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L’orientamento alla prova della contemporaneità
di Federico Batini   


L’orientamento è oggi in piena crisi, determinata dalla molteplicità di cambiamenti che riguardano le dinamiche del mondo del lavoro, la perdita di linearità dei percorsi formativi e di carriera ma anche dimensioni quali i processi di costruzione dell'identità e l'attribuzione di senso e

significato all'esperienza propria ed altrui. Queste modificazioni spingono in direzione di approcci che, come quelli narrativi, prevedano, come obiettivi, l'acquisizione di competenze di autorientamento che le ricerche rivelano essere capaci di rispondere alle necessità individuali ed ai cambiamenti sociali.

The guidance is now in full crisis, caused by the multiplicity of changes that involve the dynamics of the labor, the loss of linearity of training and career but also large ones such as the processes of identity construction and the attribution of meaning own and others' experience and meaning. These changes are pushing in the direction of approaches, such as narrative, providing targets of the acquisition of skills for self research shows that being able to respond to individual needs and social changes.

 

“Galatea appartiene ad un altro mondo,
che non conosce il peccato originale.
Il corpo, la nudità, la sensualità
si possono rappresentare, sono belle.
La felicità è possibile.”
(G. Mantovani, Spezzando ogni cuore, Il mio libro, 2012)

"Mentre camminava per Regent’s Park
– lungo un viale che sempre sceglieva, tra i tanti –
Jasper Gwyn ebbe d’un tratto la limpida sensazione
che quanto faceva ogni giorno per guadagnarsi da vivere
non era più adatto a lui.
Già altre volte lo aveva sfiorato quel pensiero,
ma mai con simile pulizia e tanto garbo."
(A. Baricco, Mr Gwyn, Feltrinelli, 2011)


1. Le modificazioni dell'orientamento

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta abbiamo assistito ad un processo attraverso il quale la concezione socialmente condivisa di orientamento (con le dovute eccezioni dovute alla bassa conoscenza da parte dell'utenza media delle finalità dell'orientamento medesimo) è stata rimessa in discussione (Batini, 2011a; Grimaldi, 2005; Grimaldi, 2003a).
Le mutate dinamiche del mondo del lavoro, le differenze insorgenti negli ultimi anni riguardanti i processi di costruzione delle identità individuali, la perdita di linearità nei processi di carriera, la logica lifelong ormai regolativa dei processi formativi, le discussioni e la ridefinizione delle finalità dei diversi segmenti di istruzione, hanno interrogato, negli ultimi dieci anni le finalità, le pratiche, i metodi e gli strumenti di orientamento producendone quella che possiamo definire come una “crisi di crescita” (flessibilità e precarietà si sono contese il ruolo di termine capace di dare senso alle traiettorie professionali ed esistenziali dei soggetti). Come tutte le crisi anche questa ha prodotto momenti di confusione, anche se, probabilmente, l'esito finale sarà quello di una ridefinizione dell’identità stessa dell’orientamento in direzione di una risposta efficace agli interrogativi posti dai tempi che stiamo vivendo: “quello che manca al sistema di orientamento nazionale, connotandosi così come un sistema dagli obiettivi poco chiari e dai contorni sfumati, è una chiara e condivisa produzione normativo-legislativa. E necessario quindi che pratiche e servizi siano ancorati a solidi e stabili modelli di riferimento, ad obiettivi espliciti e condivisi, ad una attenta e permanente lettura ed analisi della domanda, a strumenti validi e attendibili, a modelli di competenze e professionalità degli operatori chiaramente definiti, a strutture ed attrezzature comode ed agevoli” (Grimaldi, 2005).
Mentre il processo di cambiamento sopra accennato sta giungendo a maturazione, infatti, si possono evidenziare ancora rilevanti contraddizioni rispetto a finalità tutto sommato condivise.

2. Le contraddizioni ancora in gioco e le modificazioni sociali e nelle vite individuali

L'orientamento dovrebbe chiaramente definirsi come un processo che centra la propria utilità nel consentire ai soggetti di poter effettuare scelte circa il proprio progetto formativo, professionale ed esistenziale tout court, l'Isfol definisce l'orientamento come “un'azione globale in grado di attivare e facilitare il processo di conoscenza del soggetto”. Eppure da una parte la riflessione e la ricerca sull'orientamento paiono essere arrivati a un accordo sulle necessità di personalizzazione e sulla valenza di empowerment dell'orientamento medesimo, dall'altra assistiamo ancora alla produzione di strumenti ancorati a concezioni ormai superate dello stesso e vediamo, contemporaneamente, pratiche legate ancora a teorie inscritte in modelli di società oggi inapplicabili alla società globale delle complessità, della velocità.
In una società il cui volto viene trasformato da queste modificazioni che producono, sempre più spesso, anche ostacoli alle vite individuali (il cambiamento, come è noto, è possibile fonte anche di gioia, ma è sempre un trauma, che necessita di un transito fuori dal “se stessi” di prima, e provoca sempre delle “resistenze”) e difficoltà a determinare e mettere in campo livelli di decisionalità, di stabilità e di sicurezza capaci di consentire l’esercizio di una progettualità formativa, professionale, esistenziale. Occorre volgere lo sguardo con decisione verso le nuove necessità e i nuovi bisogni orientativi.
In momenti di crisi come questi, sinché non si giunga a nuove ridefinizioni, sia dei modelli di vita e convivenza sociale, sia di concezioni, modelli e strumenti di orientamento è la qualità agita dei professionisti a costituire un importante “salvagente” per i soggetti che hanno bisogno di orientamento, affinché non siano loro a “pagare il conto” dell'impasse di crescita di cui sopra e delle modificazioni sociali legate alla crisi economica ed al rilevante disagio presente in larghi strati della popolazione (si pensi soltanto alla sostanziale modificazione dei sistemi di welfare che modifica i modelli culturali attraverso i quali ci siamo rappresentati il futuro).
Ci troviamo a vivere un tempo storico in cui, per la prima volta, l'esperienza della generazione precedente non risulta applicabile, se non in piccola parte, alla generazione successiva poiché le informazioni si diffondono con tempi contratti, globalizzati, perché la tecnologia irrompe nelle nostre vite e cambia le pratiche di informazione, conoscenza e relazione, perché i mutamenti economici non sono più graduali e risultano poco prevedibili.
Siamo nel tempo del cambiamento, della flessibilità, velocità, globalizzazione e glocalizzazione, tutte parole che sono uscite dall’utilizzo ristretto di un gruppo di professionisti ed esperti per approdare al linguaggio comune: i media di ogni tipo ne abusano, le riflessioni, le soluzioni proposte, le analisi omnicomprensive, le interpretazioni si succedono. A fronte di questi cambiamenti le persone perdono i riferimenti certi e si trovano a “navigare a vista”, spesso senza avere un'adeguata “attrezzatura” per farlo.
L’orientamento, in questo tempo, sta, oggi, lentamente uscendo da una crisi di crescita che, come tutte le crisi, ha portato ad una ridefinizione dell’identità dell’orientamento stesso.

3. L'orientamento formativo ed i bisogni dell'utenza

Per tutti i motivi sopra ricordati oggi all'orientamento si assegna, infatti, anche (e forse soprattutto) uno scopo formativo: riuscire a dotare le persone di tutte quelle competenze che una società come quella contemporanea richiede per gestire e controllare la propria esistenza. Per semplificare se l'accompagnamento, comunque inteso, ad una scelta può aver caratterizzato l'orientamento nella parte terminale del secolo scorso (quando la maggior parte delle scelte si collocavano in momenti socialmente definiti), oggi che le scelte si reiterano e si moltiplicano nella vita di ciascuno occorre pensare al “saper scegliere, saper progettare, saper adottare strategie, essere consapevoli delle proprie competenze e saperle mobilizzare”, tutto ciò in modo adeguato alla costruzione di un progetto formativo, professionale e di vita in continua ridefinizione.
Le difficoltà che le persone incontrano a mettere in campo livelli di decisionalità, di stabilità e di sicurezza capaci di consentire l’esercizio di una progettualità formativa, professionale, esistenziale ridefiniscono allora la sostanza stessa dell’orientamento, ne interrogano le modalità, le funzioni, le acquisizioni, le professionalità che vi intervengono. Tramontati alcuni equivoci riguardo all'orientamento che l'hanno visto schiacciarsi ora su modalità di tipo attitudinale, ora su modalità di tipo esclusivamente informativo, ora su procedimenti di vera e propria sostituzione della decisionalità del singolo soggetto con quella dell'orientatore (variamente inteso), oggi l'orientamento sta assumendo, finalmente, una nuova valenza appropriata ai tempi in cui viviamo.
Una recente ricerca, inedita [1], diretta dallo scrivente ha evidenziato come i ragazzi iscritti al primo anno dell'Università di Perugia, nella Facoltà di Scienze dell'educazione, ritengano, con una percentuale superiore al 60%, che l'orientamento sia affrontato, nella scuola secondaria di secondo grado in modo superficiale. Non sarà privo di rilievo notare che il 74% ritiene di aver effettuato la scelta universitaria soprattutto per una decisione personale e una percentuale quasi altrettanta alta correli questa scelta al desiderio di operare nel campo educativo e che la rilevanza maggiore delle informazioni va attribuita, per il 50% dei partecipanti, alle informazioni reperibili on line [2].
L'informazione più importante che si rileva però, ai fini di questo contributo, è quella relativa al significato attribuito all'orientamento che è, per il 26% dei soggetti che hanno risposto al questionario soprattutto un percorso di “crescita personale” e per il 34% un processo attraverso il quale si “apprende a prendere decisioni”. Si tratta, in ambedue i casi, di formulazioni e convinzioni che riguardano strettamente le finalità dell'orientamento formativo che, oltre a rispondere alle richieste del mondo contemporaneo, e delle esigenze evidenziate dalla ricerca sul campo inizia a rispondere in modo coerente ai bisogni formulati dagli utenti. Particolarmente rilevante appare allora, questo processo di cambiamento attraverso il quale l'utenza appare, con una percentuale significativa (complessivamente il 60%) maggiormente consapevole del proprio bisogno orientativo e di cosa chiede ai percorsi, ai processi, alle iniziative di orientamento [3].

4. L'orientamento narrativo: un modello di orientamento formativo

L'orientamento narrativo si colloca all'interno dei paradigmi formativi dell'orientamento.
L'orientamento narrativo è un metodo sviluppatosi in Italia dalla fine degli anni '90 (precisamente a partire dal 1997) che si pone la finalità di sviluppare nei soggetti la strumentazione atta all'esercizio di un maggiore controllo e di un maggior potere sulla propria vita e sulle proprie scelte, al proprio centro pone l'empowerment. Il soggetto sta al centro del percorso e l'autonomia costituisce un obiettivo costante. Ciascuno, questo uno degli assunti alla base dell'orientamento narrativo, se adeguatamente supportato, se gli si consente, cioè, di sviluppare competenze atte alla redazione della “sceneggiatura” del proprio futuro è in grado di governare e gestire la propria esistenza, di essere autore e interprete del “romanzo” della propria vita, ciascuno deve assumere l'obiettivo di determinare attivamente ciò che gli accade e gli accadrà.
L'orientamento narrativo utilizza propriamente le narrazioni e i racconti (i racconti orali, i romanzi, i film, gli audiovisivi ecc.) come materiali attraverso i quali facilitare i processi di costruzione di identità e lo sviluppo di competenze da parte dei soggetti per consentirne l'autorientamento.
Le storie possono costituire, in tal senso, un importante supporto: non soltanto, come sostengono alcuni, attraverso procedimenti di tipo autobiografico che consentano l'esplicitazione, l'interpretazione e la risignificazione della storia di un soggetto (comunque necessaria), ma proprio come strumenti di orientamento. L'utilizzo delle narrazioni presenta numerosi vantaggi consentendo la condivisione di significati, allenando l'interpretazione, stimolando l'immaginazione e l'abitudine a costruire ipotesi e schemi di azioni per il futuro, sviluppando la capacità di assumere diversi punti di vista, sviluppando capacità strategiche, il tutto attraverso procedimenti di tipo metaforico e agendo su una dimensione costitutiva del pensiero (il pensiero narrativo).
In una situazione come quella brevemente descritta nei paragrafi precedenti, complicatasi più che semplificatasi negli ultimi anni, i bisogni di orientamento, complice lo sfaldarsi dei riti di passaggio, delle transizioni certe, socialmente definite, emergono con maggior forza. Eppure il bisogno orientativo è stato spesso estroflesso: in una società nella quale, come anticipato, le scelte si collocavano in momenti socialmente definiti erano “gli altri” a decidere quando un soggetto avesse bisogno di un supporto orientativo (professionale o meno, informativo o di accompagnamento che fosse): genitori, insegnanti, famiglia, luoghi di aggregazione.
I cambiamenti intervenuti a livello sociale e gli inevitabili riflessi nelle vite individuali, con esiti anche molto differenti tra loro, richiedono ai soggetti di conoscere ed esplicitare il proprio bisogno orientativo: proprio questo è il primo passo per orientarsi.
I processi attraverso i quali ci raccontiamo e definiamo, attraverso cui attribuiamo significato all'esperienza nostra ed altrui, attribuiamo valore agli avvenimenti e i processi attraverso i quali immaginiamo e progettiamo il futuro, sono processi eminentemente narrativi che si svolgono, in gran parte, a livello pre-riflessivo (Smorti, 2007): per questo un dispositivo estremamente utile può essere quello di sviluppare competenze narrative e usare le narrazioni al fine di costruire la propria identità e progettare il proprio futuro con una forte componente di intenzionalità e riflessività che ci eviti di essere manipolati dalle micro-narrazioni imperanti.
I procedimenti narrativi usati infatti dal marketing, dalla politica, dai media in genere, ci riservano, in alternativa, significati, identità, valori “pronti da cuocere” in una sorta di take away dei significati, dell'identità, del futuro.
Le storie possono costituire, in tal senso, se opportunamente agite, uno strumento di rara potenza per supportare i processi di immaginazione e di costruzione del proprio futuro.
L'uso delle narrazioni consente allora se ce ne appropriamo, se le “rubiamo”, se sono messe a disposizione di ciascuno, se ogni soggetto può impadronirsene di “discernere ciò che non si vedeva sino a quel momento, dare un senso alla propria vita, simbolizzare la propria esperienza. Elaborare uno spazio ove si trovi posto, vivere momenti calmi, poetici, creativi e non essere solo oggetto di valutazione in un universo consumista. Trasformare ciò che è strano, inquietante, in familiare e ciò che è familiare in qualcosa che stupisca. Coniugare i diversi universi culturali dei quali ciascuno è portatore. Assumere il proprio ruolo in uno sviluppo condiviso ed entrare in relazione con gli altri in modo meno violento, meno offeso, pacificato. La posta in gioco è importante: si tratta di non lasciare il monopolio del senso, dei racconti ai demagoghi politici, agli estremisti religiosi, ai guru ed ai ciarlatani, ai tiranni domestici... o al solo «ordine di ferro televisivo» (Petit, 2010b, p. 39).

Note

[1] La ricerca ha interessato un campione di 200 studenti dei diversi corsi di laurea afferenti alla Facoltà citata attraverso un questionario a risposte multiple.
[2] Soltanto il 17% ha ritenuto significative le informazioni ricevute dalle segreterie universitarie o quelle rese disponibili da opuscoli contenenti informazioni sull'università medesima.
[3] In un intervento richiestomi in occasione di un convegno nazionale sull'Orientamento, organizzato dalla Rete degli Informagiovani”, svoltosi nel dicembre 2011 a Cremona e significativamente intitolato”L'orientamento di fronte alle sfide del XXI secolo” ho avuto modo di interagire con molte classi di studenti della scuola secondaria di secondo grado. La mia funzione era infatti quella di condurre un focus -group di dimensioni ciclopiche in cui potessero esplicitarsi, a seguito di alcuni stimoli da me forniti, i bisogni e i desideri in termini di orientamento dei ragazzi/e partecipanti. Una prima notazione riguarda l'eccessivo ancoraggio dei ragazzi/e (ancoraggio imputabile più agli adulti di riferimento che a loro) alla professione futura (nel senso delle possibilità occupazionali più che nel senso della motivazione all'attività lavorativa, ancoraggio che viene confermato dalla ricerca citata nel testo e svolta con gli studenti universitari perugini nello stesso periodo) nella scelta dei loro percorsi formativi, quasi che fosse ancora realistico effettuare la scelta di un percorso universitario sulla base delle odierne possibilità occupazionali (che si saranno, senza dubbio, modificate una volta che il percorso medesimo sarà terminato). I ragazzi/e presenti hanno espresso bisogni e richieste che possiamo suddividere in poche aree:
-    l'area dell'informazione: il bisogno di informazioni raccolte e chiare. La pluralità delle fonti, la difficoltà a distinguere le fonti autorevoli da quelle meno, l'incompletezza di alcune informazioni, costituiscono un ostacolo rilevante per i loro bisogni;
-    l'area delle proposte esterne (i ragazzi chiedono una distinzione tra marketing e orientamento): il bisogno di presentazioni adeguate. Le giornate di presentazione delle Facoltà o i Saloni di Orientamento si risolvono, spesso in presentazione di scuole, corsi di laurea e altri percorsi in cui l'apparenza è più forte della sostanza, in cui il desiderio di “attrarre” è più forte del desiderio di fornire informazioni utili. I ragazzi/e propongono di costruire setting più mirati e specifici, privi di grandi sfarzi, nei quali siano loro a predisporre richieste e domande;
-    l'area dell'orientamento formativo: i ragazzi/e percepiscono il bisogno di momenti in cui si affrontino i temi della scelta, della progettualità, dei modi migliori per costruire il proprio futuro, desiderano apprendere come si fa a pensare e progettare il proprio avvenire. Sentono il bisogno di conoscere le esperienze di ragazzi/e poco più grandi di loro, di come hanno vissuto, di come hanno scelto, di quali sono state le conseguenze, sentono il bisogno di conoscere le loro storie;
-    l'area dell'esperienza: i ragazzi/e ritengono molto importante la possibilità di sperimentare direttamente ciò che poi devono/vogliono scegliere (dalla lezione universitaria non artificiale, sino a stage con ruoli reali...) e ci conoscere le esperienze di altri (poco più grandi di loro).
I servizi di orientamento rivolti ai giovani hanno la possibilità di una negoziazione con loro, orientando il bisogno di orientamento attraverso degli stimoli, mantenendo la capacità di accogliere idee, intuizioni, proposte.

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