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Autobiografia ragionata, riconoscimenti, orientamento
di Alessio Surian   


Il testo presenta i tratti salienti dell’approccio “autobiografia ragionata” così come è stato concepito da Desroche e sviluppato da Draperi. Vengono inizialmente presentati alcuni temi chiave in merito agli approcci narrativi in ambito pedagogico e delle scienze sociali, seguiti da alcuni concetti e

tecniche chiave in merito all’autobiografia ragionata in relazione all’orientamento formativo e al lavoro [*].


The paper discusses the “autobiographie raisonnée” (auto/biographical) approach conceived by Desroche and further developed by Draperi. After an initial discussion on key issues related to narrative approaches in education and social sciences, the paper presents in a short way several “autobiographie raisonnée” key concepts and techniques employed in training and career guidance.

 

Un’educazione che non tenda tanto a conoscere un maggior numero di fatti
e ad accogliere un maggior numero di idee quanto a meglio ordinarli
non è educativa.
Non è vero che l’organizzazione è un principio estraneo all’esperienza.

Dewey J. (1949) p. 73

 

1. Sguardo da dentro e condotte maieutiche

 

L’ascolto di uno “sguardo da dentro” (Varela & Shear, 1999; Armezzani, 2004), di una dinamica introspettiva caratterizza diversi approcci narrativi e biografici che possono entrare utilmente in dialogo con percorsi formativi e contesti lavorativi sempre più centrati sul concetto di competenza. Un approccio narrativo rimanda alla persona «nella sua interezza e nella singolarità della sua biografia formativa, personale e professionale secondo un’accezione dinamica e in azione, piuttosto che statica» (Alberici, 2008, p. 49). Si tratta, innanzitutto, di riconoscere come vi sia nella spinta al raccontare «un desiderio teso a elaborare unità di significanti sempre più vaste» (Brooks, 1995, p. 57). Di fatto, “pensiero narrativo” e “narrazione autobiografica” sono espressioni entrate nel lessico di una pluralità di discipline e pratiche. Un ventaglio di ambiti disciplinari ha contribuito a mettere in evidenza diversi aspetti e opportunità offerte dalla narrazione: oltre alle scienze della formazione (Batini, 2005), le prospettive vanno dall’antropologia culturale (Geertz, 1973), alla psicologia culturale (Bruner, 1986, 1991; Pontecorvo, 1991; Mantovani, 1999) e dello sviluppo (Smorti, 1997), alla sociologia (Jedlowski, 2000) e alla filosofia (Ricoeur, 1994).  Quest’ultimo autore, lega esplicitamente la “fenomenologia dell’uomo capace” alla forma riflessiva del “raccontarsi” (2005, p. 117) riprendendo una tradizione francese che già nel titolo di una delle riviste più note, La faute à Rousseau, fondata nel 1992 dall’APA (l’Associazione per l’autobiografia e il patrimonio autobiografico) vede ne Le Confessioni di Rousseau (il racconto dei suoi primi 53 anni, pubblicate postume a partire dal 1782) un punto di svolta nel modo di concepire e praticare la narrazione autobiografica, con la consapevolezza di dar senso alla propria traiettoria di vita a partire dalla memoria, dalle “immagini delle cose”.

Da questa tradizione, Henri Desroche concepisce la pratica dialogica dell’autobiografia ragionata come «condotta maieutica» (Draperi, 2010, p. 187), presentandola come una rottura epistemologica in ambito formativo: chi è deputato ad insegnare non detiene “il” sapere, ma si mette, come persona-risorsa, a disposizione di una persona in grado di costruire un progetto ri-percorrendo la propria esperienza vissuta (Desroche, 1990). L’esercizio autobiografico è mosso in primo luogo dalla tensione a dare significato al proprio presente, ricostruendone il passato e attivando nuovi sguardi sul futuro. Un esercizio che incoraggia il narratore ad assumersi la responsabilità di essere attore del proprio sé, non soltanto rievocando le esperienze significative, ma anche cercando attivamente di collegarle e di attribuirvi coerenza.

Il lavoro pionieristico di Desroche, soprattutto nell’ambito del movimento cooperativo, trova riscontri sia negli approcci all’educazione popolare e alla ricerca partecipata, soprattutto in Africa Occidentale e in America Latina, sia da parte di autori che si confrontano sui percorsi di individuazione e di azione collettiva in ambito formativo. In una prospettiva educativa collettiva che affronta problemi posti da pedagogisti come Dewey (1949) e sociologi come Schütz (1974), autori come Boutinet (1990) e Vassileff (1997) propongono analisi e distinzioni importanti in merito a due termini problematici per Desroche: pedagogia e progetto.

 

2. Proiettare e progettare: da attori ad autori

 

Boutinet (1990) sottolinea la differenza fra “progetto-oggetto” e “progetto-metodo”: è il secondo ad entrare specificamente in merito alla pedagogia del progetto, con un’attenzione privilegiata per i processi, l’azione in corso, la valutazione di tipo formativo.

Il lavoro di Vassileff (1997) interseca abilmente quello di Boutinet e rileva la differenza fra “pro-iettare”, la proiezione che rimanda alla dimensione dell’autenticità, spaziale locale e immediata, e “progetto” in quanto ipotesi di quel che potrebbe avvenire a livello sociale così come ipotesi di un altrove e di un futuro: due “momenti” complementari della pedagogia del progetto. In linea con Desroche, per Vassileff è necessario proiettarsi prima di mettere a punto un progetto.

Anche il lavoro di Pineau (1998; 2000) incontra quello di Desroche nel mostrare come al di fuori delle sedi formative deputate vengano acquisite conoscenze e che queste acquisizioni pongono all’ambito educativo formale una richiesta di riconoscimento. Pineau (2000) sollecita un approfondimento in merito alle modalità con cui questi saperi vengono elaborati. I processi individuali che portano all’acquisizione di questi saperi non sembrano poter essere ricondotti a un’unica modellizzazione: come osservarli e come facilitare processi di consapevolezza da parte di chi li ha o li sta elaborando?

Desroche, nel testo del 1984 Théorie et pratique de l’autobiographie raisonnée (disponibile solo come documento di lavoro), ripreso per buona parte nel 1990 in Entreprendre d’apprendre: d’une autobiographie raisonnée aux projets d’une recherche-action, documenta come abbia utilizzato, fin dagli anni Settanta, la biografia ragionata quale base di percorsi di ricerca-azione, incoraggiando gli “attori” sociali che partecipavano a percorsi formativi cooperativi a divenire “autori” di lavori di indagine rigorosi e in sintonia con le proprie motivazioni nell’ambito del lavoro sociale. Proprio per favorire un’“individuazione” coerente dell’argomento di ricerca e tesi, Desroche apriva i percorsi con l’autobiografia ragionata, dispositivo che ha concepito e perfezionato in contesti e continenti diversi e che lo ha visto operare come persona-risorsa che ascolta e trascrive la narrazione autobiografica della persona-progetto. Un racconto biografico, dunque, che l’ascoltatore trasforma e restituisce in forma scritta. Ma, come ci ricorda Tierno Bokar, «lo scritto è una cosa, il sapere un’altra. Lo scritto è una fotografia del sapere, ma, in sé, non è sapere. Il sapere è una luce che esiste nella persona. È l’eredità di tutto ciò di cui i nostri antenati sono venuti a conoscenza e che è latente in tutto ciò che ci hanno trasmesso, proprio come l’albero già esiste, potenzialmente, nel suo seme» (Bâ & Cardaire, 1957). Allo stesso tempo, la narrazione getta un ponte verso la scrittura, è possibile pensarla, con Pontecorvo (1999), come un’agire dalla natura bifronte: sia forma tipicamente orale del discorso, sia forma orale “congelata”, discorso parlato che sviluppa elementi di somiglianza con lo scritto. È quanto hanno colto l’Università Cooperativa Internazionale e i DHEPS (Diplôme des Hautes Etudes des Pratiques Sociales) fondati nel 1978 da Desroche (precorrendo, secondo ricercatori come Lago (2011) la VAE). Il DHEPS è, infatti, un diploma universitario (l’equivalente di una laurea quadriennale o triennale) che permette ad adulti che svolgano da almeno cinque anni professioni socio-educative (per esempio nei servizi e nelle cooperative sociali), di condividere in gruppo percorsi di autoformazione e ricerca della durata di due anni conclusi da una tesi centrata su una ri-lettura del proprio lavoro.

Il dialogo fra condotte di autobiografia ragionata e ricerca sociale è, dunque, particolarmente promettente, e rimanda a temi affrontati da prospettive etno-sociologiche quali quella di Daniel Bertaux (1997) che invita a ben comprendere la necessità di focalizzare il percorso auto-biografico, e segnala i possibili impasse, soprattutto in chiave formativa e di transizione verso il mondo del lavoro, di approcci biografici “massimalisti”, che tentino di coinvolgere ogni aspetto lungo tutto l’arco della vita.

 

3. Attualità dell’autobiografia ragionata

 

Recentemente, con Parcourir sa vie: se former à l'autobiographie raisonnée, Jean François Draperi (2010) ha ripreso e attualizzato il dispositivo dell’autobiografia ragionata proposto da Desroche a partire dalla pluriennale esperienza non solo dei DHEPS, ma anche del CNAM (Conservatoire national des arts et métiers) di Parigi nell’ambito dei percorsi di formazione di chi gestisce cooperative. Il testo di Draperi (2010) si propone come uno strumento per comprendere e per riflettere su una pratica, pluridecennale, all’interno di un processo evolutivo che prende le mosse da Desroche, si consolida, soprattutto, grazie alle attività del CESTES (Centre d’économie sociale, travail et société) al CNAM, e si afferma in contesti che vanno oltre le attività di autoformazione di adulti e la dimensione “ragionata” dell’intervista/autobiografia per concentrarsi maggiormente sugli aspetti sociali.

Draperi (2010) chiarisce come l’autobiografia ragionata sia pensata in primo luogo per coloro che hanno già qualche anno di esperienza di vita sociale al di fuori del nucleo familiare di origine e che desiderino “faire le point”, fare il punto (Draperi, 2010), nel senso di imparare a conoscere meglio sé stessi per affrontare adeguatamente scelte di vita e, in particolare, un percorso professionale e/o di formazione. Realizzare un percorso di autobiografia ragionata “suscita in genere un sentimento di rafforzata fiducia in sé, sentimento legato all’ascolto, al riconoscimento che questo ascolto evoca e all’interesse che procurano le domande che vengono poste; può provocare un certo piacere, sollecitato dal rammentare ricordi importanti, a volte apparentemente svaniti dalla memoria” (Draperi, 2010, p. 4).

Accanto alla dimensione anche collettiva dell’autobiografia ragionata, una delle principali innovazioni proposte da Draperi riguarda la “bioscopia”, lo schema a colonne nel quale la persona-risorsa trascrive (per poi restituirlo) il racconto della persona-progetto, il soggetto che narra la propria storia in prima persona. Se, da un lato, Draperi ricorda con Desroche che l’attività di scrittura, e quindi la “bioscopia”, non è essenziale nel percorso di biografia ragionata, di fatto prende atto che questo attività di scrittura è divenuta la pratica più diffusa da parte della persona-risorsa. Desroche aveva esemplificato il proprio lavoro di scrittura organizzandolo in quattro colonne principali, distinguendo quindi contenuti relativi all’educazione formale (colonna 1), all’educazione informale e non formale (colonna 2), alle attività sociali (colonna 3) e alle attività professionali (colonna 4).

Draperi (2010) suggerisce l’utilità di una quinta (ed eventualmente sesta) colonna che rimandi al contesto politico-economico in cui si sviluppa il percorso di vita. Il suggerimento a far uso di ulteriori “colonne” permette di sviluppare un maggior grado di riflessione sulle esperienze non formali e sociali e legittima un’innovazione importante, avvenuta al CNAM negli ultimi anni, e che potrebbe essere ripresa in ambito cooperativo italiano, soprattutto nell’ambito del sostegno al personale di una singola cooperativa, invitando i partecipanti al percorso comune (in questo caso di bilancio di competenze) a condividere le proprie biografie, rintracciandone, implicitamente o meno, aspetti della vita collettiva. Una prospettiva di lavoro tanto più importante quando riflettiamo sul fatto che «a partire dagli anni cinquanta […] i giovani hanno cominciato a percepire se stessi come un’entità separata dal mondo adulto […] e hanno elaborato stili di vita specifici […]. Se i giovani hanno ancora fame di storie, non si tratta delle storie di chi li ha preceduti. Se mai, delle storie dei pari, e soprattutto della propria stessa storia, in una passione autobiografica che non ha smesso di crescere ma che raramente si spinge fino a chiedersi di chi si sia figli» (Jedlowski, 2000, pp. 139-140).

 

4. Narrazione, ascolto attivo, contesti dialogici

 

Il momento dell’intervista, pur nel rispetto di un rapporto improntato al “dono” e alla “gratuità” e nel rispetto dell’autonomia di chi narra, può aiutare a “spingere” le domande nel tentativo di ri-costruire contesti significativi. Draperi (2010) suggerisce dieci punti nodali da tener presenti nello svolgimento di un’intervista funzionale a un’autobiografia ragionata.

 

1. L’intervista autobiografica rappresenta la prima fase di un percorso di autoformazione.

2. La relazione fra chi accompagna (la persona-risorsa) e il soggetto (la persona-progetto) dell’intervista può essere riassunta nella frase “né amico, né nemico”. È chiaro che non ci confideremmo a un nemico, ma è altrettanto importante segnalare che una relazione eccessivamente empatica nuoce all’intervista e al rigore che esige: vanno privilegiati da parte dell’ascoltatore i sentimenti di rispetto e fiducia.

3. L’intervista significa anche l’incontro fra due persone e, in seguito, farà parte della vita di entrambe.

4. È fondamentale il luogo in cui ci si incontra, idealmente una terra di nessuno, mentre vanno evitati i luoghi di lavoro o la residenza o gli ambiti formativi della persona che narra. Spesso Desroche ha svolto le interviste in camere d’albergo o in centri di formazione estranei alle due parti in gioco, l’uno di fronte all’altro in genere seduti ai due lati di un tavolo.

5. Nel caso si debbano prevedere spese, sarebbe meglio queste venissero prese in carico da un soggetto terzo.

6. L’oggetto dell’intervista è la storia degli avvenimenti e dei progetti formativi e socio-professionali del soggetto. Con l’intervista si può giungere a metterli in prospettiva, approfondendone le dimensioni storica e teorica, mentre l’intervista non deve entrare in dinamiche psicoanalitiche, anche se produce chiaramente effetti psicologici rilevanti.

7. Si tratta quindi di (a) far esprimere fatti e idee, (b) datarli in modo accurato, (c) scriverli all’interno di un diagramma rispettando in modo fedele le parole della persona che narra, (d) accompagnare la persona nella ricerca dei, due-quattro, fili conduttori del proprio percorso.

8. L’organizzazione “verticale” dei contenuti cerca di stabilire delle serie di avvenimenti legati da un senso, cercando di non incappare in logiche a priori, mentre l’organizzazione orizzontale segnala periodi caratterizzati da determinati contesti.

9. I fili conduttori possono essere rintracciati a partire da parole chiave che rimandino ad attività, a situazioni, a progetti ricorrenti. Per questo assume importanza definire le diverse tappe dell’autobiografia.

10. Le annotazioni scritte da chi ascolta vengono consegnate a chi narra alla fine del racconto.

 

Al termine dell’intervista, è utile che la “persona progetto”, insieme alla “persona risorsa” cerchi di rintracciare attraverso un colloquio il senso delle esperienze vissute e ipotizzi quali possano essere i fili conduttori di quanto narrato, prima di dedicarsi a scrivere un testo libero in cui, a partire da quanto precedentemente narrato durante l’intervista e scritto, organizzi informazioni e avvenimenti in chiave generatrice.

Quel che Desroche e Draperi mettono in luce, è l’importanza di una «struttura suscettibile di fornire regole» (Lago, 2011, p. 170), ma senza mai arrivare a norme soffocanti: l’obiettivo è offrire «condizioni determinate e determinanti» (Desroche, 1990, p. 28).

La posizione di Daperi può sorprendere chi opera professionalmente nell’orientamento e nei bilanci di competenze, ricordando fino a che punto l’intervista autobiografica dovrebbe sempre essere una libera scelta del soggetto che si racconta, non dovrebbe essere proposta come un passaggio dato scontato all’interno di un percorso prestabilito. Draperi (2010) mette al centro, innanzitutto, l’importanza dell’ascolto attivo e delle relazioni nei percorsi di crescita personale e collettiva. Il percorso che propone e che aggiorna il dispositivo dell’autobiografia ragionata richiede innanzitutto un ascolto attivo fra due persone, per poi lasciare spazio all’ascolto in gruppo, all’interno di alcuni vincoli resi espliciti prima di cominciare il percorso stesso. Si tratta di due tipi di ascolto: nel primo caso è l’esercizio della memoria ad essere al centro dell’attenzione, nel secondo la precedenza è per la riflessione collettiva. Draperi è consapevole che, in relazione all’intervista autobiografica, chi si trova in posizione di ascolto può essere facilmente identificato con l’ “esperto”. Perciò mette in guardia il lettore dall’accettare questa attribuzione di ruolo (e problematizza eventuali retribuzioni legate a questa funzione) che toglierebbe validità ad un postulato essenziale alla pratica dell’intervista autobiografica: chi si narra sa; cerca oltre le parole. Il ruolo di chi ascolta è, soprattutto, quello di sostenere il processo di auto narrazione e auto scoperta di chi dispiega la propria biografia. L’ascolto da praticarsi durante l’intervista autobiografica e, a maggior ragione, in un contesto di gruppo, richiede, quindi, rigore e senso del limite, consapevoli che «non siamo immediatamente trasparenti a noi stessi, e le nostre azioni ci sfuggono. Narrando incrementiamo la nostra comprensione. […] Narrando, gli esseri umani cooperano a investigare e a definire i significati di quello che fanno e di quello che accade, posizionandosi e riposizionandosi incessantemente nelle proprie relazioni reciproche» (Jedlowski, 2000, p. 194).

Si tratta di favorire discretamente, ma attivamente la «dialettica del rapporto tra due tipi di identità, l’identità immutabile dell’idem, del medesimo, e l’identità mobile dell’ipse, del sé, considerata nella sua condizione storica» (Ricoeur, 2005, p. 119). Attraverso l’esplorazione dell’identità narrativa possiamo tornare anche sull’«esperienza ordinaria, meno sollecitata dai modelli narrativi che provengono dalla finzione o dalla storia che dalla pratica quotidiana [arrivando a] dare alla propria vita una qualificazione etica», passaggio che richiede come pre-condizione che la vita stessa possa «essere montata in forma di racconto» (Ricoeur, 2005, p. 120). Come ci ricorda Armezzani (2004, p. 27), riprendendo Varela, la prospettiva soggettiva, perché possa diventare conoscenza valida «ha bisogno della mediazione di altre prospettive che la confermino»: è anche questa una delle sollecitazioni implicite che la persona-progetto rivolge alla persona-risorsa nel corso dell’intervista autobiografica. Proprio per rispetto a questa potenzialità dello scambio narrativo e in riferimento alla sua dimensione sociale, Ricoeur e Draperi rimandano alla richiesta di Marcel Henaff quando chiede che questo tipo di “relazione di scambio” non rientri del tutto nella tipologia del commercio (Henaff, 2002, p. 134) e che i «sovrapposti strati di interazione nel dire, nell’agire e nel raccontare» non costituiscano un velo rispetto al «riferimento primario alla facoltà di agire di cui il riconoscimento di sé costituisce l’attestazione» (Ricoeur, 2005, p. 281).

 

Note


[*] L’articolo include e rielabora alcune parti di Surian, A. (2011). L’autobiografia ragionata e i percorsi di bilancio di competenze. In A. Serbati & A. Surian (A cura di), Bilancio e portfolio delle competenze: percorsi in ambito cooperativo (pp. 61-71). Padova: Cleup (licenza Creative Commons 2.5).

 

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