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É. Séguin, Origine della cura e dell’educazione degli idioti, da Barnard, H. (Eds.), (1856), The American Journal of Education, II, London

 

Cura e traduzione di Giuseppe Annacontini (1)

 

L’esperienza di Séguin ha avuto lo stigma del passaggio cruciale per la medicina, per la pedagogia, per l’etica e la morale. Un passaggio cruciale, dunque, per intraprendere la via della definizione (per la messa in atto) di una “mentalità pedagogico-curativa” che sia anche teoricamente attrezzata. Una mentalità che, mentre costruisce quotidiane occasioni di relazione formativa, possa impiegare e mobilitare al meglio tutte le risorse possibili (a livello anche degli impliciti personali e culturali dei soggetti “presi” nella relazione) al fine di promuovere competenze di orientamento e, nel migliore dei casi, auto-orientamento.

 

Una mentalità pedagogica che sappia imprimere una direzione all’in-finito movimento trasformativo dell’uomo, per ricomporre le trame della vita, in quanto esse possono risultare esser state lacerate dagli eventi patologici. E, questo, definendo vie alternative o nuove e impensate prospettive di vita, quasi mai facili da riconoscere, ancor più difficili da percorrere. Tutto ciò, a partire dalla funzione del con-tatto.

Gli scritti di Séguin, e questo non meno degli altri anche più celebri, consentono al pedagogista contemporaneo di leggere dell’utilità e dell’efficacia dell’incrocio tra campi di sapere tra loro profondamente interconnessi per quanto, particolarmente oggi, tra loro dichiaratamente separati: medicina, pedagogia, etica.

Pensare la differenza diviene, così, più facile. Pensare l’alleanza più legittimo. Pensare la reliance più efficace. Se si comincia dall’analisi delle correlazioni che sussistono tra i dispositivi culturali, etici e fisiologici che, al tempo in cui operò Séguin, erano collegati tra loro in maniera più immediata e evidente che oggi si finisce per scoprire la normalità scientifica della apertura multi-inter-transdisciplinare. Apertura che oggi è come mai necessaria per le “altezze” raggiunte dalle conoscenze disciplinari, dalle quali si comincia a intravedere la necessità di riconoscere l’irriducibile interconnessione che mette in contatto tra loro campi del sapere che l’ortodossia vorrebbe eterogenei, a partire dalla centralità della relazione uomo-mondo.

Gli insegnamenti di Séguin non si sono esauriti insieme alla sua vita. È qui sufficiente ricordare che anche la Montessori ha in più luoghi della sua ricca produzione rievocato il rilievo che le coraggiose intuizioni di Séguin hanno avuto per la definizione di un metodo che, ancora oggi, presenta degli assoluti tratti di innovatività, margini di riflessività euristica, prospettive di educabilità planetaria.

Séguin ci è servito, ci serve per abitare queste prospettive e, con ciò, abitare pedagogicamente l’oggi come impegno a-venire.

 

Note

(1) Ringrazio di cuore la Prof.ssa Rowena Coles dell'Università degli Studi "Carlo Bo" di Urbino per aver sciolto i punti che nella traduzione mi erano rimasti oscuri.

 

Giuseppe Annacontini

 

 


 

 

Fatta eccezione di Dio, nessuno può realizzare alcunché solo da se stesso. Ne consegue che la questione del primato nelle scoperte umane è sempre contestabile. Se fosse stata scritta la storia vera di ogni invenzione, noi troveremmo con pari dignità coinvolti nella sua realizzazione il pensatore, che sogna senza cogliere la portata pratica delle proprie visioni; il matematico, che valuta attentamente le risorse a disposizione nella loro reciproca relazione, ma che si dimentica di proporzionarle alla difficoltà che incontreranno; e così via, attraverso le centinaia di intermediazioni che segnano la distanza tra la visione e la sua traduzione in idea perfetta, finché qualcuno non arriva e, combinando il risultato del lavoro dei suoi predecessori, dà all’invenzione nuova vita, e con essa il suo nome.

Tuttavia, in buona fede, a quest’uomo può esser riconosciuto solo di essere l’espressione – onorabile e, spesso onorata – della fraternità umana. Ed è solo da tale punto di vista che è possibile cogliere pienamente i vantaggi della scoperta: in quanto proprietà comune del genere umano, essa ci mette nelle condizioni di provare un più intimo e profondo sentimento di interdipendenza o solidarietà. Una pur breve storia delle origini della cura e dell’addestramento degli sfortunati colpiti da idiozia sarà una efficace illustrazione di questa legge della reciproca interdipendenza.

Nel 1801, il cittadino Bonnaterre scopri, nella foresta dell’Aveyron in Francia, un ragazzo selvaggio. Questo ragazzo era completamente nudo e il suo corpo segnato da numerose cicatrici; era agile come un capriolo, si cibava di radici e noci che apriva allo stesso modo di come fanno le scimmie, gioiva al cadere della neve e si divertiva a rotolarsi in questa bianca coperta. Pressappoco poteva avere 17 anni. Bonnaterre si fece scappare il ragazzo selvaggio e così, quando in seguito lo riacciuffò, lo spedì, a proprie spese, all’abate Sicard, direttore del Istituto per sordomuti a Parigi.

Sicard era appena succeduto all’illustre abate L’Epée; e Bonnaterre riconobbe in lui colui che meglio avrebbe potuto realizzare il miracolo da lui sognato, l’educazione di questa creatura, la più inferiore che si fosse mai vista tra gli umani; tuttavia si sbagliava. Sicard prima esibì per alcuni giorni, a dotti e curiosi, l’essere che gettava via continuamente i suoi vestiti e che tentava in tutti i modi di fuggire, anche attraverso le finestre e, quindi, lo lasciò abbrutirsi, abbandonato, sotto gli smisurati tetti della scuola per sordomuti.

Dunque, il ragazzo selvaggio dell’Aveyron fu visto da tutta Parigi. Ma se la folla di visitatori trovò in lui motivo di disgusto, per pensatori e filosofi fu motivo di risveglio di un vivo interesse. Alcuni di coloro che hanno conversato con Franklin in merito alla libertà del mondo, allora ancora viventi, fecero in modo che il ragazzo fosse portato davanti all’Accademia delle Scienze, dove promosse interessanti e fruttose discussioni.

Due uomini si distinsero particolarmente per l’interesse che mostrarono nei confronti del ragazzo selvaggio dell’Aveyron e, cioè, Pinel massimo esperto medico della follia, autore della Nosografia Filosofica, per cui il ragazzo era idiota (il seguito delle vicende dimostrò la correttezza di tale tesi); e Itard, massimo esperto medico dei sordomuti, che affermò che il ragazzo era semplicemente il risultato della totale assenza di educazione. Itard fece di più; gli diede il nome di Victor, senza dubbio come segno della vittoria che l’educazione avrebbe ottenuto sulla sua natura bestiale. Ma egli fece ancora di più; lo accolse nella sua stessa casa, assunse una governante che si sarebbe dedicata esclusivamente a lui e gli dedico parte del suo tempo, per quanto fosse già carco di impegni, per sei anni.

Questa devozione di Itard per il ragazzo e per la scienza è sicuramente degna delle più alti lodi, per quanto, essendo basata su un errore metafisico, i suoi sforzi gli avrebbero dato solo delusioni; e malgrado tutto Itard non si abbandono mai allo scoraggiamento. I suoi errori furono questi: egli si ostinò a vedere nell’idiota il selvaggio; e, affidandosi ai suoi studi, così come alla sua fede, sulle dottrine materialistiche di Locke e Condillac, i suoi insegnamenti anche se talvolta potevano smuovere i sensi del suo allievo, tuttavia non avrebbero mai toccato la sua mente e la sua anima. Itard offrì ai sensi del ragazzo alcune nozioni delle cose, risvegliò anche in lui una sensibilità fisica alle carezze concessegli; tuttavia lo lasciò privo di idee o di sentimenti morali e sociali, incapace di lavorare e, conseguentemente, di indipendenza. Il ragazzo, terminato quel doloroso e sterile addestramento, fu dimenticato in un ospedale, dove passo la restante parte della propria vita.

Tuttavia, se questi sei anni furono per lo più persi se considerati dal punto di vista del ragazzo selvaggio dell’Aveyron, essi furono comunque fruttuosi per il pensiero di Itard. Sebbene profondamente impegnato nel suo studio delle malattie dell’orecchio, egli spesso tornò a riflettere sull’esperimento condotto in gioventù, e talvolta egli si rammaricò della fama che ebbe in quanto chirurgo – una fama che per quanto gli portasse pazienti da tutte le parti dell’Europa, tuttavia non gli lasciava tempo per i suoi studi ed esperimenti filantropici.

Era questo lo stato d’animo in cui si trovava Itard quando, nel 1837, fu consultato dal celebre Guersant, direttore dell’ospedale dei bambini di Parigi, in merito al caso di un giovane idiota. «Se fossi stato più giovane – si rammaricò Itard – mi sarei fatto carico io della sua cura; ma indirizzate a me una persona competente, e io dirigerò i suoi sforzi». Guersant gli parlò di me. Itard fu collega di mio padre durante gli studi in medicina. «Se Seguin accetterà – disse Itard onorandomi con le sue parole – io risponderò del risultato». A partire da questa scena, sarà possibile vedere come siano tre gli uomini che avrebbero preso le redini nella grande impresa del miglioramento delle condizioni degli idioti: Bonnaterre, il generoso e entusiasta protettore del ragazzo dell’Aveyron; Pinel, le cui discriminazioni diagnostiche hanno tanto illuminato il problema dell’idiozia; e Itard, la cui devozione, pazienza e sagacia hanno aperto la strada al metodo del miglioramento delle condizioni degli idioti.

Quando Guersant mi offrì il pericoloso onore di continuare l’incompleto lavoro di Itard, io mi stavo appena riprendendo da una malattia che si pensava fosse mortale. In ogni caso il desiderio di far giungere il mio nome alle orecchie di chi non mi sarei mai aspettato di vedere di nuovo, mi diede la forza di tentare l’impresa. Itard mi comunicò i dettagli di ciò che aveva fatto con i suoi primi allievi, e io studiai tutto ciò che era stato tentato e realizzato dopo di lui.

Gall aveva sollevato l’interrogativo circa la causa dell’idiozia, dando un forte impulso alla ricerca sulle funzioni del cervello: teorico molto abile, pensò di aver trovato negli idioti le prove a sostegno del suo sistema frenologico. Gli autori che gli succedettero, Georget, Esquirol, Lelut, Faville, Calmeil, Leuret, Pritchard, sembrarono, al contrario, aver studiato l’idiozia esclusivamente per utilizzare la sua fenomenologia contro il sistema di Gall, senza curarsi del bene dei poveri idioti, considerati da essi incurabili. Completamente presi dal solo proposito polemico che si erano posti, essi trascorsero trent’anni a misurare e a pesare le teste degli idioti vivi e morti, arrivando alle seguenti conclusioni:

  1. non esiste una relazione costante tra sviluppo generale del cranio e grado di intelligenza;
  2. le dimensioni della parte anteriore del cranio, e in particolare della fronte, sono, tanto grandi tra gli idioti quanto tra gli altri;
  3. 3/5 degli idioti hanno teste più grandi degli uomini di intelligenza ordinaria;
  4. non esiste una relazione costante tra il grado di intelligenza e il peso del cervello;
  5. i differenti gradi di idiozia non sono misurabili per mezzo del peso del cervello;
  6. un cranio perfettamente formato spesso ospita un cervello imperfettamente formato, irregolare ecc.;
  7. talvolta il cervello degli idioti non presenta alcuna deviazione quanto a forma, colore e densità dal normale standard; ciò è, infatti, perfettamente normale.

 

 

Essi dichiararono di aver definito tutte queste evidenze anatomo-psicologiche* ma sull’educazione e sulla cura degli idioti non fu detta una sola parola nuova nel corso di trentacinque anni. Alla fine di questo periodo condussi i miei primi lavori nello studio di Itard, dove egli mi concesse il dono più prezioso che un anziano può offrire ad un giovane: il risultato pratico della sua esperienza.

Itard fu sempre senza pari durante questi colloqui quando, in preda a terribili sofferenze, sintomi della sua fatale malattia, egli discusse con me delle questioni di più alto interesse. Il suo aspetto era contratto e il suo corpo contorto nel tormento ma la sua mente non ha mai perso chiarezza e precisione per un solo momento. Io lì imparai il segreto della sua influenza sugli idioti, così come imparai a riconoscere la sua debolezza filosofica, fino a quando non morì a Passy, nel 1838.

Il desiderio di sapere se la medicina della mente non avesse rimedi migliori rispetto a ciò che lui aveva scritto, mi spinse a condurre i miei primi pazienti da Esquirol, dal quale andammo ogni settimana.  Esquirol, l’oracolo della medicina della mente, non aveva niente da insegnarmi, tuttavia era un uomo dal tatto squisito e mi diede eccellenti consigli sull’applicazione dei processi che io gli suggerivo. La sua approvazione  mi incoraggiò ad andare avanti, mentre maturavo nella mia mente la teoria che lui non avrebbe mai conosciuto.

Questa teoria, l’unica cosa che mi mette al di sopra dei miei predecessori, non è più separata dagli uomini del nostro tempo di quanto i miei primi esperimenti non lo siano dagli uomini della generazione precedetene.

Il “nuovo cristianesimo” di Saint Simon; le lezioni orali e scritte del suo rimpianto discepolo Olinde Rodrigue; la “filosofia della storia” del presidente Buchez; la “encyclopædic review” di Carnot e Charton; la “popular encyclopædia” di Pierre Leroux e Jean Reynaud, la mia familiarità con tutti questi eccetto il primo, tali erano le fonti a partire dalle quali ottenni gli elementi della mia iniziazione ai misteri delle leggi della medicina filosofica.

Le basi di queste leggi sono le seguenti: l’unità di Dio, manifesta nei suoi tre principali attributi; l’unità dell’uomo nelle sue tre manifestazioni d’essere; l’idiota, come gli altri uomini, fatto a somiglianza di Dio, debole nei modi di esprimere la sua trinità: 1. debole nella sua mobilità e sensibilità; 2. debole nella sua percezione e nel ragionamento; 3. debole nella sua affettività e volontà. Una e triplice debolezza, curabile caso per caso, come proprio della razza umana, per l’idiota attraverso un adeguato e ripetuto esercizio, per l’umanità attraverso le dolci ma terribili lezioni storicamente consolidatesi.

Non è degno dello spirito del diciannovesimo secolo, dunque, far sì che sia l’idiota – creatura che, fino ad oggi, è stata guardata con disgusto –a illuminare la scienza antropologica, a dimostrare che la vera teoria della natura umana deriva da una più profonda conoscenza della Teologia e, quindi, a sottrarre uno di quei veli stesi tra noi e il nostro Creatore, adesso chiamati misteri, ma che le prossime generazioni riconosceranno come verità.

Tuttavia, non è sufficiente aver scoperto il vero principio filosofico; è necessario applicarlo. In tale applicazione, puro lavoro pratico, si deve tener conto di quanto attestato dall’esperienza e della comparazione, tutto ciò che non risulterà corretto storicamente e cronologicamente, sarà riconosciuto come falso, inutile e impossibile. Dopo l’eliminazione di ogni strumento arbitrario di istruzione e sviluppo, la cura dell’idiota procederà parallela all’educazione che la razza umana ha seguito nel passare delle età. Così, la prima cosa di cui necessitano le persone, è possedere forza per fare e percepire, attraverso la quale si è in grado di muoversi, agire, combattere e trionfare. Il bisogno di tale forza fu la causa, nelle razze primitive, dell’introduzione degli sport e degli esercizi di atletica; traccia dei quali possiamo ritrovare anche sui monumenti di Tebe e Luxor. Su questi esercizi ginnici delle genti antiche, furono poste le basi per mettere i primi passi di una educazione degli idioti.

Per quei soggetti che sono privi della capacità di agire spontaneamente, si è trovato nell’imitazione uno dei principali mezzi di progresso. La stimolazione delle abilità imitative dovrebbe, quindi, avere una posizione preminente in tutta la cura, fisiologica, psicologica e morale. Il seguito di questa osservazione diede i risultati che ora descrivo. In ordine ai problemi fisiologici, l’imitazione, applicata ai movimenti e alla ginnastica, ha fornito agli idioti attenzione e predisposizione per le attività corporee; nel contempo, l’imitazione, non applicata a gesti senza senso ma a quelli che hanno uno scopo personale o sociale, incita all’azione volontaria e regolare che può produrre lavoro in ogni occasione, comunque sia, semplice o complesso; l’abilità al lavoro è quindi conquistata.

La presenza di una o più anomalie nella funzionalità dei sensi (come ad esempio la deprivazione,  l’imperfezione, l’opacità o l’esaltazione) è tra le caratteristiche dell’idiozia più costantemente segnalata. Questi sintomi sensoriali dell’idiozia, molto variabili nelle loro manifestazioni, siccome colpivano talvolta il tatto, talvolta il gusto, talvolta l’odorato, talvolta l’udito, e più spesso ancora la vista, servirono molto bene a supportare le dottrine dei materialisti del diciottesimo secolo, al punto che Itard le ha considerate come costitutive dell’idiozia. Di conseguenza, la sua azione di cura fu completamente indirizzata all’obiettivo di riparare il disordine dei sensi. Il dettato del diciannovesimo secolo ci ha insegnato, al contrario, che i sensi non sono la mente, meno che mai l’anima; che lo sviluppo sensoriale si realizza nella razza, così come si manifesta nell’individuo, immediatamente dopo la sviluppo muscolare; e che, compiute queste cose, la mente e l’anima, il principio intellettuale e morale rimangono intoccati. Immensa rivelazione! Dato che, ciò che era stato considerato dai materialisti come il fine, non è niente di più che la fine della prima fase dell’umana trinità e, di conseguenza, i prolegomeni della cura degli idioti.

Sembra che gli uomini che hanno dettato le formule per la cura degli idioti siano proprio le grandi menti del diciannovesimo secolo, siano cioè quegli uomini che hanno salvato la scienza antropologica, riprendendola al punto in cui la Bibbia l’aveva lasciata, facendo l’uomo, qui si dice, “a nostra immagina e somiglianza”.

Essendo per l’uomo i sensi le porte attraverso le quali  la mente si forma ed emerge, gli stessi sono stati trattati negli idioti  così come nella realtà sono trattati tutti i passaggi storti, troppo stretti o difettosi, che, per esempio, abbiamo raddrizzato e allargato. Noi abbiamo tratto profitto dall’introduzione, per mezzo di queste aperture, accanto a nozioni materiali delle proprietà fisiche dei corpi, di poche semplici idee in relazione a semplici e utili, o gradevoli oggetti. Queste prime idee hanno riguardato due classi di fenomeni. La prima, la classe dei bisogni che associa una funzione ad ogni oggetto; una classe di portata infinita che gradualmente conduce un uomo dal volere una pavimentazione per i propri, alla ricerca di qualche agente propulsivo più efficace del vapore. La seconda, la classe delle meraviglie, che offre piacere e scoperta, cibo per la fantasia, per tutti, per il selvaggio come per il civilizzato, per l’idiota come per il saggio. Michael Montaigne chiama curiosità “quell’affascinante furia che ci spinge tutti all’incessante ricerca dopo qualche nuovo evento”. Gli idioti non sembrano possedere tale naturale curiosità – madre della bellezza e di ogni progresso – ma l’insegnante la può promuovere in lui.

Al fine di portare avanti tale azione, l’idiota dovrebbe ricevere un trattamento simile a quello sviluppato dalle genti antiche. Il glorioso fulgore della luce, le cupe ombre dell’oscurità, gli abbaglianti contrasti dei colori, l’infinità varietà delle forme, la levigatezza o la rudezza delle sostanze, i suoni e le pause della musica, le eloquenti armonie della gestualità, dell’aspetto e del discorso, sono, tutti questi, i potenti agenti della transizione da essi realizzata da una educazione fisiologica a quella della mente.

Via, dunque, i libri! Dateci il modello di istruzione degli assiri e degli ebrei. I segni del pensiero erano dipinti, incisi, scolpiti in profondità o in rilievo, sensibili alla vista e al tatto; le tavole delle leggi di Mosè apparvero nel mezzo del tuono e del lampeggiare del fulmine; allo stesso modo, i simboli sotto i quali si cela la mente moderna dovrebbero apparire all’idiota secondo queste forme storiche e potenti, in modo tale che, vedendole e toccandole ad un tempo, egli giungerà a comprendere.

Nella maggior parte dei casi, non esiste discorso tra idioti. Per insegnargli a parlare, è necessario tenere a mente: 1. che i linguaggi più antichi e semplici sono monosillabici; 2. che essi sono ritmati come la musica; 3. che essi parlano innanzitutto dei bisogni elevati al punto dei sentimenti più intensi. Quando l’idiota può parlare, leggere, o contare in una certa misura ciò significa che egli ha acquisito gli strumenti grazie ai quali l’educazione della mente, già iniziata, è possibile. Andiamo, dunque, alla seconda fase dell’insegnamento, fino a quando il cielo e la terra non mancheranno di fornirci i mezzi per progredire. L’intelligenza di ogni uomo ha i suoi limiti; quella della mente dell’idiota ne avrà di più. Nell’attività precedente, c’è stato modo di insegnare all’idiota a camminare, a stare eretto, ad afferrare con le mani, a portare, ad agire, a osservare, ad ascoltare, a parlare, a leggere e tutte queste attività si sono succedute senza confusione, come luoghi dai quali avere diverse prospettive di un medesimo paesaggio; ma un principio ha accompagnato tutti questi passaggi successivi: il principio dell’addestramento morale.

Ciò che in massimo grado caratterizza l’idiozia è l’assenza di volizione morale, sostituita da una volontà negativa; ciò in cui consiste essenzialmente la cura di un idiota è la trasformazione della sua volontà negativa in una affermativa, la sua volontà di solitudine in volontà di socialità e di utilità; tale è l’oggetto dell’addestramento morale.

L’idiota non aspira a niente, il suo unico desiderio è rimanere nel suo vuoto. Per trattare efficacemente questa volontà malata, il medico desidera che l’idiota agisca e pensi per sé, di sé e da sé. L’ostinata volontà del medico morale sprona incessantemente l’idiota ad andare fuori dalla sua idiozia verso la sfera dell’attività, del pensiero, del lavoro, del dovere e dei sentimenti affettuosi; questo è l’addestramento morale. Superata la volontà negativa dell’idiota, una volta dati opportunità e incoraggiamento ai primi segnali di una volontà attiva, una volta arginate le tendenze immorali di questo nuovo potere, il suo mescolarsi con la parola impegnata e viva deve essere promosso in ogni occasione. Questa parte morale dell’addestramento  non è qualcosa di separato ma è necessariamente connessa e integrata con tutte le altre parti dell’addestramento. Mentre noi gli insegniamo a leggere, mentre facciamo con lui giochi infantili, facciamo sì che la nostra volontà governi la sua, se noi vorremo abbastanza anche per lui, anche lui comincerà a volere.

L’importanza della cura morale ci ha spinto a ricostruire le sue origini. Molto prima che un medico avesse concepito l’idea di correggere le false idee e sentimenti di un lunatico attraverso purghe, o le depressioni craniche di un idiota con salassi, la Spagna ha prodotto diverse generazioni di monaci, che hanno affrontato, con grandissimo successo, tutti i tipi di malattie mentali senza farmaci, attraverso il solo addestramento morale. Alcuni lavori regolari, la pratica di occupazioni semplici e assidue, una volontà illuminata e carismatica che sorveglia costantemente i pazienti; tali erano i soli rimedi utilizzati. “Noi ci prendiamo cura di quasi tutti i nostri lunatici – dicono i buoni monaci – esclusi i nobili, che reputano disonorevole lavorare utilizzando le mani”. Ultima e fatale parola di un aristocratica morente – “Ozio o morte” si lamentava, anche nella sua follia, e presto la gente finì per risponderle “Muori, allora. Solo per coloro che lavorano vi è diritto alla Vita e alla Libertà”.

Non è una cosa strana da contemplare! Questi uomini, lontani dal mondo e dalle scienze umane, senza altra conoscenza che quella della Carità cristiana, ma nella pienezza del loro solitario e santo impegno, dando al folle calma al posto della furia, attenzione al posto della demenza, lavoro impegnato al posto di impulso a distruggere; nei fatti, cacciano i demoni da queste anime inquiete. Non conoscevano niente, questi poveri monaci che dicevano ai loro pazienti “Nel nome di Dio il creatore e l’ordinatore, controlla le tue azioni; In nome di Dio, la grande mente dell’universo, controlla il tuo pensiero; In nome di Dio, il grande amore, controlla le tue passioni”. Questi poveri monaci sapevano solo agire in virtù della loro fede, e noi – che abbiamo solo una fede cieca nel sublime e nel suo esser cieca la ragione del suo esercizio – non abbiamo fatto meglio di loro, l’unica differenza è che noi, quando applichiamo la loro cura a un idiota, sappiamo perché e come l’abbiamo fatto.

Quindi, grazie agli idioti che sono passati nelle mani dei monaci spagnoli, un mistero divino è diventato un fondamentale principio della scienza antropologica. Tale è l’origine, in parte divina, in parte umana, della cura e dell’educazione degli idioti, sebbene si possa con chiarezza vedere che Dio è fondamento di essa come di ogni nostra grande scoperta.

 

* Vedi il compendio di medicina pratica di Monneret e Fleury.