino ad oggi prefissato. Questo non significa che allora tutto funzioni alla perfezione, ma che occorre dotare gli individui di strumenti idonei ad affrontare tutto questo senza mai perdere il proprio punto di vista e il proprio modo di essere. Occorre dare loro una capacità di orientarsi nel mondo attraverso la propria bussola personale che li possa aiutare a scoprirsi e riscoprirsi ogni giorno senza dimenticare mai la propria essenza. E proprio qui gioca un ruolo fondamentale l’orientamento formativo (Lo Presti, 2009), inteso come la modalità attraverso cui l’individuo impara a guardare dentro di sé, a comprendere le proprie capacità e a darsi da fare per realizzare se stesso.
Occorre un’educazione che sappia orientare, cioè che sappia generare nel soggetto un processo che lo ponga in modo critico e riflessivo di fronte all’attualità, per scoprire e riscoprire se stesso alla luce dei cambiamenti e della precarietà in cui è immerso. Questo diviene pertanto un processo che deve essere innescato, ma anche un percorso che deve essere intrapreso attraverso una formazione complessiva, centrata sul soggetto, con l’obiettivo primario di rendere la persona capace di operare scelte e di pianificare il proprio progetto esistenziale. Occorre pertanto costruire dei percorsi educativi per l’orientamento che, tenendo conto di tutte le dinamiche e dimensioni che operano all’interno del soggetto, sappiano aiutare e sostenere l’individuo nella ricerca di sé e della propria identità di fronte allo scenario contemporaneo. Porre al centro il soggetto significa dare spazio ai suoi desideri, alle sue aspirazioni e alle sue motivazioni. Spesso infatti la paura e la sfiducia verso il futuro e la perdita di certezze, spingono l’individuo a tralasciare le proprie aspirazioni per trovare soluzioni immediate ai problemi e alle necessità imminenti.
Bisogna allora ridare speranza attraverso un lavoro formativo che dia gli stimoli giusti per riappropriarsi di sé e dei propri desideri.
Orientare allora vuol dire, come educazione, tirar fuori, cioè far emergere dal soggetto quelle parole non dette o sopite dentro di sé per appropriarsi o riappropriarsi della propria vita e intraprendere o riprendere il proprio cammino. Da qui si comprende che l’orientamento non è più rivolto solo ai giovani, ma diviene qualcosa di necessario per tutta la vita. L’orientamento formativo diventa quindi funzionale ad ogni età perché insegna come affrontare il cambiamento e la trasformazioni in cui l’individuo è immerso. Come ci ricorda infatti Lo Presti (2009) «nella post-modernità […] l’identità non può essere che ricerca, tensione costante verso la conoscenza di sé e della realtà che ci circonda tramite la continua messa in discussione dei sistemi di sapere e di significato su cui organizziamo le nostre scelte e le nostre esperienze e in base ai quali definiamo la stessa realtà» (p. 73).
In questo, il ruolo dell’educazione diventa fondamentale in quanto attraverso l’attività di orientamento rende l’individuo capace di prendere coscienza di se stesso e della propria vita: «concepire il rapporto con se stessi nei termini di una continua ricostruzione affrontata criticamente significa prendersi definitivamente in carico il proprio destino, nella consapevolezza piena che non esistono scappatoie né rifugi rispetto la responsabilità di essere» (Lo Presti, 2009, p. 73).

2. Come orientare?

Gli interventi d’orientamento secondo quanto definito dall’ISFOL (www.isfol.it /Glossario) si devono esplicare in «un’azione con finalità maturativa che deve facilitare la capacità di auto-orientarsi attraverso una consulenza di processo volta a facilitare la conoscenza di sé, delle proprie rappresentazioni sul contesto occupazionale, sociale, culturale ed economico di riferimento, [...] per poter definire autonomamente obiettivi personali e professionali aderenti al contesto, nonché elaborare o ri-elaborare un progetto di vita e sostenere le scelte relative». L’orientamento formativo quindi si può realizzare attraverso una consulenza di processo, cioè attraverso una sorta di relazione d’aiuto finalizzata a rendere il soggetto autonomo e indipendente sia nell’operare scelte che nel progettare la propria esistenza.
E proprio partendo dalla consulenza di processo come definita a livello organizzativo «è la creazione di una relazione con il cliente che permette a quest’ultimo di percepire, comprendere e agire sugli avvenimenti che si verificano nel suo ambiente interno ed esterno allo scopo di correggere la situazione secondo la definizione del cliente stesso» (Schein, 2001, p. 22) e dai dieci  principi generali sulla relazione consulente-cliente elaborati da Schein (2001) cercheremo di indicare come progettare e realizzare alcuni percorsi di orientamento rivolti in particolare agli adulti.
Schein (2001) in ambito organizzativo ha descritto dieci regole per costruire una buona relazione fra  cliente e consulente. Vediamo di cosa si tratta e come queste regole possono essere usate in un percorso di orientamento formativo e nella relazione tra colui che svolge il ruolo di orientatore, che chiamiamo tutor, e colui che deve essere orientato.

1. Cerca sempre di essere d’aiuto.
Il primo scopo di un intervento d’orientamento è quello di affiancare, aiutare e sostenere l’individuo nella costruzione e ri-costruizione di sé.
2. Rimani sempre aderente alla realtà corrente.
Occorre sempre conoscere la storia di vita e il contesto in cui l’individuo si è formato. Per questo è importante far narrare e raccontare. È il soggetto l’attore principale e colui che sa meglio di ogni altro quali sono stati le fasi fondamentali  che fino ad ora ha vissuto e ciò che desidera per il proprio futuro.
3. Riconosci la tua ignoranza.
Il tutor deve riconoscersi umile e modesto, senza pretendere di possedere la verità assoluta, ma ascoltare il soggetto in orientamento e la sua verità.
4. Qualsiasi azione costituisce un intervento.
Ogni azione di orientamento formativo opera dei cambiamenti e genera  delle conseguenze su chi è coinvolto. Quindi occorre porre molta attenzione quando si pianificano e progettano questi tipi di interventi. Bisogna avere la consapevolezza della responsabilità delle azioni e delle conseguenze che da esse possono derivare.
5. Problema e soluzione appartengono a colui che si sta orientando.
La responsabilità del problema e della sua soluzione sono sempre di colui che si sta orientando. Il tutor lo accompagna e lo sostiene nelle scelte, ma non si sostituisce a lui. «Il consulente non deve sostituirsi al cliente, ma riconoscere che il problema appartiene alla fine dei conti a quest’ultimo, e solo a lui» (Schein, 2001, p. 11). Questo significa che in un intervento di orientamento formativo si deve far acquisire al soggetto la capacità di diagnosi e di soluzione dei problemi, in modo che possa essere in grado di decidere e agire da solo.
6. Segui la corrente.
I soggetti da orientare non sono “tabula rasa” ma hanno sviluppato culture e tentano di proteggere la propria stabilità. Tutti sviluppano personalità e stili propri, pertanto occorre scoprire le aree motivazionali e iniziare a costruire su di esse.
7. La scelta del tempo è fondamentale.
Il tempo dell’azione è molto importante. Nell’elaborazione di un percorso formativo l’articolazione corretta del tempo è fondamentale per la realizzazione dei risultati prefissati.
8. Sappi approfittare delle occasioni in maniera costruttiva avvalendoti di interventi di confronto.
Il tutor deve saper sfruttare le motivazioni e le forze culturali esistenti (seguire la corrente) e nello stesso tempo, saper cogliere le occasioni utili per una crescita dell’individuo.
9. Tutto è fonte di dati: gli errori sono inevitabili – fanne occasione di apprendimento.
Dato che la relazione fra tutor e soggetto in orientamento si basa sul qui ed ora possono a volte generarsi reazioni inaspettate e indesiderate. Tutto serve per imparare e migliorare.
10. In caso di dubbio, condividi il problema, parlane con qualcuno.

Spesso può capitare di trovarsi nella situazione di non sapere che cosa fare, quale tipo di intervento potrebbe essere adatto a facilitare l’orientamento. È utile condividere il problema con il soggetto e decidere insieme a lui il da farsi, oppure parlare con chi ha più esperienza nel campo.
A questi dieci punti ne aggiungeremmo un altro, l’undicesimo: risvegliare e coltivare il desiderio di realizzazione di sé.
Il lavoro di orientamento infatti deve focalizzarsi sulla predisposizione di percorsi in cui la storia personale del soggetto venga posta al centro, in modo da far emergere tutto ciò che ha determinato le scelte fatte e il modo di affrontare i cambiamenti e le trasformazioni. Occorre un orientamento che lavori con il soggetto a trecentosessanta gradi, leggendo tra le righe della vita sia personale che professionale. L’individuo è un tutt’uno e non si può sezionare in parti distinte, ma occorre lavorare sulla totalità che ricomprende in sé la sfera cognitiva, emozionale, valoriale e comportamentale. Per questo occorre far riappropriare l’individuo delle proprie capacità e risvegliare in lui l’entusiasmo e la fiducia verso ciò che può fare. Questo fa sì che il soggetto vada a ricercare obiettivi nuovi e significati nuovi da dare alla propria esistenza rendendolo capace di affrontare il cambiamento e nuove sfide. Occorre passare dalla dimensione del pessimismo a quella del desiderio che genera ottimismo e la motivazione ad agire. Esso permette di diventare soggetti attivi di fronte al cambiamento creando nuove aspettative e nuovi orizzonti di senso. Desiderare significa sperare ma anche trasformare la nostra realtà in un’altra, quella che più si avvicina a noi e al nostro modo di essere nel mondo. La ricerca di ciò che desideriamo ci spinge ad andare e ad agire. Il desiderio più grande è quello legato alla realizzazione di sé, come ci ricordano Bruscaglioni e Gheno (2000),  “desiderio di autorealizzazione”, dal quale sorge il desiderio di espansione dell’esperienza (p. 147). Ogni essere umano anela a questo e la propria identità trova pace nel momento in cui si realizza, cioè appaga il desiderio di essere ciò che è. All’interno quindi dell’attività di orientamento occorre allora ridare spazio al desiderio e alle motivazioni che da esso derivano. Solo così l’individuo può essere pronto ad affrontare i cambiamenti che spesso la società gli impone. È stato scritto che il nostro tempo è senza desiderio (Recalcati, 2010) perché tutto sembra essersi omologato. Risvegliare e coltivare il desiderio allora significa rifar affiorare ciò che ci distingue dagli altri e che ci fa essere noi stessi fino in fondo. Nessun uomo può negarsi questo. Il desiderio di realizzarsi deve dirigere i nostri passi sul cammino della vita. L’individuo non può opporsi a quella voce interiore che grida il proprio desiderio di essere. Il compito principale dell’orientamento allora diventa questo, far emergere il desiderio di realizzazione e far sì che il soggetto se ne riappropri e lo segua.
Per fare questo bisogna che l’individuo ascolti se stesso e si conosca, secondo anche il monito dei greci “conosci te stesso” e a questo proposito ci tornano utili alcuni strumenti, quali la riflessione e la narrazione, che agevolano il lavoro di costruzione e ricostruzione della propria identità di fronte al divenire storico e sociale.

3. Quali strumenti per orientare?

3.1 La riflessione

La frenesia che caratterizza quest’epoca ci costringe a correre dietro a false illusioni, senza avere il tempo di fermarci a riflettere su ciò che stiamo facendo o vivendo. Diventiamo così anonimi abitanti del mondo senza più la possibilità di essere protagonisti della nostra storia. Come dice Augè (2005) siamo abitanti dei non luoghi, luoghi di passaggio che non riusciamo a fare nostri perché alieni da noi, ci identifichiamo in essi solo nel momento repentino del passaggio, ma non sappiamo interiorizzarli. Attualmente nella società vi è il dominio della ragione tecnica che ricerca l’acquisizione di abilità e conoscenze strumentali, che non danno spazio alla riflessione e che costringono l’uomo a diventare un automa comandato dal tecnicismo svuotato di senso. Da qui la necessità di tornare al pensiero riflessivo, per costruire partendo da esso un sapere che diventi autentico, denso di pensieri, emozioni e soprattutto di vita. Abbiamo bisogno di essere gli autori del nostro stare nel mondo e di lasciare traccia di noi. Il pensiero riflessivo parte dalla capacità di guardarsi dentro attraverso l’esperienza vissuta fuori di sé, facendola diventare nostra, per poi farla tornare nella realtà esterna. Occorre, pertanto, sviluppare la disposizione al pensare riflessivo.
La teorizzazione pedagogica del pensiero riflessivo deriva da Dewey (1933/1986) secondo cui la riflessione è il miglior modo di pensare. E proprio per questo motivo «il compito fondamentale del processo formativo è quello di coltivare le attitudini del pensiero riflessivo senza le quali l’attività pratica si riduce al meccanismo della routine» (Dewey, 1933/1986, p. 147). A sua volta Schön (1983/1999) teorizza, riprendendo Dewey, un modello di riflessione che viene in essere nel corso dell’azione, come una sorta di processo cognitivo che si sviluppa durante l’azione. Egli ritiene che la formazione di un pensiero e di una razionalità riflessiva attorno alla pratica e all’azione da compiere risultano essere una risorsa per l’individuo non solo per il presente, ma anche per il futuro. Il fare va sostenuto dal pensiero sul fare affinché si configuri come una situazione di apprendimento e trasformazione sul fare stesso; inoltre questo consentirebbe di sfavorire la conformazione a comportamenti stereotipati a favore invece di scelte più consapevoli e individuali che vanno a toccare la sfera dell’essere e della propria identità personale.
L’orientamento formativo volto a sviluppare le capacità riflessive in senso socratico cioè, si pensa l’esperienza e si pensano i pensieri che di essa codificano il significato, diviene momento in cui non si riflette solo sul fare ma si esercita la metariflessione, in cui anche i sentimenti e le emozioni sono parte integrante. Non vi è una riflessione asettica e priva di influenze emozionali, l’interpretazione del vissuto avviene attraverso la mente e il cuore. Attraverso la rielaborazione interiore della propria esperienza, il soggetto è spinto a fare ricerca, cioè a fare del proprio vissuto terreno di esplorazione e di analisi e maturare così scelte consapevoli. Dalla riflessione emerge la soggettività. Il pensiero riflessivo è frutto del nostro modo di essere e di agire.
La riflessione pertanto può diventare un punto chiave del processo di orientamento perché rappresenta il momento dell’interiorizzazione e del pensiero critico sulle proprie possibilità, sulle proprie attitudini e sui propri sentimenti. È una fase molto importante che dà valenza all’orientamento formativo e che rende possibile la presa di consapevolezza di sé e delle proprie capacità in modo durevole. La riflessione consente di andare oltre, è ciò che dà senso e significato alle azioni e alle scelte da operare. Essa aiuta a comprendere che di fronte alle situazioni di incertezza e di sfiducia vi è la possibilità o di adattarsi o di cambiare.
Come ricorda Mortari (2003): «la riflessione andrebbe concepita come una disciplina mentale, come una pratica che si attiva indipendentemente dall’esperire stati di dubbio. È la pratica analitica che non si situa in una relazione consequenziale col percepire stati di disagio cognitivo, piuttosto è essa stessa che produce incertezze, perché il suo proprium è rendere problematico ciò che tale non appare e di protrarre quanto più a lungo possibile quello stato di dubbio da cui ha origine il pensiero» (p. 27). A sua volta Mezirow (2003) attribuisce alla riflessione un ruolo centrale nell’apprendimento in quanto attraverso di essa si prende coscienza dei modi attraverso cui interpretiamo la realtà e diamo significato alle azioni e ai comportamenti, trasformando il modo di concepire il nostro essere nel mondo. «La riflessione è il processo con cui si valutano criticamente il contenuto, il processo o le premesse dei nostri sforzi finalizzati a interpretare un’esperienza e a darvi significato» (Mezirow, 2003, p. 106).
Il soggetto attribuisce senso e significato alla propria esperienza e in questa azione costruisce un’interpretazione di sé, degli altri e del mondo.
Una condizione necessaria per promuovere e sollecitare esperienze di orientamento sta nella possibilità  di far emergere i vincoli e i condizionamenti di natura soggettiva e socio-culturale entro i quali si esercita la propria libertà di pensiero, d’interpretazione e di azione.

3.2 La narrazione

La narrazione diventa uno strumento che insieme alla riflessione può agevolare il lavoro di orientamento. Occorre infatti, dopo essersi ripiegati su se stessi attraverso la riflessione, raccogliere ed esprimere i propri pensieri. La narrazione può aiutare in questo senso, in quanto consente di fare ordine dentro di sé, ma anche di tirare fuori quello che non si è ancora detto ed espresso. Essa dà modo di costruire il “discorso” attorno alla propria vita sia all’interno di sé che all’esterno rendendolo vivo attraverso le parole. Il narrare, infatti, rappresenta la modalità più naturale di costruire il significato (Bruner, 1990/1992).
Narrare agli altri la propria storia significa in primo luogo narrarla a se stessi. L’esistenza raccontata infatti si presenta lì dinnanzi e si “srotola come un gomitolo”. A sua volta l’astrattezza delle parole  lascia trasparire la materialità del vissuto e con estrema sintesi restituisce tutto quello che ci è sfuggito e che abbiamo lasciato andare, tralasciato o dimenticato.
Attraverso il raccontare si focalizza meglio l’attenzione su quanto si è appreso dall’esperienza e si fa un’operazione di sistematizzazione che porta a un apprendimento più consapevole. Si esce così trasformati, con qualcosa in più che non si possedeva. «Il pensiero narrativo si presta a costruire sapere a partire dall’esperienza, perché esso si occupa di comprendere il significato delle azioni umane a partire da un’attenzione focalizzata sull’evento particolare. Narrare significa costruire contemporaneamente due scenari: quello dell’azione e quello della coscienza dove prendono forma i significati attribuiti all’agire» (Mortari, 2003, pp. 82-83).
La narrazione di sé contiene due aspetti fondamentali per la costruzione del soggetto e della sua identità: l’autoreferenzialità, come “capacità di riflettere su se stessi per valutarsi, correggersi e interrogarsi sui pregiudizi e premesse che guidano l’azione” (Formenti, 1998) e le implicazioni emotive.
A questo riguardo l’approccio biografico e autobiografico aiuta a mettere in luce proprio tutti quegli aspetti sopiti e tutti quegli impliciti non espressi e non detti. Esso «nasce proprio là dove c’è bisogno di considerare il soggetto al centro del processo formativo e contemporaneamente può esprimere in particolare per gli adulti un’esperienza non solo di acquisizioni di nuove strategie d’apprendimento ma anche una riprogettazione personale o di scoperta di tacite motivazioni» (Alberici, 2000, p. 23).
L’autobiografia secondo Demetrio (1996) ha un’importante potenzialità formativa per l’adulto in quanto porta alla trasformazione e quindi rappresenta una sorta di strumento che l’individuo può utilizzare per orientare la sua vita. Infatti «è evidente che l’autoriflessione, stimolata dalla narrazione biografica, consente di considerare il proprio comportamento nelle diverse situazioni, di valutare errori commessi […], ed il soggetto è stimolato a ripensare il suo presente e a progettare il suo futuro con una rinnovata  disponibilità e partecipazione» (De Natale, 2001, p. 116). Il pensiero autobiografico sviluppa il pensiero retrospettivo che rivitalizza la memoria e il pensiero introspettivo che conduce alla propria identificazione personale, morale e sociale (Demetrio, 1999, p. 35). Proprio per questo può essere un buono strumento metodologico da utilizzare negli interventi di orientamento formativo nei confronti di adulti. Infatti è attraverso il racconto di sé, ma anche il racconto delle vite altrui, che il soggetto ha la possibilità di interpretare e comprendere la propria esperienza (Quaglino, 2011). Le narrazioni sollevano domande e interrogativi che spingono alla ricerca di se stessi e del proprio percorso di vita. Esse, nelle loro diverse modalità esplicative (racconto biografico, autobiografia, intervista narrativa, diario) agevolano la partecipazione e consentono di prendere consapevolezza del proprio passato, del proprio presente, del proprio futuro e, soprattutto danno voce al desiderio di realizzazione di sé.

4. Conclusioni

A conclusione del nostro discorso attorno all’orientamento formativo, vorremmo prendere a prestito le parole di Jung (citato da Quaglino, 2011, p. 149) «Ma come posso raggiungere il sapere del cuore ? Voi potete raggiungerlo soltanto vivendo la vostra vita pienamente […]. Sembra che voi vogliate fuggire da voi stessi, per non dover viver ciò che finora non avete vissuto. Ma non potete fuggire da voi stessi. Ciò che non avete vissuto resta con voi in ogni istante e pretende soddisfazione». Ed è proprio questa la sfida che l’educazione deve intraprendere per orientare i soggetti nella complessità della storia attuale: quella di far volgere lo sguardo verso l’interno di se stessi per scoprire ciò che c’è dentro che ha necessità di uscire per costruire la propria storia, la propria vita. Di fronte alla contemporaneità non bisogna scappare, ma anzi rendersi quanto più presenti sia a se stessi che agli altri, manifestandosi pienamente e totalmente. Proprio per questo al centro di un  lavoro di orientamento deve essere posto il soggetto e tutto ciò che porta in sé: motivazioni, desideri e aspirazioni. Il colore cupo della nostra società non deve oscurare il bagliore di luce che c’è in ognuno di noi, occorre solo farlo risplendere. Non bisogna arrendersi ma diventare più forti, portando avanti le proprie idee e i propri pensieri affinché ciò che ora ci sembra inarrivabile sia possibile. Occorre vedere il tempo attuale non come un momento di crisi, ma come un momento di opportunità in cui si possa cambiare e trasformare il nostro modo di vivere e la civiltà in cui siamo immersi. Occorre saper guardare dentro di sé per ritrovare se stessi e quella forza di reazione che spinge ad andare avanti. Non la resa ma la ripresa dei propri sogni e dei propri desideri deve spingere verso un cambiamento radicale di prospettive. L’attività di orientamento deve portare a questo e soprattutto deve consentire all’individuo di poter camminare con le proprie gambe verso il proprio futuro e verso la realizzazione del proprio progetto. L’orientamento formativo deve saper consegnare quegli strumenti idonei affinché ognuno si possa auto-orientare sul proprio cammino esistenziale e trovare in sé le risorse per affrontare quello che la vita gli riserva.

Bibliografia

Alberici, A., (Ed.), (2000). Educazione in età adulta, percorsi biografici nella ricerca. Roma: Armando Editore.  
Augè, M., (2005). Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano: Eleuthera.
Bruner, J., (1992). La ricerca di significato. Torino: Bollati Boringhieri (lavoro originale pubblicato nel 1990).
Bruscaglioni, M. & Gheno, S., (2000). Il gusto del potere. Empowerment di persone ed azienda. Milano: FrancoAngeli.
Demetrio, D., (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Cortina
Demetrio, D., (Ed.), (1999). L’educatore auto(bio)grafico. Il metodo delle storie di vita nelle relazioni di aiuto. Milano: Edizioni Unicopli.
De Natale, M. L., (2001). Educazione degli adulti. Brescia: La Scuola.
Dewey, J., (1986). Come pensiamo. Una riformulazione del rapporto fra  pensiero riflessivo e l’educazione. Firenze: La Nuova Italia (lavoro originale pubblicato nel 1933).
Formenti, L., (1998). La formazione autobiografica. Confronti tra modelli e riflessioni tra teoria e prassi. Milano: Guerini Associati.
Lo Presti, F., (2009). Educare alle scelte, L’orientamento formativo per la costruzione di identità critiche. Roma: Carocci.
Mezirow, J., (2003). Apprendimento e trasformazione. Milano: Raffaello Cortina.
Mortari, L., (2003). Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione. Roma: Carrocci.
Quaglino, G. P., (2011). La scuola della vita. Manifesto della terza formazione. Milano: Raffaello Cortina.
Recalcati, M., (2010). Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna. Milano: Raffaello Cortina.
Schein, E. H., (2001).  La consulenza di processo. Milano: Raffaello Cortina (lavoro originale pubblicato nel 1999).
Schön, D. A., (1999). Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale. Bari: Dedalo (lavoro originale pubblicato nel 1983).
www.isfol.it/Glossario [consultato il 24 aprile 2012].